Quando nel 1902 il Quarto Stato viene escluso dalla premiazione dell'esposizione quadriennale torinese, la delusione non scoraggia Pellizza dal proseguire nella rappresentazione della quotidianità dei lavoratori.
A documentarlo restano le due magnifiche tele Il ponte e Emigranti. Fin dal 1898 Pellizza aveva riflettuto sull'immagine dei trasportatori di pietre che risalivano il greto del fiume, una scena di forte contenuto simbolico che la monumentale tela, conclusa nel 1904, affida a un'impostazione compositiva netta, essenziale, dove il ponte assume una complessa serie di riferimenti simbolici, dall'allusione alle disparità sociali, all'unione tra genitori e figli (nella versione finale non più lavoratori) che si abbeverano al fiume.
L'elemento nuovo è costituito dall'imponente, segantiniana catena alpina sullo fondo, forse memore del primo dei due viaggi in Engadina del 1904. Anche Emigranti, opera di soggetto analogo, come Il ponte frutto di successivi ripensamenti, in questo caso fin nel titolo che nel 1906 diventerà, con evidente accentuazione simbolica, Membra stanche. Anche qui i protagonisti appartengono a un nucleo familiare sul greto del torrente Curone. Il loro riposo è immobile cosi come il paesaggio retrostante, anche in questo caso un omaggio all'amico Segantini e alla potenza del paesaggio alpino che lo colpi profondamente.
L'amore per un paesaggio, quello delle colline intorno a Volpedo, mai abbandonato, forse non basta più a Pellizza quando nel febbraio del 1906 decide di trascorrere un periodo a Roma dove ha modo di mettersi alla prova con un paesaggio differente, sfidando questa volta gli effetti di una luce differente, di inconfondibile potenza. Attratto soprattutto dai parchi e dai giardini della capitale Pellizza realizza una serie di tele dedicate a Villa Borghese, impressioni dove le forme sinuose, mai statiche, prendono forma dalla luce e dalle alternate variazioni di un controluce che quasi ritmicamente ci conduce nella dimensione quasi musicale di un paesaggio-stato d'animo.