Spinto dall'urgenza di ampliare le sue conoscenze nei campi della filosofia e della letteratura, perché deciso a dare alle sue tele contenuti nuovi, arricchiti di significati piscologici, simbolici e sociali, tra il 1893 e il 1896 Pellizza soggiorna a varie riprese tra Firenze e Roma, per periodi brevi ma ricchi di stimoli e di intenso studio dell'arte del passato, stringendo amicizie durature con artisti, critici e letterati. Sono anni entusiasmanti, che lo vedono impegnato anche nella scrittura: risale al 1896 il testo programmatico del suo modo di concepire l'arte, Il pittore e la solitudine pubblicato su "Il Marzocco" di quell'anno. Intenso anche il suo impegno nella promozione dell'esperienza divisionista alle esposizioni ufficiali, con sua grande delusione mai accolto. I periodi trascorsi a Roma e Firenze sono determinanti perché orientano e accompagnano Pellizza verso il Simbolismo, una tendenza a cui l'autore fin dal 1902-1903 aveva dimostrato interesse: ne è testimonianza il bellissimo disegno a tecnica mista di Fiore reciso, risalente proprio a quel biennio. Pellizza aderisce al gusto e al sentire simbolista senza indugi, mettendosi subito alla prova in opere molto complesse, raffinatissime sia per formato (grandi tele o polittici di differenti sagome) che per soggetto, molto ambiziose nello sforzo di rappresentazione degli stati d'animo. In una lettera del 20 ottobre del 1898, l'anno in cui a Torino Lo specchio della vita veniva presentato all'Esposizione Gencrale italiana riscuotendo un certo interesse, l'amica poetessa Neera gli scrive "Caro Pellizza, ora che Burne Jones è morto e Puvis de Chavannes agonizza, il primo posto di pittore simbolista non potrebbe essere il suo?".
Il sistema della separazione degli elementi costitutivi del colore garantiva effetti luminosi di un'intensità altrimenti non raggiungibile, atmosfere ideali e poetiche, bagni di luce di intonazione quasi mistica. II pittore riusciva cosi a tradurre con tonalità perfette, impressioni e concetti inediti, scavando in profondità nella potenzialità di un nuovo modo di fare pittura. A partire da questi anni la visione di Pellizza si allarga verso il simbolo di quanto rappresentato, la sua essenza più recondita. Lo specchio della vita è l'esempio più affascinante di una pittura libera, concepita in un insieme quasi sinfonico di colori puri da cui scaturisce la luce stessa. Una rappresentazione che rapisce lo sguardo per potenza estetica senza tradire il significato più profondo di un nodo che tormenta l'intera vicenda artistica di Pellizza, il rapporto tra uomo e natura. Questi elementi pittorici scorrono con pari intensità nelle altre opere, da Morticino a La Processione, di cui l'amico Grubicy scrive "credo che questa tela rappresenti il massimo limite che io sento di concedere al simbolismo", dall'Amore nella vita agli Idilli, dove, come precisa il critico Occhini "l'umanità non muore e il suo procedere è eterno". Perché a impegnare Pellizza, in un dissidio lungo una vita, è la ricerca della rappresentazione dei suoi valori eterni: la vita, l'amore, la morte, l'uomo e la sua dignità, il ruolo dell'arte e dell'artista.