Se si punta un compasso sulla piantina del Ticino, più o meno al centro, qualunque cerchio di un raggio significativo finisce per sconfinare. È così per la geometria, per la geografia, per la lingua, e anche per la musica.
Dunque la questione dei “canadesi”, com’eravamo chiamati a Piotta quando ci prestavamo nella banda locale per completare la sezione dei corni… è annosa e congenita. Certo, di questi tempi gridiamo allo scandalo per qualunque sconfinamento, ma osservo che se il passaggio di frontiera è chiaro, i patemi d’animo si smorzano subito. E proprio la banda dimostra come i progetti comuni possano abbattere civilmente le frontiere.
In ciascuna società e nella federazione il discorso da fare è piuttosto quella dell’autonomia. Se suono il corno in cinque bande, almeno quattro dovrebbero considerare temporanea la situazione, mentre la quinta (di norma quella che ha curato la mia formazione) dovrebbe chiedersi in cosa non mi sollecita sufficientemente. Difatti generalmente le bande vivono grazie a un’infinità di gesti gratuiti, e si inseriscono TUTTE nella grande economia del dono. Ed è credo in questo senso che si elargiscano i necessari sostegni finanziari.
Allora, se dall’interno o dall’esterno la situazione non è trasparente o genera discussioni, deduco unicamente la necessità di proseguire nelle azioni di informazione, per esempio nei confronti degli addetti ai lavori che non conoscono la realtà locale (insegnanti in formazione, allievi, insegnanti e dirigenti del conservatorio, direttori di banda provenienti da oltre frontiere). Del resto, pochi “standard” sono da tempo universali, con associazioni comunali, cantonali, federali, europee, mondiali, in cui si posiziona anche la realtà locale.
Perché il mondo bandistico ticinese non è un gigante... e i suoi piedi non sono d’argilla ma modestamente piantati (come e forse più di altri) nella Sacra Terra del Ticino.