Il duello tra Enea e Turno rappresenta la fine del Libro XII e la fine dell’intero poema. L’intero episodio è ricco di riferimenti omerici, in particolare esso si può considerare l'equivalente del duello celeberrimo tra Ettore e Achille in Il. XXII, da cui Virgilio recupera vari elementi.
Virgilio, Eneide XII
vv. 684-690
Ac veluti montis saxum de vertice praeceps
cum ruit avolsum vento, seu turbidus imber 685
proluit aut annis solvit sublapsa vetustas;
fertur in abruptum magno mons improbus actu
exsultatque solo, silvas armenta virosque
involvens secum: disiecta per agmina Turnus
sic urbis ruit ad muros (...) 690
E come quando da vetta di monte un macigno precìpite
piomba, divelto dal vento, o se tempestoso rovescio 685
lo dilava, o con gli anni lo scalza, insinuandosi, il tempo;
giù nei dirupi con slancio possente quel monte maligno
frana, e sobbalza sul suolo, le selve, le bestie e le genti,
tutto travolge: Turno così, fra le schiere disfatte,
piomba ai muri della città (...) 690
Omero, Iliade XIII
vv. 136-142
Τρῶες δὲ προὔτυψαν ἀολλέες, ἦρχε δ᾽ ἄρ᾽ Ἕκτωρ
ἀντικρὺ μεμαώς, ὀλοοίτροχος ὣς ἀπὸ πέτρης,
ὅν τε κατὰ στεφάνης ποταμὸς χειμάρροος ὤσῃ
ῥήξας ἀσπέτῳ ὄμβρῳ ἀναιδέος ἔχματα πέτρης:
ὕψι δ᾽ ἀναθρῴσκων πέτεται, κτυπέει δέ θ᾽ ὑπ᾽ αὐτοῦ 140
ὕλη: ὃ δ᾽ ἀσφαλέως θέει ἔμπεδον, εἷος ἵκηται
ἰσόπεδον, τότε δ᾽ οὔ τι κυλίνδεται ἐσσύμενός περ:
I Troiani attaccarono in massa; li guidava Ettore
che si slanciava in avanti come un macigno
che rotola giù da una rupe, quando il fiume lo trascina,
rompendo con l’onda in piena la resistenza della dura roccia;
il masso rimbalza in alto e vola: sotto la foresta 140
rimbomba; rotola di continuo, finchè non arriva
alla pianura; allora non si muove più, nonostante la spinta.
Virgilio, Eneide XII
vv. 715-724
Ac velut ingenti Sila summove Taburno 715
cum duo conversis inimica in proelia tauri
frontibus incurrunt, pavidi cessere magistri,
stat pecus omne metu mutum mussantque iuvencae
quis nemori imperitet, quem tota armenta sequantur;
illi inter sese multa vi vulnera miscent 720
cornuaque obnixi infigunt et sanguine largo
colla armosque lavant, gemitu nemus omne remugit:
non aliter Tros Aeneas et Daunius heros
concurrunt clipeis, ingens fragor aethera complet.
E come per l’imponente Sila o sull’alto Tabùrno 715
quando due tori, rivolte l’un contro l’altro le fronti,
corrono a ostili battaglie - i pastori, impauriti, arretrarono;
muta è, al timore, la mandria; le mucche attendono incerte
chi comandi sul bosco, chi seguano tutti gli armenti;
mischiano quelli fra loro, con molta potenza, ferite, 720
cozzano, e infiggono corna, e con sangue copioso le spalle
e i colli lavano, il bosco rimugghia dell’eco dei gemiti -,
non altrimenti Enea il troiano e il dàunio eroe
corrono a scontro di scudi. Imponente fragore ricolma l’ètere.
Virgilio, Georgiche III
vv. 219-223
Pascitur in magna Sila formosa iuvenca:
illi alternantes multa vi proelia miscent 220
volneribus crebris, lavit ater corpora sanguis,
versaque in obnixos urguentur cornua vasto
cum gemitu, reboant silvaeque et longus Olympus
Se pascola una bella giovenca nella grande Sila,
con impeto i tori alternano battaglie, 220
da ferite continue un sangue nero bagna i loro corpi,
e dritte all'avversario si urtano le corna con un gemito
profondo, e ne risuonano le selve, il cielo intero.
Virgilio, Eneide XII
vv. 725-727
Iuppiter ipse duas aequato examine lances 725
sustinet et fata imponit diversa duorum,
quem damnet labor et quo vergat pondere letum.
Giove solleva lui stesso ed allinea i due piatti 725
della bilancia, e vi pone i diversi destini dei due:
chi condanni il cimento, a chi il peso assegni la morte.
Omero, Iliade XXII
vv. 208-213
ἀλλ᾽ ὅτε δὴ τὸ τέταρτον ἐπὶ κρουνοὺς ἀφίκοντο,
καὶ τότε δὴ χρύσεια πατὴρ ἐτίταινε τάλαντα,
ἐν δ᾽ ἐτίθει δύο κῆρε τανηλεγέος θανάτοιο, 210
τὴν μὲν Ἀχιλλῆος, τὴν δ᾽ Ἕκτορος ἱπποδάμοιο,
ἕλκε δὲ μέσσα λαβών: ῥέπε δ᾽ Ἕκτορος αἴσιμον ἦμαρ,
ᾤχετο δ᾽ εἰς Ἀΐδαο, λίπεν δέ ἑ Φοῖβος Ἀπόλλων.
Ma quando giunsero per la quarta volta alle fontane,
ecco che allora Zeus padre afferrò la bilancia d’oro e vi posò
sopra i due destini di morte funesta: uno era di Achille, l’altro di Ettore 210
domatore di cavalli; poi la tirava in su, prendendola nel mezzo:
il giorno fatale di Ettore si inclinò verso il basso
e andò giù nella casa di Ade. Subito Febo Apollo abbandonò l’eroe.
Virgilio, Eneide XII
vv. 742-757
Ergo amens diversa fuga petit aequora Turnus
et nunc huc, inde huc incertos implicat orbes;
undique enim densa Teucri inclusere corona
atque hinc vasta palus, hinc ardua moenia cingunt. 745
Nec minus Aeneas, quamquam tardata sagitta
interdum genua impediunt cursumque recusant,
insequitur trepidique pedem pede fervidus urguet:
inclusum veluti si quando flumine nanctus
cervom aut puniceae saeptum formidine pinnae 750
venator cursu canis et latratibus instat;
ille autem insidiis et ripa territus alta
mille fugit refugitque vias, at vividus Umber
haeret hians, iam iamque tenet similisque tenenti
increpuit malis morsuque elusus inani est; 755
tum vero exoritur clamor ripaeque lacusque
responsant circa et caelum tonat omne tumultu.
Dunque fuori di sè fugge Turno qua e là per la piana,
in un confuso groviglio di giri per ogni sua zona.
Fitta corona, infatti, lo chiudono ovunque i Troiani,
e qui lo cinge una vasta palude, di qua le alte mura. 745
Non di meno Enea, che pur le ginocchia attardate
dalla saetta talvolta impediscono, e negano al correre,
fervido insegue e col piede preme del trepido il piede:
come, se a volte un cane da caccia s’imbatte in un cervo
chiuso da un fiume o sbarrato da penne vermiglie a atterrirlo, 750
con la corsa e i latrati lo incalza; e quello, sgomento
per l’altezza dell’argine e per quelle trappole tese,
fugge e rifugge per mille percorsi; ma, energico, l’umbro
pressa, spalanca le fauci, lo azzanna già, e - quasi azzannasse -
schiocca con le mascelle, frustrato dal mordere a vuoto; 755
ecco che allora un gran grido si leva, e le sponde e le pozze
eco rispondono, e il cielo intero rintrona al tumulto.
Omero, Iliade XXII
vv. 188-198
Ἕκτορα δ᾽ ἀσπερχὲς κλονέων ἔφεπ᾽ ὠκὺς Ἀχιλλεύς.
ὡς δ᾽ ὅτε νεβρὸν ὄρεσφι κύων ἐλάφοιο δίηται
ὄρσας ἐξ εὐνῆς διά τ᾽ ἄγκεα καὶ διὰ βήσσας: 190
τὸν δ᾽ εἴ πέρ τε λάθῃσι καταπτήξας ὑπὸ θάμνῳ,
ἀλλά τ᾽ ἀνιχνεύων θέει ἔμπεδον ὄφρά κεν εὕρῃ:
ὣς Ἕκτωρ οὐ λῆθε ποδώκεα Πηλεΐωνα.
ὁσσάκι δ᾽ ὁρμήσειε πυλάων Δαρδανιάων
ἀντίον ἀΐξασθαι ἐϋδμήτους ὑπὸ πύργους, 195
εἴ πως οἷ καθύπερθεν ἀλάλκοιεν βελέεσσι,
τοσσάκι μιν προπάροιθεν ἀποστρέψασκε παραφθὰς
πρὸς πεδίον: αὐτὸς δὲ ποτὶ πτόλιος πέτετ᾽ αἰεί.
Il rapido Achille inseguiva Ettore, incalzandolo implacabile;
come quando un cane sui monti dà la caccia a un cerbiatto,
dopo averlo stanato, per gole e burroni; 190
e se anche gli sfugge e si acquatta sotto un cespuglio,
continua la corsa seguendo le orme, fino a che non lo trova:
così Ettore non poteva sfuggire al velocissimo Pelide;
e ogni volta che cercava di avvicinarsi scattando
verso le porte Dardanie, al riparo delle solide torri, 195
con la speranza che dall’alto lo difendessero con i dardi,
Achille lo anticipava sempre e lo respingeva
verso la pianura; l’altro volava sempre rasente alle mura.
Apollonio Rodio, Argonautiche II
vv. 278-283
ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἐνὶ κνημοῖσι κύνες δεδαημένοι ἄγρη,
ἢ αἶγας κεραοὺς ἠὲ πρόκας ἰχνεύοντες
θείωσιν, τυτθὸν δὲ τιταινόμενοι μετόπισθεν 280
ἄκρῃς ἐν γενύεσσι μάτην ἀράβησαν ὀδόντας:
ὧς Ζήτης Κάλαΐς τε μάλα σχεδὸν ἀίσσοντες
τάων ἀκροτάτῃσιν ἐπέχραον ἤλιθα χερσίν.
come quando sui monti i cani esperti di caccia
corrono sulle piste delle capre dei cerbiatti,
e gli si spingono addosso, ed in cima 280
alle mascelle serrano i denti a vuoto,
così serrando da preso le Arpie i figli di Borea
cercavano invano, protendendo le dita, di prenderle.
Virgilio, Eneide XII
vv. 896-907
Nec plura effatus saxum circumspicit ingens,
saxum anticum ingens, campo quod forte iacebat,
limes agro positus litem ut discerneret arvis.
Vix illud lecti bis sex cervice subirent,
qualia nunc hominum producit corpora tellus; 900
ille manu raptum trepida torquebat in hostem
altior insurgens et cursu concitus heros.
Sed neque currentem se nec cognoscit euntem
tollentemve manu saxumve immane moventem;
genua labant, gelidus concrevit frigore sanguis. 905
Tum lapis ipse viri vacuum per inane volutus
nec spatium evasit totum neque pertulit ictum.
Né più dicendo, lì attorno scorge un masso imponente,
masso antico, imponente, che appunto giaceva nel piano,
posto a confine di terre, a dirimere liti sui campi.
A mala pena potrebbero alzarlo in dodici scelti
uomini della statura che genera oggi la terra. 900
Quell’eroe con mano febbrile lo colse e, levatosi
alto, e impetuoso in rincorsa, veniva a scagliarlo al nemico.
Ma non si riconosce: nel correre, nell’avanzare,
nel sollevare l’enorme macigno col braccio o librarlo.
Cede il ginocchio, e ad un brivido il sangue si aggruma in 905
[un ghiaccio.
E allora rotola il masso all’eroe nel vacuo del vuoto,
né copre intero lo spazio, né porta il colpo al bersaglio.
Omero, Iliade XII
vv. 445-449
Ἕκτωρ δ᾽ ἁρπάξας λᾶαν φέρεν, ὅς ῥα πυλάων 445
ἑστήκει πρόσθε πρυμνὸς παχύς, αὐτὰρ ὕπερθεν
ὀξὺς ἔην: τὸν δ᾽ οὔ κε δύ᾽ ἀνέρε δήμου ἀρίστω
ῥηϊδίως ἐπ᾽ ἄμαξαν ἀπ᾽ οὔδεος ὀχλίσσειαν,
οἷοι νῦν βροτοί εἰσ᾽: ὃ δέ μιν ῥέα πάλλε καὶ οἶος.
Ettore prese un macigno e lo portò via; giaceva lì 445
davanti alla porta, era largo alla base e aguzzo
in cima: due uomini, i più robusti del loro popolo,
non lo avrebbero alzato facilmente da terra, per come sono
gli uomini al giorno d’oggi; lui lo maneggiava senza fatica, da solo!
Virgilio, Eneide XII
vv. 908-914
Ac velut in somnis, oculos ubi languida pressit
nocte quies, nequiquam avidos extendere cursus
velle videmur et in mediis conatibus aegri 910
succidimus; non lingua valet, non corpore notae
sufficiunt vires nec vox aut verba secuntur:
sic Turno, quacumque viam virtute petivit,
successum dea dira negat.
E come in sogno, se a notte un languido sonno sugli occhi
preme, ci sembra che invano vogliamo lanciarci in un correre
pieno di brama, e in mezzo agli sforzi crolliamo stremati, 910
paralizzata è la lingua, non viene in aiuto la nota
forza nel corpo, né riescono voce e parole a formarsi,
è così ora per Turno: qualunque via col valore
cerchi, gli nega successo la dea funesta.
Omero, Iliade XXII
vv. 199-201
ὡς δ᾽ ἐν ὀνείρῳ οὐ δύναται φεύγοντα διώκειν:
οὔτ᾽ ἄρ᾽ ὃ τὸν δύναται ὑποφεύγειν οὔθ᾽ ὃ διώκειν: 200
ὣς ὃ τὸν οὐ δύνατο μάρψαι ποσίν, οὐδ᾽ ὃς ἀλύξαι.
Come in un sogno non si riesce a inseguire chi scappa;
uno non ha la forza di sfuggire, l’altro non riesce a corrergli dietro: 200
così Achille non riusciva a raggiungerlo, né Ettore a scappare.
Gli ultimi versi dell’Eneide sono dedicati alla morte di Turno e al lamento della sua anima. Il verso 952 (vita… cum gemitu fugit indignata sub umbras) è formularmente ripetuto solo nella morte di Camilla (En. XI, 831), così come i versi della morte di Ettore (Il. XXII, 362-363) ricorrono solo nei versi della morte di Patroclo (Il. XVI, 856-857). Ciò che hanno in comune i quattro eroi è la mors immatura, da cui la vita fugge indignata, come espressione di un lamento contro il potere della morte e del Fato. La morte di Turno assume così un valore simbolico, che rappresenta la tragica intuizione di Virgilio: il Fato guida inesorabilmente gli eventi ed è sempre l'individuo a pagare il prezzo dei paradisi futuri già determinati.
Virgilio, Eneide XII
vv. 950-952
Hoc dicens ferrum adverso sub pectore condit 950
fervidus. ast illi solvontur frigore membra
vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.
Questo dicendo, gli affonda il ferro diritto nel petto, 950
fervido. E a lui in un brivido si disciolgon le membra,
e con un gemito fugge, sdegnata, la vita fra le ombre.
Virgilio, Eneide XI
vv. 828-831
(...) Tum frigida toto
paulatim exsolvit se corpore lentaque colla
et captum leto posuit caput, arma relinquunt, 830
vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.
(...) E poi, poco a poco,
gelida, dall’intero suo corpo si sciolse, e il reclino
collo e il carpito da morte adagiò: le armi cedono, 830
e con un gemito fugge, sdegnata, la vita fra le ombre.
Omero, Iliade XXII
vv. 361-363
ὣς ἄρα μιν εἰπόντα τέλος θανάτοιο κάλυψε,
ψυχὴ δ᾽ ἐκ ῥεθέων πταμένη Ἄϊδος δὲ βεβήκει
ὃν πότμον γοόωσα λιποῦσ᾽ ἀνδροτῆτα καὶ ἥβην.
Mentre parlava così la morte l’avvolse,
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore.
Omero, Iliade XVI
vv. 855-857
ὣς ἄρα μιν εἰπόντα τέλος θανάτοιο κάλυψε: 855
ψυχὴ δ᾽ ἐκ ῥεθέων πταμένη Ἄϊδος δὲ βεβήκει
ὃν πότμον γοόωσα λιποῦσ᾽ ἀνδροτῆτα καὶ ἥβην.
Mentre parlava così la morte l’avvolse, 855
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore.