La figura di Turno
Turno, l’antagonista principale di Enea, è un personaggio molto complesso contraddistinto da un’indole combattiva ed eroica, irruenta e virile che può essere considerata come una sorta di sintesi delle antiche genti italiche particolarmente combattive nei confronti degli invasori alle quali apparteneva.
Le sue azioni eroiche fanno da colonna portante durante tutto il poema e per questo, i primi poemi che ci vengono in mente che presentano gli stessi temi sono proprio i poemi omerici.
Turno forse è un eroe dal temperamento un po’ troppo impulsivo e presuntuoso: il suo obiettivo è sposare Lavinia e conquistare il regno di Latino e non esiterà sicuramente ad utilizzare tecniche e stratagemmi poco consoni e quasi “barbari” solo al fine di vincere gloriosamente. Ma, nonostante questi aspetti non di certo positivi del carattere, non è un personaggio negativo nel vero senso della parola, poiché possiede un sano e orgoglioso spirito da vero guerriero senza alcuna paura. Egli prova una sorta di liberazione nel momento del combattimento, unica occasione in cui trova espressione della sua essenza di vita. Inoltre sa onorare il nemico sconfitto: nel momento in cui riconsegna il corpo di Pallante agli Arcadi prova pudore e pietà per il guerriero caduto, sensazioni di timore verranno provate dall’eroe nei confronti del padre anziano poco prima di essere ucciso da Enea. Quest’ultimo perderà, solo per un momento, il tratto distintivo dell’eroe virgiliano ovvero il senno e il controllo.
Turno, re dei Rutuli e figlio di Dauno e della ninfa Venilia, fratello di Giuturna e Canente, ha origini divine perché discende dalla divinità italica Pilumno. Prima che arrivasse Enea, gli era stata promessa Lavinia, la figlia di Latino, anche se gli oracoli avevano dato segni negativi per il matrimonio.
Una volta arrivato Enea, Latino gli promette la mano della figlia e Turno viene incendiato dalla furia Aletto che era stata inviata da Giunone. Questa scelta di Latino fa infuriare anche sua moglie Amata, la quale cerca di opporsi al matrimonio in quanto riteneva un marito migliore Turno rispetto ad Enea. Amata, aizzata nuovamente dalla furia Aletto, decide di scatenare delle orge bacchiche e canta le nozze di Lavinia e Turno. Turno e Amata decidono di scatenare la guerra contro i Troiani spingendo i Latini a violare i patti di amicizia sanciti.
Si vedrà, ancora agli albori del conflitto, come molte popolazioni italiche decisero di allearsi con Turno mentre Enea verrà aiutato dagli Arcadi di Evandro e dagli Etruschi di Cere desiderosi di lottare contro Menenzio ovvero il loro re che si alleò con Turno. All’interno del conflitto che si snoda nel XII libro dell’Eneide, l’episodio più importante è sicuramente il duello finale tra Enea e Turno. Enea si accorge che l’avversario indossa ancora il balteo dell’amico Pallante ed è per questo che il troiano, nonostante avesse intenzione di risparmiarlo a causa delle suppliche del nemico dettate dal desiderio di evitare il più grande dei dolori a suo padre, decide di infliggergli il colpo decisivo.
Gli ultimi libri del poema sono i cosiddetti libri “iliaci” in quanto, al loro interno, vengono descritti i duelli e le battaglie in modo molto approfondito e, in essi, troviamo un Turno molto simile, per arroganza, all’Achille omerico. Turno decide di penetrare da solo in campo nemico facendo strage e mettendosi in salvo tuffandosi nel Tevere.
Si scontra nelle assemblee alla reggia di Latino con il politico Drance che, a lui avverso, propugna la resa ed un accordo con i Troiani. Infine affronta Enea in duello e muore nell’ultimo verso del poema.
La figura di Turno appare psicologicamente più approfondita e completa rispetto a quella di Achille. Turno è strumento della volontà di Giunone che interviene più volte in suo aiuto solo per prolungare la guerra e ostacolare il destino di Enea. Turno è un uomo offeso, orgoglioso e geloso che pretende di recuperare la dignità che sta perdendo a causa di Enea ma gli riconosce di aver vinto meritatamente, in quanto il destino lo aveva voluto, e di aver conquistato Lavinia.
L’umanità di Turno tocca l’apice quando, prima di essere ucciso da Enea, il suo pensiero va al padre Dauno come Ettore, prima di morire ucciso da Achille nell’Iliade, volge il pensiero agli anziani genitori.
Nell’ultima scena dell’Eneide notiamo un evidente parallelismo con l'Iliade: come Achille uccide Ettore per vendicare la morte di Patroclo, così Enea, alla vista del balteo dell’amico Pallante, non esita a sferragli il colpo fatale.
Ancora nell’Iliade il conflitto tra Achille ed Ettore svolgerà un ruolo decisivo nelle sorti della guerra di Troia, accelerando la caduta della città, rimasta priva del suo più grande difensore; invece nell’Eneide il conflitto finale porrà fine alla battaglia fra italici e troiani e permetterà a Enea di realizzare finalmente i decreti del Fato. Come quella di Ettore, anche la fine di Turno è un evento già fissato dal destino, una decisione che nessuno, neppure la ninfa Giuturna, la quale aveva tentato invano di salvare il fratello dalla morte, può contrastare. Nell’episodio omerico, il dio Apollo, a un certo punto abbandona il campo, ormai consapevole che il suo protetto, Ettore, è destinato a morire. Nei versi dell’Eneide, Giuturna vedendo una civetta volare, intuisce subito che era una Furia inviata da Giove e sa che non potrà più intervenire per aiutare il fratello. Turno, vedendo la civetta, si spaventa moltissimo e appare ai nostri occhi fragile e indifeso in quanto anche da egli viene interpretata come un presagio funesto inviato dagli dei per avvisarlo della sua imminente fine. Infatti, non appena l’uccello inizia a svolazzargli intorno, è colpito da una strana stanchezza (vv. 867-868 «Che sconosciuto torpore gli fiacca allora le membra! / I capelli si drizzano, la voce gli smuore in gola»); poi, quando solleva l’enorme pietra per scagliarla contro Enea avverte che le sue forze non sono più quelle di prima (v. 905 «le ginocchia gli tremano, / il sangue è intorpidito per il freddo»). A questo punto, l’eroe getta uno sguardo smarrito ai suoi, alla città, a tutto quanto faceva parte del suo mondo e che, fra poco, dovrà lasciare per sempre.
Le armi degli eroi
Nella notte precedente al duello tra i due eroi, Enea e Turno, Virgilio colloca la descrizione delle armi di Turno. Di queste spiccano i colori della corazza, l’oro e il pallido e opaco, ma non meno prezioso, oricalco (dal greco oreíchalchos, «rame dei monti»), forse ottone, e il rosso dei coni o delle protuberanze di sostegno al pennacchio che, per sineddoche, indicano l’elmo. La spada, temprata dal fabbro degli dei, Vulcano, sarebbe stata immersa nelle acque dello Stige perché diventasse infrangibile, con lo stesso procedimento con cui la dea Tètide aveva reso invulnerabile il corpo di suo figlio Achille, tenendolo per un tallone. Il possesso di questa spada di origine divina equipara, almeno per un’arma, Turno ad Enea, che invece dispone di armi interamente fabbricate da Vulcano, la cui creazione è descritta in Eneide VIII v. 370 sgg. e v. 439 sgg.
Virgilio, Eneide XII
vv. 87-91
Ipse dehinc auro squalentem alboque orichalco
circumdat loricam umeris; simul aptat habendo
ensemque clipeumque et rubrae cornua cristae.
ensem, quem Dauno ignipotens deus ipse parenti 90
fecerat et Stygia candentem tinxerat unda.
Traduzione di Luca Canali
[...] Egli poi si cinge le spalle di una corazza
ruvida d’oro e di bianco oricalco; e si adatta
la maneggevole spada, lo scudo e le punte del rosso cimiero;
la spada che il dio, signore del fuoco, aveva forgiato 90
al padre Dauno, e tuffata rovente nell'onda stigia.
Vengono qui riportati, per completezza, i versi iniziali della descrizione delle armi di Enea, tra le quali la spada fatifer («foriero di morte» o «foriero di fato», dunque «fatale»: sarà infatti questa spada che alla fine sopprimerà Turno) e lo scudo, per il quale si rimanda al sito apposito, frutto del lavoro della IV edizione dei Giochi Virgiliani. (https://sites.google.com/leomajor.edu.it/il-gruppo-virgiliani-presenta/home)
Virgilio, Eneide VIII
vv. 617-625
Ille, deae donis et tanto laetus honore,
expleri nequit atque oculos per singula volvit
miraturque interque manus et bracchia versat
terribilem cristis galeam flammasque vomentem 620
fatiferumque ensem, loricam ex aere rigentem
sanguineam ingentem, qualis cum caerula nubes
solis inardescit radiis longeque refulget;
tum levis ocreas electro auroque recocto
hastamque et clipei non enarrabile textum. 625
Traduzione di Luca Canali
Egli, lieto dei doni della dea e di tanto onore,
non riesce a saziarsi e percorre tutto con gli occhi,
e guarda ammirato e rigira tra le mani e le braccia
l'elmo terribile per le creste, che emette fiamme, 620
la spada mortifera e la rigida corazza di bronzo
sanguigna, enorme, quale una livida nube
arde ai raggi del sole e rifulge lontano
poi i levigati schinieri di elettro e d'oro raffinato,
e l'asta, e l'indescrivibile compagine dello scudo. 625
Il duello tra Enea e Turno
Turno balza giù dal carro, guidato dalla cara sorella Giuturna, e corre alla ricerca di Enea, pur consapevole della sua fine, ma il suo onore è più importante. Si scaglia attraverso il campo nemico, il suo slancio paragonato a un masso che, precipitando dall’alto, travolge tutto ciò che incontra, che riprende la similitudine omerica della foga di Ettore in Iliade XIII, e ferma il combattimento tra i Rutuli e i Latini, affinché gli lascino il campo per combattere Enea in un duello. Quest’ultimo sente le parole di Turno e si riversa nel campo percuotendo rumorosamente lo scudo con la lancia prima dell’assalto (v. 700, horrendumque intonat armis).
Virgilio, Eneide XII
vv. 684-689
Ac veluti montis saxum de vertice praeceps
cum ruit avulsum vento, seu turbidus imber 685
proluit aut annis solvit sublapsa vetustas;
fertur in abruptum magno mons improbus actu
exsultatque solo, silvas armenta virosque
involvens secum:
Traduzione di Luca Canali
Come quando un macigno cade a precipizio dalla vetta
d'un monte, staccato dal vento, sia che un torbido scroscio 685
lo trascini, o vecchiezza strisciando con gli anni ne dissolva
la base; il masso con grande impeto piomba rovinoso
nei dirupi, e rimbalza sul suolo, travolgendo con sé
selve, armenti, uomini:
Omero, Iliade XIII
vv. 136-145
Τρῶες δὲ προὔτυψαν ἀολλέες, ἦρχε δ᾽ ἄρ᾽ Ἕκτωρ
ἀντικρὺ μεμαώς, ὀλοοίτροχος ὣς ἀπὸ πέτρης,
ὅν τε κατὰ στεφάνης ποταμὸς χειμάρροος ὤσῃ
ῥήξας ἀσπέτῳ ὄμβρῳ ἀναιδέος ἔχματα πέτρης:
ὕψι δ᾽ ἀναθρῴσκων πέτεται, κτυπέει δέ θ᾽ ὑπ᾽ αὐτοῦ 140
ὕλη: ὃ δ᾽ ἀσφαλέως θέει ἔμπεδον, εἷος ἵκηται
ἰσόπεδον, τότε δ᾽ οὔ τι κυλίνδεται ἐσσύμενός περ:
ὣς Ἕκτωρ εἷος μὲν ἀπείλει μέχρι θαλάσσης
ῥέα διελεύσεσθαι κλισίας καὶ νῆας Ἀχαιῶν
κτείνων: 145
Traduzione di Guido Paduano
[...] I Troiani attaccarono in massa, guidati da Ettore
furioso, e come una pietra che rotola da una roccia,
spinta giù dalla cima da un torrente impetuoso,
che spezza per la pioggia infinita gli ostacoli,
rimbalza dall’alto, e sotto risuona la selva - 140
corre senza fermarsi finché arriva in pianura,
dove non rotola più, nonostante lo slancio -
così Ettore minacciava di giungere
facilmente al mare, tra le navi e le tende dei Greci,
uccidendo 145
Con lo stupore di entrambi gli schieramenti, che ricorda quello di Greci e Troiani di fronte a Paride e Menelao in procinto di scontrarsi nel terzo libro dell’Iliade, inizia la scena del duello tra Enea e Turno, che si può considerare l’equivalente di quello, celeberrimo, tra Ettore e Achille in Iliade XXII, vv. 131-363, di cui Virgilio recupera vari elementi. Le lance sono scagliate, entrambi i colpi vanno a vuoto e i due combattenti passano a un duello ravvicinato, facendo cozzare i rispettivi scudi e incrociando le spade. Virgilio riprende qui, come similitudine, un passo delle Georgiche, la lotta di due tori nell’altopiano della Sila, variando però lo scopo dello scontro: non si combatte più per la formosa iuvenca, bensì per il dominio sul territorio.
Virgilio, Eneide XII
vv. 715-722
Ac velut ingenti Sila summove Taburno 715
cum duo conversis inimica in proelia tauri
frontibus incurrunt, pavidi cessere magistri,
stat pecus omne metu mutum, mussantque iuvencae
quis nemori imperitet, quem tota armenta sequantur;
illi inter sese multa vi vulnera miscent 720
cornuaque obnixi infigunt et sanguine largo
colla armosque lavant, gemitu nemus omne remugit:
Traduzione di Luca Canali
E come quando, sull'immensa Sila o in vetta al Taburno, 715
due tori cozzano a testa bassa in aspra battaglia;
arretrano atterriti i pastori: tutto l'armento
ammutolisce per il timore, e le giovenche non intendono
a chi obbedisca la selva o tutta si accodi la mandria;
quelli si scambiano colpi con grande violenza 720
e forzando infiggono le corna, e bagnano il collo e le spalle
di fiotti di sangue; tutta la selva risuona d'un mugghio:
Virgilio, Georgiche III
vv. 219-241
Pascitur in magna Sila formosa iuvenca:
illi alternantes multa vi proelia miscent 220
volneribus crebris, lavit ater corpora sanguis,
versaque in obnixos urguentur cornua vasto
cum gemitu, reboant silvaeque et longus Olympus
Nec mos bellantis una stabulare, sed alter
victus abit longeque ignotis exulat oris, 225
multa gemens ignominiam plagasque superbi
victoris, tum, quos amisit inultus, amores;
et stabula aspectans regnis excessit avitis.
Ergo omni cura viris exercet et inter
dura iacet pernix instrato saxa cubili 230
frondibus hirsutis et carice pastus acuta,
et temptat sese atque irasci in cornua discit
arboris obnixus trunco ventosque lacessit
ictibus et sparsa ad pugnam proludit harena.
Post ubi collectum robur viresque refectae 235
signa movet praecepsque oblitum fertur in hostem:
fluctus uti medio coepit cum albescere ponto
longius ex altoque sinum trahit, utque volutus
ad terras immane sonat per saxa neque ipso
monte minor procumbit, at ima exaestuat unda 240
verticibus nigramque alte subiectat harenam.
Traduzione di Alessandro Barchiesi
Pascola nella grande Sila una bella giovenca:
quelli alternandosi con violenza intrecciano una battaglia a colpi fitti; 220
nero il sangue dilava i corpi,
e le corna puntate versio l’avversario nella carica si urtano tra smisurati muggiti;
rimbombano le selve e la distesa d’Olimpo.
E non è costume che i duellanti vivano insieme in una stalla,
ma lo sconfitto se ne va, esiliato, lontano in contrade sconosciute, 225
lamentando a lungo l’onta e i colpi del superbo vincitore e poi l’amore suo, perduto senza vendetta.
Guardando la stalla si allontana dai suoi regni aviti.
Perciò con ogni attenzione esercita le sue forze e
giace tra duri sassi, instancabile, 230
su un giaciglio coperto di fogliame ispido, nutrendosi di carice pungente,
e si mette alla prova e impara a gettare la sua rabbia nelle corna
cozzando sul tronco di un albero, sfida i venti
con i suoi colpi e si addestra alla battaglia spargendo intorno a sé il terriccio.
Poi, quando ha concentrato il suo vigore e recuperato le forze, 235
si mette in marcia e piomba a capofitto sul nemico che lo ha dimenticato,
come un’ondata quando comincia a biancheggiare in mezzo all’oceano,
da lontano, proprio dall’alto mare estende la sua curva, e rovesciandosi
verso terra risuona enormemente tra i massi
e ricade giù non meno alta della stessa scogliera; ma dal profondo l’onda ribolle 240
nei vortici e scaglia in su la sabbia oscura.
Nei versi successivi Virgilio riprende il topos omerico della bilancia sollevata da Zeus, che in Iliade XXII pendeva dalla parte di Ettore, destinato a perire, ma senza indicare con chiarezza verso dove pende questa volta, se per Enea o per Turno, quasi come se l’esito dello scontro fosse scontato.
Iuppiter ipse duas aequato examine lances 725
sustinet et fata imponit diversa duorum,
quem damnet labor et quo vergat pondere letum
Traduzione di Luca Canali
Giove, equilibrato l'ago, sostiene i due piatti 725
della bilancia, e vi pone i diversi destini dei due,
chi lo scontro condanni, dove col peso inclini la morte.
καὶ τότε δὴ χρύσεια πατὴρ ἐτίταινε τάλαντα,
ἐν δ᾽ ἐτίθει δύο κῆρε τανηλεγέος θανάτοιο, 210
τὴν μὲν Ἀχιλλῆος, τὴν δ᾽ Ἕκτορος ἱπποδάμοιο,
ἕλκε δὲ μέσσα λαβών: ῥέπε δ᾽ Ἕκτορος αἴσιμον ἦμαρ,
ᾤχετο δ᾽ εἰς Ἀΐδαο, λίπεν δέ ἑ Φοῖβος Ἀπόλλων.
Traduzione di Guido Paduano
Allora il padre Zeus tese la bilancia d’oro,
210 e vi mise due sorti di morte crudele,
l’una di Achille, l’altra di Ettore, abile nel domare i cavalli:
la tenne sospesa al centro e cadde il destino di Ettore,
che andò all’Ade, e lo abbandonò Febo Apollo
Turno incalza e colpisce Enea con la spada, ma questa, all’impatto con le armi dell’altro, forgiate dal dio Vulcano (Eneide VIII, v. 441 sgg.), va in frantumi. Difatti precedentemente Turno aveva per errore impugnato la spada del suo auriga Metisco, invece che quella del padre Dauno, anch’essa forgiata dal dio Vulcano (Eneide XII, vv. 90-91).
Tradito dall’arma, Turno fugge e Enea lo insegue, cinque giri compiono in corsa, emulatio dell’inseguimento di Ettore da parte di Achille (Iliade XXII, v. 136 sgg.), fino a giungere a dove si era conficcata la lancia di Enea. Quest’ultimo si getta a raccoglierla, ma solo l’intervento di Venere riesce a estrarre la lancia dalla radice del tronco, dove si era piantata. Nel frattempo anche Turno è tornato in possesso della sua spada, grazie a Giuturna, e i due eroi possono riprendere il duello, uno con il gladio, l’altro con l’asta.
Enea incalza e vibra l’asta arborea e rivolge parole di scherno a Turno. Dopo aver risposto all’avversario, Turno scorge nei pressi un ingente masso e tenta di scagliarlo contro Enea. Nei versi in questione Virgilio riprende il macigno scagliato da Ettore nel dodicesimo libro dell’Iliade, ma lo modifica sostanzialmente: il masso di Turno era tale che - riferisce l’autore - a fatica avrebbero potuto sollevare dodici uomini della sua epoca, mentre - secondo Omero - il macigno di Ettore lo avrebbero potuto sollevare, anche se difficilmente, due uomini del suo tempo; inoltre Virgilio stabilisce un diverso esito per Turno, il quale vacilla e non riesce a portare a termine il colpo come aveva fatto Ettore
Vix illud lecti bis sex cervice subirent,
qualia nunc hominum producit corpora tellus; 900
ille manu raptum trepida torquebat in hostem
altior insurgens et cursu concitus heros.
Sed neque currentem se nec cognoscit euntem
tollentemve manu saxumve immane moventem;
genua labant, gelidus concrevit frigore sanguis 905
Traduzione di Luca Canali
Lo porterebbero a stento sul collo dodici uomini scelti,
quali di membra attualmente produce la terra; 900
L'eroe, afferratolo con mano ansiosa, cercò di scagliarlo
sul nemico, ergendosi in alto e preso di corsa l'abbrivio.
Ma non si riconobbe nel correre, nel muoversi,
nell'alzare con la mano e nel librare il possente macigno;
le ginocchia vacillano, si rapprende gelido il sangue. 905
Allora la pietra, lanciata dal guerriero nel vuoto,
non percorse tutto lo spazio, né portò a termine il colpo.
Ἕκτωρ δ᾽ ἁρπάξας λᾶαν φέρεν, ὅς ῥα πυλάων 445
ἑστήκει πρόσθε πρυμνὸς παχύς, αὐτὰρ ὕπερθεν
ὀξὺς ἔην: τὸν δ᾽ οὔ κε δύ᾽ ἀνέρε δήμου ἀρίστω
ῥηϊδίως ἐπ᾽ ἄμαξαν ἀπ᾽ οὔδεος ὀχλίσσειαν,
οἷοι νῦν βροτοί εἰσ᾽: ὃ δέ μιν ῥέα πάλλε καὶ οἶος.
Traduzione di Guido Paduani
Ettore afferrò un macigno che stava 445
davanti alle porte, largo di sotto ma in cima
aguzzo; difficilmente l’avrebbero sollevato dal suolo
e messo su un carro due uomini, anche i più forti,
come sono gli uomini d’oggi; lui da solo lo palleggiò facilmente:
Enea approfitta allora dell’esitazione di Turno e scaglia l’asta, la quale apre i bordi della corazza di Turno e trapassa i cerchi più esterni dello scudo (formato da sette strati, di pelli o di bronzo), infiggendosi in piena coscia. Turno cade a terra, in ginocchio, e con lui gli cade addosso tutta la miseria umana: non è più un eroe, bensì un uomo destinato a perire, che ammette la propria sconfitta e supplica il nemico di risparmiarlo, o di almeno restituire il proprio cadavere al genitore, così che possa essere pianto e sepolto. Enea, al riferimento al padre Anchise, è turbato ed esita a uccidere un uomo già sconfitto, che ha ormai perso tutto; in questa sua pietas Enea si discosta dalla figura di Achille, alla quale viene spesso paragonato durante l’intero duello. Mentre Enea è incerto, però, sulla spalla di Turno rifulge il balteo di Pallante, giovane che era stato affidato alle cure di Enea, ucciso senza pietà da Turno anche se si era già arreso. Ecco che Enea infuria, al ricordo del caro amico, e, preso da cieca vendetta, come Achille era accecato dalla morte dell’amato Patroclo per mano di Ettore, giustizia Turno.
Virgilio, Eneide XII
vv. 930-952
Ille humilis supplex oculos dextramque precantem 930
protendens «Equidem merui nec deprecor» inquit:
«utere sorte tua; miseri te si qua parentis
tangere cura potest, oro (fuit et tibi talis
Anchises genitor), Dauni miserere senectae
et me seu corpus spoliatum lumine mavis 935
redde meis. Vicisti et victum tendere palmas
Ausonii videre; tua est Lavinia coniunx;
ulterius ne tende odiis». Stetit acer in armis
Aeneas volvens oculos dextramque repressit;
et iam iamque magis cunctantem flectere sermo 940
coeperat, infelix umero cum apparuit alto
balteus et notis fulserunt cingula bullis
Pallantis pueri, victum quem vulnere Turnus
straverat atque umeris inimicum insigne gerebat.
Ille, oculis postquam saevi monimenta doloris 945
exuviasque hausit, furiis accensus et ira
terribilis: «Tune hinc spoliis indute meorum
eripiare mihi? Pallas te hoc volnere, Pallas
immolat et poenam scelerato ex sanguine sumit».
Hoc dicens ferrum adverso sub pectore condit 950
fervidus; ast illi solvuntur frigore membra
vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.
Traduzione di Luca Canali
Egli da terra, supplice, protendendo lo sguardo e la destra 930
implorante: L'ho meritato, disse, e non me ne dolgo;
profitta della tua fortuna; tuttavia, se il pensiero d'un padre
infelice ti tocchi, prego - anche tu avesti un padre,
Anchise-, pietà della vecchiaia di Dauno,
e rendi me, o se vuoi le membra prive di vita, 935
ai miei. Hai vinto e gli Ausoni mi videro sconfitto
tendere le mani; ora Lavinia è tua sposa;
non procedere oltre con gli odii. Ristette fiero nell'armi
Enea, volgendo gli occhi, e trattenne la destra;
sempre di più il discorso cominciava a piegarlo 940
e a farlo esitare: quando al sommo della spalla apparve
l'infausto balteo e rifulsero le cinghie delle note borchie
del giovane Pallante, che Turno aveva vinto e abbattuto
con una ferita, e portava sulle spalle il trofeo nemico.
Egli, fissato con gli occhi il ricordo del crudele dolore, 945
e la preda, arso dalla furia, e terribile
nell'ira: Tu, vestito delle spoglie dei miei,
vorresti sfuggirmi? Pallante con questa ferita,
Pallante t'immola, e si vendica sul sangue scellerato.
Dicendo così, gli affonda furioso il ferro in pieno petto; 950
a quello le membra si sciolgono nel gelo,
e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre
Omero, Iliade XXII
vv. 322-354
τοῦ δὲ καὶ ἄλλο τόσον μὲν ἔχε χρόα χάλκεα τεύχεα
καλά, τὰ Πατρόκλοιο βίην ἐνάριξε κατακτάς:
φαίνετο δ᾽ ᾗ κληῗδες ἀπ᾽ ὤμων αὐχέν᾽ ἔχουσι
λαυκανίην, ἵνα τε ψυχῆς ὤκιστος ὄλεθρος: 325
τῇ ῥ᾽ ἐπὶ οἷ μεμαῶτ᾽ ἔλασ᾽ ἔγχεϊ δῖος Ἀχιλλεύς,
ἀντικρὺ δ᾽ ἁπαλοῖο δι᾽ αὐχένος ἤλυθ᾽ ἀκωκή:
οὐδ᾽ ἄρ᾽ ἀπ᾽ ἀσφάραγον μελίη τάμε χαλκοβάρεια,
ὄφρά τί μιν προτιείποι ἀμειβόμενος ἐπέεσσιν.
ἤριπε δ᾽ ἐν κονίῃς: ὃ δ᾽ ἐπεύξατο δῖος Ἀχιλλεύς: 330
[...]
τὸν δ᾽ ὀλιγοδρανέων προσέφη κορυθαίολος Ἕκτωρ:
‘λίσσομ᾽ ὑπὲρ ψυχῆς καὶ γούνων σῶν τε τοκήων
μή με ἔα παρὰ νηυσὶ κύνας καταδάψαι Ἀχαιῶν,
ἀλλὰ σὺ μὲν χαλκόν τε ἅλις χρυσόν τε δέδεξο 340
δῶρα τά τοι δώσουσι πατὴρ καὶ πότνια μήτηρ,
σῶμα δὲ οἴκαδ᾽ ἐμὸν δόμεναι πάλιν, ὄφρα πυρός με
Τρῶες καὶ Τρώων ἄλοχοι λελάχωσι θανόντα.’
τὸν δ᾽ ἄρ᾽ ὑπόδρα ἰδὼν προσέφη πόδας ὠκὺς Ἀχιλλεὺς:
‘μή με κύον γούνων γουνάζεο μὴ δὲ τοκήων: 345
αἲ γάρ πως αὐτόν με μένος καὶ θυμὸς ἀνήη
ὤμ᾽ ἀποταμνόμενον κρέα ἔδμεναι, οἷα ἔοργας,
ὡς οὐκ ἔσθ᾽ ὃς σῆς γε κύνας κεφαλῆς ἀπαλάλκοι,
οὐδ᾽ εἴ κεν δεκάκις τε καὶ εἰκοσινήριτ᾽ ἄποινα
στήσωσ᾽ ἐνθάδ᾽ ἄγοντες, ὑπόσχωνται δὲ καὶ ἄλλα, 350
οὐδ᾽ εἴ κέν σ᾽ αὐτὸν χρυσῷ ἐρύσασθαι ἀνώγοι
Δαρδανίδης Πρίαμος: οὐδ᾽ ὧς σέ γε πότνια μήτηρ
ἐνθεμένη λεχέεσσι γοήσεται ὃν τέκεν αὐτή,
ἀλλὰ κύνες τε καὶ οἰωνοὶ κατὰ πάντα δάσονται.
Traduzione di Guido Paduano
Era tutto coperto dalle armi di bronzo,
le bellissime armi che, uccidendolo, aveva tolto a Patroclo,
tranne che si vedeva il punto dove la clavicola divide il collo
dalle spalle, la gola, il punto dove la morte è più rapida. 325
Là, mentre attaccava, lo colpì con la lancia il nobile Achille,
e la punta gli attraversò il collo morbido,
ma l’asta pesante di bronzo non gli recise
la trachea, così che poteva parlare e rispondere; cadde riverso
nella polvere e su di lui si vantò il nobile Achille: 330
[...]
Gli rispose, senza più forze, Ettore, l’eroe dall’elmo splendente:
«Per la tua vita, per i tuoi ginocchi, per i genitori ti supplico:
non lasciare che mi divorino i cani presso le navi dei Greci,
ma accetta in abbondanza oro e bronzo, 340
il riscatto che ti daranno mio padre e la mia nobile madre,
e restituisci il mio corpo a casa, perché i Troiani e le spose
troiane mi concedano l’onore del rogo».
Lo guardò di traverso e gli rispose il veloce Achille:
«Cane, non mi pregare per i miei ginocchi né per i genitori: 345
vorrei che mi bastasse l’animo ed il furore
a tagliare il tuo corpo e a mangiarlo crudo, per quello che m’hai fatto,
com’è vero che nessuno allontanerà i cani dalla tua testa,
neanche se mi portassero un riscatto di dieci o venti
volte più grande e ne promettessero ancora, 350
neanche se Priamo discendente di Dardano ti ripagasse
a peso d’oro; neanche così la tua nobile madre
che ti ha partorito ti metterà sopra un letto funebre
e ti piangerà: ti sbraneranno tutto i cani e gli uccelli».