La pietas nella Roma antica
Secondo Cicerone, "pietas è la giustizia verso gli dèi" e, come tale, richiede un'accurata osservazione dei rituali per il sacrificio e una corretta esecuzione, ma anche la devozione e rettitudine interiore della persona. Cicerone, nel De Inventione, illustra la pietas più alta, quella del rispetto del cittadino nei confronti dello Stato che nel De republica definisce la pietas maxima.
Nella Roma antica, il concetto di pietas nasce insieme al concetto di civitas. È legato, infatti, al concetto di obbedienza e onore verso gli dei, una delle virtù più antiche del Mos maiorum: “Per una società come quella romana, le tradizioni sono il fondamento dell’etica: esse comprendono innanzitutto il senso civico, la pietas, il valore militare, l’austerità dei comportamenti e il rispetto delle leggi”.
Il mos maiorum, l’antico costume degli antenati, maturato insieme al forte legame verso la famiglia e la patria, fin dai tempi delle formazioni delle prime tribù ai primordi dell’Urbe è poi cresciuto insieme alla città.
Certamente, un grande merito nel ritorno alla sensibilizzazione degli animi va dato al Circolo degli Scipioni nel II sec a.C., a cui si deve il merito di aver dato impulso all’humanitas, intesa come attenzione ai bisogni umani. L’humanitas porta alla luce il dovere degli uomini , esalta la civiltà e la paideia ed è proprio questa rivoluzione di matrice filosofica a evidenziare quei valori del mos maiorum che rendono un uomo tale (Panezio, Περί του πρεποντός).
La pietas come necessità politica
Quando Augusto sale al potere nel 31 a.C., ha necessità di dare nuovo impulso al Mos maiorum e riportare in auge gli antichi ideali di Roma e della pax romana, dove la pietas è l’anello della catena che lega a sé tutti gli altri valori. Augusto sentiva la necessità di recuperare gli ideali antichi e restaurare quella Pax Romana tanto necessaria, dopo il terribile periodo delle guerre civili che avevano insanguinato, per un secolo, Roma, inoltre si ritrova a capo di una Roma immensa che aveva agglomerato molte altre culture e aveva bisogno di principi unificatori per riportare alla mente dei romani e far conoscere ai nuovi popoli gli antichi ideali e così il suo disegno politico è caratterizzato da una vera e propria propaganda: restaurare i valori del Mos maiorum, come si può vedere sulle monete del periodo.
La pietas si concentra in primis sulla rivalutazione del lavoro nei campi. Augusto chiede agli scrittori del circolo di Mecenate di riportare in luce la figura del pius agricola, il contadino che con il suo lavoro dà vita a tutti i principi del Mos maiorum. Pochi lavori come quello dei campi portano alla spontanea nascita di una comunità, dove si forma naturalmente un necessario aiuto reciproco. Portatrici del pius agricola sono le Georgiche di Virgilio.
Augusto poi cercò chi potesse scrivere di un eroe, Enea, portatore di tutti i valori augustei, in primis la pietas, e che descrivesse il suo capostipite (della gens Iulia).
L’imperatore pensa così ad un’opera che racconti il travagliato viaggio di Enea alla ricerca di una nuova terra, che diventerà il poema nazionale di Roma. Affida il compito a Virgilio.
La pietas nell’Eneide
La pietas è definibile come una qualità universale, in quanto occupa i principali campi del vivere umano: si tratta infatti di dovere e devozione verso gli dei, di amore ed affetto, tanto per i genitori ed i figli quanto per la patria e gli amici, e infine di personale clemenza, giustizia e senso del dovere. Enea è l’eroe pius, l’eroe che cioè è devoto alla patria, alla famiglia e agli dèi. La pietas è uno degli antichi valori romani: Enea non è un eroe feroce o spietato, non cerca la gloria con le armi e con la fuga, semplicemente sceglie di sottostare al volere delle divinità. Il pius Enea è un uomo ricco di virtù che antepone qualsiasi cosa all’amore per la famiglia e per la patria sottomettendosi alla missione che il destino gli ha affidato. Enea rinuncia ai suoi valori più cari, rinuncia all’amore per Didone, quando si vede costretto a lasciare Cartagine per partire verso la terra che gli è destinata per il volere degli dèi. Quando Troia sarà in fiamme, Enea porterà in salvo suo padre Anchise e suo figlio Iulo, perdendo purtroppo sua moglie Creusa in mezzo alla confusione della battaglia, tornerà indietro per cercarla ma invano. Quando sarà per mare in mezzo alla tempesta, in un momento di difficoltà e paura, pregherà gli dèi facendo emergere il suo lato umano; così come quando subito dopo esser sbarcato in Tracia, per ringraziare sua madre Venere compirà un sacrificio in suo onore.
Enea dimostra sin dai primi episodi che nella maggior parte delle sue azioni inevitabilmente si nota il marcato segno di questa pietas. Durante il discorso-esortazione che egli fa ai suoi compagni dopo la tempesta ed il naufragio (I, vv. 198-207), si nota come Enea si carichi sulle sue spalle tutta la responsabilità di una situazione di emergenza:
O socii (neque enim ignari sumus ante malorum)
o passi graviora, dabit deus his quoque finem.
Vos et Scyllaeam rabiem penitusque sonantis
accestis scopulos, vos et Cyclopia saxa
experti: revocate animos maestumque timorem
mittite; forsan et haec olim meminisse iuvabit.
Per varios casus, per tot discrimina rerum
tendimus in Latium, sedes ubi fata quietas
ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae.
Durate et vosmet rebus servate secundis.
Enea è uno dei tanti Troiani che stanno fuggendo dalla vecchia patria alla ricerca di una nuova, con un coraggio ed un valore eccezionali, che involontariamente portano i suoi compagni a vederlo come una sorta di faro, di guida.
Enea al v.198 chiama gli altri socii, compagni: egli vive nella stessa loro dimensione, è uno di loro; appare netta la differenza con Ulisse, il quale aveva un ruolo di capo-eroe. Caratteristica di Ulisse era la métis, la sapiente capacità di aspettare il momento favorevole per agire a proprio vantaggio o per la propria salvezza; peculiarità di Enea invece, nel momento in cui veste i panni del naufrago e del viaggiatore, non è la capacità di attendere, di riflettere, la métis insomma, ma proprio la pietas, che porta ad un successo meno solitario e, nello stesso tempo, più faticoso e doloroso.
È interessante da questo punto di vista anche il passo dell’addio a Didone. Anche qui gioca un ruolo determinante la pietas, intesa come osservazione scrupolosa del volere divino: Mercurio, messaggero di Giove, lo ammonisce a lasciare Cartagine e a proseguire il viaggio. Enea non ha dubbi, ma il colloquio che è costretto ad avere con Didone è più una accusa-supplica da parte della regina. Enea accenna così alla natura divina del suo viaggio dicendo:
Nunc etiam interpres divom Iove missus ab ipso
(testor utrumque caput) celeris mandata per auras
detulit: ipse deum manifesto in lumine vidi
intrantem muros vocemque his auribus hausi.
Desine meque tuis incendere teque querellis:
Italiam non sponte sequor.
Enea rappresenta così un nuovo tipo di eroe: egli opera diverse scelte, per le quali si trasforma dall’antico eroe, che lotta in armi anche di fronte ad un inevitabile scacco, al “nuovo” eroe, che sceglie la fuga senza più sentirla come una viltà, ma come una dolorosa necessità imposta dal Fato.
La pietas è anche “la pietà per i vinti”. Sotto quest’aspetto l’Eneide rappresenta un’eccezione: l’eroe troiano prova compassione per gli uomini da lui uccisi. Il nuovo eroe di cui si parlava prima ha una profonda umanità, che lo spinge ad esitare davanti ad un gesto crudele e a soffrire tanto quanto le vittime di tali gesti: esempi sono le vicende di Lauso e Pallante e di Eurialo e Niso.
La sicurezza di Enea si incrina davanti alla morte, alla violenza e alla tragedia della sofferenza delle vittime di un fato crudele.
Il documento migliore per la grandezza di Enea è il Libro XII.
Già sono chiari i versi 190-194:
Nec mihi regna peto: paribus se legibus ambae
invictae gentes aeterna in foedera mittant.
Sacra deosque dabo; socer arma Latinus habeto,
imperium sollemne socer; mihi moenia Teucri
constituent urbique dabit Lavinia nomen.
Promettendo di essere un vincitore pacifico, equanime, clemente e rispettoso del fronte avverso, Enea in linea con la sua pietas mette in chiaro che l’apporto dei Troiani sarà un arricchimento sul piano sacrale mentre grazie al duello nessuno dei due popoli dovrà subire l’onta della sconfitta.
Anche nei versi 572-573 emerge la pietas:
Hoc caput, o cives, haec belli summa nefandi;
ferte faces propere foedusque reposcite flammis.
Enea fa riferimento alla violazione del patto. Turno è ritenuto da Enea già vinto in base a questa violazione; sul nemico peseranno l’avversione degli dèi.
Verso la fine del libro XII si narra della morte di Turno, che offre il petto ad Enea ed allo stesso tempo chiede di essere risparmiato (vv. 931-948).
"Equidem merui nec deprecor" inquit
"utere sorte tua. Miseri te si qua parentis
tangere cura potest, oro - fuit et tibi talis
Anchises genitor - Dauni miserere senectae
et me seu corpus spoliatum lumine mavis
redde meis. Vicisti, et victum tendere palmas
Ausonii videre; tua est Lavinia coniunx:
ulterius ne tende odiis." Stetit acer in armis
Aeneas, volvens oculos, dextramque repressit;
et iam iamque magis cunctantem flectere sermo
coeperat, infelix umero cum apparuit alto
balteus et notis fulserunt cingula bullis
Pallantis pueri, victum quem volnere Turnus
straverat atque umeris inimicum insigne gerebat.
Ille oculis postquam saevi monumenta doloris
exuviasque hausit, furiis accensus et ira
terribilis: "Tune hinc spoliis indute meorum
eripiare mihi? Pallas te hoc volnere, Pallas
immolat et poenam scelerato ex sanguine sumit."
Si scontrano in Enea due “virtù complementari” della pietas: quella alla clementia e comprensione misericordiosa di chi soffre e quella orientata al mantenimento della fides nei confronti di Evandro e Pallante.
Enea vorrebbe risparmiarlo ma alla vista del balteo che apparteneva a Pallante sente il desiderio di una giusta vendetta. Il gesto violento che Enea finisce per compiere non è dovuto al suo carattere crudele, ma al desiderio di punire colui che ha ucciso e poi depredato l’amico.
Se prima ci si era riferiti in un paragone ad Ulisse, qui è il caso di far notare l’assoluta diversità tra Enea ed un altro eroe omerico, Achille, il quale nell’Iliade, una volta ucciso il nemico Ettore, fa scempio del suo cadavere senza provare pietà né rispetto.
“La pietà per i vinti” è tesoro di pochi valorosi uomini: Enea è uno di questi, ha le caratteristiche di un tipo d’eroe devoto agli dèi che conosce l’amarezza della rinuncia e il dovere della missione.
Ma non mancano esempi di alta pietas, fra tutti quello in cui, invece di scegliere una possibile salvezza per sé, torna indietro nella Troia in fiamme, per salvare suo padre. L’eroe si getta tra i vicoli della città più e più volte, anche per cercare la moglie, incurante del pericolo.