Vengono in seguito riportati i commenti personali elaborati dagli studenti della squadra dei Giochi Virgiliani
Il dodicesimo e ultimo libro dell’Eneide segna la fine delle peripezie di Enea in seguito alla vittoria su Turno e all’insediamento definitivo dei troiani in Italia. Quest’ultimo libro, come anche i precedenti cinque, fa parte del cosiddetto ciclo iliadico poiché caratterizzato principalmente da scene di battaglia e duelli all’ultimo sangue. Tuttavia quest'ultima parte dell’Eneide non è composta solamente da episodi bellicosi come l’Iliade ma anche da momenti in cui per alcuni istanti viene mostrato l'umanità dei personaggi in mezzo alla mera battaglia. Prima fra tutti Giuturna, la ninfa immortale sorella di Turno che è costretta ad abbandonare per l’eternità l’amato fratello. Lei, attraverso il proprio lamento funebre, apre uno squarcio in mezzo all’azione epica facendo retrocedere la propria immortalità, il suo essere divina, per assumere un lato molto più umano che la porta a soffrire per il fratello e ad invocare anche per lei la morte. Allo stesso modo Enea, l’invincibile eroe troiano, capo spedizione, figlio di una ninfa e predestinato dagli dei a fondare una nuova città in Italia, ritorna per un istante a una dimensione più umana dove egli prova dei veri e propri sentimenti quali la compassione nei confronti di Turno. Infatti ascoltando le parole del rivale prova una certa compassione e decide di risparmiarlo ma immediatamente il suo lato umano, fatto non solo di compassione ma anche di vendetta, viene offuscato da questa alla vista dell’armatura appartenente al giovane Pallante che ora è indosso a Turno. Tuttavia, nonostante l’uccisione di Turno, Enea mostra la propria umanità e in particolare il suo essere pius non facendo scempio del cadavere nemico a differenza dell’eroe iliadico Achille.
Il duello tra Turno ed Enea è sicuramente uno degli episodi più importanti e conosciuti del XII libro dell’Eneide. I riferimenti omerici sono molteplici in tutta l’opera, ma in questo episodio in particolare è impossibile non notare le somiglianze con il duello tra Achille ed Ettore nell’Iliade. In Virgilio si può notare, però, una particolare attenzione all’animo umano, anche i grandi eroi si trovano in difficoltà di fronte alla morte: Turno giace a terra impaurito e cerca in tutti i modi di avere salva la vita, non vuole accettare il volere del Fato, ed Enea è combattuto, forse avrebbe anche ceduto se non avesse avuto modo di ricordarsi di Pallante, il compagno ucciso. Rispetto ai personaggi omerici, quelli di Virgilio, quindi, appaiono più “umani”: in particolar modo Turno, il quale si era presentato per la prima volta nel poema come un guerriero forte e impetuoso, muore circondato da angoscia e malinconia, non si ritrova la classica figura dell’“antagonista” arrogante e sprezzante del pericolo.
È interessante che l’Eneide si chiuda non con un’immagine solenne dell’eroe trionfante, ma con un’immagine di morte (vitaque cum gemitu fugit indignata per umbras), un uomo che si ritira tra le ombre dell’aldilà consapevole del suo destino amaro e ingiusto, in quanto morto prematuramente. Il tema ultimo su cui Virgilio ci lascia riflettere è quello del dolore e della sofferenza che possono abbattersi in qualsiasi momento sugli uomini e sembra quasi una premonizione su ciò che la storia può riservare, anche ai più valorosi.
Nel libro della pietas si evince che questo nobile sentimento fosse ampiamente apprezzato e valorizzato dalla propaganda di Augusto. Per questo Virgilio affida la sua storia ad un popolo pio con un condottiero assolutamente pio che è pronto a sacrificare i suoi affetti personali per portare avanti più importanti valori, e tra tutti proprio la devozione ovvero pietas. (Si veda la partenza dalla Libia e l’abbandono di Didone.)
Virgilio doveva scrivere l’Eneide con l’intento di comporre un libro che facesse da portatore delle virtù che Augusto proteggeva e propagandava nel suo nuovo principato, che da lì a poco sarebbe diventato ufficialmente impero. Personalmente sono sicuro che la pietas sia un valore essenziale, razionale e prezioso per l’epoca di Virgilio ma anche per la nostra; anche quando la incontriamo nella sua variante moderna, dove ha assunto il grado di sinonimo di compassione.
Nel XII libro dell’Eneide, Virgilio racconta lo scontro finale tra Enea e Turno, il quale, non solo concluderà la sua opera, ma determinerà anche il destino di Roma.
La descrizione dei due eroi serve anche per enfatizzare i temi principali dell’opera, come per esempio la pietas, ovvero, il rispetto per gli dèi, per la famiglia e per la patria. Enea è rappresentato esattamente come l’incarnazione di questo concetto. Ne abbiamo un esempio proprio durante l’ultimo libro, quando Enea posto davanti al dilemma morale di risparmiare Turno o meno, alla vista della cintura di Pallante, sebbene sia un uomo pius cederà all’ira, uccidendolo. La sua azione, però, comprende la pietas per altri uomini, in quanto Pallante era stato a sua volta ucciso e depredato da Turno.
Turno, d’altro canto, mentre nei libri precedenti è descritto come superbo e arrogante, ora si mostra fragile e disorientato, soprattutto dopo esser stato ferito. Alla vista della civetta, segno di malaugurio, mandata da Giove, Turno capisce che il suo destino è morire ed è irreversibile, inoltre, non potendo più contare nemmeno sull’aiuto divino della sorella Giuturna, egli accetta quello che il fato ha in serbo per lui. Enea e Turno, quindi, rappresentano due diverse forme di eroismo, da una parte Enea, eroe tragico che si sacrifica per un bene più grande, mettendo il dovere davanti alla sua gloria personale, dall’altra Turno, eroe valoroso, che difende con orgoglio il suo popolo e il suo onore.
Nell’Eneide di Virgilio, il XII libro è particolarmente interessante poiché offre la narrazione della battaglia finale tra Enea e Turno ovvero la conclusione delle lunghe avventure dell’eroe. Soprattutto in quest’ultima parte dell’opera compaiono molti riferimenti all’Iliade di Omero, legati principalmente alla battaglia tra Achei e Troiani e soprattutto sulle figure di Achille ed Ettore, ma anche a riferimenti di personaggi direttamente discendenti da eroi Omerici come, ad esempio, la figura di Eumede, figlio di Tolone. Proprio per questo motivo i libri che vanno dal VII al XII vengono considerati come la sezione prettamente iliadica del poema, dominata dal tema della guerra, seguito da elementi naturali come il paesaggio. È importante ricordare che Virgilio cerca di competere con i grandi modelli del passato sforzandosi di eguagliarli o addirittura superarli e, per la maggior parte delle descrizioni narrative dell’Eneide, cerca di prendere spunto dalle opere del Corpus Omerico. Per questo motivo nell’opera emergono riferimenti così assai frequenti all’Iliade.
Una funzione importantissima che spesso cade in secondo piano è quella degli auspici e della lettura del fato a partire dagli uccelli. In Virgilio, infatti, gli auspici giocano un ruolo assai significativo in quanto sono uno dei tramiti principali tra la sfera umana e divina. Un bellissimo episodio è quello legato all’improvviso prodigio dell’aquila e del cigno: in cielo appare un’aquila che, ghermito il cigno più bello dell’intero stormo, deve subito difendersi dall’assalto degli altri volatili e quindi abbandonare la preda per salvarsi. Questo signum viene colto positivamente in quanto la presenza dell'aquila suggerisce come gli dèi siano favorevoli ad Enea e di come quest’ultimo sia destinato alla vittoria.
Il XII libro dell’Eneide sancisce la fine di un lungo viaggio compiuto da Enea per volere del fatum, forza misteriosa che regola gli eventi del mondo, trascina e piega al suo volere uomini e dei. Questa concezione impregna tutto il poema virgiliano e anche quest’ultimo libro, in particolare all’interno del dialogo tra Giove e Giunone (vv. 793-840), durante il quale il padre degli dei invita la consorte ad abbandonare Turno al suo destino e smettere di insidiare Enea perché è stabilito dal fato che il primo soccomba e il secondo trionfi indigentem Aenean scis ipsa et scire fateris / deberi caelo fatisque ad sidera tolli. Giunone si trova ad accettare, seppur a malincuore, perché sa che continuare a battersi sarebbe inutile; tuttavia chiede al marito che i Troiani, una volta stanziatisi nel Lazio, abbandonino i loro antichi nomi e costumi vetus indigenas nomen mutare Latinos / neu Troas fieri iubeas Teucrosque vocari / aut vocem mutare viros aut vertere vestem. È interessante notare che questa richiesta viene formulata perché non esiste alcuna legge superiore lo vieti nulla fati quod lege tenetur. In relazione al potente ruolo del fato risulta significativo anche un precedente episodio che vede Giove pesare su una bilancia i destini di Turno ed Enea e apprendere chi sarebbe dovuto morire Iuppiter ipse duas aequato examine lances / sustinet et fata imponit diversa duorum, / quem damnet labor et quo vergat pondere letum (vv. 725-727), esito che Virgilio sceglie di non comunicare. La medesima scena compare anche in Omero, nel XXII libro dell’Iliade (vv. 208-213) dove viene compiuta un’operazione analoga con i destini di Ettore e Achille.
Enea diventa quindi un mezzo per la realizzazione dei progetti del fato e le sue reticenze e incertezze, come l’attimo di vertigine che ha prima di colpire a morte Turno, devono sempre essere superate in nome di un fine più alto. Sono proprio queste caratteristiche a far sì che anche noi moderni sentiamo questo eroe così vicino; lo percepiamo affine a noi proprio a causa della sua umanità e a volte persino fragilità, emozioni che lo rendono complesso, tormentato ma anche estremamente affascinante.
Il dodicesimo libro dell’Eneide si apre con la volontà da parte dei Latini di porre fine al conflitto contro i Teucri assedianti mediante un duello tra Turno ed Enea, duello che inizialmente sfuma in quella che sembra l’ennesima battaglia campale, ma che infine ha luogo pur nella mischia e si risolve con la vittoria dell’eroe Troiano. Il tema del duello, quindi, è sia punto di avvio sia di conclusione, contiene e percorre tutte le altre vicende di questo libro. Il duello finale può avere un solo esito, cioè la vittoria dell’eroe sul suo avversario e il compimento del volere del Fato, secondo cui Enea avrebbe fondato una nuova stirpe in terra italica; tuttavia, la scelta operata da parte dell’eroe di uccidere il nemico che implorava pietà fa sorgere dei dubbi, pone delle domande sull’effettiva pietas dell’eroe troiano e sul significato che ad essa si può attribuire. Enea nell’uccidere Turno agisce in conformità alla pietas vendicando l’amico Pallante oppure viene meno ad essa finendo il nemico che chiede salva la vita? Fin dall’antichità al finale dell’Eneide sono state date diverse interpretazioni anche discordi tra loro, ognuna delle quali presenta dei punti di forza come anche delle criticità. Un’interpretazione tra le più antiche è quella dei commentatori tardoantichi, i quali sostenevano che Enea vendicando Pallante e punendo Turno per l’oltraggio arrecato a quest’ultimo, avesse agito confermando la sua pietas. Secondo una delle interpretazioni più moderne, ossia quella di Michael Putnam, invece, nonostante Enea inizialmente esiti, consideri la possibilità di risparmiare Turno e di comportarsi in ottemperanza ai principi etici da cui si fa guidare in tutto il corso del poema, quando vede il balteo di Pallante l’eroe viene investito dall’ira e dal dolore, la sua parte irrazionale ha il sopravvento sulla morale e sulla pietas e lo porta a compiere un gesto che va contro questi ultimi. Nel finale del poema l’eroe perde la sua patina di perfezione e mostra il suo lato più umano e fallibile.
Non potremo mai sapere cosa Virgilio volesse davvero comunicare, ma a mio parere l’atto finale dell’eroe proprio per il fatto che porta i lettori di ogni tempo a interrogarsi sulla pietas e sul suo
significato è un elemento che contribuisce all’eterno fascino del poema.
Virgilio trae indubbiamente ispirazione dall’Iliade per la redazione del libro XII dell’Eneide, che può essere definito il libro di Turno dal momento che con lui si apre (vv. 1-2: Turnus ut.../...videt...) e con lui si chiude (v. 952: fugit...sub umbras). Dunque l’autore si cimenta nell’aemulatio, una ripresa del celebre modello con lo scopo di omaggiarlo e superarlo: introduce inoltre degli elementi originali, tipici della cultura romana, per esempio l’intervento degli uccelli che marcano il ritmo dell’azione. Il destino di Turno nel libro XII appare fatto di aves che parafrasano ogni volta nel linguaggio dei signa ciò che si deve attendere: tutto ciò risulta ben comprensibile nella cultura romana in cui il comportamento degli uccelli e la loro natura contiene realmente la parola pronunciata dal fato e la trasmette agli uomini in un linguaggio arduo e incomprensibile ai più; i presagi devono pertanto essere interpretati dagli auguri. Nell’ultimo libro del poema, in primo luogo si ha un prodigio fittizio che ha come protagonista un cycnus excellens che riesce a sfuggire al sacer ales e così facendo fa sperare i Rutuli in una vittoria: si tratta di un presagio favorevole perché rovescia la crudeltà dell’ordine naturale. Verso la fine del libro invece compare la Dira in forma di gufo, o di civetta secondo il parere di Servio, la quale si accanisce contro l’eroe: qui la sorte di Turno appare chiara. Ad anticipare la morte di Turno è presente anche l’originale similitudine della rondine nigra, aggettivo che ha la funzione di preannunciare il cupo destino che incombe sull’eroe.
Sebbene Turno possa sembrare, di primo acchito, un mero antagonista alla figura di Enea, approfondendo i tratti psicologici e caratteriali dell’eroe, si può subito notare come sia uno dei personaggi più interessanti di tutto il poema. Virgilio, con la sua capacità scrittoria, è in grado di evidenziare i suoi comportamenti e la sua psicologia partendo sin dal momento in cui Turno si sente forte e invincibile fino al momento in cui è spaventatissimo per la sua fine.
La divinità protettrice di Turno, Giunone, dopo averlo assecondato e protetto, solo alla fine decide di non aiutarlo, in quanto sa cosa sta per accadere e ritiene di non poter far nulla per opporsi al corso del fato. Nel duello finale tra Enea e Turno, il carattere del nostro “antagonista” cambia radicalmente: prima molto presuntuoso e senza alcuna paura, sembra ora docile e spaventato dalla morte imminente.
Viene citato anche nel I canto dell’Inferno della Divina Commedia, nel quale si parla delle sue azioni meschine nei confronti dei due avversari Eurialo e Niso. L’immedesimazione nei due personaggi principali del XII libro viene molto facile, in quanto Virgilio in questo libro più che mai, come detto, presta grande attenzione ai tratti psicologici dei personaggi e ai loro cambiamenti di atteggiamento nel corso di tutta la vicenda.
L’uscita di scena di Turno è probabilmente la parte più angosciosa del libro: il pensiero dell’eroe rivolto al padre, il colpo decisivo di Enea dopo aver visto il balteo dell’amico Pallante e l’anima di Turno, che dopo aver lasciato il corpo, vaga indignata nel campo di battaglia provoca molta paura nonostante si sappia, in cuor proprio, che Enea ha vinto meritatamente. L’unico barlume di pietà che può emergere in noi è quella nei confronti del padre Dauno che, già molto vecchio, sappiamo dovrà sopportare la morte del figlio come Priamo ha dovuto fare per suo figlio Ettore.
In procinto di combattere contro Turno, Enea riceve dalla madre lo scudo che Efesto, dio del fuoco, ha forgiato per lui. Sullo scudo si trova rappresentata in breve la storia di Roma e, da Ascanio, una dopo l’altra, tutte le guerre che sarebbero poi state combattute dalla stirpe nata da lui. Nella prima immagine sono rappresentati Romolo e Remo allattati dalla Lupa, nella seconda il ratto delle Sabine, poi il supplizio di Mezio Fufezio, l’eroismo di Orazio Coclite e Clelia contro l’assedio di Porsenna. Nel quinto settore troviamo i Galli di Brenno, nel sesto le danze e i riti sacri, in seguito il tartaro, poi la battaglia navale di Azio con i suoi schieramenti, e infine il trionfo di Augusto. I Salii sono i protagonisti della scena riguardante le danze e i riti sacri. Essi facevano parte di un antichissimo collegio sacerdotale romano, che secondo la tradizione venne istituito dal re Numa Pompilio. I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Vates, direttore del coro, ed il Praesul, che dirigeva la danza saliare (una danza militare di sacerdoti armati, per questo detta “bellicrepa”- guerra- che produce un rumore assordante). I Salii erano preposti alla protezione dell’Ancile, lo scudo consegnato da Marte a Numa Pompilio come pegno dell'eterna salvezza ed invincibilità di Roma, e delle altre undici identiche copie degli scudi, forgiate dal fabbro Mamurio Veturio, così che fosse impossibile per i nemici di Roma sottrarre quello autentico.
Nell'ultimo libro dell’Eneide si narra ancora la guerra: solo l'ira di Giunone impedisce la conclusione del poema e costa nuove stragi, quando ormai la sorte è segnata e a nulla possono valere l'eroismo e il sacrificio per la patria.
Il modello omerico del duello fra Achille ed Ettore è seguito in modo fedele, soprattutto nell'episodio della fuga; d'altra parte, come in Omero, la sconfitta dell'eroe è dovuta soprattutto all'intervento divino, che scioglie le forze dell'avversario; analogamente, l'ultimo colpo sul nemico è provocato dalla vista delle armi del compagno ucciso.
Il poeta domina dall'esterno una narrazione costruita in modo sapiente soprattutto per la capacità di inserire eventi che ritardano la vicenda centrale, il duello fra Enea e Turno: in tal modo lo scioglimento definitivo della vicenda viene continuamente rimandato e accresce l'attesa del lettore.
La scena finale è dominata da Turno, che pensa ancora di poter risolvere con le sue forze una situazione ormai decisa, confidando anche nell'aiuto della sorella Giuturna, la ninfa immortale che invano, nel momento in cui capirà di dover abbandonare il fratello, invocherà la morte.
Enea, anche in questo momento decisivo, mantiene la sua caratteristica di eroe saggio e pietoso: disarmato, avanza a fermare le schiere, poi esita a riprendere la lotta e a uccidere Turno.
Di fronte al nemico caduto ai suoi piedi egli comprende tutta l'inutilità del sacrificio e prova pietà verso il nemico: solo il balteo di Pallante, che gli ricorda un altro giovane innocente ucciso, gli impone il dovere della vendetta, creando così un parallelismo con Achille.
Enea nel corso di tutto il poema è rappresentato con l’aggettivo ‘pio’; nel duello fra l'eroe troiano e Turno osserviamo una trasformazione di Enea che diventa un guerriero che segue il codice eroico tipico dei protagonisti dei poemi omerici.
Il dodicesimo libro dell'Eneide di Virgilio vede come protagonisti Enea e Turno, re dei Rutuli.
Uno dei passaggi più significativi del libro è la descrizione del duello tra i due eroi: Virgilio ci offre un quadro epico di coraggio e sacrificio, con entrambi i guerrieri che lottano con foga e onore per i propri ideali e la propria patria. I due sono descritti come eroi valorosi e il loro combattimento è ricco di suspense e pathos. Il duello riflette il concetto greco di "aretè", in quanto entrambi cercano di dimostrare la propria virtù.
È importante sottolineare anche la presenza degli dèi, come Giove e Venere, che intervengono durante il corso del libro per favorire il loro campione: questo ricorda il coinvolgimento degli dèi olimpici nell'Iliade.
La morte simbolica di Turno segna invece la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. La sua sconfitta rappresenta la vittoria della volontà degli dèi, che hanno guidato Enea verso il suo destino di fondatore di una nuova civiltà. Tuttavia, la sua morte è celebrata come una tragedia, poiché rivela il costo personale della guerra e della rivalità.
Inoltre, il dodicesimo libro dell'Eneide offre una riflessione profonda sul concetto di pietas, il dovere filiale e religioso che governa le azioni di Enea: la determinazione nel perseguire il suo destino nonostante le avversità e i sacrifici richiesti è esemplare.
Infine, il libro si conclude con la celebrazione del trionfo di Enea e la profezia del futuro glorioso di Roma.
Il libro XII del poema virgiliano si chiude lasciando impressa nel lettore una questione a cui forse non è possibile fornire un'unica e oggettiva risposta: Enea è davvero l’eroe della pietas (insignem pietate virum, v.10) o è un uomo fallibile che talvolta si lascia travolgere dalle passioni (furiis accensus et ira terribilis, v.946 ) manifestando così atteggiamenti empi?
Fino a questo passo del poema si sarebbe portati certamente a constatare che Enea ha sempre manifestato un comportamento retto e virtuoso verso gli dèi, verso gli uomini. Tuttavia, gli ultimi versi dell’opera virgiliana instillano dei dubbi che fanno apparire la figura del protagonista come contraddittoria e non pienamente razionale. L’eroe infatti uccide Turno per vendicare la morte di Pallante e in segno di compassione verso il padre Evandro. Tale atto porta tuttavia con sé una dicotomia: da un lato se si considera il motivo che spinge l’eroe a compiere l’omicidio, è evidente la rettitudine di Enea, desideroso di vendicare sia la morte di Pallante sia la violazione del patto. Secondo questa prospettiva, dunque, il protagonista è colui che ristabilisce la giustizia e appare dunque assolutamente pius.
D’altro canto, però, se si considera l’atto dell'uccisione in sé, questo non può che essere considerato empio. “Hai ritenuto che proprio ciò che quello ha compiuto in modo disumano e odioso fosse un dovere imposto dalla pietas”: questo il commento che Lattanzio propone nelle Divinae Institutiones ponendo in evidenza come la violenza non possa mai essere portatrice di giustizia. “La pietas è quella di chi non conosce guerre, di chi è in armonia con tutti, di chi è amico anche dei propri nemici” continua Lattanzio.
Enea perde quindi tutte le fattezze di eroe e si rivela invece come uomo fallibile, incapace di domare i propri istinti con l’utilizzo della ragione. Per questo anche se il libro si conclude con la morte di Turno, in un certo senso si può constatare anche una sconfitta che incombe su Enea: la sconfitta di colui che, credendo di agire in modo pio, perde in realtà ogni forma di pietas.
Durante il mio percorso effettuato durante i Giochi Virgiliani ho ragionato molte volte sulla questione del comportamento di Enea riguardante il valore della pietas dopo aver ucciso il re Turno. Sinceramente non mi sento di biasimarlo perché è stato semplicemente compiuto da quella voce che risiede in ognuno di noi e che precede sempre la ragione della quale Virgilio è rappresentante ovvero, l’istinto di proteggere le persone che ci stanno a cuore. Infatti Enea, dopo aver visto le armi di Pallante addosso al rivale Turno, sente subito che il rispetto nei confronti di un avversario è stato violato e quindi interviene (come si suole dire, "a mali estremi estremi rimedi"). L’istinto è quel qualcosa che rende tutti noi, insieme alla ragione, secondo lo stoicismo, cittadini del mondo.
Svolgendo questi approfondimenti mi sono resa conto che la pietas è un topos anche per i poeti moderni. Mi sono molto appassionata alle diverse visioni che ogni poeta poteva avere su questa, influenzato dall’epoca in cui viveva o dal concetto che, grazie agli studi, perseguiva. Personalmente penso che la pietas ai giorni d’oggi sia il rispetto, la compassione, la responsabilità, un insieme di valori che possono essere manifestati in diversi modi come la cura dei familiari o l’attenzione per gli anziani o più semplicemente il rispetto per i coetanei. Dopo la pandemia che ha segnato tutti noi, ci siamo chiusi e molto spesso anche nascosti dietro uno schermo, le relazioni si formano sulle diverse piattaforme a nostra disposizione facendoci mancare così il contatto fisico, il vedersi “di persona” e alcune persone, mi viene da dire quelle più fragili, non hanno rispetto per le altre persone insultandole, umiliandole. La tecnologia però ci ha dato i mezzi necessari per conoscere le situazioni sociali di tutto il mondo e indirizzandoci a comportarci in modo più responsabile, e a sviluppare la pietas nei confronti di persone che non conosciamo, ma ci sentiamo in dovere di aiutare. Mi è molto piaciuto questo progetto perché mi ha fatto accorgere che tutti noi abbiamo un concetto un po’ personale di pietas.
Il dodicesimo libro dell’Eneide è dedicato in gran parte alla cruda guerra, parlando e descrivendo la morte, Virgilio, però, non esita anche a mostrare la pietas di Enea proprio nell’ultima scena, quella cruciale. Virgilio ritrae un eroe cambiato, umano, combattuto tra quello che è giusto e la propria furia: il soprassalto del furor vendicativo di Enea in contrasto con il precetto di Anchise parcere subiectis ci mostra un eroe che è costantemente coinvolto in una lotta interna tra la passione travolgente, che lo spinge verso l’ira, e la comprensione misericordiosa di chi soffre, ossia la clementia.
Interessante la figura di Lavinia, destinata come moglie a Turno e figlia della più presente Amata, nonché causa scatenante di questa guerra, quasi però un fantasma che è sempre presente ma mai vista. La sua figura è avvolta da un senso di mistero e silenzio, poiché il suo destino è stato determinato dalle decisioni degli altri, anziché dalla sua propria volontà, il suo impatto emotivo è profondo e duraturo e lascia un'impronta indelebile sulla trama e sui personaggi dell'Eneide. Lavinia è l’emblema della moglie perfetta per un eroe quale Enea: obbediente, silenziosa e sempre con gli occhi bassi “oculos deiectas decores”. L’unico momento in cui sembra quasi esserci una ribellione e che in qualche modo presenta la voce della fanciulla, senza però parlare, è durante il discorso che la madre rivolge a Turno in cui Amata giura di morire insieme a lui se perirà nel duello, Lavinia arrossisce e piange: “flagrantis perfusas genas”. Virgilio rende questo intenso rossore con una similitudine molto efficace esprimendo l’alternanza tra il bianco e il rosso della sua pelle: “indum sanguineo veluti violaverit ostro si quis ebur aut mixta rubent ubi lilia multa alba rosa, talis virgo dabat ore colores”: “qual se alcun di sanguigno ostro dipinga l'indo avorio, o se misti i bianchi gigli rosseggino di molte rose: tali la vergine sul volto avea colori.” (vv. 67-69). Qui per la prima volta possiamo vedere Lavinia che in qualche modo agisce da sola, anche se involontariamente, rompendo quell’immagine di vergine pura e perfetta.
Il libro XII conclude l’Eneide con uno degli episodi maggiormente dibattuti della critica virgiliana: l’uccisione di Turno da parte di Enea. Vera pietas o cieco furor? La questione rimane irrisolta. L’anima che scende nell’Ade viene però definita indignata, allibita dal gesto dell’eroe troiano che sceglie di non ascoltare le preghiere del nemico (qui però “supplice”), violando il principio del parcere subiectis, forse considerando Turno quale superbus a causa del balteo di Pallante da lui indossato (cfr. parcere subiectis et debellare superbos- Eneide, VI v. 853). La maestria dell’autore nel ritrarre personaggi dall’interiorità complessa e variegata emerge in numerose ulteriori figure del libro. L’inquietudine della morte e l’angoscia della guerra si ritrovano nei molteplici auspici e nel volo della nigra hirundo Giuturna che, preda di uno sconfinato e inconsolabile dolore per l’inevitabile destino del fratello, arriverà a desiderare la propria morte, rifiutando l'immortalità a lei concessa da Giove. (cfr. Quo vitam dedit aeternam? Cur mortis adempta est conditio? -Ausonio, Eclogarum Liber, De vitae eligendae, vv. 19-20). La profonda umanità delle figure è evidenziata anche dal rossore di Lavinia, personaggio marginale, ma di fondamentale rilievo per lo sviluppo della vicenda, in quanto involontaria iniziatrice e “premio” della contesa fra i duellanti, come l’Elena omerica. La donna è delineata quale perfetta incarnazione della matrona romana: seguendo il precetto della dea Tacita Muta, ella non agisce, lasciandosi trasportare passivamente dalle scelte altrui. Unica azione da protagonista è il rossore che le tinge le candide guance alle parole della madre verso Turno, gelosia o puro ardore d’amore?
Il XII libro, dunque, conclude l’esperienza virgiliana tratteggiando, ancora una volta, un mondo vittima della storia, personaggi preda delle proprie emozioni e fragilità, non sempre capaci di accettare il volere del Fato poiché, sebbene “eroici”, rimangono pur esseri umani.
La scelta di Virgilio di una così particolare conclusione rimarrà forse un mistero, indubbiamente però, alle spalle di un Enea che all’ultimo verso sembra parzialmente violare la pietas della quale è portatore si cela un’allusione alle ombre dell’età augustea che pare invitare il lettore a riflettere sull’inutilità della guerra e sull’impossibilità dell’uomo di trovare sempre un perfetto equilibrio fra logos e thymos.
Enea è sicuramente l’eroe epico più completo dal punto di vista umano: è fragile ma non si tira indietro di fronte alle avversità come in Tracia dove troverà il corpo del povero Polidoro tra gli arbusti; anche lui si abbandona alla tristezza e alla malinconia, ad esempio quando lascerà Didone e Cartagine; cede all’ira come nell’ultimo libro durante il duello con Turno; deve combattere anche lui le sue battaglie interiori e far fronte alle difficoltà con i soli mezzi che possiede ed infine, è dedito a ciò che per lui è più caro - quindi la patria, la famiglia e gli dei - che è forse l’elemento su cui più si concentra Virgilio, proprio perché è un’opera mirata ad elargire i valori che ogni buon cittadino romano deve avere.
Virgilio mette in luce molti dei suoi aspetti umani e fa di questi punti di forza del nuovo eroe che si differenzia per questi motivi da quelli greci come Ettore o Achille che sono noti invece per la loro violenza e le loro capacità in battaglia: nei loro poemi viene infatti messa in luce la loro devozione per la guerra, per la loro patria natia, che difendono a tutti i costi, e per il loro onore più che per la famiglia.
Non è sicuramente un eroe neanche come Ulisse che nell’Eneide viene messo in una luce nuova in cui i suoi marchingegni sono visti come inganni a memoria del cavallo di Troia che portarono in città i Greci, facendo perdere rovinosamente la guerra ai Troiani.
L’Eneide è quindi un poema estremamente psicologico, volto alla formazione dei cittadini e all’elogio della grande città e del suo imperatore.
Che il duello tra Turno ed Enea sia costruito sul modello del duello tra Achille ed Ettore, descritto nel XXII libro dell’Iliade, è evidente; è altrettanto evidente come Virgilio introduca alcune sostanziali modifiche: la lancia scagliata da Achille non lascia che il tempo di uno scambio di battute fra i due eroi omerici, prima che Ettore perisca, senza necessità di un ulteriore colpo di grazia; quello di Enea si limita a mettere Turno fuori combattimento. Non soltanto, ma, a differenza di Ettore, che aveva supplicato Achille solamente per il rispetto del proprio cadavere, Turno chiede a Enea di risparmiargli la vita; richiesta che al lettore può apparire in parte inaspettata, dal momento che Virgilio ha anticipato più di una volta il destino funesto di Turno.
“Miseri te si qua parentis / tangere cura potest, oro (fuit et tibi talis / Anchises genitor), Dauni miserere senectae”: Turno fa leva prima sui sentimenti filiali di Enea, e rende più forte la sua supplica suggerendo un accostamento tra suo padre Dauno e Anchise, padre di Enea. Quindi Turno sottolinea come Enea abbia già ottenuto tutto quello per cui ha combattuto: Turno ha riconosciuto la sconfitta, è stato visto sconfitto dal proprio popolo, gli Ausoni, e Lavinia andrà sposa a Enea; la sua morte è dunque non più necessaria, inutile.
Ancora, il discorso di Turno è costruito in modo da ricordare due diverse suppliche dell’Iliade: una, che rimane senza successo, quella di Ettore morente; l’altra, che invece ottiene un esito favorevole, quella di Priamo che richiede il corpo di Ettore.
Si inserisce qui una delle più discusse innovazioni di Virgilio: l’esitazione di Enea. La reazione di Enea, per come Virgilio la presenta, suggerisce che la supplica di Turno abbia realmente un fondamento e una concreta possibilità di essere accolta.
Si dimostra così l’efficacia del discorso di Turno, non perché i suoi argomenti non siano contestabili, ma perché Turno, nella sua difficile situazione, riconosce solo gli argomenti che possano avere effetto su Enea. Se è vero che il codice epico non prevede che Turno possa essere risparmiato, il problema nasce dal fatto che Virgilio lasci in questo caso intravedere la possibilità che il codice sia violato. Che Enea risparmi Turno non sarebbe nel mondo dell'Iliade concepibile; ma non sarebbero concepibili neanche le parole che Anchise rivolge ad Enea nel finale del sesto libro: il padre prescrive all’eroe di parcere subiectis, cioè di risparmiare chi si sottomette, senza limitazioni. E l’esitazione di Enea prima di portare il colpo finale mostra appunto che lo stesso Enea è consapevole che la richiesta di Turno non è irricevibile; Turno potrebbe salvarsi, se non fosse per la vista del balteo di Pallante, il ricordo del quale fa superare a Enea ogni esitazione. Qui il punto centrale è lo stato psicologico di Enea: Virgilio lo presenta furiis accensus et ira terribilis. In altri termini, Enea perde il controllo e uccide Turno in un stato di esaltazione psicologica; infatti il conflitto che dilania interiormente l’eroe, tra il principio del parcere subiectis e quello della punizione di Turno che deve a Evandro, non può essere risolto razionalmente, ma può soltanto essere superato d’impulso. Furor che deriva dalla vista del balteo di Pallante, e che può dunque essere considerato non come eccezione della pietas che caratterizza la figura di Enea, bensì un diverso aspetto proprio di pietas, nei confronti del giovane Pallante.
L’Eneide si apre e si chiude nel segno di un dolore che è invincibile e furioso, e che accomuna uomini e dei. Enea, pur essendo pius, negli ultimi versi del dodicesimo libro (vv. 945-953) si fa travolgere dal sentimento più atroce di tutti: il dolore. Egli, infatti, alla vista del fodero della spada di Pallante, si infuria a tal punto da proseguire il duello e uccidere Turno. Non c’è nulla di più doloroso del ricordo di qualcosa che si ha perduto, come un amico (nel caso di Achille e Enea) o un fratello (come accade successivamente a Giuturna). Enea, dunque, dimentica il valore profondo che ha la pietas all’interno della società romana, e scivola nell’errore e nell’eccesso. A simboleggiare questo mutamento è Giunone, dea del matrimonio, che perseguita Enea per tutto il poema, ma che, nel finale, assume un atteggiamento mite e benevolo.
Il tema del dolore e dell’infelicità sono così frequenti in Virgilio, da connotarsi come tipici del suo linguaggio. Caratteristico dell’autore è anche la conclusione tragica di un poema epico. È il caso proprio dell’Eneide in cui il finale di morte, secondo il concetto di tragedia per i Greci, mette in luce i disagi della società e degli uomini che la compongono: questi uomini sono vulnerabili e soggetti a influenze negative dettate dal loro stato di sofferenza, dovuto dal dolore che provano.
“Pallas te hoc volnere, Pallas immolate et et poenam scelerato ex sanguine summit”
“Pallante, con questo colpo, Pallante ti sacrifica, e impone la pena al tuo sangue assassino”
Sono queste le ultime parole che dirà Enea prima di uccidere Turno, è proprio la vista delle armi di Pallante indossate da Turno che farà sì che il sentimento di pietas sia sovrastato dall’ira (libro XII vv. 946-947) che quella visione aveva suscitato in Enea. Ed è da questa uccisione che deriva la domanda: Enea avrebbe dovuto uccidere Turno? L’accaduto è giustificabile?
A queste domande non c’è una risposta sicura e bisogna considerare il paradosso dell’Eneide. Infatti per la pietas Enea dovrebbe risparmiare in nemico, Turno, che lo prega completamente supplice e sottomesso. Ma per il volere del fato Enea deve uccidere Turno. E da qui si apre anche un’altra domanda a cui rispondere: se per il volere del fato Enea doveva vincere fra i due, era necessaria l’uccisione di Turno?
Il fato vuole che Enea vinca e non per forza che uccida Turno, questa teoria viene sostenuta dall’assenza di qualsiasi riferimento al fato, che quando “interviene” in una situazione è sempre esplicitato.
Il libro XII dell'Eneide rappresenta la fine della guerra tra Latini e Troiani e la fine del viaggio iniziato da Enea, dopo la caduta di Troia, per condurre a termine il compito che gli è stato affidato da una volontà superiore. Lo scopo dell'eroe troiano è infatti fondare nel Lazio una nuova città da cui sarebbe nata una nobile e coraggiosa stirpe, conosciuta e rispettata da tutti i popoli: la stirpe romana. L’ultima parte del libro vede il duello finale tra Enea e Turno, che Virgilio costruisce sul modello della celebre sfida tra Ettore e Achille nel XXII libro dell'Iliade. Come quella di Ettore, la morte di Turno è un evento già fissato dal destino e necessario per la futura fondazione di Roma. Con grande finezza psicologica, Virgilio descrive dettagliatamente il mutamento graduale dello stato d’animo del dàunio eroe.
Turno, presentato fin dall'inizio come un eroe rozzo, arrogante e caratterizzato dal furor, ora, consapevole della morte incombente, risulta smarrito, pietoso e atterrito dal destino avverso (“Nel petto / agita molti pensieri; i Rútuli scruta e le mura, / esita in preda al terrore e trema alla morte incombente” vv. 914-916). Enea, eroe contraddistinto soprattutto per la pietas, nel combattimento si mostra invece come un guerriero spietato che minaccia e deride l’avversario, esortandolo a mostrare il suo coraggio e il suo onore. Tuttavia, ciò che sconvolge tanto Turno non sono le parole di Enea, ma i segni funesti mandati dalle divinità (“O feroce, non mi spaventa il tuo fervido / dire; sono gli dèi a spaventarmi, e Giove nemico” vv. 894-895). La consapevolezza della morte imminente rende Turno molto più fragile e umano: nei suoi ultimi momenti chiede pietà ad Enea, riconoscendogli la vittoria e invocando il pensiero del vecchio padre Dàuno. Proprio come Achille alla fine dello scontro con Ettore, Enea, pur esitando all'inizio per la compassione del nemico vinto, decide di infliggergli il colpo di grazia, vendicando la morte dell'amico Pallante, morto per mano di Turno. Il guerriero rutulo esala il suo ultimo respiro e la sua vita fugge indignata fra le ombre. La morte di Turno segna così la fine dell'Eneide, lasciando un sentimento tragico e doloroso negli ultimi versi (“ast illi solvontur frigore membra / vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras” vv. 951-952).
Nell’ultimo libro dell’Eneide si riflette sul concetto di pietas, che presso i Romani, è personificazione del sentimento di dovere, rispetto e affetto che si deve agli dei e agli altri uomini. Enea è l’emblema di quest’articolata idea, chiusa nel suo epiteto pius Aeneas. Il protagonista è da subito presentato come pius, da quando scappa da Troia portando in salvo dall’incendio il padre in braccio (rispetto che si deve alla famiglia) oppure anche quando si presenta a Didone dicendo "Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates, classe veho mecum, fama super aethera notus. Italiam quaero patriam et genus ab Iove summo” (Eneide I, vv. 378-380), qui oltre a nominare la pietas fa riferimento anche al sentimento di dovere, nei confronti degli dei, poiché deve cercare la patria Italia… poi inseguirà il suo dovere, abbandonando Didone. Ci sono altri esempi che tuttavia non fermano l’immediata riflessione che consegue la fine dell’Eneide: come può essere definito pius un eroe che in seguito alle suppliche dell’avversario lo uccide perché è stato rapito dalla vendetta e dalla rabbia? A questo finale ci sono milioni di risposte dei critici che le hanno provate tutte, senza arrivare a una conclusione unitaria; tuttavia forse Virgilio voleva lasciare al lettore una propria chiave di lettura oppure era questo il motivo per cui voleva bruciarla.
Il Libro XII dell'Eneide è un capitolo fondamentale non solo nell'epica virgiliana, ma anche nell'intera tradizione letteraria occidentale. In questo libro, Virgilio raggiunge l'apice della sua arte, esplorando temi come la guerra, l'onore, il destino e la tragedia umana con una profondità straordinaria.
Il nucleo del Libro XII è la battaglia finale tra Enea e Turno, che rappresenta non solo uno scontro fisico tra due eroi, ma anche un conflitto di valori. Virgilio crea un'atmosfera intensamente drammatica, descrivendo con tensione crescente, i preparativi per la battaglia, i discorsi motivazionali dei guerrieri e gli sguardi sull'incerto futuro.
La figura di Enea emerge come un eroe tragico, intrappolato tra la sua lealtà verso il suo destino e la sua umanità vulnerabile. La lotta di Enea non è solo contro il nemico esterno, ma anche contro se stesso, contro i dubbi e i rimpianti che lo assalgono. Nei versi 451-458 Enea viene paragonato a un temporale che si scaglia dal cielo verso la terra: “qualis ubi ad terras abrupto sidere nimbusit mare per medium miseris, heu, praescia longe horrescunt corda agricolis: dabit ille ruinas arboribus stragemque satis, ruet omnia late, ante volant sonitumque ferunt ad litora venti: talis in adversos ductor Rhoeteius hostis agmen agit, densi cuneis se quisque coacti adglomerant.”
L’eroe sarà poi paragonato a una montagna possente che freme e gode, levandosi al cielo con i picchi nevosi: “At pater Aeneas audito nomine Turni deserit et muros et summas deserit arces praecipitatque moras omnis, opera omnia rumpit laetitia exsultans horrendumque intonat armis: quantus Athos aut quantus Eryx aut ipse coruscis cum fremit ilicibus quantus gaudetque nivali vertice se attollens pater Appenninus ad auras.”
Dall'altra parte, Turno incarna la resistenza disperata di un re fiero, deciso a difendere il suo popolo e la sua terra. Anche la sua figura viene presentata con epiteti e similitudini. Nei primi versi Turno viene assimilato a un leone: “Poenorum qualis in arvis saucius ille gravi venantum vulnere pectus tum demum movet arma leo, gaudetque comantis excutiens cervice toros fixumque latronis impavidus frangit telum et fremit ore cruento: haud secus accenso gliscit violentia Turno.”
Si noti anche l’allitterazione della lettera T che quasi come in un’onomatopea vuole rendere il ruggito del leone.
Poi Turno, richiamando alcuni versi identici alle Georgiche libro III, viene presentato come un toro per voler rappresentare la sua rabbia e il suo furore: “his agitur furiis, totoque ardentis ab ore scintillae absistunt, oculis micat acribus ignis,mugitus veluti cum prima in proelia taurus terrificos ciet aut irasci in cornua temptat arboris obnixus trunco, ventosque lacessit ictibus aut sparsa ad pugnam proludit harena.”
L’Iliade è qui un riferimento importante: Turno pare entrare in battaglia come Achille ed uscirne come Ettore. Ma la sua determinazione è anche la sua rovina, poiché la sua cecità di fronte al cambiamento e alla volontà divina lo porta alla sua rovina.
Attraverso la figura di Enea e Turno, Virgilio esplora la complessità dell'essere umano e il conflitto tra libero arbitrio e destino. Enea è destinato a fondare un grande impero, ma è anche libero di scegliere il modo in cui perseguire questo destino, mentre Turno, incapace di accettare il cambiamento, si scontra con un destino inevitabile.
La battaglia stessa è descritta con una vivida realtà, con Virgilio che dipinge le scene di violenza e sacrificio con una potenza emotiva straordinaria.
Nei versi 715-724 Enea e Turno appaiono due tori in combattimento che si corrono incontro a testa bassa, che si scambiano con forza ferite nel terrore di chi li vede: “ac velut ingenti Sila summove Taburno cum duo conversis inimica in proelia tauri frontibus incurrunt, pavidi cessere magistri”
Poi i due tori divengono cacciatore e preda: uno insegue, l’altro rifugge in mille giri, ma “l’umbro accanito” a fauci aperte già gli è addosso: “Nec minus Aeneas, quamquam tardata sagitta interdum genua impediunt cursumque recusant, insequitur trepidique pedem pede fervidus urget”. (vv. 745-748)
La vittoria di Enea alla fine segna non solo il trionfo di un singolo eroe, ma anche il trionfo della giustizia, del destino e della Pietas. La fondazione del futuro Impero Romano è prefigurata e il sacrificio di Enea e dei suoi compagni è finalmente giustificato come parte di un disegno divino più ampio.
Il tema cardine che viene enucleato all’interno del XII libro dell’Eneide è indubbiamente quello del duello, duello che avviene tra due personalità presentate dallo stesso autore Virgilio secondo le sembianze di due tipici eroi epici. Si tratta di Enea, maggiore esponente del concetto di pietas, e di Turno, re dei Rutuli, entrambi pretendenti di Lavinia.
Il proelium e la morte di Turno, i due eventi cardine che costituiranno la conclusione del poema, si ispirano senza dubbio ad un altro duello, altrettanto celebre, quello tra Ettore e Achille.
A mio parere, le analogie fra i due episodi sono molteplici ed interessanti; in primo luogo, la disputa fra Ettore e Achille, che ha come epilogo la morte del troiano, svolgerà un ruolo fondamentale nelle sorti della guerra di Troia, altrettanto fa l’episodio appartenente all’Eneide, che porrà fine alle incomprensioni tra Italici e Troiani. Allo stesso modo di quella di Ettore, anche la fine di Turno è un evento già preventivamente deciso dal volere del Fato.
Inoltre, nell’episodio omerico ad un certo punto il dio Apollo abbandona il campo, ormai certo che il suo protetto Ettore sia destinato a morire. Nei versi dell’Eneide, Giuturna, attraverso una Furia inviata da Zeus con l’aspetto di una civetta, viene persuasa a non intervenire più a favore del fratello. La ninfa comprende immediatamente il significato implicitamente celato dietro al prodigio divino, e in un atto estremamente umano, si allontana nel dolore.
Il XII libro dell’Eneide si apre con la parola Turnus ovvero Turno. Egli può essere considerato infatti il protagonista di questo libro.
I contemporanei lo considerano come un personaggio parallelo all'Achille omerico; eppure, partendo come un Achille diventerà un Ettore. Questa scena diventa oggetto di una delle similitudini più importanti del libro ai versi 746-755: Nec minus Aeneas, (…) insequitur trepidique pedem pede fervidus urguet: inclusum veluti si quando flumine nanctus cervom (…) venator cursu canis et latribus instat. “Né meno Enea (…) lo insegue, preme col piede il piede del trepido, ardente: così a volte, se chiuso trova dal fiume il cervo (…), correndo e latrando il cane da caccia lo incalza”, similitudine che ritroviamo anche nel XXII libro dell’Iliade.
Analizzando queste due similitudini, credo che non si possa paragonare un eroe all’altro.
Achille è un uomo che si lascia sopraffare dalle sue emozioni, tra cui prevale l’ira, ed è vittima della sua ambizione personale, in quanto preferisce la gloria eterna alla vita.
Ettore è un uomo valoroso, definito dai contemporanei come il protettore dei valori cavallereschi, eppure al contempo è un personaggio che viene fortemente criticato, in quanto scapperà da Achille fino a che non apprenderà la sua sorte e solo allora per volere di Zeus affronterà il Pelide.
Turno invece è una figura molto più complessa, che Virgilio è stato in grado di definire bene. Turno viene presentato come Achille, come Ettore e come l’alter ego di Enea. Ciononostante, è una figura diversa dagli altri eroi dato che in lui è presente una lotta interna tra il suo vero io, un uomo orgoglioso che lotta per riacquisire la sua dignità perduta, e un eroe che diventa strumento di una divinità, Giunone. Inoltre, Turno è un uomo segnato dal destino, che conosce la sua sorte e nonostante questo, non esita ad affrontarla valorosamente.
Per questo penso che la figura di Turno debba essere rivalutata, poiché dalla sua analisi emerge un uomo impulsivo che è però guidato dallo spirito di un guerriero senza paura.