Il termine pietas rincorre assiduamente all’interno della letteratura. La lingua italiana accoglie in una stessa forma l’ambivalenza del termine latino che si riferisce sia all’obbedienza verso i genitori e la patria, sia alla devozione verso la divinità; poi a partire dall’epoca imperiale, viene ad aggiungersi anche il significato della compassione verso gli altri. Mentre le altre lingue europee presentano forme distanti per devozione/obbedienza e compassione: il francese piété/pitié, il tedesco Mitleid/frömmigkeit e l’inglese piety/pity.
Riferimenti ad autori antichi
Un primo esempio dell’uso del termine pietas si trova all’interno dell’Asinaria di Plauto, qui però al termine viene assegnato il significato di affetto familiare:
Plauto, Asinaria
v. 831
pietas, pater, oculis dolorem prohibet (...)
L'affetto familiare, padre, allontana il dolore dagli occhi (...)
Per Lucrezio la pietas non era solamente l’andare con il volto coperto, pregare o inginocchiarsi; consisteva a suo parere nel sottoporre ogni cosa a una serena riflessione rispetto all’ignoranza che porta alla superstizione e al timore:
Lucrezio, De rerum Natura
vv. 1194-2003
O genus infelix humanum, talia divis
cum tribuit facta atque iras adiunxit acerbas! 1195
quantos tum gemitus ipsi sibi, quantaque nobis
volnera, quas lacrimas peperere minoribus nostris!
nec pietas ullast velatum saepe videri
vertier ad lapidem atque omnis accedere ad aras
nec procumbere humi prostratum et pandere palmas 1200
ante deum delubra nec aras sanguine multo
spargere quadrupedum nec votis nectere vota,
sed mage pacata posse omnia mente tueri.
O misera stirpe dei mortali, quando ebbe assegnato
tali effetti agli dèi, e aggiunto loro la collera acerba! 1195
Quanti gemiti procurarono allora a se stessi,
quante sofferenze a noi e lagrime ai nostri figli!
Non v’è alcuna devozione nel mostrarsi spesso con il capo velato,
nel rivolgersi a una statua di pietra e visitare tutti i templi,
nel gettarsi prosternati in terra e nel tendere le palme 1200
davanti ai templi degli dèi, nel cospargere le are
di molto sangue di animali, nel reiterare offerte votive:
devozione è piuttosto poter guardare tutto con mente serena.
La pietas non sarà sufficiente, è questo ciò che pronuncia Orazio. La vita prosegue, incalza l’uomo e far sì che questa rallenti o persino si fermi è impossibile nonostante la devozione verso gli dei. Questa tesi di Orazio è visibile in ben due Odi (2; 4). L’autore loda il suo illustre amico Torquato con delicatezza e malinconia: nel momento in cui mette in evidenza le sue doti, afferma che queste non gli serviranno davanti a Minosse, né gli gioveranno la sua nobiltà (genus), la sua abilità oratoria di avvocato (facundia), con la quale potrebbe provare a convincere Minosse a rimandarlo sulla terra, né l’essere stato sempre devoto agli dei (pietas). Per quanto ricco di qualità, Torquato farà la fine degli altri, come hanno fatto i grandi re di Roma o gli dei e gli eroi della Grecia che non sono riusciti a vincere la morte.
Orazio, Odi II, 14,
vv. 1-5
Eheu fugaces, Postume, Postume
labuntur anni, nec pietas moram
rugis et instanti senectae
adferet indomitaeque morti 5
Ahimè, fuggevoli, Postumo, Postumo,
scorrono gli anni, né la religiosità arrecherà
ritardo alle rughe e alla vecchiaia che incalza
e alla morte inevitabile 5
Orazio, Odi IV, 7,
vv. 21-28
Cum semel occideris et de te splendida Minos
fecerit arbitria,
non, Torquate, genus, non te facundia, non te
restituet pietas;
infernis neque enim tenebris Diana pudicum 25
liberat Hippolytum
nec Lethaea valet Theseus abrumpere caro
vincula Pirithoo.
Una volta che sarai morto e su te Minosse splendide
sentenze avrà emesso,
non la stirpe, o Torquato, non te la facondia, non te
la religiosità riporterà alla vita;
né infatti dalle tenebre degli inferi Diana libera 25
il pudico Ippolito,
né Teseo è capace di spezzare i vincoli del Lete
al caro Piritoo.
Cicerone considerava la pietas la giustizia verso gli dei e all’interno del De Inventione illustra la pietas più alta, quella del rispetto del cittadino nei confronti dello stato che nel De republica definisce la pietas maxima.
Cicerone, De inventione libro 2, paragrafo 161
Naturae ius est, quod non opinio genuit, sed quaedam in natura vis insevit, ut religionem,
pietatem, gratiam, vindicationem, observantiam, veritatem. Religio est, quae superioris
cuiusdam naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque affert; pietas, per quam
sanguine coniunctis patriaeque benivolum officium et diligens tribuitur cultus;
Il diritto naturale non nacque dall'opinione, ma penetrò dentro di noi attraverso una forza non
definibile innata: come il sentimento religioso, la pietà, la gratitudine, il desiderio di vendetta, il
rispetto, la verità. Il sentimento religioso è quello che sprona gli uomini a rispettare una natura
superiore definita divina, e a osservarne il culto; la pietà è quella per la quale manifestiamo
devozione e affetto verso i famigliari e la patria;
Da notare il ruolo che viene dato alla pietas all’interno delle tragedia di Seneca dove appunto viene allontanata.
Seneca, Tieste
vv. 249-250
Excede, Pietas, si modo in nostra domo/ umquam fuisti ...
O Pietà, se solo fossi mai nella nostra casa, allontanati
Questo termine però aveva anche un rapporto complesso con Seneca e gli stoici. Infatti ebbero difficoltà a giustificare la pietas verso gli dei perché sprovvisti del concetto di creazione.
Riferimenti a Virgilio
Alla base della concezione poetica ed etica di Virgilio si rivelano due concetti fondamentali: quello di “provvidenza”, che presiede alla storia umana, e l’altro di “pietas”. Due concetti rivoluzionari nei confronti del fato ellenico ed omerico, due concetti di un ordo universus, in cui la responsabilità dei singoli si fa presente e culmina in un personaggio-tipo, Enea, l’eroe prototipo dell’ubbidienza.
Nelle Bucoliche, primo poema scritto da Virgilio, l’autore esplora la pietas attraverso i rapporti tra i pastori, che rappresentano idealmente la semplicità della vita rurale, ma che sono anche influenzati dai valori morali e religiosi della Roma antica. La pietas si manifesta attraverso gesti di rispetto verso gli dei, la terra e gli antenati, nonché attraverso il rispetto per i legami familiari e sociali. Nei dialoghi tra pastori come nelle Ecloghe I e IX, emerge un senso di devozione e rispetto per i sentimenti e le sofferenze degli altri, riflettendo un'etica di compassione e solidarietà che è intrinseca al concetto di pietas. La pietas si manifesta anche attraverso il rapporto dei pastori con la natura circostante concetto che verrà ripreso anche nelle Georgiche. Virgilio dipinge la campagna come un luogo sacro, dove il rispetto per la terra e gli elementi naturali è parte integrante della vita quotidiana. Questo rispetto per la natura riflette un aspetto importante della pietas romana, che includeva un senso di reverenza verso il creato e un riconoscimento della propria dipendenza e interconnessione con esso. La pietas emerge come un principio guida che informa le azioni e le relazioni dei personaggi, offrendo una visione idealizzata della vita rurale che è permeata da valori morali e spirituali profondi.
Possiamo ritrovare la pietas nelle Georgiche, poema didascalico composto precedentemente all’Eneide, il concetto però assume una forma diversa: Virgilio, nella sua intuizione poetica permeata di religiosità, giunge nelle Georgiche ad una profonda sintonia, anzi congenialità con la natura: un vivo sentimento di pietas trasfigura tutti gli elementi, tanto che il protagonista di questo poema georgico è la stessa natura: i campi, le colline, i fiumi, gli alberi, i raccolti, i frutti, gli animali, gli strumenti agricoli, le ombre delle piante, i venti, le piogge… Il fascino di questo quadro virgiliano è rilevato soprattutto dalla forza redentrice del lavoro e dalla pace tranquilla e serena della natura: la fusione d’intima di queste due suggestioni sintetizzano anche la spiritualità, la serietà, la santità morale propria dei Romani. Emblema simbolo di questa pietas che Virgilio ritrova nella natura e nel lavoro è il pius colonus esaltato nell’opera per invitare ad una vita agreste e e semplice. Virgilio si pone su un piano ideale di natura etica: il lavoro nei campi, come aveva già cantato Esiodo, è fonte di equilibrio interiore e di moralità che si può leggere anche come una sorta di pietas .
La pietas nel suo significato originario, continuerà a riemergere nella letteratura italiana, sia negli autori che riprendono il classicismo latino, sia in quelli votati ad un cristianesimo più impellente: Tasso, nella Gerusalemme liberata, parla di Goffredo di Buglione come se fosse un novello Enea, e Dante, nell’Inferno, usa il termine pietà come pena interiore, come qualcosa che lo punge a pena.
Dante Alighieri, Divina Commmedia Inferno I
vv. 19-21
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata 20
la notte ch’i’ passai con tanta pieta
(Parafrasi)
Allora si placò un poco la paura
che avevo avuto nel profondo del cuore, 20
quella notte che trascorsi con tanta angoscia.
Innovativo é l’uso che ne fa Leopardi, il quale amalgama il concetto di “solidarietà”, alla pietas. Egli riesce a dare alla parola una caratteristica più alta, di inclusione tra gli uomini: la nobile natura è quella che concorre alla realizzazione di una società solidale fondata sulla giustizia e sulla pietas: «l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice dell’amore» (Zibaldone 3607). Leopardi, infatti, è convinto che gli uomini antichi fossero migliori dei moderni e anche più felici soltanto perché vivevano a stretto contatto con la natura. Essa, come una madre misericordiosa, offriva loro ciò che rende la vita vivibile, ossia le illusioni e l’immaginazione, dalle quali nascono i nobili sentimenti, le nobili imprese, l’entusiasmo. Tale condizione iniziale però, con il passare dei secoli, è stata danneggiata dall’incivilimento, dal processo di formazione delle società e dalla riflessione filosofica, che hanno allontanato l’uomo dallo stato naturale, compiendo quella che Leopardi definisce la "strage delle illusioni". Per colpa della ragione, della mente che indaga, accorda, disunisce, l’uomo è arrivato a vedere gli scheletri delle cose, le cose private della loro aura e senza alcun legame vitale con l’uomo.
Ci sono altri autori o correnti di pensiero che hanno ripreso il concetto di pietà dell’Eneide di Virgilio e alcuni hanno preso come esempio l’uccisione di Turno da parte di Enea.
Un primo esempio è Marchesi. Secondo il suo concetto Enea è pius e riuscirà a sopportare tutte le conseguenze della sua azione senza ripensamenti poiché la morte accomuna tutti gli esseri viventi. In più Enea è condotto dal fato quindi da qualcosa che é superiore a lui impedendo all’eroe di opporsi. C’é da sottolineare però che Enea è consapevole che le sue azioni comportano dolore per gli altri personaggi.
Per Concetto Marchesi Enea é colpevole per necessità.
Un altro autore é Conte, secondo il quale il testo epico è policentrico poiché presenta sia una parte oggettiva, ovvero che tutti i personaggi sanno che bisogna arrivare alla morte di Turno, ma c’è anche una parte soggettiva poiché c’è l’individualità dei personaggi. Per perseguire il fato Enea deve andare contro il proprio volere e contro la pietas stessa. Conte quindi considera Enea colpevole per necessità.
Secondo Putnam l’eroe perde la perfezione e diventa più umano a causa dei sentimenti. Infatti Enea si fa prendere dalla sua parte irrazionale e uccide Turno. L’eroe sembra dimenticarsi dell’etica e della pietas. Bisogna ricordarsi che l’Eneide doveva rappresentare l’impero romano di Augusto e farlo sembrare un impero Pius quindi é presente un’incoerenza tra la scelta di Virgilio di far uccidere Turno da Enea e l’idea che il poema doveva dare dell’impero.
Putnam, usufruendo di un’interpretazione storica, reputa Enea colpevole poiché secondo il pensiero filosofico bisogna saper moderare le proprie emozioni e se non se n’é in grado si è in errore.
Infine per le letture fasciste gli eroi di Virgilio sono i prototipi degli uomini italiani fascisti poiché li accomuna la perseveranza negli obiettivi e lo spirito del sacrificio. Secondo Virgilio la stirpe romana è predestinata, questa credenza serviva ad Augusto far sembrare così anche le persone del suo impero; il Fascismo riprende l’idea di una stirpe predestinata facendo una vera e propria distinzione di razza. C’é però da dire che la pietas di Virgilio è diversa dalla pietas fascista perché quest’ultima estremizza alcuni elementi caratteristici e omette altri fondamentali. Anche la Virtus di Virgilio è di diversa dalla Virtus fascista la quale é rappresentata solo dalla forza fisica.