Il valore degli uccelli e degli auspici a Roma
Giuturna, sorella di Turno, una volta scesa sul campo di battaglia, prende le sembianze del valoroso Camerto e incita i soldati sia a rompere la tregua con i Latini sia a difendere con le armi il loro re, dato lo stesso numero di combattenti degli avversari. Per incoraggiarli maggiormente, ricorre ad un improvviso prodigio: nel cielo appare infatti un’aquila che, dopo aver ghermito il cigno più bello dello stormo, viene subito raggiunta dagli altri volatili e per difendersi è costretta ad abbandonare la presa e quindi a lasciare il cigno. Il prodigio inizialmente dedicato ai singoli Rutuli viene però percepito dall’augure Tolumno come un segno favorevole per i Latini e quest’ultimo poi spingerà gli stessi a riprendere le armi.
Questo famosissimo episodio del XII libro offre la possibilità di intravedere la figura degli auspici e degli Auguri, come Tolumno, che vengono spesso posti in secondo piano, ma che in realtà possiedono un ruolo fondamentale, in quanto riescono non solo a mostrare il volere implicito dei singoli dei, ma anche ad intrecciare la narrazione divina con quella umana.
Nell’antica Roma le figure degli Augures erano assai rilevanti, poiché rivestivano un ruolo significativo nella vita politica, sociale e religiosa della città, tanto da venire consultati per interpretare la volontà divina prima di importanti decisioni o eventi rilevanti, come la strategia da prendere per un buon esito delle battaglie, agendo così da mediatori tra la sfera divina e umana.
Principalmente, il volere degli dèi veniva osservato grazie al volo degli uccelli, aruspicia, ma poteva essere percepito anche grazie a metodi diversi, come, ad esempio, dalla lettura delle viscere degli animali. La loro pratica rifletteva la credenza romana sull'importanza della religione e della volontà divina nella vita quotidiana e nelle decisioni politiche, al punto che, le decisioni prese senza l'approvazione degli auguri, erano considerate rischiose e potevano essere viste come sfidanti la volontà degli dèi.
La nascita degli auspici risale alle origini dell’Urbe. La leggenda del mito della fondazione narra come i due fratelli Romolo e Remo decisero di contare gli auspici per sapere chi dei due sarebbe stato il fondatore della città. Quando arrivarono sul Colle Palatino, si trovarono in disaccordo sul luogo di fondazione della loro città. Remo posizionatosi sul colle Aventino attese un segno dagli dèi, Romolo fece lo stesso sul Palatino. Il primo fratello avvistò sei avvoltoi, mentre il secondo ne contò dodici. Romolo era stato quindi favorito dagli dèi. Per questo motivo Romolo e Remo furono considerati i primi àuguri, sacerdoti incaricati dell’interpretazione dei segni degli uccelli.
Nel corso dei secoli la figura degli Auguri acquisì sempre maggiore importanza: venne infatti istituito a Roma un collegio degli auguri che operava al servizio dello Stato. L'augure indossava una veste ufficiale, la trabea, un tipo di toga con le strisce di color rosso brillante e l’orlo porpora, e aveva sempre un lituus, ovvero un bastone arcuato con cui l'augure indicava l'area sacra nel cielo. Gli altri attributi del sacerdote erano il burlone, la brocca e il mestolo, che usava per versare il vino nella ciotola per le offerte. Per la richiesta degli auspici, i sacerdoti si posizionavano nell’auguraculum, uno spazio quadrangolare di piccole dimensioni, recintato e con un’unica entrata, posto in cima a un colle. Al centro si innalzava una tenda o capanna, con all’interno una sedia in pietra su cui prendeva posto l’augure. Da qui tracciava con il lituo uno spazio celeste immaginario diviso in quattro porzioni proiettate sulla Terra di orientamento nord-sud ed est-ovest, chiamato templum, e procedeva con l’osservazione. La richiesta si sarebbe compiuta all’alba e in assoluto silenzio. L’orientamento era di necessaria importanza, dato che i volatili favorevoli provenivano da sinistra, e quelli sfavorevoli da destra. Gli àuguri esaminavano non solo il volo ma anche la specie di uccelli in questione. Gli alites (avvoltoio, aquila, falco), per esempio, esprimevano segnali attraverso il volo ed era importante considerare la “regione” in cui comparivano, l’altezza e le tipologie di volo, nonché il luogo in cui si posavano. Invece gli oscines (corvo, cornacchia, gufo) davano segni attraverso il canto e se ne valutava il tono, la direzione del suono o la frequenza. In entrambi i gruppi esisteva una gerarchia tra gli uccelli, in cui l’aquila e il picus (ovvero il picchio) assicuravano gli auspici più significativi. I segni che venivano inviati dagli dèi agli uomini non avevano sempre le stesse forme, perciò l’Augure non si basava solamente sull’osservazione degli uccelli. Esistevano principalmente cinque categorie di presagio: ex caelo, ex avibus, ex tripudiis, ex quadrupedibus, ex diriis, dove gli ultimi tre non facevano parte dei doveri del pubblico augurale:
Ex caelo era l'osservazione delle diverse forme di tuoni e fulmini: questa sezione era considerata la più importante, quindi di massimo auspicio.
Ex avibus era l’osservazione dei modelli di volo e dei versi degli uccelli. Questa è la forma che ricorre decisamente in maggior numero all’interno dell’Eneide: nel libro XII non torna solamente con il prodigio di Giuturna dell’aquila e del cigno, ma anche con la morte dello stesso Turno. Durante la lotta tra i due guerrieri, Venere, la madre di Enea, inviò un segno divino per favorire suo figlio. Questo segno prese la forma di un uccello, di solito descritto come un'aquila o un falco, che volò sopra di loro nel momento cruciale dello scontro. La presenza di questo uccello venne quindi interpretata come un signum degli dèi per favorire Enea.
Ex Tripudiis prevedeva l’osservazione dei polli. L’augure, lasciato cadere nel pullarius, luogo dove questi erano tenuti esclusivamente per lo scopo sacro, apriva la gabbia e spargeva del cibo davanti ai volatili. Se i polli non fossero usciti dalle gabbie, volati via o non avessero sbattuto le ali, sarebbe stato percepito come presagio negativo. Al contrario, se lo avessero mangiato avidamente, tali, che pezzi di cibo cadessero a terra dal becco, sarebbe stato considerato un buon segno: tripudium solistimum.
Ex quadrupedibus non faceva parte dei doveri ufficiali dell’augure, ma veniva svolto solitamente su iniziativa privata, perciò lo Stato non ne avrebbe tenuto conto. Se una volpe, un lupo, un cavallo o un cane avesse attraversato il percorso di qualcuno o fosse apparso in un luogo insolito, sarebbe stato considerato un presagio che poi gli Auguri avrebbero valutato positivamente o negativamente.
Ex diris erano i presagi che riguardavano atti accidentali come ad esempio inciampare o starnutire.
La convinzione che la volontà di interpretare il volere degli dèi provenisse, ad esempio, dal volo degli uccelli, esisteva sia con i Greci che con i Romani. È qui importante ricordare che gli Auguri non erano gli intermediari diretti tra gli dèi e gli uomini, poiché questo ruolo spettava alla manifestazione terrena degli uccelli; i sacerdoti erano solamente coloro che interpretavano i segni degli dèi, ma che tuttavia non potevano comunicare direttamente con loro. La scienza augurale godeva di grande prestigio a Roma, grazie al particolare legame che questa aveva con Giove, che si consultava e invocava dall’alto del colle. L’auspicio aveva infatti la sola finalità di conoscere la volontà di Giove sui progetti politici e militari romani, e non cosa riservasse alla città il destino. Il responso aveva inoltre una validità precisa, scadeva alla fine del giorno, anche se si poteva ripetere quello successivo o in altri momenti. L’augure romano non era, pertanto, un indovino con il ruolo di predire il futuro. A Roma la funzione propriamente divinatoria veniva compiuta dall’aruspicina e dall’astrologia.
L’istituzione del collegio degli Auguri a Roma non aggiunse nulla alla teoria religiosa dei presagi. L'unica innovazione era quella secondo cui si sarebbero distinti gli auspicia privata e gli auspicia publica. I primi non erano ufficiali e trattavano, ad esempio, di presagi matrimoniali, mentre la funzione degli auspicia publica era riservata solo agli alti magistrati, che provenivano dal patriziato. Dopo tutto, la volontà degli dei era inintelligibile alla gente comune.
Come già ricordato, i Romani non erano gli unici a cercare di voler conoscere la volontà divina. Già in Grecia esistevano molti Oracoli, come quelli dei santuari di Zeus a Olimpia o di Apollo a Delfi. Anche i Romani avevano un oracolo, quello della Sibilla Cumana. I responsi della pitonessa (pizia) si basavano sui libri di profezie portati a Roma dai primi re della città, e che furono in seguito consultati dai magistrati, i decemviri, ogni volta che nell’Urbe si prospettava una sventura.
Breve introduzione al personaggio di Giuturna
Giuturna, una dei personaggi emblematici del XII libro dell’Eneide nonostante il ruolo un po’ marginale assegnatole, è una ninfa immortale nonché sorella dell’eroe nemico di Enea Turno.
Il nome “Giuturna” potrebbe derivare da “Turno” o da “iuvare” (aiutare). Sembra che in origine fosse “Diuturna” (durevole), probabilmente in riferimento all’eternità dello scorrere dell’acqua di sorgente.
Nella mitologia romana Giuturna è una ninfa delle fonti a cui vengono attribuite origini molto diverse a seconda dei miti. Sulla sua figura sono state fondate diverse leggende. Virgilio, all’interno del XXII libro dell’Eneide, si rifà alla versione secondo cui ella, figlia di Dauno e sorella di Turno, fu amata da Giove, il quale le offrì l'immortalità e il dominio sui corsi d'acqua dolce del Lazio (lo ritroviamo riportato nei versi 138-146, durante il dialogo tra Giuturna e Giunone). In una seconda versione la ninfa era la sposa del dio Giano, dal quale ebbe il figlio Fons, chiamato anche Fontus, proprio perché in parte sostituì la madre, diventando la divinità romana delle fonti. Giuturna, all’inizio del dodicesimo libro dell’Eneide, viene convocata sul monte Albano da Giunone, poco prima del fatale duello fra Turno ed Enea. La Regina degli dèi le rivela che il destino di Turno è ormai segnato (vv. 149-150: Nunc iuvenem inparibus video concurrere fatis, Parcarumque dies et vis inimica propinquat) e la esorta, se crede di esserne in grado, a tentare di aiutare il fratello. Questo è un estremo tentativo da parte di Giunone di opporsi al destino, di soccorrere Turno e, soprattutto, di ostacolare Enea. Giuturna, quindi, assume le sembianze di Metisco, l'auriga del fratello, e guidando il suo carro cerca di tenere Turno lontano dalla battaglia e da Enea. Quando i Troiani assaltano la città di Laurento e sono sul punto di espugnarla, Turno, che ha ormai riconosciuto Giuturna, non si lascia più trattenere e corre deciso ad affrontare il nemico. Durante il duello la donna cerca ancora di aiutare il fratello porgendogli la spada che aveva perduto, ma alla fine Giove le invia un chiaro monito: una civetta (in realtà una Furia) inizia a svolazzare intorno al volto e allo scudo di Turno. Giuturna comprende il segnale e lamentandosi disperatamente per la morte imminente del fratello, abbandona il campo e scompare fra le acque del fiume.
Il lamento funebre e il disprezzo dell’immortalità
Ciò che colpisce di più dall’analisi di questa figura è il lamento funebre dopo il volo di una delle furie che le ha trasmesso la certezza della morte dell’amato fratello Turno. Essa, infatti, ha la grande fortuna di aver ottenuto l’immortalità da Zeus, dono che però si è tramutato in condanna poiché non potrà seguire il fratello nell’oltretomba. Ella fin dall’inizio va ad incarnare tutte le contraddizioni del mondo eroico di Virgilio poiché è pietosa e allo stesso tempo accecata da un amore per il fratello che la spinge a compiere l’impossibile, poi costretta ad agire ma priva di speranza. Ella è da una parte divina poiché immortale e onnisciente ma dall’altra parte è umana poiché sofferente e travolta dai sentimenti. Tuttavia, il suo lamento funebre viene posto in mezzo all’azione e quindi viene facilmente oscurato. Ella organizza il proprio discorso basandosi su tre domande interrogative (vv. 872-874; vv. 878-880; vv. 882-884). L'aspetto che forse maggiormente caratterizza questo lamento fatto di domande retoriche dove ella si dispera per la sua triste condizione è l’amor mortis ovvero l’amore per la morte. È così disperata che invoca la morte e spera di poter morire nonostante la sua condizione glielo renda impossibile. Disprezza l’immortalità, considerata come la massima aspirazione a cui un uomo potesse ambire. Giuturna non avrà mai pace e il dono concessole da Giove si muterà in una maledizione eterna. Tuttavia, come detto precedentemente, il suo lamento viene posto in contesto che lo fa apparire completamente fuori luogo, in un momento di pausa tra l’azione epica. Tuttavia una volta che ella ha terminato di parlare il suo personaggio viene accantonato e quindi il suo lamento dimenticato; le stesse persone da lei invocate, Turno e Giove (apostrofato nonostante i dolori causati come magnanimus iuppiter) non hanno nessuna reazione alle parole della ninfa anzi sembra che non siano nemmeno state da loro recepite. Il dramma di Giuturna diventa quindi un dramma interiore a cui nessuno prende parte né tanto meno cerca di attenuarlo; il suo dolore sarà eterno.
Il culto di Giuturna
Il culto di questa figura mitologica è attestato in origine nell’antica Lavinium per poi giungere a Roma in età monarchica. Tuttavia, il culto di queste dee o semidee era già presente in epoche antichissime e preromane quando si era soliti offrire latte, e vino, oppure si lasciavano ghirlande di fiori e nastri sulle rocce adiacenti, ma non si facevano mai offerte cruente. Questi erano riti pagani, cioè legati ai villaggi e le operazioni non erano affidate ai sacerdoti ma alla comunità locale, soprattutto alle donne.
A Roma invece il culto di Giuturna colmò con la divinizzazione di una sorgente collocata nel Foro, vicino la casa delle Vestali, il Lacus Iuturnae, considerato miracoloso. Alla sua fonte si abbeveravano i cavalli di Castore e Polluce, il cui tempio sarebbe stato poi collocato nei pressi del locus Iuturnae. Inoltre, sempre nella capitale aveva un tempio a lei consacrato, che sembrerebbe fosse il tempio A dell'area sacra di Largo di Torre Argentina, edificato nel 241 a.c., come voto di Gaio Lutazio Catulo, console e comandante navale romano nella I guerra punica, per la vittoria conseguita sui Cartaginesi nella Battaglia delle Isole Egadi.