Molto tempo fa a Tolentino era crollato un ponte. Il Podestà aveva convocato il Consiglio che aveva deciso di riedificarne un altro. Il mastro incaricato non era riuscito a costruirlo entro i tempi prestabiliti e quindi decise di chiedere aiuto ad una vecchietta che era conosciuta da tutti i cittadini come una strega. Ella gli fece recitare una formula magica e all’improvviso apparve un’ombra scura che gli promise di costruire il ponte in una sola notte in cambio della prima anima che vi fosse passata. Il costruttore capì che si trattava del Diavolo, ma acconsentì lo stesso. Il giorno dopo il ponte era già completato, ma il mastro, vinto dai rimorsi, confessò tutto a San Nicola. Il religioso si recò nei pressi del ponte che era ancora chiuso e lanciò un pezzettino di formaggio al cagnolino che aveva portato con sé. Esso si lanciò sul ponte nel tentativo di prenderlo e Satana, sentendo i suoi passi, pensò che fosse un essere umano e lo catturò. Quando il Diavolo si accorse dell’errore era troppo tardi e quindi si dovette accontentare solo dell’animale.
La leggenda narra di un povero contadino della Valle del Tronto, il quale altro non possedeva che un piccolo pezzo di terreno. Il lavoro era tanto, ma i frutti davvero pochi e a stento riusciva a sfamare la sua famiglia. La maggior parte dei frutti provenivano da tre alberi di pero che durante l’inverno si presentavano come piante rinsecchite, ma con l’arrivo della primavera prima si coprivano di fiori stupendi, poi nascevano frutti grandi e succosi. Il contadino raccoglieva questi stupendi frutti per venderli al mercato. Erano così buoni che andavano a ruba e garantivano al contadino il guadagno necessario per comprare il grano per l’inverno. Un anno, al momento del raccolto, il contadino si accorse che qualcuno rubava i suoi frutti, unica sua ricchezza. Il furto avveniva di notte, quando il povero uomo, si riposava dopo le fatiche della giornata di lavoro. Era disperato perché senza quelle pere non poteva mantenere la sua famiglia.
Pirillo, uno dei figli del contadino, di soli 10 anni, disse al padre: “Babbo, stanotte farò io la guardia. Vedrai che scoprirò il ladro”. Al tramonto il bambino, molto agile e furbo, si nascose fra i rami più alti di uno degli alberi. L’attesa era snervante, ma all’improvviso Pirillo vide avanzare una strana figura: era una strega, un’orribile donna con la barba d’un caprone e le zanne di un cinghiale. La strega, non accortasi della presenza del bambino, allungò la mano per cogliere un frutto, ma Pirillo, con un gesto fulmineo le tagliò la mano con la roncola che aveva portato con sé. La strega urlò dal dolore e dopo, con voce supplicante disse a Pirillo: “Dammi una pera, ragazzino, una pera soltanto.” e Pirillo, di rimando: “Ne hai già rubate tante, vattene!”. “Se non mi dai una pera,” minacciò la strega “scuoterò l’albero fino a farti cadere!”
Pirillo scoppiò in una risata: “Provaci, se sei capace!”. Allora la strega cominciò davvero a scuotere il pero e con tanta forza che Pirillo finì per piombare a terra ai piedi della vecchia. Questa, in un attimo, lo afferrò, lo legò stretto al suo grembiule e, montata a cavalcioni su una scopa, volò veloce fino a casa sua, in una capannuccia fra i boschi.
“Eccoci qua! Ora, invece delle pere, mangerò te!” esclamò la vecchia con voce stridula. Pirillo era terrorizzato. L’orribile strega accese il fuoco nel camino e vi mise sopra un enorme paiolo colmo d’acqua. Quando l’acqua bollì, Pirillo disse alla strega: “Slegami, almeno, e fammi spogliare. Non puoi mangiarmi con tutti i vestiti!”.
La vecchia approvò, slegò il fanciullo, poi brontolò minacciosa: “Ora, spogliati, su, che l’acqua è già pronta”.
Mentre Pirillo fingeva di spogliarsi, si volse al paiolo e lo scoperchiò. Fu un attimo: Pirillo si lanciò sulla strega, la afferrò per i piedi e la capovolse nell’acqua bollente, nel paiolo dovere avrebbe dovuto finire lui. Il ragazzino così si salvò e tornò a casa vittorioso, anche se passarono diversi giorni prima di rivedere la sua famiglia, dato che la cascina della strega era molto lontana, immersa nella fitta vegetazione del bosco.
La leggenda narra che Pico, figlio del Dio Saturno, si era pazzamente innamorato della Dea Pomona, divinità protettrice di giardini e frutteti e che, per entrare nelle sue grazie e nel suo palazzo, si fosse travestito da vecchia.
Pomona accolse come una buona amica l’anziana donna che le si presentò, ma al momento giusto Pico riprese le sue vere sembianze. Un cambiamento che fece effetto alla Dea la quale finì per cedere alle richieste dell’innamorato accettandolo finalmente come suo sposo.
La Dea Circe, innamorata respinta da Saturno, padre di Pico, volle vendicarsi sul figlio e trasformò Pico in un uccello, il mitico Picchio che però mantenne i colori del mantello e della borchia.
Il Picchio, che nel frattempo si era consacrato al Dio Marte, incontrò poi una tribù di giovani Sabini che, in viaggio alla ricerca di nuove terre, era scesa dal reatino verso l’Adriatico. Il Picchio si posò sulle loro insegne, un fatto che venne interpretato come un segno della benevolenza degli dei.
I giovani Sabini seguirono quindi l’uccello fino alle rive del fiume Tronto e si stanziarono lì dove l’uccello si era fermato decretando la nascita del popolo dei Piceni.
Nella provincia di Ancona, su un’altura, sorge una piccola frazione, precisamente nel comune di Monte Roberto, dal nome Pianello Vallesina. Il borgo conta poco più di 2000 anime ed è diventato famoso per la presenza di un luogo a dir poco paurosa: l’Osteria delle streghe.
La leggenda narra che una fredda notte d’inverno, un uomo vide in cima all’altura tre piccole fiammelle, che pian piano si avvicinavano alla sua casa. La curiosità era tanta e armatosi di coraggio l’uomo uscì dalla sua umile dimora per capire cosa stesse succedendo. Una volta fuori le fiammelle che aveva visto attraverso i vetri di casa sua sparirono nel nulla e tre bellissime fanciulle, dall’aria misteriosa, apparvero sotto i suoi occhi. Infreddolite, chiesero ospitalità al signore, il quale non esitò un attimo nel farle entrare: mise nel fuoco tanta legna e offrì alle fanciulle del cibo. La grande gentilezza dell’uomo colpì le donne, tanto che decisero di rivelarsi nella loro vera identità: dissero all’uomo che erano tre streghe. Non erano cattive e decisero di ringraziare l’uomo esaudendo uno dei suoi desideri.
L’unico desiderio del pover’uomo era quello di avere cibo in quantità per sfamare i tanti viandanti, che in quel tempo passavano di lì. Anche questa risposta lasciò basite le streghe, per la grande bontà d’animo del signore. Le tre magiche donne lo accontentarono: la dispensa della casa iniziò ad arricchirsi di cibo e le donne svanirono nel nulla. Il cibo aumenta ogni giorno, così l’uomo riuscì a dare sempre più cibo alla gente, tanto da diventare famoso anche nei paesi limitrofi. La casa fu ribattezzata come Osteria delle Streghe, un luogo che ancora oggi esiste e che è meglio conosciuto come Collina delle streghe.
San Giorgio è il patrono di diversi paesi marchigiani tra cui Loro Piceno. Si festeggia il 23 Aprile perché si dice che lui sia morto in quel giorno del 303 d.C. a Nicomedia in Asia Minore
La storia del drago è molto famosa, tanto che San Giorgio è spesso raffigurato mentre uccide il drago. La leggenda narra che un giorno San Giorgio passasse per una città di nome Selem (in Libia), dove in un lago viveva un grosso e insaziabile drago che non si accontentava più di mangiare le pecore offertegli dagli abitanti, ma voleva esseri umani. Allora gli abitanti cominciarono a offrirgli i loro figli, scelti per sorteggio, per placare la sua furia. Un giorno la sorte scelse la principessa Silene, la figlia del re locale. Proprio in quel momento arrivò San Giorgio che uccise il drago e salvò Silene. Prima però fece convertire al cristianesimo tutta la popolazione di Selem.
Si raccontava ad Osimo, in passato, di un falegname soprannominato Martellina, che era tanto un buon uomo e assai poveretto. Per queste sue due sante abilità, venne incaricato da Nostro Signore di fare alcuni sgabelli per far sedere e far star quieti in paradiso gli angioletti.
Un bel giorno Martellina, presi i suoi pochi ferri del mestiere, felice dell’incarico, legatosi alla vita con due corde che scesero appositamente da una nuvola, si fece tirar su in cielo da robusti angeloni. Giunto a destinazione, mise tutto il suo impegno per fare sgabelli comodi e robusti e una volta portata a termine la sua opera, Nostro Signore nel ringraziarlo gli chiese se volesse rimanere lassù in Paradiso, o tornare sulla Terra. Martellina disse che sarebbe stato contento di tornare per un po’ sulla Terra, e gli angeloni ritirarono fuori le loro lunghe corde, e tramite queste cominciarono a calar giù Martellina. Mentre l’operazione di rientro procedeva però, giunto già parecchio sotto le nuvole, il falegname s’accorse di aver dimenticato in paradiso l’ascia. Allora cominciò ad agitare le mani e a gridare rivolto verso il cielo con tutta la voce di cui disponeva: -L’ascia! … L’ascia!-.
Non poteva rinunciare a quell’arnese, dal momento che tornando sulla Terra sarebbe dovuto tornare in bottega e riprendere il suo lavoro. Gli angeloni che mollando le corde lentamente lo calavano giù udirono il grido di Martellina, e un po’ sbadati com’erano, avendo capito “Lascia!.....Lascia!”, nella certezza che ormai il falegname fosse arrivato sulla Terra, lasciarono le corde. Martellina, poverino andò a schiantarsi davanti casa sua.
Di qui il detto Osimano, ma conosciuto anche nei paesi del circondario, che recita, “Fa’ dal canto sua come Martellina” e che significa: andare a finir male per sbadataggine o per un malinteso.
Un uomo sale la suggestiva scalinata del paese con un sacco pieno di farina di granoturco sulle spalle. Arrivato a metà della scalinata, il contadino esausto si ferma nei pressi del pozzo per riposarsi. Il buon uomo appoggia il sacco sul bordo per riprendere fiato, ma sfortuna vuole che il sacco cada all’interno del pozzo.
Il povero uomo nel tentativo di recuperarlo si cala nel pozzo. Tutto questo non passa inosservato alle vergare del paese che, non vedendolo riaffiorare, incominciano a dire che si sta mangiando la polenta nel pozzo. Alcune addirittura giurano di averlo visto buttare anche delle salsicce nel pozzo.
Articolo scritto dalla classe seconda di Loro Piceno