Nell’Antico Testamento, nel libro del Siracide, troviamo un vero e proprio elogio dell'amicizia (6,5-17; cfr. 37,1-6), una realtà tanto bella e importante nella vita di ogni persona da poter affermare che: “chi trova un amico, trova un tesoro” (6,14).
Anche Gesù ci parla del tesoro quando ci dice:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.» (Mt 13,44).
Anche nella letteratura abbiamo tanti esempi, tra cui in particolare, il fortunato romanzo per ragazzi “L’isola del tesoro”.
Il tesoro in tutte le culture e i tempi è la metafora della vita umana e della ricerca della felicità.
Mi piace qui ricordare un racconto di Martin Buber, che troviamo in un capitolo del suo piccolo, ma prezioso libro “Il cammino dell’uomo”.
Il capitolo; dal titolo “Là dove ci si trova”, inizia con un racconto ebraico, che narra la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia:
“Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera.
Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: <<E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! [...].>>.
Eisik lo salutò. Tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro, con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel” ”.
Il tesoro che l’uomo cercava non era lontano, si trovava proprio nella sua abitazione, sotto la stufa!
Il luogo in cui si trova questo tesoro - commenta l’autore, Martin Buber - è il luogo in cui ci si trova...
Nell'ambiente che avverto come il mio ambiente naturale, nella situazione che mi è toccata in sorte, in quello che mi capita giorno dopo giorno, in quello che la vita quotidiana mi richiede... è qui nel luogo preciso in cui ci troviamo che si tratta di far risplendere la luce della vita divina nascosta..
Come a dire: il compimento dell’esistenza, la pienezza della vita, il vero tesoro è il luogo dove ci si trova, la vita che si compie, la casa dove si abita, il lavoro dove si cresce.
Il segreto della felicità è essere fedeli a sé stessi, alla propria famiglia, al paese che si abita, al tuo lavoro, alla gente del tuo villaggio, alle vicissitudini di chi ti vive accanto.
Nella misura in cui saprai “far tesoro” delle piccole realtà di ogni giorno, appassionarti alla vita, lì dove ti trovi, saprai gustare la gioia di fare nuove scoperte, così come ci ricorda ancora Gesù: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,44-52).
Carissimi Concittadini,
mentre Vi scriviamo attraverso questo “numero speciale” de “L’Olmo”, abbiamo ancora negli occhi il vivido ricordo del secondo “Tour storico Avis”, tenutosi a Levate nel corso della giornata del 16 ottobre 2022.
Anche questo Tour si è andato a “calare” in un contesto di iniziative culturali che la nostra Sezione ha voluto organizzare, a beneficio della cittadinanza locale, in occasione dei festeggiamenti legati ai nostri “primi” quarantacinque anni di vita.
Nonostante la “stella polare” di Avis resti il “dono del sangue”, tramite queste iniziative abbiamo voluto estendere il concetto di “donare”: una dote, una virtù, un gesto d’amore che non richiede nulla in cambio.
Il dono è un atto spontaneo, disinteressato, e al contempo una sorpresa per chi lo riceve.
Il suo valore è grande perché è pensato “ad hoc” per il ricevente: che sia sangue, tempo, cultura o memoria storica, il dono esprime sempre una partecipazione del cuore.
Il 16 ottobre abbiamo letto negli occhi degli iscritti al Tour la sorpresa e la grande emozione in occasione di una delle tappe più sentite dell’iniziativa: l’ingresso alla Chiesetta di San Benedetto e la scoperta della nuova Tela donata da Avis a beneficio e a nuova dignità dell’edificio di culto ancora presente al Monasterolo.
Lo stupore e l’emozione che abbiamo letto nei Vostri occhi ci ha restituito gioia e speranza in quanto, come ha sapientemente scritto su queste pagine Padre Gianangelo Maffioletti, “ci ha fatto sentire in comunione con Voi; ci ha reso capaci di tenere acceso il valore della fraternità e ha risvegliato in Noi la consapevolezza che questa nostra esistenza è possibile perché alimentata da tante persone che si sono fatte dono per Noi e per molti.”.
Grazie a Tutti
L’aneddoto che vorrei condividere su questo numero speciale de “L’Olmo” risale al 1967: anno in cui don Alberto Facchinetti, l’allora parroco di Levate, chiese al sottoscritto e ad altri due miei concittadini di installare un impianto di riscaldamento nella Chiesa Parrocchiale.
A tal fine, abbiamo provveduto a effettuare un piccolo scavo in prossimità del campanile, proseguendo e, gradualmente ma inesorabilmente, raggiungendo la Chiesetta di San Carlo.
Don Alberto Facchinetti
Arrivati all’interno della predetta Chiesetta, e rimosso il pavimento in cotto, ci siamo imbattuti in una botola a forma circolare. E’ stata forte la curiosità nonché la “tentazione ad andare oltre” per vedere cosa nascondeva quella botola ma, per rispetto nei confronti della proprietà e del luogo di culto in cui ci trovavamo a lavorare, abbiamo tempestivamente chiamato don Alberto, il quale ci ha ammoniti affinché non toccassimo nulla, rimandando il tutto alla sera successiva, quando il Curato sarebbe tornato a Levate.
Solo con la presenza del Curato, la botola a forma circolare è stata aperta e, rimosso i mattoni posti a protezione della predetta botola, ci siamo ritrovati davanti agli occhi una stanza sotterranea dal soffitto a volta.
In questa stanza giacevano alcuni scheletri ammucchiati in un angolo e, al centro, una bara aperta contenente lo scheletro di una donna.
E’ difficile descrivere lo “shock” e, al tempo stesso, “l’emozione” nel trovarci dinnanzi a un simile spettacolo e, ancora oggi, nonostante siano passati ormai più di cinquant’anni, non ci è chiaro il perché ci fossero tanti scheletri ammucchiati a terra e solo uno, tra l’altro adornato di vestiti in seta, collocato in una bara aperta.
Ricordo che, per poter procedere al lavoro richiesto, abbiamo dovuto rispettosamente spostare le ossa e, una volta terminata la messa in pristino delle condotte dell’aria necessarie al funzionamento del riscaldamento della Chiesa parrocchiale, abbiamo assistito all’ultima benedizione che il Curato ha voluto riservare agli scheletri prima di richiudere definitivamente la stanza sotterranea.
Ricordo sempre con grande trasporto emotivo i lavori che ci hanno portato a scoprire “il segreto della Chiesa di San Carlo”: mi auguro gli ormai prossimi lavori di restauro della chiesetta posta tra il campanile e l’attuale Chiesa parrocchiale possano donare nuova vita al piccolo edificio di culto, consacrato da San Carlo Borromeo e, chissà, riportare alla luce questa “stanza segreta” dal soffitto a volta.
Altare della Chiesetta di San Carlo
La struttura storica del nostro paese dimostra che, serviti da piazza, contrade e vicoli, si “aprono” ampi cortili, detti in bergamasco “stal”, “stalet”, “stalù”, ecc.
Questi cortili storicamente nacquero come umili dimore dei contadini che, quotidianamente, lavoravano alle dipendenze dei proprietari terrieri e delle famiglie nobili presenti in Levate (Agliardi, Caroli, Malliani, Moroni ecc).
A questo destino sembra sia “sfuggito” il cortile di via Mirandola (il primo a destra, per chi arriva da via Cialdini), il quale tradisce al suo interno alcuni connotati storici e artistici che lo distinguono dagli altri cortili presenti nel “castrum” di Levate.
Entrando nel cortile e volgendo lo sguardo a destra, è possibile ammirare una Meridiana.
Quest’ultima, come attesta una relazione ingegneristica depositata in Comune nei primi anni Duemila, risulterebbe ancora funzionante previ un adeguato restauro, il ripristino dello gnomone e il ritocco dei numeri (questi ultimi ancora parzialmente visibili).
Lasciata la Meridiana alle nostre spalle e sgranando leggermente gli occhi è poi possibile scorgere, nascosto dall’intonaco del muro e da un garage (impietosamente) costruito in aderenza alla parete le tracce di un probabile affresco risalente alla fine del ‘700.
Si presume sia la Meridiana sia l’affresco siano dello stesso autore, data l’identicità del timpano presente in entrambe le opere.
Queste importanti testimonianze artistiche lasciano presagire l’importante contesto storico del cortile di via Mirandola il quale, si narra, ospitasse personalità religiose e un asilo parrocchiale.
A opinione di chi vi sta scrivendo, la scoperta (o la riscoperta) di queste opere merita attenzione e sensibilità (già invocate in questa sede in occasione dell’articolo riguardante la ghiacciaia) da parte delle istituzioni locali.
Si ritiene pertanto utile suggerire di voler restaurare la Meridiana nonché, relativamente alle tracce dell’affresco, procedere a un assaggio sotto il muro per capire se quest’ultimo possa essere recuperato e restituito alla cittadinanza come patrimonio recuperato.