Chi di noi ha superato la soglia dei cinquant’anni ricorda don Luigi Brumana: un prete alto e magro, cappellano al Santuario della Madonna del Bailino per ben diciotto anni. Ricorre proprio quest’anno il 45° anniversario della sua morte, avvenuta l’11 novembre 1976 presso il Santuario, per un male incurabile. Di salute molto cagionevole, arrivò a Levate nel 1958 per succedere a don Luigi Perletti, morto nel dicembre del 1956.
Don Luigi Brumana, nativo di Costa Imagna, prima di approdare a Levate, era stato parroco a San Gottardo. A Levate aveva collaborato con semplicità e con generosità per diversi anni con il parroco don Luigi Mazzoleni e negli ultimi anni della sua vita con don Giovan Battista Maffioli.
Consapevole della malattia che lo stava consumando, nella Pasqua del 1976, redasse il suo testamento spirituale: tre pagine dattiloscritte che sicuramente qualche levatese conserva ancora tra le proprie carte. In questa tipologia di scritto non ci sono lasciti di beni, ma è un’ultima testimonianza di fede; una “eredita spirituale” che si vuole lasciare ai propri cari, ai propri fratelli e sorelle accomunati dalla stessa fede; nonché il passaggio del testimone a chi è ancora in cammino verso la meta.
Vorrei qui sottolineare alcuni valori che emergono dalle parole di don Luigi Brumana. Vi troviamo infatti il richiamo a un modo di interpretare e di spendere la propria vita, che, se anche nel caso specifico, fanno riferimento e trovano la loro forza nel Vangelo, sono tuttavia entrati a far parte del patrimonio ideale della nostra società più in generale, credenti e non credenti. Ideali che sono stati a fondamento e hanno edificato il nostro passato e dovrebbero continuare a nutrire il nostro presente.
Prima di tutto emerge in tutto il Testamento un grande senso di gratitudine. Un grazie sincero e accorato per quanto ha ricevuto nella sua vita:
“Ringrazio Iddio che facendomi nascere in una famiglia cristiana, fin da allora ha voluto chiamarmi alla fede e inserirmi quale figlio, anche se immeritevole nelle braccia della Santa Chiesa Cattolica … Il Signore nella sua benevolenza divina mi ha chiamato a partecipare al suo Sacerdozio ministeriale.… Ringrazio tutti i miei parenti, superiori, amici e persone che mi sono state particolarmente vicine, della carità che mi hanno usato nel sopportare i miei difetti, come li ringrazio di tutti i favori e di tutte le assistenze che ebbero la bontà di prestarmi”.
Don Luigi sente poi profondamente di essere parte di una famiglia. Il senso della propria vita è nel sentirsi partecipi e responsabili di una storia più grande e nello specifico di una comunità:
“Saluto i miei ex-parrocchiani di S. Gottardo ai quali ho donato le migliori energie del mio ministero; forse non sono stato un buon pastore, ma li ho amati tanto, ho faticato in mezzo a loro in tutti i modi, ma ho raccolto anche tanta soddisfazione di cui li ringrazio e che ripagherò in cielo. Alla mia gente di Levate, che ho tanto amato, e ne sono stato ricambiato, e che per ben diciotto anni ho donato il mio sacerdozio a servizio della Santa Madonna, lascio come atto di riconoscenza le mie povere spoglie mortali da custodire nel Cimitero della comunità. Mi chiamavate e per me era un onore e una grande gioia <il prete della Madonna>, continuate a ricordarmi nelle vostre preghiere, e vi prometto anch’io dal Cielo, presso il trono di Dio e della SS. Vergine, continuerò la mia missione di intercessore, di amico, di fratello, specie nei riguardi dei vostri bambini e figlioli perché crescano buoni, religiosi e sereni”.
Nelle sue parole emerge un grande senso di appartenenza. La certezza che la nostra esistenza vale nella misura in cui si è capaci di mettersi al servizio con dedizione e generosità. Quel poco o quel tanto che posso fare per rendere migliore questo mondo è un compito che non posso relegare ad altri. Spetta a me, senza presunzione, ma nemmeno senza quella falsa umiltà che diventa solo un pretesto per non impegnarsi, per non mettersi in gioco.
Don Luigi Brumana dimostra, anche attraverso le sue parole, di essere un buon padre, capace di rendere testimonianza. “Passare il testimone” è la consegna di una certezza e di una positività che tutti possono guardare. La rassicurazione che vale la pena venire al mondo. Il dire qual è la speranza che porti dentro nel cuore; perché ti alzi presto al mattino e vai a letto tardi la sera. Perché la fatica del vivere, la morte, il dolore, la fedeltà, il sacrificio. La trasmissione di padre in figlio, da nonno a nipote, si basa sull’intuizione profonda secondo la quale la vita può riservare brutte sorprese e incidenti di percorso, ma vale la pena di essere vissuta. Rendere testimonianza significa passare ad altri quel che abbiamo noi stessi appreso, amato, conquistato. In questo “trasferimento” ci si può arricchire solo se si spera, se si crede.
La storia del nostro piccolo borgo, ma anche del nostro Paese è costellata di tante persone che come don Luigi Brumana hanno fatto della loro vita un dono semplice, umile, ma prezioso e duraturo.
La nostra riconoscenza possa diventare motivo di un rinnovato impegno per il bene comune. Il tempo che ci è dato di vivere e il luogo dove abitiamo sono una chiamata concreta per ciascuno di noi, dove: “L’ora più importante è sempre l’ora presente; la persona più importante è sempre quella che hai di fronte; l’opera più necessaria è sempre l’Amore” (Maister Eckhart).
Carissimi concittadini,
siamo un gruppo di residenti del quartiere Bailino di Levate.
Le poche volte in cui si menziona il nostro quartiere, lo si definisce "di lusso, per benestanti, per privilegiati”, etc... e non si fa mai riferimento alle problematiche che può o potrebbe avere.
Con queste righe vorremmo portare all’attenzione dei nostri concittadini la crescente preoccupazione di noi residenti del Bailino riguardo alle opere collaterali legate alla possibile realizzazione del polo commerciale che sorgerà nell’area degradata dell’ex discoteca “Pao de Acucar” (cosiddetta “AT2 Bailino”) e, più precisamente, del previsto collegamento di suddetto polo commerciale con via Fornace.
Riteniamo di poter parlare a nome della maggior parte dei residenti del quartiere Bailino nell’affermare la crescente preoccupazione e la conseguente ferma contrarietà alla realizzazione di questa strada di collegamento, la quale, qualora dovesse concretizzarsi, non potrà che portare esternalità negative legate all’inevitabile aumento di traffico in un tranquillo quartiere ad ispirazione prevalentemente residenziale.
In un’ottica di sviluppo sostenibile e di investimenti nella cosiddetta “mobilità dolce”, auspichiamo la nostra Amministrazione comunale possa abbandonare l’idea legata alla realizzazione della strada di collegamento, volendo optare per un accesso ciclopedonale dal quartiere Bailino al futuro polo commerciale.
Ringraziamo Voi lettori per l’attenzione e ringraziamo altresì gli estensori de “L’Olmo” per averci dato l’opportunità di esprimere con queste righe la nostra preoccupazione ed il nostro pensiero.
Nel corso dei mesi di gennaio e di febbraio del 2021 abbiamo appreso dai giornali di informazione locale (Bergamo Prima del 22 gennaio 2021 e L’Eco di Bergamo del 9 febbraio 2021) che l'azienda chimica Sabo di Levate, al fine di riorganizzare –ampliandolo- il proprio stabilimento, ha sottoscritto con il Comune di Levate un Protocollo di Intesa nel quale sono stati messi “nero su bianco” i tempi e le modalità in cui questo ampliamento verrà portato avanti.
La contropartita economica prevista per il Comune di Levate ammonterebbe ad 800 mila euro: i primi 200 mila euro verranno versati nelle casse comunali alla firma della convenzione, altri 200 mila euro a 12 mesi, altrettanti 200 mila euro a 24 mesi, e gli ultimi 200 mila "in misura proporzionale all'ottenimento dei titoli edilizi relativi agli ultimi mille metri quadrati di superficie lorda di pavimento aggiuntiva."
In entrambi gli articoli di giornale sopra citati il nostro Sindaco, interpellato a tal proposito, ha rilasciato dichiarazioni delle quali se ne riportano i seguenti estratti: <<Consideriamo una fortuna che le nostre aziende invece che delocalizzare continuino a investire sul nostro territorio portando occupazione…>>, e ancora: <<Ben vengano gli investimenti delle aziende locali sul territorio: si deve scongiurare il rischio che chiudano o delocalizzino.>>
Ho a lungo riflettuto su queste parole espresse dal nostro primo cittadino sui principali organi di informazione locali e, comparandole con le evidenti e molteplici preoccupazioni (sollevate anche, da parte di alcuni concittadini, sul Gruppo Facebook “Succede a Levate”) derivanti dalla natura chimica dell’azienda Sabo, soggetta a rischio di incidente rilevante, mi sono tornate alla mente le affermazioni di un noto giurista italiano che, a mio avviso, risuonano profetiche ed attuali di fronte a quanto sta silenziosamente capitando a Levate.
Il suddetto giurista, osservando le dinamiche nazionali, ha apertamente denunciato le parole dell’allora Ministro del Lavoro Poletti, reo di aver affermato: <<Ciò che va bene per le aziende va bene anche per i lavoratori.>>, ricordando, più o meno velatamente, il tragico ritornello in voga negli Stati Uniti d’America molti anni fa, che così recitava: <<Quello che va bene per la General Motors va bene anche per gli Stati Uniti d'America>>.
Noi dobbiamo dire una cosa: era sbagliata la frase negli Stati Uniti degli anni lontani, era sbagliata la frase dell’allora Ministro del Lavoro Italiano, ed è sbagliato ciò che si sta dicendo oggi a Levate.
Volendo infatti analizzare le parole rilasciate dal nostro Primo cittadino agli organi di informazione locale ciò che traspare altro non è che: “Ciò che va bene per la SABO, va bene per Levate”. E questa linea, a mio modesto parere, dovrebbe inquietare tutti perché questa mancanza di alternative (“o ampliamento o delocalizzazione”) sta di fatto “mutilando” il concetto stesso di democrazia.
Il discorso pubblico a Levate è povero in questo momento: è povero perché alcune voci vengono puntualmente escluse o ignorate; è povero perché le minoranze consiliari, più o meno volontariamente, sono sparite dal panorama politico locale; è povero perché la nostra Amministrazione comunale, di fronte alle grandi questioni, anziché parlare alla società si interfaccia a quest’ultima attraverso i giornali; e, con ogni evidenza, la somma di tutti questi fattori ha portato l’opinione pubblica locale a prediligere notizie locali di second’ordine, rattrappendo costantemente l’elenco delle grandi questioni.
Di fronte a questo modus operandi, appare evidente l’importanza di creare una massa critica sociale che è nello stesso tempo una massa critica Politica: quella Politica che dà voce alla società.
E' un lavoro difficile, ma è un lavoro possibile.
Mentre scrivo questo articolo vedo già alcuni lettori “storcere il naso” e, da un certo punto di vista, la reazione è anche più che comprensibile. Oggi parleremo infatti della storia di una piccola chiesetta che, sebbene dal punto di vista geografico appartenga al territorio di Osio Sotto, ha sempre svolto la funzione di punto di confine e di riferimento nell’immaginario dei levatesi durante gli ultimi settecento anni.
Il suo nome dialettale, ovvero secondo molte fonti deriverebbe dal latino “Santi Georgii” (lett. San Giorgio), modificato nel corso dei secoli dagli abitanti della zona, decisamente più abituati al bergamasco che al latino, prima in “Saiore” e poi in “Saore”.
Per quanto riguarda la sua costruzione, siamo assolutamente certi della sua presenza sul territorio sin dal XIV secolo per via di documentazioni relative a terreni in “zona San Giorgio”, ma l’edificio potrebbe risalire addirittura all’ XI o al XII secolo.
Sarebbe davvero bello poter conoscere le storie dei devoti che, nei secoli passati, hanno pregato in questa piccola chiesetta. Contadini, artigiani e umili manovali desiderosi che le guerre contro il Barbarossa prima e tra Milano e Venezia poi (passando tra le interminabili faide tra guelfi e ghibellini) giungessero al termine senza arrecare troppi danni.
Purtroppo il tempo non è stato clemente e pochissime fonti sono giunte fino a noi.
Il fatto più curioso relativo a San Giorgio e ai territori limitrofi risale al 1517, anno in cui diversi testimoni giurarono di aver visto in zona due eserciti fantasma combattersi, strani animali aggirarsi nei boschi e uomini senza testa camminare nella neve.
Questa storia, passata di bocca in bocca e di penna in penna, giunse sino alle orecchie del Papa e venne addirittura tradotta in tedesco e in francese.
Il formato con cui questa vicenda è giunta ai giorni nostri è quello della lettera.
Negli anni infatti furono ritrovati parecchi opuscoli scritti in tale forma dove vari personaggi
dichiaravano di aver visto personalmente o di aver sentito dire di apparizioni nefaste nei boschi tra
Verdello, Levate e Osio Sotto, per poi dare la propria interpretazione personale delle visioni. Alcuni
vi vedevano addirittura il Re di Spagna e quello di Francia che si contendevano il Ducato di Milano.
Molto probabilmente il tutto fu provocato da un caso di avvelenamento da “Zizzania”, una tipologia di Loglio molto simile al frumento.
Questa pianta tende a sviluppare dei funghi tra i suoi semi che, se ingeriti, provocano stati di stordimento e “ubriacatura”. Questo potrebbe spiegare il perché delle visioni dei testimoni (o Del testimone, i cui resoconti furono poi ripresi e modificati da altri autori).
Ad oggi di questo edificio non rimangono che un muro spoglio e qualche rovo a testimonianza dell’antico bosco. Passandoci durante un giro a piedi o in bici, tuttavia, è impossibile non sentirsi parte della storia del nostro territorio che, a mio modesto parere, non si limita a meri confini geografici ma alla memoria e alle esperienze dell’intera comunità.