Nel nostro piccolo borgo c’è una via chiamata “Viale delle Rimembranze”.
Come mai, chiede il viandante che capita da quelle parti, questa via è denominata “delle Rimembranze”?
Il rischio è di trovare alcuni che rispondono a spallucce, senza sapere la risposta, altri che forse affermano: “si chiama così perché è la via che conduce al cimitero”.
Il termine Rimembranze si riferisce al “rimembrare”: rievocazione, nella propria memoria, di persone, situazioni e sentimenti appartenenti al passato. Il viale è quindi non una semplice via del paese, ma un percorso che vuole aiutarci a ricordare, a non dimenticare. Un po’ di storia ci aiuterà sicuramente a comprendere come è nato questo viale e il perché di questo nome; che cosa e chi si vuole ricordare.
Levate fu colpito duramente dalla peste del 1630 e quel quasi 40% di popolazione che si dovette seppellire fu interrato nel riquadro di terreno su cui poi venne eretta, e sta tuttora, la cappella del cimitero vecchio ( detta in dialetto: del Capsantì ècc). Napoleone Bonaparte con l’editto di Saint Cloud del 1804, proibì le sepolture nelle chiese, o intorno ad esse, e ordinò la costruzione dei cimiteri.
Levate ricorse al terreno che ospitava i morti della peste e se ne servì secondo gli ordini impartiti dall’alto, utilizzando anche la cappella, detta di San Rocco.
Il primo tracciato della via attualmente denominata viale delle Rimembranze, risale al 1833; in quell’anno si costruì la strada che dalla piazza antistante la chiesa parrocchiale collegava con il vicino paese di Verdello, e fino ad un recente passato è stato così.
Nel 1890 fu inaugurato l’attuale cimitero, ma i morti riposarono in quello vecchio fino al 1916, anno in cui fu portata a termine l’esumazione totale delle salme e operata una sepoltura generale dei resti nell’ossario comune a sud della nuova cappella. Del vecchio cimitero rimase la cappella dei morti per la peste.
La strada che quindi portava a Verdello divenne, nel suo primo tratto, anche la via per il cimitero.
A questa nuova connotazione della via, nel corso degli anni se ne aggiunse un'altra, non meno significativa.
Come ci ricorda don Giuseppe Zamboni, che fu parroco di Levate dal 1915 al 1950: “Anche Levate ha pagato il suo tributo di sangue nell’ultima guerra: molti dei suoi figli hanno dato la vita per la Patria. A perenne ricordo del loro sacrificio i Levatesi sul palazzo comunale hanno murato nel 1921 una lapide commemorativa opera del nostro scultore Giovanni Ongaro. Di ciò non paghi fondarono un viale di rimembranza, che riformato e ampliato nel 1938 dall’attuale Podestà, Agronomo Ferrari Luigi, è di magnifico effetto. Lo fiancheggiano due filari di 70 piante ombrifere, e due siepi di ligustri corrono lungo i marciapiedi rialzati sulla strada comunale che mette a Verdello. Questo Viale si può chiamare unico in questi paraggi e conferisce al paese una nota di signorilità”.
Levate ha sacrificato ben trentasei militari nella I guerra mondiale e altri venti nella seconda, oltre ai sette civili caduti il 6 luglio 1944 sotto il bombardamento di Dalmine. Proprio a memoria di questi suoi figli, il tratto di strada che dalla chiesa portava al cimitero fu ampliato e chiamato “Viale delle Rimembranze” destinato, con targhe bronzee col nome di ogni singolo Caduto applicate ad appositi sostegni tricolori e con due lapidi all’ingresso del Cimitero, a offrire alla popolazione il ricordo tangibile dei Caduti . Terminata la II guerra mondiale anche i morti del secondo conflitto furono ricordati con delle lapidi e le targhe bronzee, a destra e sinistra del viale delle Rimembranze.
Da qualche anno, le 64 targhe bronzee con il nome dei Caduti di Levate non si trovano più su Viale delle Rimembranze, ma sono state applicate su una lapide posta nel giardinetto antistante al Monumento ai Caduti.
Al termine di questi brevi appunti di storia, credo di poter affermare, senza voler sembrare presuntuoso, che attualmente nel cuore e nella mente della gente del nostro paese, il viale delle Rimembranze rimanda a due significati particolari: il ricordo dei Caduti e il ricordo dei defunti. Dove la memoria dei nostri morti ha preso il sopravvento sul ricordo dei Caduti dei due ultimi conflitti mondiali.
Quando si diventa “vecchi” si dice che ci si è incamminati sul “viale del tramonto” perché il giorno della dipartita si fa più vicino. Potrebbe essere così chiamato anche l’ultimo tratto di strada che si percorre per raggiungere il cimitero, sapendo che, per chi è credente, il sepolcro è solo una stazione di passaggio.
Non per nulla i cristiani hanno mantenuto l’etimologia classica per designare il luogo di sepoltura dei propri cari defunti. “Cimitero” è infatti una parola di origine greca che significa “dormitorio”; quale definizione poteva essere più adatta per dire appunto che i corpi dei defunti riposano in quel luogo, nella pace, nell’attesa della resurrezione della carne?
Noi comunque preferiremo continuare a chiamarlo “Viale delle Rimembranze” e come tale averne cura.
Al di là del credo di ciascuno, penso che un “viale delle Rimembranze”, del ricordo, della memoria, sia importante per la nostra comunità e per ciascuno in particolare. La memoria è sempre coinvolta nel nostro vivere quotidiano e ci aiuta a fare tesoro del patrimonio di coloro che ci hanno preceduto in questa vita.
I luoghi, le vie, i nomi ci rimandano a persone a cui dobbiamo essere grati e che hanno reso possibile il nostro presente. Il passato dimenticato o non svelato dalla consapevolezza, dalla memoria, divora con sé anche il futuro. Non ci lascia le energie per sognarlo, né la lucidità per progettarlo. Coltivare la memoria ci rende capaci di cose nuove, di cose belle; ci guarisce dall’indifferenza e dal cinismo, per continuare ad impegnarci per il bene di tutti.
Dell'originaria proprietà delle bacheche non viene detto né prodotto alcun documento o significativo riferimento probatorio.
Tuttavia, con nota comunale datata 13 marzo 2006 (registrata al n. 1852/2006 del protocollo comunale) l'allora Sindaco Vincenzo Marchetti, comunicando l'avvenuta sostituzione ad opera del Comune delle bacheche divelte in occasione dei lavori di sistemazione delle piazze comunali, ne assegnava la "piena disponibilità" ai partiti politici presenti sul territorio e, in qualche modo, rappresentati in Consiglio comunale, con l'accollo delle spese di manutenzione ordinaria e straordinaria in ragione dell'uso esclusivo.
Suddetta assegnazione ha sostanzialmente cristallizzato la proprietà comunale delle bacheche: in caso contrario, infatti, non solo l'allora Sindaco non avrebbe avuto alcun titolo per assegnarne la piena disponibilità; bensì non avrebbe sostenuto il costo della loro sostituzione.
E' del tutto evidente che, a seguito delle elezioni comunali del 2014, le quali hanno "regalato" al Comune di Levate una sola lista civica in Consiglio comunale (con la conseguente formale scomparsa nel panorama istituzionale dei gruppi consiliari "Lega Nord" e "La Margherita - Insieme per Levate"), le bacheche hanno di fatto interrotto la loro funzione informativa di carattere locale a beneficio della comunità di Levate.
L’avvento del 2019 ha restituito a Levate, almeno dal punto di vista formale, una composizione non mono-colore del proprio Consiglio comunale, a beneficio di due nuove liste civiche ("Nuova Proposta per Levate" e "Uniti per Levate") le quali, ad oggi, non hanno in dotazione alcuna bacheca finalizzata a consentir loro di esprimere il proprio punto di vista su questioni locali da loro ritenute di interesse.
In risposta ad una mia specifica richiesta inviata al Comune di Levate il 1° marzo 2020, l'attuale Amministrazione comunale (con prot. 1866 del 22 aprile 2020) ha formalmente comunicato la volontà di approvare uno specifico regolamento, a seguito del quale saranno definiti gli aspetti connessi alle richieste di utilizzo delle bacheche comunali.
Considerato nell'ultimo Consiglio comunale è stata annunciata da parte della nostra Amministrazione comunale l'intenzione di riqualificare l'aiuola nella quale attualmente insistono le bacheche al fine di creare un impianto di irrigazione nonché sianare una passerella per recuperare uno spazio sufficiente a permettere alle persone di seguire le partite in sicurezza, mi piacerebbe proporre un progetto finalizzato a creare in paese una sorta di "Giardino del Sapere" adiacente alla nostra biblioteca comunale, nella quale potranno essere re-installate:
- le tre bacheche comunali da assegnare ai tre Gruppi consiliari attualmente presenti in Consiglio comunale, previo il varo di uno specifico regolamento;
- la attuale e dismessa cabina telefonica, riconvertita in "biblio cabina" (vedi paragrafo successivo)
I tempi gloriosi delle cabine telefoniche sono ormai terminati.
Nell’era dei cellulari ultra tecnologici e multitasking, il fascino e l’utilità della cabina rossa sono del tutto svaniti.
Ormai inutilizzate molte di queste strutture sono state smantellate.
Ma per quelle ancora rimaste è in serbo una nuova opportunità o una "nuova vita".
Parliamo di biblioteche improvvisate e soprattutto libere, in cui praticare il bookcrossing: entri nella cabina, prendi il libro che ti piace, lo leggi e poi lo riporti, e se hai libri che vuoi donare, puoi farlo liberamente.
Premesso che, condizione imprescindibile per la realizzazione della biblio-cabina è avere tanta pazienza ed amore per i libri, oggi con la collaborazione di Telecom Italia è possibile convertire le cabine telefoniche, le quali potranno essere vendute o date in concessione gratuita.
Occorre inviare la richiesta ala casella di indirizzo cabinacomune@telecomitalia.it o all'indirizzo PEC telefoniapubblica.dg@pec.telecomitalia.it.
Nell'istanza il richiedente dovrà:
- indicare l'ubicazione della cabina a cui è interessato;
- precisare la modalità di utilizzo
- indicare i dati per l'intestazione del contratto;
- fornire il proprio indirizzo PEC e relativa firma digitale con un recapito telefonico.
Le cabine potranno essere cedute gratuitamente solo per progetti di utilità sociale. Il progetto del soggetto richiedente, cioè, dovrà essere diretto a realizzare finalità di interesse generale, riconducibili all'intera collettività territoriale come, ad esempio, proprio la realizzazione di attività di bookcrossing.
Il nostro auspicio è che l'Amministrazione comunale possa vagliare positivamente quest'idea, regalando alla Comunità di Levate un Giardino del Sapere adiacente alla Biblioteca.
Eccoci arrivati al secondo appuntamento con la rubrica storica de “L’Olmo".
Oggi parleremo di Fra Dolcino: un personaggio storico controverso, considerato eretico dalla Chiesa Cattolica, e menzionato anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri.
Davide Tornielli, questo dovrebbe essere il suo nome, fece la sua comparsa all’interno dell'Ordine degli Apostolici: una setta Cristiana, guidata da Gherardo Segarelli, che professava una vita in totale povertà, dedicata alla preghiera e avversa ai costumi mondani e indegni che intaccavano la santità della chiesa.
Questo portò inevitabilmente ad una condanna dell’Ordine da parte del papato, stante il Concilio di Lione del 1274 aveva vietato la costituzione di ordini mendicanti senza autorizzazione papale.
La figura di Fra Dolcino così come la conosciamo iniziò a scrivere pagine di storia il 18 Luglio del 1300, ovvero il giorno della messa al rogo di Gherardo Segarelli.
Da quel giorno sarà infatti lui a guidare l’ordine e, nel 1303, riuscirà a riunire nella zona del lago di Garda buona parte degli Apostolici fuggiti dopo le persecuzioni da parte delle truppe papali.
Qui Dolcino conobbe la sua compagna Margherita da Trento (gli Apostolici ripudiavano l’obbligo alla castità e, in generale, ai voti per poter professare, pertanto i loro “pastori” erano liberi di avere relazioni. Questo portò molti riformatori protestanti a vedere in Dolcino un loro antesignano).
I Dolciniani si espansero nel nord Italia fino a quando, nel 1306, papa Clemente V diede il via ad una crociata con l’obiettivo di distruggerli.
Dopo un estenuante assedio che vide Dolcino e i suoi bloccati sul monte Rubello per circa un anno, il 23 Marzo 1307 i crociati riuscirono a sfondare le difese dell’insediamento e passarono alle armi tutti i presenti, tranne Dolcino e Margherita, i quali furono torturati e arsi vivi.
Qui la storia inizia ad assumere risvolti davvero macabri, pertanto molti non la raccontano vista la gravità dei contenuti...
La domanda ora è: cosa c’entra la nostra comunità con i Dolciniani?
Nell’archivio storico diocesano di Bergamo è presente un documento datato 17 marzo 1318 (codice 8/0046F), riguardante la vendita dei terreni dei “fratelli Vertude, Giovanni e Detesalvo, figli del fu Fornovo de Lavate”, confiscati ai proprietari “a causa dei peccati commessi con l'adesione alla setta di Dolcino, riconosciuto eretico.
Giovanni de Feriana, frate predicatore, inquisitore degli eretici nella provincia di Lombardia [...] procede alla vendita al medesimo di tutti i diritti spettanti all’Inquisizione sulla pezza di terra "sedumata" sita nell’abitato di Levate, “in contrata de Porta Nova”, a lungo posseduta dai detti fratelli, al prezzo di L.50.
Ovviamente il fatto che tre compaesani abbiano fatto parte di uno dei movimenti eretici più discussi del ‘300 non fa di Levate il centro del mondo ma, a mio avviso, piccoli elementi come questo sono in grado di dare una “tridimensionalità storica” al territorio in cui viviamo.
Vi aspetto per il nostro prossimo appuntamento sempre qui sulle pagine de “L’Olmo”.