La Costituzione, cancellando ogni retaggio del passato, non considera più l’individuo separato dalla comunità o "annullato" dalla potenza dello Stato o degli Enti Locali, ma lo inserisce in un fitto reticolo di rapporti sociali al cui interno debbono maturare le condizioni per lo sviluppo della sua personalità.
Per questi motivi, alle formazioni sociali è riconosciuto un ruolo essenziale nella crescita dell’individuo. Parliamo innanzitutto della famiglia e della scuola, così come di tutte le strutture di tipo associativo.
Questo principio, comunemente chiamato principio pluralista, si accompagna idealmente a quello solidarista, che impone ai cittadini una serie di prestazioni e di comportamenti il cui adempimento è necessario e importante per il benessere della collettività nel suo complesso.
Si tratta di quei doveri di natura Politica, economica e sociale, ai quali nessuno dovrebbe sottrarsi.
Nel 2023, l’anno in cui Bergamo è stata designata “capitale della cultura”, abbiamo ritenuto utile e significativo trasformare “L’Olmo”, da semplice ciclostilato del gruppo Facebook “Succede a Levate”, in un’Associazione Civica e Culturale, forse la prima nata a Levate.
In quest’ottica proveremo a metterci al servizio della nostra Comunità per organizzare iniziative e servizi finalizzati all'informazione e alla formazione civica e culturale, e cercheremo di creare “reti” sul territorio levatese con realtà ad esso radicate quali la Parrocchia, l’Oratorio, nonché con altre realtà associative locali che vorranno dialogare con noi nonché, ovviamente, con il Comune di Levate.
Il “primo passo formale” della nostra Associazione sarà quella, almeno per il 2023 e almeno per due edizioni (quelle di febbraio e di ottobre), far tornare “L’Olmo” cartaceo, al fine di ricordare due figure di grande prestigio per la nostra storia locale: quella di Giuseppe Daminelli e quella del Cavalier Natale Pinotti.
A tal proposito, il 15 febbraio 2023 inizierà la distribuzione alla cittadinanza del nuovo ciclostilato, rivisitato anche dal punto di vista grafico, finalizzato a ricordare, a 20 anni esatti dalla sua scomparsa, la figura di Giuseppe Daminelli: autore, tra gli altri, dell’opera “Levate nella storia di duemila anni”.
Non mi resta che ringraziarVi per l’attenzione e darVi appuntamento alla mostra/tour storico che organizzeremo presso la Chiesa di San Carlo a Levate dal 19 al 24 maggio 2023.
Mio padre era uscito tranquillo da casa poco prima delle sette per recarsi a piedi al lavoro, distante quattro chilometri; non aveva ancora sostituito la scassata bicicletta dai tubolari pieni con quella dalle gomme gonfiabili che tanto gli premeva (la ga stàa prope söl gós) “gli stava proprio sul gozzo”. I suoi pensieri erano fissi al guadagno perché in quindici anni di matrimonio, punteggiati da otto nascite intercalate da sei decessi (la gastroenterite e altri malanni d’epoca tanto avevano falcidiato la sua famiglia), i debiti erano sempre stati bagaglio indistruttibile. Particolare gravità avevano assunto con l’incidente a lui occorso che l’aveva lasciato con un piede quasi mozzato, riattaccatosi dopo dolorose cure e una fervorosa novena alla Madonna del Fonte di Caravaggio culminata nel miracoloso pediluvio in quell’acqua benedetta. E dunque, pensare all’imminente parto della sua amata Santina, era meno pressante del dedicarsi al guadagno. E poi via, per faccende di donne c’è pur la protezione della Madonna! Alle sette e mezzo in punto il sottoscritto veniva alla luce sbarrando gli occhi al grande freddo de quel 24 gennaio 1934 nella stanza dal cui letto s’intravedevano le stelle dall’orditura del soffitto. Il neonato era molto minuto e non del tutto finito: “la testolina era ancora dischiusa, le unghie mancavano completamente”. La mamma accostandoselo al seno, esclamò: “Ne ho già sei lassù, presto ci sarà il settimo”. L’udì e la redarguì severa l’amica Lucia Locatelli, detta Santéla in quanto vedova del povero Santo Pala. A lei era ricorsa Elisa, la sorella del neonato, perché prestasse soccorso alla madre in sostituzione della costosa levatrice. E la Santéla avvoltolò l’infante in pannolini e bambagia, lo portò giù in cucina e lo infilò nel forno della stufa: “quel buco nero che serviva da scaldavivande e da scaldapiedi e, perché no, da scalda bambino. Al marito di ritorno dal lavoro a sera inoltrata, Santina così annunciò l’evento: “Tommaso mio, hai un figlio in più da sfamare”. E aggiunse con un accenno di amaro sorriso: “Ma forse non per molto: è tanto pochino (l’è tat pochì)”! Guardava con infinita tenerezza il frutto del suo grembo stanco. L’uomo la baciò e prese tra le braccia il piccolo. Fece per baciarlo, ma si trattenne: non era ancora battezzato… Rispettando l’antica credenza che baciare un essere non ancora purificato dall’acqua lustrale era far torto a Dio, lo fissò a lungo ascoltandone i vagiti, tanto flebili da parere d’altro mondo.
Convenne che era bene farlo battezzare al più presto. Il giorno dopo, sotto una spettacolare nevicata, lo portò alla chiesa parrocchiale, dove stava in attesa il curato coadiutore don Alessandro Brumana – il parroco don Giuseppe Zamboni, sant’uomo, propter aetatem et ex consuetudine temporum (a causa dell’età e delle consuetudini del tempo), si occupava solo dei figli dei notabili o degli abbienti –. Il prete era in cotta e stola sotto il gran tabarro (mantello) imposto dal gelo che ghiacciava il tempio. L’acqua era allo stato solido nel fonte battesimale e dovette essere sostituita da altra fumante dal pentolino recato dalla perpetua. Fu madrina la Santéla, accompagnata dalla figlia Camilla e da Olivia Spinelli, prossima a entrare in un convento di clausura. Combinarono di dare al piccolo i nomi di Giuseppe Antonio.
Il curato poi, intrigato nella memoria dal freddo e dalla fretta, scrisse nel registro Antonio Giuseppe.
In municipio, va annotato per la precisione, le cose andarono per il giusto verso, ma dialettalmente tutti presero a chiamare la creatura semplicemente Beppino, in barba a qualsiasi regola anagrafica. Dal ritorno dalla chiesa, dopo aver tutti baciato in fronte il novello figlio di Dio, si usava allestire una festicciola, magari contenuta e comunque nei limiti delle possibilità famigliari. Era tradizione sacrosanta di buon augurio per il piccino. Tommaso e Santina non avevano mezzi, salvo quello di aumentare i debiti. Rimediò a modo suo la Provvidenza. La solita Santéla comparve con una gran terrina di profumati ravioli (casonsèi). Arrivò il fratello del Beppino, Angelo, da tutti chiamato Creonte dal nome derivato da quello del nonno paterno che faceva Anacreonte. Recava con sé da non so dove un cartoccio di aringhe e una bottiglia di vino. La vicina di casa Paolina Defendi in Bertulessi, giunse con un paiolo di polenta e una padelletta con tre cotechini spartiti per lungo e per largo. La solidarietà del prossimo fu divina.
Il pranzetto venne servito e onorato in men che non si dica. Perfino al neonato la mamma svirgolò in bocca con la punta dell’indice un bocconcino di polenta. E l’allegria animò il canto dei convenuti alla festa battesimale di quell’esserino che ritornò a godere il calduccio nel forno della stufa.
Non ho visto alcun accenno, su pubblicazioni levatesi, al libro
"Levate nella storia di duemila anni", che recentemente ho avuto l'onore di dare alle stampe.
Rimedio io stesso, mosso non da voglia di autoadulazione ma spinto dal sentimento che già mi ha indotto a dedicarlo al mio Levate, paese e popolo, sempre caro al cuore.
Ho spiegato in premessa lo scopo primario del volume: offrire ai nostri ragazzi una pubblicazione, la più esauriente possibile, tesa a correggere la diffusa ignoranza di cognizioni storiche locali.
Naturalmente lo scopo non era rivolto ai soli ragazzi, bensì anche ai giovani e agli adulti, capaci di emulare in qualche modo i compagni del mitico Ulisse nel compiere un folle volo verso l'ignoto, nel nostro caso: tempi, luoghi, fatti e persone del vissuto dal nostro paesello nell'era bimillenaria che ha preceduto i nostri giorni.
L'intento qui sopra detto ha incontrato prima di tutti la Provvidenza, sempre prodiga di ispirazioni dello Spirito, poi il favore non solo di coloro che hanno aiutato il libro a vedere la luce - ora si usa chiamarli sponsor - ma anche di quanti hanno preso a cuore la sua diffusione: la Banca della Bergamasca, che ne ha voluto fare omaggio alla sua clientela; il Comune di Levate, che ne ha promosso la distribuzione agli studenti delle Scuole medie; alcune benemerite istituzioni locali, quali: l'Avis, l'Acli, la Cooperativa Edilizia Levate e la Cooperativa Sociale l'Aliante, che ne hanno curato la divulgazione tra i propri iscritti; la Parrocchia, che ne ha gradito l'omaggio.
Ammirati ed entusiasti si sono dimostrati i miei lontani parenti e conoscenti brasiliani di Criciuma e dintorni (nello Stato confederato di Santa Catarina), compreso il Vescovo Don Paulo De Conto.
Tutto ciò logicamente mi ha fatto molto piacere, come mi hanno recato soddisfazione gli apprezzamenti della nostra stampa provinciale.
Le felicitazioni pervenutami da distinte personalità mi hanno confermato l'aggradimento del mio lavoro ritenuto culturalmente valido.
Così si esprimono, ad esempio, alcuni docenti:
- da Bergamo - <<Ho vivamente apprezzato il Suo colto, documentato e raffinato "viaggio" nel tempo di Levate>>; <<Non esiterei a definire la Sua fatica una "Opera omnia" sulla storia di Levate: scientificamente accurata, risultano in essa dovizioso il lavoro di ricerca; copiosa la quantità di documenti citati e riportati: felice l'invenzione narrativa che rende piacevole e allettevole la lettura (secondo quanto suggeriva il Manzoni: "il Vero per soggetto, l'interessante per mezzo, l'utile per scopo"). Il linguaggio è sempre forbito, ricco e appropriato>>.
- dall'Università di San Paulo in Brasile - Un altro docente così si esprime: <<Mi piace il tuo modo vivo di raccontare le cose, come se il lettore stesse facendo una passeggiata nel luogo e nel tempo in cui le cose sono accadute>>.
- Uno scrittore bergamasco asserisce: <<E' ben fatto, le molte note e la bibliografia citata danno credibilità scientifica a quanto scritto, la scrittura corretta, piacevole e facile permette a tutti di accostarsi all'opera e di leggerla. E' questo un grosso pregio: dire in modo semplice anche le cose più complicate>>.
Altri esprimono complimenti o guardano avanti nel tempo affermando:
- da Roma - <<Voglio felicitarmi con Lei per questo volume così prezioso e caro per tutti i Levatesi>>;
- dall'Ateneo di Bergamo - <<Appare come un lavoro attento e scrupoloso; l'amore per la borgata natia non fa velo al rigore dell'indagatore e all'ordine con il quale viene esposta la materia>>;
- ancora da un docente bergamasco - <<Immagino quanto tempo, fatica, perizia e dedizione avrà richiesto la stesura di un tale lavoro, che rimarrà sicuramente una pietra miliare nella storia, nella cultura, nel costume di Levate>>;
- da un esimio ecclesiastico di Bergamo, cultore di storia locale - <<Chi in seguito scriverà di Levate non potrà prescindere da quanto lei, con passione ha raccolto, documentato e trasmesso>>.
Mi piace segnalare infine che il volume è stato richiesto e gradito da autorevoli Enti, quali la Biblioteca Civica Angelo Maj di Bergamo e la Provincia di Bergamo - settore Cultura -.
Rendo grazie al buon Dio per tutto quanto sta all'origine di ciò che qui sopra ho esposto, perchè attribuibile chiaramente alla Sua bontà e grazia, più che al mio impegno.
Un grazie tutto particolare mando a mio cognato Don Lorenzo Mazzola, già Coadiutore a Levate prima che Parroco e Prevosto altrove, che, intesa l'importanza dello scritto, ne ha caldeggiato e favorito la pubblicazione.
Ringrazio anche tutte le gentili persone, e mi compiaccio con esse, che verbalmente mi sono state larghe di simpatia con espressioni attestanti il loro consenso.
Non mi rimane che di chiudere queste note auspicando che al libro in parola non accada di trovarsi a solcare il mare della solitudine, ma piuttosto trovi buona compagnia in altre opere di appassionati della storia di Levate.
I ricordi dell’infanzia e della prima adolescenza diventano sempre più ricorrenti con il passare degli anni.
Un velo di nostalgia li copre e li riveste di poesia.
Ci accorgiamo che le persone che abbiamo incontrato e conosciuto nell’arco di questo primo tratto della nostra esistenza sono state importanti e fondamentali per il nostro futuro, e in qualche modo hanno determinato il nostro sguardo sul mondo, le nostre scelte e i nostri sogni.
Tra le persone che fanno parte di questi miei primi ricordi c’è anche Giuseppe Daminelli che ho avuto la fortuna di conoscere perché la sua famiglia abitava proprio accanto alla mia.
I suoi figli, poco più grandi di me, sono stati miei amici d’infanzia. Il nostro condominio era un pullulare di bambini e di ragazzi, più o meno della stessa età. I nostri genitori erano tutti dipendenti dello stabilimento Dalmine, e questo favoriva una comunanza di vita e uno scambio non comuni.
Un piccolo villaggio all’interno del paese di Levate.
Da bambino guardavo con occhio un po' stupito il signor Daminelli. Era una persona distinta nel modo di vestire e di parlare; e, anche se spesso parlava in “bergamasco”, il suo dialetto era sempre signorile e mai volgare. Tuttavia, nonostante potesse esteriormente apparire un po' distante, in realtà era semplice e cordiale nell’accostarsi alle persone, amava conversare e intrattenersi con tutti.
Lo guardavo stupito perché si distingueva dalla maggior parte dei nostri “vecchi”, per quel suo modo di presentarsi e sicuramente anche per alcune responsabilità di riguardo che aveva nel nostro piccolo borgo. Per tanti anni fu l’amministratore del nostro grande condominio, detto anche “formicaio” che, se non erro, era composto da più di cinquanta nuclei familiari. In Chiesa poi lo si vedeva spesso proclamare la Parola di Dio dall’ambone, così come si distingueva la sua bella voce nel canto corale. In parrocchia aiutava il parroco di allora, don Battista Maffioli, nel disbrigo delle faccende economiche, ricoprendo, per diversi anni, il ruolo di fabbriciere. Per me, che ero ancora un bambino e non capivo tante cose, era comunque chiaro che Giuseppe, all’interno della nostra comunità civile e parrocchiale, era una persona di un certo rilievo.
Con il passare degli anni ho conosciuto più da vicino Giuseppe Daminelli, e ho trovato conferma e ho dato un nome a queste mie prime impressioni. Ebbi quindi modo di parlare con lui di tante cose, anche del passato, di apprezzare la sua persona e la sua intelligenza. Un uomo che con un livello scolastico, diremmo oggi, poco più che elementare, si interessava di cultura e di storia. Aveva pubblicato anche alcuni libri ed era capace di sostenere con serietà e competenza le responsabilità che gli venivano affidate.
Nei primi decenni del secondo dopoguerra il nostro paese di Levate è stato servito da uomini che non avevano una grande preparazione scolastica; non per mancanza di intelligenza, ma perché le famiglie da cui provenivano erano povere e non potevano permettersi di far studiare i propri figli. Per queste persone, come per Giuseppe Daminelli, questa lacuna era stata colmata da un impegno costante e umile nello studio e nel desiderio di imparare, come si conviene ad un ottimo autodidatta.
Una conoscenza corroborata, nel suo caso, dal dono del discernimento e della prudenza che nemmeno i libri e i titoli universitari possono dare.
Seppi da lui stesso l’amicizia e la stima che lo legava a mio nonno Natale Pinotti, e mi rallegra il fatto di saperli accomunati, in quest’anno, nel ricordo che si vuole loro tributare nell’anniversario della loro scomparsa.
Ricordare Giuseppe Daminelli è riconoscere che una comunità si regge e si edifica nella misura in cui ci sono uomini e donne capaci di mettersi a servizio della collettività con competenza, umiltà e fedeltà. Persone che hanno a cuore il bene di tutti.