“Dobbiamo investire nelle nuove generazioni, perché sono il nostro futuro. Se non lo facessimo, il paese di Levate sarebbe destinato a morire.”
Con queste parole, l’Amministrazione comunale di Levate, con giornalisti e parroco al seguito, ha inaugurato la nuova scuola sabato 14 settembre 2019.
L’edizione de “L’Eco di Bergamo” del 15 settembre 2019 è entrata nel merito dei lavori effettuati per rimettere a nuovo l’edificio scolastico, e cito: <<al suo interno i bagni sono stati rifatti, i pavimenti sostituiti, sono stati realiz zati i controsoffitti ...>>
A distanza di poco più di due mesi dall’ammodernamento e di 600 mila euro spesi (400 mila coperti dall’azienda chimica Sabo), la nostra scuola si presentava così...
Queste foto, pubblicate sul Gruppo Facebook “Succede a Levate” il 23 novembre 2019, sono state prontamente inviate ai principali quotidiani d’informazione locale:
L’Eco di Bergamo, Bergamonews e Bergamo Post i quali, nei fatti, per quasi due mesi dall’invio, hanno ritenuto la notizia non meritevole di pubblicazione. Nessun organo di informazione locale ha destinato nemmeno una riga alle condizioni dell’edificio scolastico di Levate, fino a quando la tematica non si è trasformata in una querelle che ha iniziato a far litigare le rappresentanze politiche passate e presenti in Consiglio comunale.
Il 30 dicembre 2019 infatti, nel corso del Consiglio comunale con il quale si è approvato l’aumento dell’aliquota IRPEF comunale, il primo cittadino di Levate, nell’annunciare l’inizio dei lavori per il “Lotto 2” dell’edificio scolastico previsto per l’estate del 2020 (e la conseguente probabile accensione di un mutuo di circa 600.000 euro), si è trovato costretto a denunciare le precarie condizioni della scuola di Levate.
Ormai sdoganato l’argomento dalla politica locale, solo il 10 gennaio 2020 “L’Eco di Bergamo”, folgorato sulla via per Damasco, ha denunciato in maniera incidentale il problema dell’edificio scolastico di Levate. Il giornalista firmatario dell’articolo: “Il tetto? Si fa, ma intanto piove sui soffitti nuovi”, scegliendo di relegare la notizia di cronaca a questione meramente marginale, si è “buttato a capofitto” sulla diatriba politica tra il vecchio ed il nuovo sindaco di Levate circa l’errato crono-programma delle opere da eseguirsi.
Identica notizia, in data 17 gennaio 2020, è stata pubblicata su “Bergamo Prima”, il settimanale di informazione nato dalle ceneri del “Bergamo Post”.
L’ultima discussione politica regalata dalla stampa locale è datata 24 gennaio 2020, ed è stata pubblicata da “Bergamo Prima”, il quale ha enfatizzato un vivace scambio di battute tra Giulio Colombo (capogruppo consiliare di “Uniti per Levate” ed ex assessore alle opere pubbliche”) ed il Sindaco di Levate.
E mentre la politica litiga, rimbalzando le colpe tra vecchia/nuova amministrazione ed uffici comunali competenti, quanto mai discutibile appare la relazione tecnica illustrativa allegata alla delibera di giunta n. 36 del 13 febbraio 2018 avente ad oggetto lo “studio di fattibilità tecnico economica su tre soluzioni di intervento edilizio presso l’Istituto comprensivo Aldo Moro” dove, al punto 1.2.1. presenta questo passaggio: <<[…] le solette del corpo di fabbrica originale, ovvero dell’Ala Vecchia, sono indicate come elementi con criticità, in quanto non garantiscono un sovraccarico utile pari a quello previsto dalle normative vigenti per la destinazione d’uso prevista; tuttavia gli interventi strutturali di rinforzo locale di tali solette, atti a garantire una reale capacità strutturale delle stesse solette nei confronti del sovraccarico accidentale previsto[…] non risultano essere necessari, a condizione che l’Amministrazione comunale di Levate stabilisca dei livelli di prestazione richiesti a tali solette conforme al sovraccarico accidentale che le stesse risultano essere in grado di sopportare…>> Non trovate discutibile che, sapendo che le solette non possono “caricare” più di un certo peso, si confidi della “scuola” (ossia nelle persone) affinché non si superi il carico massimo consentito?
Ad ogni lettore le dovute considerazioni…
La nuova Amministrazione comunale di Levate ha da subito posto una particolare attenzione alle attività produttive e commerciali locali, non solo nominando un assessore dedicato al “commercio ed alle attività produttive”, ma aderendo al distretto del commercio “Morus Alba”, che da anni associa i comuni di Stezzano, Azzano San Paolo, Orio al serio, Grassobbio e Zanica.
L’esistenza e la proliferazione delle attività produttive e commerciali locali è questione vitale non solo per garantire posti di lavoro ai nostri figli, per portare conoscenza e prestigio alla nostra comunità o, come segnalato dalla nostra Amministrazione sul periodico “Levate Insieme”, alimentare le entrate comunali… L’esistenza e la proliferazione delle attività produttive/commerciali in un Comune è fondamentale altresì per creare aggregazione, per creare socialità e, soprattutto, per far vivere un paese, creando una sorta di “controllo sociale” della collettività e per la collettività, utile a debellare fenomeni di microcriminalità che, spesso, conseguono all’abbandono di piazze o di parchi pubblici.
E’ sotto gli occhi di tutti, ormai da circa cinque anni a questa parte, la crescente tendenza alla scomparsa dei negozi di vicinato a Levate: emblematico, a tal proposito, il “Bulli e Pupe” in Piazza della Chiesa, il quale ha chiuso ormai da circa quattro anni. E’ dal 2016 che la Piazza di Levate non ha un bar (forse un record provinciale per un paese bergamasco di circa 4.000 abitanti) .
Analoga sorte è toccata al bar “Che bel campà” in Corso Europa…
Chi ha provato la riapertura a Levate ha trovato cattiva sorte: è il caso del ristorante “Il Cedro” di Via Enrico Fermi. Quest’ultimo, cercando di raccogliere l’eredità del ristorante cinese “La Gioia” (forse un record mondiale che Levate può vantare è essere riuscito a far chiudere un’attività imprenditoriale cinese), ha chiuso a distanza di pochissimi mesi, vanificando un gran lavoro di ristrutturazione.
In questi ultimi anni, altri negozi hanno abbassato la saracinesca: il negozio di elettronica ed il lavasecco di via Cialdini, il fotografo di via papa Giovanni XXIII e, da ultimo, la trattoria “da Roberto”, lungo la ex SS 42. La crescente scomparsa delle attività produttive-commerciali a Levate è un fenomeno che non può e non deve riguardare solo le scelte politiche di un’Amministrazione comunale; al contrario dovrebbe far sorgere interrogativi a tutti noi, circa le nostre abitudini di vita e, perché no, circa le nostre scelte di consumo. La proliferazione di “saracinesche abbassate” non può che generare segni di deterioramento e di abbandono nel tessuto territoriale di un paese, in quanto le piazze o le strade abbandonate dalla maggior parte della comunità saranno presto teatro di episodi ed esternalità negative per tutta la collettività.
Prendendo a prestito le lungimiranti parole di un noto sociologo statunitense, i fenomeni sopra descritti, cristallizzano una mancanza di formazione e di cultura sociale in tutti noi; e questa mancanza non può che generare un paese con “tante finestre rotte”, dove nessuno sembra disposto a ripararle.
Tutti gli approcci temporali e spaziali al territorio, vissuto e trasformato dall’uomo protagonista e interlocutore
privilegiato nel rapporto uomo-ambiente, sono l’oggetto della memoria collettiva, una memoria intesa come consapevolezza della comune titolarità di un patrimonio naturale, tradizionale, storico, in definitiva culturale, che è nostro dovere conoscere e valorizzare complessivamente e nella sua autenticità.
Appare evidente come il tema “Gli spazi della memoria” sia di indubbia attualità, e come possa essere correttamente applicato al tema generale del corso “l’area di Bergamo”.
Infatti, quando parliamo del divenire della città in una fase di transazione culturale come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da un profondo mutamento delle consuetudini e dei costumi, dei modi di produrre, delle stesse forme di linguaggio e dei rapporti interpersonali, la memoria può essere facilmente offuscata dal rischio di uno scivolamento verso un possibile metropolismo efficientista, sia pure sostenuto da visioni urbanistiche illuminate e da opzioni per servizi tecnologicamente avanzati.
Occorre tuttavia guardarsi dal porre il problema come una sorta di competizione tra chi sostiene l’evoluzione della città in senso moderno e dinamico e da chi della città ha una visione statica e conservatrice. Il vero problema è quello del rapporto tra “urbs e civitas”, l’antico e sempre attuale tema della “città dell’uomo per l’uomo”. Se per certi aspetti, l’evoluzione urbana e il progresso economico hanno portato indubbi vantaggi anche al diffondersi delle opportunità culturali nella periferia, è altrettanto constatabile, purtroppo, lo svuotamento e il soffocamento delle specificità locali.
E’ allora quanto mai opportuna una riflessione sull’indiscusso ruolo guida della città storica, ma anche sulle specificità culturali delle singole comunità circostanti, per non mortificare un prezioso apporto di individualità all'evoluzione della nuova rete urbana.
Questo impegno di ricerca trova la sua motivazione ideale nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente, di ogni uomo e di ogni ambiente, nel loro processo dialettico del divenire storico, in definitiva nel farsi e nel trasformarsi della città dall’assetto tradizionale, appunto, alle prospettive del futuro.
L’attenzione al divenire della città sarà tanto più cosciente quanto più puntuale e approfondita sarà la conoscenza dell’area oggetto della ricerca, nel suo insieme e nei suoi elementi peculiari, nella specificità delle componenti e nella pluralità degli apporti.
Occorre pertanto aprire una finestra sugli spazi della memoria, alla ricerca delle identità per valorizzarle, dei rapporti plurisecolari per correggerli, se necessario, o per rafforzarli, delle peculiarità consolidate per esaltare il senso di una appartenenza, non campanilistica, ma consapevole della titolarità di un ruolo da giocare in positivo, nella costruzione della nuova città.
Gli spazi della memoria quindi e non solo i luoghi della memoria; i primi includono i secondi, perché se è vero che i luoghi istituzionalmente deputati alla memoria necessitano di più puntuali attenzioni per una loro più efficace interazione con il territorio sul quale insistono, è altrettanto vero che queste stesse istituzioni sono parti, sia pure privilegiate, degli spazi fisici e temporali di un territorio - teatro sul quale si rappresenta la millenaria vicenda del rapporto uomo - ambiente.
Lo sforzo è allora quello di individuare i mille luoghi della memoria che, insieme a quelli tradizionalmente deputati, aprono i loro ampi spazi all’avventura della ricerca sulla città e sull’area circostante. Gli spazi della memoria sono un bene troppo prezioso e non possono essere riempiti solo dall’occasionalità, troppo frequente, delle pagine patinate o dagli incensi di alcune celebrazioni: sarebbe il tradimento della memoria. E ciò vale tanto più per le pubbliche istituzioni.
A tutti, come cittadini, è aperto un cammino che consente di non essere solo notai o spettatori della memoria di ieri, ma protagonisti della memoria di domani. (Vincenzo Marchetti)