In questo numero de L’Olmo si parlerà anche della ghiacciaia di Levate.
Nemmeno io sapevo della sua esistenza fino a pochi mesi fa.
Eppure c’è, anche se nascosta e sconosciuta ai più.
La pratica della conservazione di alimenti e bevande è sempre stata una sfida che l’uomo ha dovuto affrontare, per potersi garantire adeguate fonti di sostentamento durante l’intero ciclo delle stagioni e in periodi di carestia.
Per questo motivo nascono le ghiacciaie. Esse servivano innanzitutto per conservare gli alimenti e poterli poi distribuire nel momento del bisogno. Il ghiaccio, soprattutto oggi è a portata di mano; in ogni casa c’è il frigorifero, ma fino a qualche decennio fa era un bene riservato a pochi.
Perché potesse “funzionare” una ghiacciaia doveva stare sottoterra, per consentire di raggiungere e mantenere all’acqua o alla neve, raccolta durante l’inverno, la temperatura sotto gli zero gradi.
Mi sembra che la ghiacciaia possa in qualche modo paragonarsi al lavoro dello storico o anche più semplicemente all’impegno di colui che vuole raccogliere e custodire le vicende della propria gente, del luogo in cui è nato e cresciuto per farne tesoro e poi renderlo patrimonio ricchezza per tutti.
Foto di repertorio di un'antica ghiacciaia
Lo storico cerca di “conservare” il passato affinché non vada perduto tutto quello che di importante e bello è stato compiuto, detto e fatto, da chi lo ha preceduto.
Cicerone diceva che historia magistra vitae: la storia è maestra di vita.
Questa famosa locuzione latina ci insegna che la conoscenza del passato è fondamentale per pianificare, costruire e migliorare il futuro, ma l’antico filosofo ci ricorda anche che la storia è lux veritatis, ovvero luce della verità in grado di aiutarci ad imparare dagli errori passati per evitare di ripeterli.
Anche se, dopo oltre 2000 anni dalla scomparsa di Cicerone, forse non tutti abbiamo perfettamente imparato dagli sbagli del passato, è sicuramente vero che ogni fase di sviluppo della nostra società ha appoggiato le proprie fondamenta sulle solide basi che si sono formate strato dopo strato, nel corso degli anni, facendo sì che ogni punto di arrivo di chi ci ha preceduto, fosse per noi un punto di partenza.
Come la ghiacciaia che si trova nel sottosuolo è invisibile in superficie, così il lavoro dello storico (o, anche più semplicemente, all’impegno di colui che vuole raccogliere e custodire le vicende della propria gente, del luogo in cui è nato e cresciuto per farne tesoro e poi renderlo patrimonio ricchezza per tutti) è nascosto, silenzioso, non fa rumore o crea disturbo. Eppure è un’occupazione importante e fondamentale per il benessere e l’educazione della collettività.
L’impegno de L’Olmo, vuole essere, almeno nelle intenzioni dei suoi autori, anche il punto di partenza di un gruppo più numeroso di persone di Levate che si fa carico, gratuitamente e con passione, di questo compito di “conservare e distribuire” il patrimonio storico e culturale che appartiene al nostro piccolo borgo.
Soprattutto nei periodi di difficoltà e di smarrimento, com’è il tempo in cui viviamo, è urgente e necessario saper custodire e conservare; non per un atteggiamento nostalgico del passato ma perché sempre abbiamo bisogno di alimentarci dell’eredità dei nostri padri per nutrire il presente.
Le prime notizie di ghiacciaie nel mondo risalgono ai tempi dei Sumeri.
In Lombardia se ne hanno notizie a partire dal basso Medioevo, ma è tra il 1700 e gli inizi del 1900 che iniziarono a diffondersi nei paesi della Provincia di Bergamo dei locali sotterranei nei quali si conservava il ghiaccio durante il periodo estivo.
Il ghiaccio, adeguatamente conservato nelle ghiacciaie, veniva poi trattato in due differenti modalità: ne potevano venire ritagliati blocchi dall’acqua congelata o, in alternativa, veniva letteralmente pressata la neve fresca.
Nella prima metà del 1700, più o meno all’epoca dell’edificazione di Palazzo Agliardi (l’attuale Oratorio), fu costruita una ghiacciaia sotterranea
- alla quale si accedeva attraverso una scaletta - composta da diverse stanze.
Nonostante siano pressoché scarni i documenti in nostro possesso, e sia pertanto pressoché impossibile dare assoluta certezza in merito alla vita della ghiacciaia di Levate, vogliamo offrire a Voi lettori una “chiave di lettura” riguardo alle modalità di utilizzo di quest’ultima.
Probabilmente il ghiaccio immagazzinato nella ghiacciaia di Levate veniva ricavato dall’acqua del Morla (il terzo corso d’acqua della provincia di Bergamo, dopo il Serio e il Brembo).
I contadini erano soliti creare un’ansa dal Morla, che all’epoca scorreva accanto a palazzo Agliardi, fermando cosi l’acqua, che d’inverno ghiacciava.
Il ghiaccio, una volta formatosi, veniva trasportato nella ghiacciaia, per essere conservato ed infine utilizzato per scopi sanitari e per conservare i cibi.
Non tutta la ghiacciaia di Levate tuttavia veniva utilizzata per la conservazione del ghiaccio: nei pressi della piazza della chiesa di Levate, infatti, esisteva una filanda, al servizio della quale furono dedicate alcune stanze della ghiacciaia ove dimoravano piccoli alberi di gelso – fondamentali per l’allevamento dei bachi da seta - che lì restavano tutto l’inverno ad una temperatura costante, per poi essere piantati in primavera.
Si pensa che questa ghiacciaia sia stata usata fino agli inizi del novecento, poi, con l’avvento dei frigoriferi, è caduta in disuso e negli anni cinquanta.
L’ingresso della ghiacciaia è stato letteralmente sbarrato con la costruzione della sala della comunità: suddetto sbarramento ha permesso alla ghiacciaia di Levate di conservarsi pressoché integra fino si giorni nostri, andandosi a calare, unitamente ad altri tunnel sotterranei dei quali vorremmo parlarVi in altri numeri de “L’Olmo”, in una ipotetica “Levate sotterranea”.
Nel corso del mese di novembre 2021 abbiamo riportato alla memoria degli uffici comunali l’esistenza della ghiacciaia, ed è notizia del mese di maggio del 2022 l’intenzione della nostra Amministrazione comunale di coinvolgere le Belle Arti affinché la ghiacciaia di Levate venga in futuro restituita alla nostra comunità come patrimonio ritrovato.
Mappa di Levate del XIX secolo. La ghiacciaia si estendeva alla immediata sinistra della contrada della chiesa: indicativamente dal punto 3 al punto 7
Foto inedite della ghiacciaia di Levate
Questa è la storia della ex. discoteca di Levate: una presenza storica che inizia negli anni ’70 del secolo scorso.
La discoteca, costruita in un luogo allora isolato e in aperta campagna, è stata per circa 30 anni un locale da ballo fino a quando, circa 20 anni fa, ha cessato definitivamente la sua attività divenendo un luogo abbandonato e progressivamente soggetto alle conseguenze di un irrimediabile degrado.
Nel frattempo la zona, una volta di aperta campagna, è stata soggetta alla formazione e al progressivo ampliamento di un quartiere a carattere residenziale.
Le varie Amministrazioni comunali che si sono succedute in questi anni, in merito alla zona dell’ex discoteca di Levate, hanno sempre presentato diverse forme di progetti finalizzati al recupero di una zona degradata.
A tal proposito, tuttavia, noi residenti desideriamo puntualizzare quanto segue: mentre l’ormai ex discoteca ha una superficie di circa 600 mq. per un’altezza di 3,5 mt. circa, tutte le proposte messe in campo dalle Amministrazioni comunali finalizzare al recupero della zona parlano di un’area produttiva almeno 10 volte più ampia rispetto a quella dell’ex discoteca, con altezze che, teoricamente, possono arrivare a volumi edificati superiori anche di 50 volte l’attuale edificio.
Di fronte a questi dati, pertanto, chiamare questo intervento “recupero di un’area degradata” ci appare fuorviante oltreché riduttivo. Inoltre tutte le varie ipotesi messe in campo in questi anni sono state concepite senza tener conto che, a fianco dell’area, era progressivamente cresciuto un quartiere i cui residenti potrebbero comprensibilmente subire disagi conseguenti a una cattiva progettazione urbanistica che vorrebbe realizzare in prossimità del quartiere decine di migliaia di metri cubi di capannoni produttivi dall’impatto sopra meglio descritto.
Al fine di rendere adeguatamente l’idea di quanto finora scritto, qui a fianco potete notare la portata dell’intervento edilizio con indicato in nero l’attuale edificio ex. discoteca. In teoria sarebbe l’edificio da recuperare.
APPARE DA SUBITO EVIDENTE L’IMPATTO DELL’AREA SULL’INTERO QUARTIERE.
Di fronte a quest’immagine, torniamo a ribadire, chiamare questa operazione come un semplice <<recupero area degradata ex. discoteca Pao de Azucar>> come riportato su L’Eco di Bergamo da parte del nostro Sindaco, è un puro eufemismo.
In nero l’attuale edificio ex. discoteca
Siamo di fronte ad un pesante intervento urbanistico che comporta consumo di suolo agricolo pregiato e va a ridurre, senza recuperarlo, il perimetro del PLIS (parco agricolo locale d’interesse sovracomunale del “Morla e delle rogge”).
Nonostante ciò noi residenti non abbiamo mai contestato gli edifici, le volumetrie e i cospicui proventi che ne derivano. Noi residenti abbiamo solo chiesto di poter attivare un percorso di progettazione partecipata, di potersi confrontare con la proprietà e con i tecnici del Comune per poter trovare una soluzione condivisa.
Questo modus operandi, già utilizzato in moltissime realtà locali (Comune di Bergamo in primis), implica l’associazione e l’unione di più punti di vista al fine di creare la migliore soluzione possibile in termini di piani, progetti e strategie.
Lo scopo era migliorare i progetti attraverso la conoscenza portata dagli abitanti nel loro contesto.
In un primo momento la nostra Amministrazione Comunale, con delibera di Consiglio n. 14 del 23 febbraio 2021) sembrava aver accettato la nostra proposta, approvandola all’unanimità in Consiglio Comunale.
Sfortunatamente, nella realtà dei fatti, tale percorso non si è più attivato: infatti, dopo 14 mesi di silenzio, alcuni di noi residenti sono stati convocati dalla nostra Amministrazione Comunale in data 27 aprile 2022. In questo incontro ci è stata illustrata una proposta di piano attuativo “fatta e finita”, senza alcuna possibilità di modifica e, di fatto, senza alcun reale confronto. Tale proposta, desideriamo rimarcare, “fatta e finita” senza alcuna possibilità di modifica e senza alcun reale confronto, è stata poi approvata con Delibera di Giunta n. 68 del 10 maggio 2022.
Dulcis in fundo, la questione più critica e problematica per l’equilibrio della realtà residenziale che si è andata creando al quartiere Bailino, ovvero la realizzazione di un collegamento interno “stradale” dal polo commerciale al quartiere residenziale. Inizialmente l’Amministrazione
Comunale ci aveva dato ampie rassicurazioni affermando che non era loro interesse realizzare tale collegamento. Successivamente e inspiegabilmente l’Amministrazione Comunale ha cambiato idea. Ci è stato riferito da quest’ultima dapprima che tale collegamento era previsto nel Piano di Governo del Territorio (cosa non corrispondente a verità), poi che tale collegamento fosse “assolutamente necessario” (senza spiegare perché?) perché era un servizio per i cittadini di Levate (quali? Visto che i residenti in 1000 modi hanno spiegato di non essere interessati), fino ad arrivare a concludere in maniera autoritaria che amministrano e decidono loro.
Abbiamo deciso di condividere su “L’Olmo” queste nostre considerazioni affinché Voi lettori possiate trarre le dovute considerazioni in merito a quanto sta accadendo al nostro quartiere.
Nel corso dei primi giorni del mese di giugno di quest’anno il Comune di Levate è stato oggetto di un curioso episodio.
La nostra attuale Amministrazione comunale ha affermato che, studiando il nostro territorio e in particolare i Parchi, ha notato che si potrebbe un giorno costruire una ciclabile che unisca tutte le aree verdi della zona della media pianura bergamasca.
Le pubbliche esternazioni della nostra attuale Amministrazione si sono chiuse con una lapidaria affermazione, e cito: <<Sognare non costa nulla!>>
Questa “non notizia”, prontamente (e indefessamente) condivisa sia su tutti i social media del Comune che su un settimanale di informazione locale, a mio modesto parere ha formalizzato tre dati di evidenza oggettiva in merito alla nostra attuale Amministrazione comunale:
parlare per slogan e con “non notizie”: da circa tredici anni le forze politiche che si sono susseguite alla guida del paese di Levate hanno ostentato SOLO A PAROLE la volontà di riqualificare il Parco Locale di interesse Sovracomunale (PLIS) del Rio Morla e delle Rogge. Nei fatti, tuttavia, si è agito differentemente (si pensi al tracciato autostradale recepito nel PGT o all’imminente realizzazione dell’AT2 Bailino, la quale andrà a ridurre il perimetro del Parco Locale di Interesse Sovracomunale del Rio Morla e delle Rogge);
la disarmante pochezza contenutistica e culturale con cui la nostra attuale Amministrazione sta trattando la tematica relativa alla presunta volontà di valorizzare suddetto PLIS;
la pressoché totale mancanza di memoria storica di ciò che, relativamente alla valorizzazione del parco locale d'interesse sovracomunale, solo nel 2004 si è proposto proprio a Levate.
In merito a quest’ultimo punto desidero riproporre i passaggi a mio avviso più salienti del
“Manifesto per uno sviluppo sostenibile nell’area sud di Bergamo”
presentato proprio a Levate nel dicembre del 2004 dall’allora nostro Sindaco Vincenzo Marchetti.
Vi invito a leggere quanto di seguito riportato, a compararlo alle parole della nostra attuale Amministrazione comunale e, infine, e a riflettere su quanto lo spessore politico locale si sia pericolosamente assottigliato dal 2004 a oggi.
Buona lettura
“La peculiarità territoriale di Levate è resa evidente non solo dal dato geografico della sua collocazione a nord-est, nell’area Dalmine-Zingonia e in prossimità del capoluogo che si prospetta a nord, ma anche, e soprattutto, da un dato socio-culturale, sino ad oggi ancor poco evidente o solo parzialmente percepito: Levate è tra i più piccoli comuni della seconda periferia di Bergamo e, tuttavia, ha un ruolo positivo da giocare nell’interesse di tutta l’area che va da Bergamo a Zingonia. Questo ruolo è stato reso possibile dall’oculatezza politica di tutte le amministrazioni comunali susseguitesi a Levate negli anni, dal secondo dopoguerra a oggi, nel salvaguardare, pur con qualche sbavatura, due ampie zone agricole a nord - est e a sud - ovest del paese.
Il dato socio-culturale, di cui i levatesi sono sempre più consapevoli consiste nel fatto che queste aree, collocate in un territorio suburbano fortemente stressato da insediamenti abitativi, industriali, commerciali e infrastrutturali, acquisiscono oggi un “valore strategico” non solo nel disegno degli otto comuni gravitanti su Dalmine-Zingonia, ma anche per gli altri Comuni dell’area sud di Bergamo e per lo stesso Capoluogo, ormai sempre più protetto in uno sviluppo a sud.
Nel quadro di iniziative istituzionali viene opportunamente a inserirsi la “Proposta di Parco Agricolo/Ecologico e Piano d’Area nella cintura sud di Bergamo” avanzata da Italia Nostra, Legambiente, WWF e altri comitati ambientalisti di Stezzano, Grumello del Piano e Colognola (marzo 2004).
La proposta si connette naturalmente al citato PLIS e di conseguenza le aree verdi di Levate verrebbero a trovarsi al centro di un tesoro vastissimo di zone agricole punteggiate qua e là da numerose cascine.
Tra queste c’é, appunto, quel “miracolo della storia” costituito dal Monasterolo di Levate che, con le sue due cascine di Sopra e di Sotto (o Nuova e Vecchia) e relative aree agricole di pertinenza di circa 2000 pertiche, ha attraversato secoli di storia, dal XII secolo a oggi.
Già proprietà del Monastero Vallombrosiano di Astino, comune autonomo tra il XIV secolo e il XV secolo, passò all’Ospedale Maggiore e successivamente, e sempre in blocco pressoché integralmente, a tre privati fino all’attuale proprietà.
Ora il tutto è li, a margine del caos della modernizzazione, a testimoniare tradizione e storia, colture e cultura, attraversato da quattro corsi d’acqua (torrente Morla, rogge Morlana, Colleonesca, Ponteperduto) gioia e sofferenza dei levatesi, che sono oggi col fiato sospeso in attesa che il decreto di morte infrastrutturale non abbia un seguito.
Motivata da queste ragioni si intende avviare uno studio di fattibilità per un progetto che si vorrebbe chiamare CORSIA VERDE e che verrebbe a giustapporsi al Chilometro Rosso, e dove C.O.R.S.I.A. vorrebbe essere l’acronimo di Centro Organico di Ricerche per la Storia e l’Innovazione Agricola (o Ambientale).
Ci si rende conto dell’ambiziosità del progetto, ma si è anche convinti che volontà politiche, economiche e sociali devono finalmente e istituzionalmente coordinarsi per una progettualità che trovi riscontri positivi ed economici dai livelli locali a quelli comunitari.
Questo appello ha il solo scopo di raccogliere adesioni istituzionali di enti, imprese, di associazioni professionali e di categorie intorno a un progetto di vivibilità nell’area sud di Bergamo.
L’idea, ancora allo stato embrionale, parte da un convincimento radicato nell’Amministrazione Comunale di Levate (sia chiaro, si parla dell'amministrazione del 2004, non di quella attuale), e cioé che l’area Bergamo Dalmine Zingonia non può assolutamente essere sovraccaricata di ulteriori insediamenti e infrastrutture e che le zone agricole oggi ancora disponibili ai margini dei Comuni di Levate, Stezzano, Comun Nuovo e Zanica rivestono un ruolo strategico per concretizzare il concetto di sviluppo sostenibile in una progettualità di ampio respiro che qualifichi i caratteri storico-ambientali al servizio della vivibilità dei cittadini di oggi e di domani.”
Il "Miracolo della Storia" di Levate. La sua tutela è dovere di Noi tutti.