"Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”
“L’esilio rallargò l’orizzonte di Dante e di fiorentino lo fece cittadino d’Italia” (M. Barbi)
“Tu proverai sí come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”
Canto XVII del Paradiso
Dante si trovava a Roma nell'ottobre del 1301 e sembrava trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois al primo subbuglio cittadino colse il pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301 i conquistatori imposero come podestà Cante Gabrielli da Gubbio. Questi, appartenente alla fazione dei guelfi neri della sua città natia, diede inizio a una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al papa; fatto che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'espulsione da Firenze. Con due condanne successive, quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302, che colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi, il poeta fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Da quel momento, Dante non rivide più la sua patria.
Iniziò così il lungo girovagare del poeta per varie regioni d’Italia dove ricoprì il ruolo di uomo di corte presso signori magnanimi (gli Scaligeri di Verona, i Da Camino di Treviso, i Malaspina di Lunigiana, i Da Polenta di Ravenna) che ospitavano personalità di cultura sia per funzioni ambasciatoriali sia per ricevere in cambio prestigio e lustro.
Da fiero intellettuale cittadino del suo libero Comune, dopo la condanna, il poeta si ritrovò a dover assoggettare ad altri la sua volontà e la sua attività creativa. Dopo un tentativo fallimentare di rientro a Firenze, si allontanò definitivamente dalla Toscana rifugiandosi alla corte degli Scaligeri di Verona.
A Verona l’esule trovò ospitalità presso la dimora dei signori della città ovvero il palazzo del Podestà (conosciuto anche come palazzo degli Scaligeri, della Prefettura o di Cangrande). L’edificio presenta una facciata su piazza dei Signori e un’altra rivolta verso le Arche Scaligere. Il soggiorno dantesco è ricordato da una statua del poeta al centro della piazza che è chiamata dai veronesi anche Piazza Dante.