Campaldino
Nei primi trent'anni di vita, Dante rimane lontano dalla vita politica di Firenze senza però mai sottrarsi ai suoi doveri di cittadino fiorentino, come quello di prestare servizio in guerra. L'11 Giugno 1289 partecipò alla battaglia di Campaldino, nella quale i Guelfi fiorentini (che sostenevano il papato) sconfissero i Ghibellini di Arezzo (dalla parte dell'imperatore). La battaglia avvenne, appunto, sulla piana di Campaldino, fra Poppi e Pratovecchio, nelle vicinanze della Chiesa Certomondo. Dante parla di questa sua esperienza politica nella "Divina Commedia", precisamente nel quinto canto del Purgatorio. Nel passo il poeta cita il corpo del ghibellino Buonconte di Guido da Montefeltro, che morì in battaglia e fu trascinato fino alle acque del fiume Arno. Tra i nomi noti abbiamo anche Jacopo del Cassero ucciso da sicari sulla strada tra Padova e Venezia. Dante apparteneva, come molti altri nobili, al corpo dei feditori a cavallo, coloro che avevano l'incarico del primo assalto al nemico. Il compito della selezione dei feditori era affidato a Viero dei Cerchi, che aveva stretti rapporti politici con la famiglia Alighieri.
Caprona:
La torre di Caprona, che si erge sulla sommità di una collina consumata quasi del tutto da una cava, è quel che resta di un antico castello che dominava la valle dell’Arno fino a Pisa e alla foce. Attualmente il castello è noto come Torre degli Upezzinghi; l'edificio medievale venne smantellato nel 1433 dai Fiorentini, dopo che si furono impadroniti di Pisa. Per il possesso di Caprona, nell’agosto del 1289, si svolse una battaglia, alla quale prese parte Dante Alighieri in prima persona, tra l’esercito della lega guelfa di Toscana, formato soprattutto da Lucchesi e Fiorentini, e le truppe ghibelline del comune di Pisa, allora retto da Guido di Montefeltro, che vide i primi vincere dopo un assedio durato otto giorni.
Epigrafe di Dante Alighieri alla Torre Caprona:
"Per ch'io mi mossi e a lui venni ratto: e i diavoli si fecer tutti avanti, si ch'io temetti ch'ei tenesser patto: così vid'io già temer li fanti ch'uscivan patteggiati di Caprona, veggendo sé tra nemici cotanti”.
Sono i versi del XXI° canto dell'Inferno che ora si possono leggere ai piedi della torre di Caprona. Nel XXI canto il poeta, accerchiato dai diavoli, paragona sé stesso ai fanti pisani assediati durante la presa del castello di Caprona.
Il priorato di Dante
Dante Alighieri non disdegnò la carriera politica, probabilmente perché, come espresse chiaramente nel Convivio, riteneva che il ruolo dell' intellettuale, uomo colto e sapiente, dovesse essere quello di guida della società. Tra il 1296 e il 1297 fu membro del Consiglio dei Cento e nel 1300 diventò priore di Firenze. Quest'importante carica, prevedeva una particolare esperienza, viste le numerose guerriglie che affliggevano il comune fiorentino.
Dante aveva nelle mani il futuro di Firenze e fu in grado di ricoprire questa carica nel migliore dei modi tanto da esiliare importanti personalità, sia di parte bianca sia di parte nera, mostratesi particolarmente intransigenti nello scontro politico, fra le quali anche l'amico fraterno Guido Cavalcanti.
La sede del priorato: la Torre della Castagna
Dal 1282 i Priori delle Arti, che componevano la Signoria di Firenze, utilizzarono la Torre della Castagna come sede delle loro riunioni in attesa della realizzazione del Palazzo della Signoria. Probabilmente la Torre era stata scelta proprio perché, data la sua altezza, consentiva una facile difesa contro coloro che avessero eventualmente l'intenzione di minacciare l’ Organo politico più importante della città.
Altra curiosità sta nel fatto che, nel corso della loro carica, che durava due mesi, i membri del Priorato delle Arti non potevano uscire dalla Torre se non collegialmente: in questo modo, ogni volta che si creavano occasioni di contatto con l’ esterno, ogni membro del consiglio era “controllato” da tutti gli altri.
Sembra che la Torre prendesse il nome dal fatto che i Priori, che vi si riunivano, usavano mettere in un sacchetto, per esprimere il proprio voto, delle castagne. Ora, nel parlato fiorentino, la castagna lessata è per l’ appunto detta “ballotta”, ed ecco allora perché l’ uso delle castagne come “palline” per le votazioni sta all'origine della parola “ballottaggio”. Col tempo, naturalmente, le castagne furono sostituite con palline di cera, di metallo o di legno, di colori diversi per esprimere voti differenti. Cionondimeno, la castagna rimane, per la sua forma rotondeggiante, il primitivo strumento di votazione dei Priori, che la impiegavano per i loro “ballottaggi”.
La sede del priorato: Palazzo della Signoria
Chiamato in origine "Palazzo dei Priori", divenne nel XV secolo "Palazzo della Signoria", dal nome dell'organismo principale della Repubblica di Firenze; nel 1540 divenne Palazzo Ducale, quando il duca Cosimo I de' Medici ne fece la sua residenza. Infine assunse il nome Vecchio dopo il 1565 quando la corte del Duca Cosimo si spostò nel "nuovo" Palazzo Pitti.
Dal 1865 al 1871, il palazzo fu sede del Parlamento del Regno d'Italia, mentre oggi ospita il Sindaco di Firenze e vari uffici comunali.
Dante si reca a Roma da Bonifacio VIII
Dante detestò talmente Bonifacio VIII da «incontrarlo» all' inferno prima che questo papa morisse. Aveva sessant' anni Benedetto Caetani quando fu eletto nel 1294. Nato ad Anagni, aveva i modi severi e bruschi dell' uomo di campagna e idee schematiche e rigide sul ruolo della Chiesa. Questo carattere e la certezza ideologica della supremazia del papato su ogni altra istituzione, trasformarono i suoi anni di regno (nove, fino al 1303) in un incubo: intervenne negli affari del regno di Napoli, della Francia e nelle vicende interne anche di Firenze, tra guelfi e ghibellini, Bianchi e Neri. Dante ne subì le conseguenze con l' esilio.
Dante denunciò di Bonifacio VIII il disprezzo di ogni senso di spiritualità e libertà umane nel XIX canto dell' Inferno. Nella bolgia dei simoniaci Dante vede in una buca, a testa in giù, un altro papa, Niccolò III, che all' inizio scambia per Bonifacio e ne preannuncia l' imminente arrivo («verrà colui ch' io credea che tu fossi») per restarvi undici anni, «piantato coi piè rossi», cioè con il fuoco perpetuo che li brucia senza consumarli, per poi lasciare il posto al successivo papa simoniaco Clemente V.
Guelfi Bianchi e Guelfi Neri furono le due fazioni in cui si divisero i guelfi di Firenze verso la fine del XIII secolo, dopo la definitiva disfatta dei ghibellini al seguito della sconfitta e morte di Manfredi sul campo di battaglia di Benevento. I guelfi bianchi (ricchi mercanti) erano capitanati della influente famiglia fiorentina dei Cerchi e, anche se antichi sostenitori del Papa, ne rifiutavano l'ingerenza nel governo della città e nelle decisioni di varia natura. I guelfi neri (nobili proprietari terrieri) erano capitanati dall'altra famiglia influente di firenze, i Donati. Essi erano strettamente legati al Papa per interessi economici e ne ammettevano il pieno controllo negli affari interni di Firenze, incoraggiando l'espansione dell'autorità pontificia in tutta la Toscana. Tra il 1295 e il 1301 i guelfi bianchi e neri governarono la città alternandosi, fino a quando papa Bonifacio VIII (che voleva ridurre la Toscana a provincia del patrimonio di San pietro) inviò Carlo di Valois, fratello del Re di Francia, a Firenze per sostenere i guelfi neri.
Il I novembre 1301 le truppe angioine di Carlo di Valois entrarono in Città e i guelfi neri si impadronirono del potere. I principali esponenti della parte avversa vennero quindi subito condannati all'esilio. Dante, che in quei giorni si trovava fuori Firenze, in quanto partecipante all'ambasceria presso Bonifacio VIII per convincerlo a evitare l'intervento francese, venne condannato in contumacia per baratteria (cioè di corruzione nell'esercizio di funzioni pubbliche), di illeciti guadagni, di opposizione al Pontefice e a Carlo di Valois. Gli venne inoltre imposto di pagare 5.000 fiorini, di rimanere confinato per due anni e di essere escluso in perpetuo dai pubblici uffici. Dante non accettò la condanna e non si presentò a Firenze ad ammettere pubblicamente le proprie colpe; pertanto, con una seconda sentenza, venne condannato a essere bruciato vivo come avesse messo piede nel territorio del Comune di Firenze.
Ebbe così inizio il lungo esilio di Dante: il poeta non ritornò mai più nella sua città natale.