Lapo Gianni. - Poeta fiorentino (sec. 13º-14º), da identificarsi forse con il notaio ser Lapo di Giovanni Ricevuti, della cui attività si hanno documenti sicuri relativi agli anni tra il 1298 e il 1321. Ricordato da Dante in un sonetto giovanile (Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io), è anche citato dal medesimo nel De vulgari eloquentia (I, 13) tra coloro che, insieme con i contemporanei Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia e Dante stesso, seppero raggiungere l'eccellenza del volgare (vulgaris excellentiam).
Di lui restano undici ballate, tre canzoni, due stanze di canzone e un sonetto doppio caudato, di ispirazione stilnovista.
Questa rosa novellache fa piacer sua gaia giovanezza,mostra che gentilezza,Amor, sia nata per vertù di quella.S’i’ fossi sofficientedi raccontar sua maraviglia novadiria come natura l’ha adornata;ma io non son possentedi saper allegar verace prova:dil’ tu, Amor, che serà me’ laudata.Ben dico una fïatalevando gli occhi per mirarla fiso,presemi ’l dolce risoe li occhi suoi lucenti come stella.Allora bassai li meiper lo tuo raggio che mi giunse al coreentro in quel punto ch’io la riguardai.Tu dicesti: costeimi piace segnoreggi ’l tuo valoree servo a la tua vita le sarai.Ond’io ringrazio assai,dolce signor, la tua somma grandezza,ch’i’ vivo in allegrezzapensando a cui mia alma hai fatt’ancella.Ballata giovincella,dirai a quella ch’ha la bionda trezzach’Amor, per la sua altezzam’ha comandato i’ sia servente d’ella.