Post date: Oct 26, 2012 8:30:27 AM
gèrgo s. m. [dal fr. ant. jergon, jargon, che in origine significava «cinguettio»] (pl. -ghi). –
1. Forma di linguaggio propria di certi gruppi sociali (sette religiose o politiche, mercanti, persone dello stesso mestiere, e anche vagabondi, malviventi, carcerati, ecc.), usata allo scopo di evitare la comprensione da parte di persone estranee al gruppo: parlare il gergo, e piú comunemente parlare in gergo. Consiste nella sistematica sostituzione di vocaboli della lingua comune con altri di origine straniera, o anche indigeni ma con significato mutato e allusivo, oppure deformati o alterati con ricorso a metatesi, con aggiunta o sostituzione di suffissi, con scorciature finali, ecc., come avviene nei varî tipi di furbesco in Italia, nell’argot francese, ecc. Beccaria (1973) e Berruto (1987) hanno messo in luce le differenze tra gergo e linguaggi settoriali: questi ultimi sono dotati di un lessico tecnico, gergale in senso lato soltanto perché non comprensibile ai non addetti ai lavori; mentre il gergo propriamente detto, usato da categorie sociali definite marginali, ha una valenza di contrapposizione alla lingua della società normale e istituzionale e si configura perciò come antilingua, che esprime una controcultura di opposizione e di resistenza rispetto alle norme e ai valori codificati. Le prime attestazioni di parlate gergali risalgono al XV secolo, anche se la presenza di parole isolate che sembrano indizio di idiomi segreti si riscontra già nei secoli precedenti: cosco «casa» è usato da Cecco Angiolieri (XIII sec.), calmone come antico nome di gergo si trova in Bonaventura da Imola, commentatore della Divina Commedia (XIV sec.). Sempre al calmone rimandano le prime battute gergali, scambiate in due sonetti (ante 1460), tra Giovanni Francesco Soardi e l’umanista Felice Feliciano. Segue la lettera in furbesco, scritta da Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico, presumibilmente intorno al 1466.
2. Per estensione, ogni parlare allusivo, indiretto, non esplicito e quindi poco comprensibile o enigmatico: capii il gergo e me ne andai; scrivere in gergo; ognuno in gergo a scrivacchiar s’è messo Sogni accattati, affetto che non sente (Giusti). Anche, il linguaggio di determinati ambienti o categorie di persone che, per ragioni tecniche o scientifiche o per affettazione, comprende parole e locuzioni esclusive a questi ambienti o categorie: gergo medico, politico, diplomatico, burocratico, teatrale; gergo studentesco; il gergodegli ermetici, degli esistenzialisti, ecc.
FONTI: Vocabolario Treccani e Enciclopedia dell'italiano