Il tempo è un enigma. Ogni popolazione, ogni cultura, ogni civiltà se ne sono fatte una figurazione. Noi occidentali, che abbiamo le nostre radici nella grecità e nella tradizione giudaico-cristiana, abbiamo elaborato sostanzialmente tre concezioni del tempo, riferite rispettivamente alla natura, all'uomo, a Dio.
1.I greci, che considerano la natura come quell'orizzonte immutabile che, al dire di Eraclito, «nessun uomo e nessun dio fece», elaborano una prìma figura del tempo che chiamano «ciclico», e che noi possiamo immaginare come successione delle stagioni dell'anno — primavera, estate, autunno, inverno e poi il ciclo ricomincia — o come successione delle stagioni della vita: nascita, crescita, maturità, vecchiaia, morte, perché la natura necessita della morte dei sìngoli individui affinché
altre vite possano vivere. Nel tempo ciclico non c'è futuro che non sia la pura e semplice ripresa del passato. E perciò i vecchi che hanno visto più cicli, sono per questo i depositari del sapere.
2. Accanto al tempo ciclico della natura i greci individuano anche quel tempo tipico dell'uomo che anticipa degli scopi e si propone di raggiungerli. Chiamano questo tempo «scopico», da skopéo che significa «guardare, avendo beninvista il bersaglio che si vuol raggiungere». Anche le parole italiane: micro-scopio, tele-scopio, endo-scopia, ribadiscono la qualità di questo sguardo che tende a uno scopo. Il tempo scopico, che possiamo chiamare anche "progettuale", perché l'uomo pro-getta, getta innanzi, anticipa lo scopo che vuole raggiungere, non guarda il passato, ma il futuro. Non un futuro lontano, ma un futuro prossimo, perché solo la prossimità traduce le cose in "mezzi" e in "fini". Infatti, se dispongo dì denaro sufficiente per comprare una casa, ma sul mercato non ci sono case, quel denaro non è un "mezzo" per comprare una casa; allo stesso modo se ci sono case, ma non denaro per acquistarle, quelle case non sono un fine, ma un sogno. Perché qualcosa sia mezzo e qualcosa sìa scopo è necessario che i due siano temporalmente vicini, per cui il tempo scopico è un tempo breve, oggi e domani. È il tempo tipico della tecnica, che si propone di raggiungere il massimo degli scopi con l'impiego minimo dei mezzi.
3. La tradizione giudaico-cristiana introduce nella cultura occidentale unafigura del tempo assolutamente imprevista dalla cultura greca. Si tratta del tempo «escatologico» dove alla fine (éschaton) si realizza quello che all'inizio era stato annunciato. A differenza del tempo ciclico e di quello progettuale, il tempo escatologico iscrive la temporalità in un "disegno" che va dall'origine alla fine del mondo. Quando è iscritto in un disegno, il tempo acquista un "senso", e quando il tempo è fornito di senso, nasce la "storia". Non c'è infatti storia nel tempo ciclico che ripete se stesso, e neppure nel tempo progettuale che si esaurisce nel raggiungimento dello scopo.
Il cristianesimo, annunciando all'uomo una sopravvivenza ultraterrena, ha immesso nella cultura occidentale un'enorme carica ottimistica investita sul futuro. Per il cristianesimo infatti il passato è male (colpa originaria), il presente è redenzione, il futuro è salvezza. Questa differenza qualitativa delle figure del tempo la ritroviamo pari pari nella scienza, per la quale il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Lo stesso si può dire per la sociologia prima illuminista e poi marxista, per le quali il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione, il futuro giustìzia sulla terra. Così ragiona la psicoanalisi: il passato è trauma o nevrosi infantile, il presente è analisi, il futuro è guarigione.
Tutto è cristiano in Occidente, perché, in ogni sua espressione, questa cultura è percorsa da una carica ottimistica orientata al futuro, promossa dall'annuncio della salvezza, di cui il progresso scientifico, la giustizia sociale, la guarigione della malattia sono le sue figure laicizzate. Ne consegue che quando papa Ratzinger invoca il riconoscimento delle radici cristiane dell'Occidente, a mio parere chiede troppo poco, perché non solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente, per effetto della concezione escatologica del tempo, dove alla fine si realizza quello che all'inizio era stato promesso.
Ma Nietzsche, circa un secolo e mezzo orsono, ha annunciato che «Dio è morto». Che significa? Significa che se nel Medioevo l'arte è sacra, la letteratura è inferno, purgatorio, paradiso, persino la donna è donna-angelo, Dio è vivo, perché crea un mondo che non riuscirei a capire se togliessi la parola "Dio". Ma se tolgo la parola "Dio" dal mondo contemporaneo, lo capisco ancora? Direi di sì. Non lo capirei se togliessi la parola"denaro" o la parola "tecnica". Ciò significa che Dio è morto, che il mondo accade a prescindere da Dio. E, con la morte di Dio, muore la visione ottimistica sul futuro che rintracciamo in ogni espressione della storia d'Occidente. Dove si vede che la fisionomia delle civiltà dipende rigorosamente dalla concezione che esse si sono fatte del tempo.