§ 2026-10-28
(Anno, mese, giorno: 28 ottobre.) La presente pagina nasce in qualche modo da quest'altra pagina qui. Ma la potevo includere fra le mie pagine chess something and something? No. Non parla di scacchi. Ma è vero che la metrica poetica e i giochi scacchistici sono dei trastulli geometrici che molto si somigliano. Possono piacere alle stesse categorie di persone: dilettano lo stesso tipo di menti. A me piacciono straordinariamente, l'una e gli altri, da quando ho avuto occasione di conoscerli.
Entusiasmi intensi e volatili. Durano poco. Anche se durano a lungo (come succedeva magari in passato), non valgono molto. Mi succede così.
Fra le cose di cui sono stato entusiasta in alcuni periodi, ci sono alcune idee personali di sistematizzazione o espansione nell'ambito della metrica poetica italiana. La prima volta, me lo ricordo bene, avevo 19 anni e mezzo: era estate. Era un'espansione, una facile espansione della misura sillabico-accentuativa dell'endecasillabo canonico. Così come l'endecasillabo è fatto da quinario e settenario (a minore) o settenario e quinario (a maiore), quei miei nuovi versi allungati sarebbero stati composti dalle stesse unità, ma in numero di tre invece che di due: quindi, per esempio, quinario più settenario più quinario (con le usuali possibilità di sinalefe ecc. fra l'uno e l'altro degli "emistichi", precisamente come avviene nell'endecasillabo canonico).
Una misura e un ritmo davvero molto simile all'endecasillabo normale, ma con un po' di sillabe in più. Mi dicevo che poteva essere l'ideale per tradurre gli esametri latini o greci, con corrispondenza uno a uno. Feci addirittura -- che vergogna -- una prova di traduzione con tutto un famoso testo virgiliano, che doveva essere la prima delle Bucoliche, se mi ricordo bene. Che vergogna. Non era granché bella.
(Quinario più settenario più quinario: che curiosa coincidenza, quanto ai numeri, con la fin troppo famosa forma giapponese chiamata haiku. Ma, quando avevo 19 anni o anche 20, non ne sapevo niente.)
Tanti tanti anni dopo... pochi mesi fa!, m'è venuto in mente che, in un modo più semplice e meno rigido, si può ottenere un altro facile tipo d'endecasillabo canonico espanso, particolarmente adatto anche alle traduzioni. Potevo pensare, di nuovo, agli esametri classici; ma m'è venuto in mente, in realtà, pensando alle traduzioni dei versi classici inglesi. Mediamente le parole e le frasi dell'inglese hanno molte meno sillabe rispetto alle corrispondenti italiane, e perciò le traduzioni con corrispondenza verso a verso, se non vogliono tralasciare arbitrariamente molte parole, non possono assolutamente riprodurre un metro di misura corrispondente: e cioè, tipicamente, il c.d. pentametro giambico della poesia anglofona non si può rendere con un endecasillabo italiano. Invece, sarebbe possibile e molto facile renderlo con un endecasillabo espanso, un endecasillabo espanso di tipo elastico... elastico, ma non in modo illimitato e generico.
Quanto, e come, espanderemo l'endecasillabo? Anzitutto, si tratterà d'endecasillabi canonici normali nella loro parte (centrale e) finale. L'ipermetria sta nella parte iniziale: tecnicamente una anacrùsi, una forma regolata di anacrusi. A rigore, si chiama anacrusi solo se sono sillabe non accentate. Quindi, per usare un termine più impeccabile, come dirò? Ipermetria iniziale, sillabe iniziali extrametriche...
Per porre una regola e un limite, ho pensato di far riferimento ai numeri di sillabe dell'esametro greco e latino. (Piuttosto arbitrario: sì, è vero. E infatti forse ci ripenserò, forse mi dirò che è una stupidaggine, o che altre possibilità sono migliori. Ma, al momento, mi pare che vada bene.)
Sillabe dell'esametro: minimo 12, massimo 17. (E l'esametro ha l'ultimo ictus sulla penultima, sempre: perciò i suoi numeri si confrontano direttamente coi numeri di sillabe dei versi italiani.)
Quindi, il nostro tipo d'endecasillabo espanso sarà un normale endecasillabo canonico, all'inizio del quale aggiungeremo l'ipermetria iniziale di alcune sillabe (cioè ovviamente di "posizioni metriche"): da un minimo di una a un massimo di sei (libera, variabile di verso in verso). Dentro l'ipermetria iniziale non ci saranno vincoli di schema accentuativo. Direi che fra l'ipermetria iniziale e l'endecasillabo ci potranno essere liberamente una sinalefe o una parola a cavallo dal primo elemento al secondo; o, naturalmente, anche nessuna delle due cose.
L'idea mi deriva anche dalla resa carducciana (c.d. metrica barbara) dell'esametro: questa non c'entra con l'endecasillabo, ma ha una misura assai libera nella parte iniziale del verso. (Una misura assai libera, che cambiò nel tempo, se non vado errato.)
Mmm, bene. Ci ho pensato mesi fa, a quest'endecasillabo espanso, ma non ho minimamente provveduto a fare delle prove. Ne farò, forse.
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E ora un'altra cosa, tutt'altra cosa. È da anni, non so quanti anni (ma tanti), che qualche volta penso a come sarebbe bello un sistema preciso e regolato di rima imperfetta, funzionalmente analogo alla trita e scomodissima rima della poesia tradizionale (italiana, come d'altre lingue). Rima... rima qualche cosa, rima liberale o liberalizzata o che ne so. Inventare un termine, che fosse adeguato e anche univoco, sarebbe piuttosto utile. Diciamo, provvisoriamente: rima imperfetta regolata [moderna], o rima assonante regolata [moderna], assonanza regolata [moderna], o insomma qualcosa del genere.
La rima tradizionale, quella "perfetta", è limitante in modo terribile. Già autori dell'Ottocento, come Leopardi e Manzoni, esprimevano forte insofferenza per ciò che il vincolo della rima impone. Avevano la scappatoia, naturalmente, dell'endecasillabo sciolto; il primo dei due ricorse magistralmente anche alla rima libera della canzone libera, detta anche canzone leopardiana, e cioè alla ricorrenza saltuaria e incostante della rima tradizionale ("perfetta", perlopiù).
Un sistema preciso e regolato di rima imperfetta, pensavo: poter adattare anche le forme chiuse tradizionali (terza rima, ottava rima, sonetto...) a un sistema che non comporti le scelte lessicali e/o morfologiche molto ristrette determinate dalla rima tradizionale.
Ci ho pensato, ci ho ripensato, in varianti un po' diverse. E... avrò fatto prove e tentativi? No! Nessuno. Non ancora.
§ 2026-10-29
Oh sì farò, ora farò, e pubblicherò in questa pagina di dubbia utilità, delle traduzioni omeriche in endecasillabi espansi secondo le norme di cui sopra. Traduzioni per modo di dire. Piglio la versione della Calzecchi Onesti (che è piuttosto bella, e giustamente ha ritmi ben diversi), e la riversifico, con arbitrio e libertà. Mah, ci provo. Un po', vediamo.
Iliade, libro 22. Sulla base della trad. Calzecchi Onesti.
Dato che è un esercizio tecnico, introduco una convenzione per separare l'ipermetria iniziale dall'endecasillabo canonico che segue, in ciascun verso. Scrivo ogni verso in modo normale, tutto di seguito; e poi, dopo un simbolo convenzionale (#), segnalo la separazione fra le due sequenze.
Segno di separazione fra ipermetria iniziale e endecasillabo: "|". Segno di sinalefe: "_". (Segno di dialefe: "¨", "¨|¨".) Se la separazione cade dentro una parola, metto "|" fra una sillaba e l'altra, senza spazi.
Se per esempio i versi fossero questi qui che ora m'invento, davvero con poca fantasia, avremmo:
Allora, un giorno, al mezzo del cammin di nostra vita # gior|no_al
dico che mi ritrovai per una selva oscura # che | mi
poiché la diritta via era smarrita. # poi|ché
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