Al di là della coerenza complessiva (sul piano metodico: le scelte storiciste nel disegno dei fronti e l’attenzione alle innovazioni distributive) ciò che appare rilevante delle loro esperienze sono i modi con cui indirettamente e pur nel mutare delle destinazioni (da campo di Marte, a spazio per le cosiddette tettoie militari e per le periodiche fiere) viene attribuito al grande spazio libero.
Altresì, la grande area a cui la città dell’ottocento iniziò ad affacciarsi, ancor oggi permane come potenziale risorsa per la città, sostanzialmente libera, con il naviglio che l’attraversa a memoria di una condizione ancora rurale. Luogo disponibile a una trasformazione che ancora possiamo immaginare malgrado l’incongruità delle aggiunte novecentesche: ci riferiamo all’enfasi monumentale (pur nella adesione agli stilemi di un linguaggio modernista) di palazzo Esposizioni o al giardino (il parco Parri) disegnato come fosse la parodia di un parco, chiuso in sé stesso e in assenza di ragioni urbane.
Uno spazio ancora libero, per intenderci, che immediatamente può evocare analoghi luoghi urbani - piazze d’armi o fiere riservate al commercio del bestiame riacquisite a un uso urbano - che hanno saputo costituirsi come sedi di nuove centralità per le loro città.
Oltre al castello di Vigevano, esito di vicende antiche ma non così estranee sul piano costruttivo della destinazione, non è improprio pensare sia al realismo di Prato della Valle a Padova che all’esaltazione perduta del foro Antoliniano di Milano, come a modelli di una razionalità e di una rappresentatività senza tempo (la stessa razionalità e la stessa rappresentatività che riconosciamo, a una diversa scala, anche nelle immagini di Cristiano Vassalli) ancora corrispondenti ad ambizioni urbane presenti.
Giugno 2022 Sandro Rossi