Il monastero di Santa Colette, situato al numero tre di borgo San Pietro, è abitato sin dalla sua fondazione (1908) da una comunità di religiosi francesi che seguono la regola di Santa Chiara. Durante i drammatici eventi del 1943-44, le monache di Santa Collette diedero rifugio a profughi di ogni nazionalità. Nella foresteria alloggiavano sfollati romani, napoletani, umbri, rifugiati stranieri, come la famiglia russa romano Ski e il Russo Lyovin con la moglie finlandese e il figlio. Vi erano poi gli ebrei: i Corinaldi di Milano, i Majonica di Trieste, una famiglia polacca di nazionalità francese e una famiglia belga, i Fintzi. Tutte queste persone non erano solo alloggiate, ma anche nutrite, in un momento in cui era difficile trovare cibo per la comunità. Quella del monastero di Santa Collette era la più rigida clausura di Assisi. Nonostante ciò, l’allora abbadessa madre Hélène chiese e ottenne dal vescovo di ammettere in clausura la famiglia Fintzi. i Fintzi-padre, madre e una bambina di due anni, Brigitte-erano infatti approdati Al monastero di Santa Collette prima dell’8 settembre e quindi erano stati regolarmente denunciati alla polizia con il loro vero nome. Dopo l’8 settembre furono ripetutamente ricercati e, per metterli in salvo, tutta la famiglia fu autorizzata a entrare in clausura. La famigliola abitava in due stanze in fondo un corridoio e la piccola Brigitte scorrazzava indisturbata dal coro alla sala di lavoro, dalla cucina al capitolo. Qualche settimana dopo la liberazione, la signora Fintzi, all’interno del monastero, diede alla luce il suo secondogenito, Enrico Maria. Nel 1964, 20 anni dopo, le suore ricevettero una cartolina di precetto al servizio militare per Enrico Maria Fintzi, ma la famiglia era tornata in Belgio alla fine della guerra