Si parla troppo poco di scoutismo e di come le persone, in tutto il mondo, amino immergersi nella natura, forti di uno spirito di unione e amicizia che li lega per la vita.
Abbiamo pensato di rimediare con un’intervista a quattro mani, invitando due capi scout di lunga data e due giovanissime che, da qualche anno, stanno percorrendo lo stesso sentiero. Ecco a voi le nostre (tante) domande e le loro interessanti risposte.
Iniziamo con una piccola introduzione, tanto per capirci meglio!
Ciao a tutti! Noi facciamo parte del CNGEI, un’associazione di scoutismo e volontariato laica che ha altre sedi nei dintorni, come nei comuni di Lariano e Giulianello. La nostra è una associazione democratica e aperta a tutti: maschi e femmine fanno attività insieme, i grandi supportano e guidano i più giovani che, un giorno, faranno lo stesso con altri ragazzi.
Il mondo scout è un mondo di fratellanza. Impariamo a convivere con gli altri e poi diventa naturale “sopportare” e aiutare le altre persone.
In mezzo alla natura facciamo cose diverse (dipende da in quale gruppo stai) noi abbiamo raggiunto l'età in cui possiamo decidere noi cosa fare durante i campi. I ragazzi dai 13 ai 16 anni dormono in tenda e si cucinano da soli con delle cucine da campo. I più piccoli ancora non lo fanno, ma stanno imparando.
All'interno dei gruppi ci si divide in ruoli e nei campi ci si divide per genere (per dormire).
Spesso si pensa che durante le nostre escursioni camminiamo e costruiamo solamente, ma ci dilettiamo in varie attività, ricreative, naturalistiche e ludiche.
Perchè avete scelto il CNGEI, cioè gli scout laici e non religiosi?
Le giovanissime hanno avuto esperienze diverse: una ha seguito un’amica, l’altra ragazza ha scelto quelli religiosi all’inizio, i suoi genitori hanno pensato che fossero gli scout “principali” e quindi è andata lì. Non si trovava molto bene, quindi ha cambiato. Una scelta che rifarebbe è quella di prendere la strada immediatamente dai laici e non dai cattolici. I capi hanno confessato che, da piccole, non volevano andare in chiesa tutte le domeniche!
Come funzionano gli scout?
Ci sono tre gruppi principali: lupetti, esploratori e rover. Questi gruppi si trovano in una sezione unica e possono fare attività insieme come i campi nazionali, regionali ecc… Ci sono altri capi scout molto importanti, cioè il presidente scout che prepara gli eventi più grandi e aiutanti vari che non necessariamente prendono parte a tutte le uscite.
Perché, secondo voi, i giovani d’oggi potrebbero abbandonare gli scout?
Magari non si trovano più nel gruppo quindi, invece di ritentare, preferiscono abbandonare. Possono lasciare per questioni di impegni, molte volte per una questione di gusti.
E voi, invece, in alcuni momenti avete mai pensato di abbandonarli?
I ragazzi, generalmente, possono non intraprendere il percorso perchè non conoscono molte sfaccettature del mondo scout. Una realtà come quella scout è emarginata. Ci sono molti stereotipi, lo scoutismo si sta sviluppando e sta crescendo molto, ci sono anche in molti paesi le liste di attesa per entrarvi. Non abbiamo mai pensato di abbandonare.
Da quanto tempo siete negli scout?
In ordine: 5 anni;
8 anni;
26 anni;
28 anni (!).
Come cambia l’uniforme durante le stagioni?
L’uniforme, dall’estate all'inverno, cambia solo per il fatto di avere pantaloncini e magliette a maniche corte. Semplicemente ci adattiamo al clima.
Ci sono mai disagi e imbarazzi tra di voi?
Il primo imbarazzo che si può trovare in un gruppo misto, per esempio, è dovuto ai più piccoli e meno abituati (quando ci sono). Una volta, ci dovevamo lavare a dei lavandini e delle ragazze erano in reggiseno e dei ragazzi si fermavano a guardare le docce (tranquilli, si fanno in costume!).
Quante ore di impegno vi prende a settimana?
Circa due in media, assistiamo anche gli anziani che ne hanno bisogno. Svolgiamo anche attività di autofinanziamento, infatti alcune società e negozi ci finanziano in cambio di sponsor, ma anche con le offerte, grazie ad oggetti autoprodotti e/o prodotti da forno (in quel caso di appoggiamo a un forno sicuro e specializzato). I capi, invece, si dedicano più o meno 15 ore a settimana al mondo scout.
Si sono mai create coppie all’interno dei vostri gruppi?
Si, ne conosciamo molti che sono rimasti insieme sin da piccoli.
Quali sono le ricorrenze importanti per voi?
Il patrono degli scout è San Giorgio perché rappresenta la solidarietà ed è celebrato in tutto il mondo. Inoltre, festeggiamo il 22 febbraio, giornata chiamata ‘giornata del pensiero’. Si celebra la nascita del fondatore e la fondatrice dello scoutismo, nati entrambi il 22 febbraio.
Ci sono mai stati momenti di paura e pericolo?
Una volta, durante un campo estivo vicino a una fattoria, dei ragazzi di notte, mentre andavano al bagno, si sono ritrovati i cavalli che gli correvano dietro. I cavalli hanno anche tolto i picchetti delle tende! Da capo, un momento spaventoso è quando i ragazzi si fanno male! Devi essere tu che, con grande calma, risolvi il problema cercando di non far preoccupare le persone più piccole attorno a te.
Qual è la cosa più bella e la cosa più brutta che ti è successa in questa esperienza?
Le più giovani dicono:
La cosa più bella è che una persona che conoscevo a malapena si è aperta completamente con me. La più brutta al campo estivo dell’anno scorso (l’ultimo con il Lariano) perché mi sentivo esclusa.
I capi:
La cosa più brutta è stata quando sono dovuta andare al funerale di un ragazzo molto giovane che faceva lo scout da anni, che ha perso la vita in un incidente. Più bella è avere la soddisfazione di veder crescere le persone intorno a te con i tuoi stessi ideali e valori.
Pensate che sia un mondo prevalentemente maschile?
Assolutamente no! È un mondo misto, in forte crescita e richiesta.
Ci sono mai momenti imbarazzanti nelle tende?
Certo, ci capita di trovare qualche ragazzo e qualche ragazza nelle tende di notte oppure si danno appuntamento in mezzo ai boschi a una determinata ora. Per fortuna, le tende non hanno pareti solide e quindi possiamo sentire tutto e intervenire prontamente per evitare ogni pericolo o incontro “clandestino”.
Ci sono mai stati brutti litigi nella vostra esperienza?
Uno dei due capi:
Quando ero ragazza, io litigai con la mia migliore amica dell’epoca e diciamo che era diventato pesante conviverci. Una volta, invece, mi trovai a fare canoa nel campo estivo dell’anno dopo con lei e lì ci chiarimmo e risolvemmo tutto. Anche questo fa parte dello spirito scout di risoluzione dei problemi, con tranquillità e pacatezza.
Potete darci un consiglio per il futuro?
Un consiglio è quello di essere sempre spontanei e di godersi la vita, imparare ad affrontare tutto ma, soprattutto UNITEVI agli scout! Sarà un’esperienza formativa, arricchente a tutti i livelli, crescerete insieme ad altre persone che resteranno per sempre nei vostri giorni, vi porterete dietro una passione e una dedizione che pochi possono vantare di avere.
Che dire? Vi aspettiamo al CNGEI (a tutte le età si può iniziare!).
Nel frattempo, per solleticare la vostra fantasia, vi lasciamo a delle bellissime foto scattate durante la nostra intervista e, alcune, rubate durante incontri e riunioni scout nella bellezza della natura.
Grazie a tutti per la bella scoperta!
La Redazione
Nell’aula informatica della scuola “G. Marcelli, tra l’entusiasmo e lo stupore, la redazione del giornalino “Noi Centro” scuola primaria, ha accolto Marco Leonardi, attore italiano di 55 anni, con anni di carriera nel cinema, in televisione e in teatro.
Marco si è presentato e si è mostrato fin da subito cordiale, disponibile e molto alla mano. Si è prestato alle domande dei ragazzi con curiosità e interesse, dichiarando la sua attenzione al mondo dei giovani. I ragazzi erano emozionati all’idea di conoscere meglio una persona del suo calibro che ha recitato con attori di fama internazionale ed erano, al tempo stesso, curiosi e affascinati; si sono preparati all’intervista con tanto entusiasmo e partecipazione e l’incontro ha risposto ampiamente alle loro aspettative.
Quando le insegnanti hanno dato il via all’intervista, i ragazzi si sono sbizzarriti con domande delle più disparate, eccone alcune tra le più significative.
· Quando hai iniziato la tua carriera?
La mia carriera cominciò a soli 6 anni con un film RAI intitolato “Saluto al padre” con l’attore Gianni Cavina.
Quale è stato il film che ti ha emozionato di più e perché?
Tutti mi hanno emozionato e dato qualcosa, ma sicuramente il mio primo film da protagonista mi è rimasto nel cuore; ancora mi ricordo, continua Marco, avevo solo 14 anni e il film si intitolava “La sposa era bellissima”, girato interamente in Sicilia, con Massimo Ghini e Stefania Sandrelli.
Quanto durano le riprese di un film?
Le riprese hanno una durata diversa in base al film, se è più o meno lungo, mediamente richiedono dalle 5 alle 12 settimane di lavorazione con giornate lavorative di 11- 12 ore.
Come facevi a studiare quando giravi e stavi fuori casa tanto tempo?
Avevo, direttamente sul set, insegnanti privati.
In che consiste, più nello specifico, il tuo lavoro?
Oltre a memorizzare decine di pagine di copione, l’attore deve gestire la luce, interagire efficacemente con i colleghi e, soprattutto, costruire il personaggio dall’interno: non bisogna imitare ma interiorizzare dal profondo di noi stessi il personaggio da interpretare, altrimenti non si risulta veri e il personaggio non funziona.
Hai mai avuto delusioni e critiche sul lavoro?
Una delusione recente riguarda un film per cui mi ero preparato e invece è saltato. Spesso la delusione può sfociare in rabbia, ma non ci si può far sopraffare da quest’ultima, anzi bisogna far sì che una delusione si tramuti in uno stimolo per migliorarsi di più.
Che rapporto hai avuto con i registi, qualcuno ti criticava?
Solitamente il regista è rispettoso con gli attori e con me lo è sempre stato. Ho ricevuto delle critiche costruttive e quelle aiutano a crescere, ma sempre nel rispetto della persona. Una volta un regista americano sul set di “Padre Pio” urlò contro un giovane attore davanti a tutto il cast, umiliandolo pubblicamente. A me questo atteggiamento non è piaciuto perché si può essere esigenti, ma senza mortificare.
Hai girato dei film all’estero?
Ho girato film in Messico, Santo Domingo, Marocco, Argentina, Brasile, Stati Uniti e recitato in diverse lingue: inglese, spagnolo.
Quale è stato il film che ti ha reso più famoso al pubblico?
Senz’altro “Cinema Paradiso”.
Quali sono stati i tuoi studi?
A 17 anni mi sono iscritto a “La Scaletta” a Roma, una delle scuole di recitazione più prestigiose dell’epoca. Il corso durava tre anni ma io dopo due anni dovetti abbandonare perché avevo continue offerte di lavoro che mi portavano fuori città.
Con quali attori famosi hai lavorato?
La mia scuola è stato il set, dove ho avuto la fortuna di lavorare accanto a “mostri sacri” del cinema come: Giancarlo Giannini e Antonio Banderas.
Qual è il tuo ultimo film?
Il mio film più recente è una produzione su Leonardo Da Vinci. Precedentemente ho recitato nella serie “Iris” su Sky, dove interpretavo un poliziotto, ma sono stanco di interpretare ruoli di personaggi negativi. Vorrei tornare a storie intrise di relazioni umane profonde, storie di amore e amicizia lontane dalla violenza.
Cosa si prova a calarsi nei vari personaggi?
Sicuramente ti permette di metterti in gioco e di conoscerti meglio. Conoscere bene il personaggio da interpretare è fondamentale ma poi ci devi mettere del tuo affinché il personaggio risulti vero.
Ti sei mai affezionato particolarmente ad un personaggio?
Tutti i ruoli che ho interpretato mi sono rimasti nel cuore, ma in particolare ricordo bene quando ho interpretato il personaggio di “Maradona”, è stata una grande sfida per me perché un personaggio così amato è complesso da interpretare. Ho trascorso molto tempo a Buenos Aires studiando video e interviste del campione, cercando di capirne la sensibilità interiore. Un uomo che, a mio avviso, era fondamentalmente timido e si nascondeva dietro la maschera della sicurezza. La sfida era interpretare il personaggio con la propria identità, senza cadere nell’imitazione. Mi ha aiutato molto il regista Marco Risi in questo aspetto e poi ho ricevuto i complimenti anche dalle persone più vicine a Maradona che lo conoscevano bene.
Hai lavorato anche a teatro?
Ho avuto una sola esperienza teatrale in uno spettacolo con Ornella Muti nei pressi di Gubbio, in occasione di un festival. Ho interpretato un intellettuale aristocratico diventato barbone per scelta, con un lungo monologo davanti a 1200 persone in una piazza medievale. Lo spettacolo ha avuto molto successo ma ammetto di soffrire di forti attacchi di panico in certe situazioni, il che rende per me il teatro particolarmente impegnativo.
Qual è stata la scena più difficile che hai interpretato?
La scena più difficile da girare è stata quella in cui il mio personaggio veniva maltrattato da un gruppo di ragazzi. Sono sempre dalla parte della pace e non sopporto situazioni in cui una persona sola viene aggredita e accerchiata da più persone che sia fisicamente o verbalmente poco importa perché rimane sempre un’aggressione.
Da quali attori hai preso ispirazione?
Mi piace molto questa domanda! Mi piace guardare le interpretazioni di altri colleghi, per esempio di Daniel Day-Lewis, che è un grandissimo attore, ma non proverei mai ad avvicinarmi a ciò che è lui perché è il suo mondo, ognuno deve interpretare mettendo qualcosa di sé altrimenti non stai interpretando ma imitando.
Che suggerimenti puoi dare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
Voglio dirvi che nella vita non bisogna mai arrendersi e che i traguardi vanno raggiunti con sacrificio; non vi aspettate risultati soddisfacenti senza faticare, ma questo per tutto non solo per il cinema. Qualsiasi lavoro sceglierete per il vostro futuro non lo otterrete facilmente. Bisogna imparare a sacrificarsi, ma a non arrendersi, ripetendosi continuamente che ce la puoi fare, che volere è potere. Io stesso ho raggiunto così i miei traguardi e non vedo altre strade, le scorciatoie non esistono, ci vuole perseveranza, determinazione, senso del sacrificio, autocritica, autostima e ottimismo, misto a, perché no, una buona dose di fortuna. Questi sono gli ingredienti speciali per una vita appagante e completa.
La redazione “Noi Centro” scuola G. Marcelli
Valentino D’Aniello è un geografo che per la sua tesi di laurea ha studiato lo sprofondamento del centro di Velletri e così si è appassionato alle tante grotte presenti sul nostro territorio. Nel corso degli anni ha quindi continuato a studiare e ha iniziato a fare una mappatura della Velletri sotterranea. Non è solo: nel suo team ci sono anche geometri, fotografi e altre figure importanti. Il 21 aprile ha incontrato la nostra redazione ed è stato sommerso di domande!
Perché ci sono tutte queste grotte a Velletri?
Quello di Velletri è un ambiente vulcanico che quindi si è prestato facilmente allo scavo nel corso dei secoli. Le nostre grotte sono tutte di natura antropica, venivano usate come cantine, depositi e alcune sono state anche usate per proteggersi dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale.
Cosa l’ha portata a pensare che sotto Velletri potesse esserci qualcosa di così importante?
I miei studi da geografo e la tesi di specializzazione sul centro storico di Velletri, ma anche i racconti dei miei nonni. L’obiettivo è quello di portare all’attenzione della popolazione questo immenso patrimonio.
Ha mai fatto ritrovamenti al loro interno, reperti storici, della guerra?
Sì, un altro collaboratore ha trovato una volta una bomba americana. Io invece ho trovato una borraccia dell’esercito italiano, e in un’altra grotta delle scarpe e un cucchiaio. Ovviamente ho lasciato tutto lì.
Qual è la sua grotta preferita?
La mia grotta preferita è quella che si trova sotto il ristorante “Il Sotterraneo”, lì abbiamo trovato delle ossa di un animale. Poi c’è la grotta sotto la Cantina Sperimentale che è tra le più grandi, con più di 50 nicchie.
Quali sono i prossimi step della sua ricerca?
Noi continuiamo sempre a fare ricerca, oggi pomeriggio ad esempio dobbiamo andare a vedere perché una grotta di un signore è crollata. La grotta infatti se è in stato di abbandono è molto pericolosa, se è troppo secca o se è troppo bagnata è a rischio crollo perché il tufo e la pozzolana tendono a sgretolarsi. In generale il nostro obiettivo è creare una mappatura completa della Velletri sotterranea e tenerle sotto controllo.
Le grotte e le cavità sono spesso anche collegate tra loro?
Sì, anche se adesso alcuni collegamenti si sono persi a causa dei crolli.
Che scuola ha frequentato?
Liceo scientifico, all’università Geografia e poi ho preso la specializzazione.
Chi è la persona che l'ha sostenuta di più in questo progetto?
Un signore, Giorgio Manganello, che lavorava alla biblioteca comunale, era una sorta di archeologo, anche se non ha mai preso la laurea in archeologia, è stato lui a spronarmi e a farmi appassionare.
Ha mai avuto paura di qualcosa trovandosi da solo nelle grotte?
In realtà no, non ci sono grossi pericoli. Esplorando abbiamo incontrato solo dei pipistrelli. Oltre a loro si possono trovare giusto animali come grilli talpa e insetti vari.
Manca l’aria andando avanti?
Può capitare. A volte nelle grotte l’aria manca poiché gli sfiatatoi non sono presenti, perciò facciamo a turni per entrare.
Fortunatamente abbiamo uno strumento che misura quanto ossigeno e anidride carbonica si trova nelle grotte e se diventa rosso usciamo.
Qualcuno l'ha mai ostacolata nel suo percorso?
No, però alcune volte ho smesso di fare ricerca, perché i privati molte volte non fanno accedere alle loro grotte.
Quali sono gli strumenti essenziali per il suo mestiere?
Le torce sono essenziali, poi le planimetrie, i programmi di disegno, la rotella metrica e il GIS, uno strumento geografico informatico.
Un consiglio per noi giovani?
Un consiglio è quello di studiare il vostro territorio, dovreste affezionarvi di più al posto in cui vivete.
Grazie mille a Valentino per averci fatto scoprire un mondo nuovo. Speriamo presto di poter visitare dal vivo questo immenso patrimonio!
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Il 24 marzo la redazione del giornalino ha incontrato e intervistato Alessandro Castrichella, ex alunno dell’Andrea Velletrano che ha appena pubblicato il libro “Bar Selvaggi”. Il romanzo è una commedia che parla di un uomo che eredita un bar dal nonno. La particolarità del romanzo è che tutti i personaggi, anche lui, hanno una personalità animale. Ci sono molti antagonisti che cercano di mettere i bastoni tra le ruote al protagonista e alla sua attività. Lui si allea con i suoi amici per combatterli.
Come ti sei appassionato alla scrittura?
Da piccolo mi sono appassionato alla scrittura grazie ai testi sulle carte collezionabili. Verso gli 8 anni scrivevo anche delle poesie, che ora reputo banali, ma sono state la mia prima forma di avvicinamento alla scrittura.
Hai mai riletto le tue vecchie poesie? Che emozioni hai provato?
Ho provato molto imbarazzo, voglia di prendermi in giro da solo!
Quali sono altre passioni che hanno fatto parte della tua vita?
Come sport praticavo la scherma. Inoltre, amavo leggere i fumetti, giocare e collezionare carte, in particolare quelle dei Pokemon. Mi sono molto appassionato anche alla filosofia.
Tu hai studiato prima informatica e poi all’Università ti sei iscritto a psicologia. Come hai capito che queste materie non erano fatte per te?
Provando. Ho scelto il Vallauri perché alle medie ho fatto il corso ICDL e mi ero appassionato. Anche ai miei amici piaceva molto e quindi mi sono fatto trascinare. Ma standoci dentro ho poi capito che non mi piaceva. Dopo il diploma quindi ho cambiato totalmente ambito e mi sono iscritto a psicologia. Ho provato per un paio d’anni ma anche qui ho capito che anche quella non era la mia strada. Capire cosa ci piace equivale a provare.
Che tipo di racconti scrivevi all’inizio?
Ho iniziato scrivendo le conclusioni che volevo io ai cartoni che mi piacevano. Scrivere racconti è molto diverso dallo scrivere un romanzo. Per iniziare quindi ho deciso proprio di scrivere racconti brevi, d’impatto. Ma lì i personaggi erano molto vaghi, senza dei caratteri ben distinti.
A che genere appartengono i tuoi scritti?
Il mio genere preferito è la commedia in generale. Una grande mamma che abbraccia altri sottogeneri. Mi piace molto perché amo leggere i personaggi ispirati alla vita reale e a quello che si fa tra amici: prendersi in giro e fare cose imbranate.
Come hai fatto a capire dopo il diploma che volevi riprendere con la scrittura?
Andando in psicoterapia. Nel mio percorso di psicoterapia ho iniziato tutto dal passato e ripartendo da quel passato ho pensato di riprendere la scrittura. È stato il tasto che mi ha fatto accendere la lampadina della scrittura. Mi sono chiesto perché per tutto quel tempo la passione per la scrittura fosse sparita.
A che età hai iniziato a scrivere seriamente?
Dopo i vent’anni.
Hai altri progetti di scrittura pronti? Nuovi libri?
Ho tantissimi progetti nei file dei computer. Ma non li ho mai finiti e a volte, rileggendoli, non mi piacciono più. Cerco di scrivere tutti i giorni così da non perdere il ritmo.
Hai un sogno nel cassetto?
Tantissimi. Il mio sogno principale è quello di riuscire a vivere di scrittura. Non soltanto della scrittura di romanzi ma anche di occuparmi della narrativa dei videogiochi o dei fumetti. Lavorare di scrittura nel senso ampio. Un altro sogno nel cassetto è quello di riuscire a collaborare insieme a qualcuno che crea carte collezionabili.
Hai qualche ricordo particolare della Velletrano?
Mi piacevano molto l’ICDL e la mitologia greca. Inoltre ho un buon ricordo di quando stavo in mansarda e anche della classe davanti al giardino. I ricordi migliori sono però legati alle amicizie, alcune delle quali me lo sono portate dietro fino ad oggi. Avevamo un bel gruppo con cui uscivamo sempre, ci incontravamo a piazza Mazzini e spesso combinavamo anche qualche guaio!
Segui lo sport?
Sono un tifoso della Roma. Quando ci sono i mondiali di scherma li guardo, essendo lo sport che ho praticato da piccolo.
Qual è il tuo genere musicale preferito?
Mi piace molto l’hip hop e il rap, in particolare Marracash. Alla vostra età le parolacce nelle canzoni mi facevano sentire libero. In realtà anche grazie al rap ho riscoperto la passione per la scrittura, infatti con i miei amici inventavamo rime e ci interrogavamo sul significato delle canzoni. Per quanto riguarda gli artisti internazionali invece amo molto Michael Jackson.
Qual è tuo romanzo preferito?
Se devo scegliere “Uno, nessuno, centomila” di Luigi Pirandello. Ma mi piacciono molto anche i fantasy (i romanzi così come i videogiochi).
Hai uno scrittore preferito?
Amo Rick Riordan e in particolare la saga di Percy Jackson. È uno scrittore per ragazzi e infatti mi sono appassionato a lui alla vostra età e non l’ho più lasciato andare. Mi piace molto anche perché è spesso molto comico anche lui.
La scrittura ti ha reso più popolare in amore?
Ancora no, ma spero che un giorno potrò trovare l’amore!
Quale persona ti ha supportato di più nel tuo percorso di scrittura?
Sicuramente il mio editor, ma ovviamente quello è il suo lavoro. Oltre a lui il mio migliore amico, che ormai conosco da 15 anni ed è una delle persone a cui sono legato da più tempo. E anche papà Ermanno ovviamente!
Hai mai inserito nei tuoi romanzi dei personaggi che si ispiravano a delle ragazze con cui stavi?
Non ho mai messo delle figure femminili importanti della mia vita nei miei scritti, ma dei miei amici sì! In particolare ho messo un’ex di un mio amico, che infatti lui ha subito riconosciuto!
Un consiglio per noi giovani riguardo alla scuola, alle passioni e ai sogni?
Dovete scegliere la strada che al momento vi fa stare meglio. Questo vale per tutti gli aspetti della nostra vita. Dobbiamo scegliere quello che piace davvero.
Un consiglio, per chi come te, ama scrivere?
Un consiglio tecnico per chi scrive è sperimentare finché non trova le cose giuste che funzionano. Un altro consiglio è quello di non pensare che una cosa può piacere solo a noi. Se una cosa piace a noi sicuramente c’è qualcuno che la condivide.
Un grazie sentito ad Alessandro da tutta la redazione per la sua disponibilità e i suoi saggi consigli! Ora tutti a leggere il suo libro!
Narii 3D Velletrano
Intervista ai giornalisti Rocco Della Corte e Daniele Favale
Nell’aula informatica della scuola “G. Marcelli, tra l’entusiasmo e lo stupore, abbiamo accolto i giornalisti Rocco Della Corte, direttore della testata online “Velletri life” e Daniele Favale giornalista di “Sport e non solo”.
I giornalisti si sono presentati e si sono prestati alle domande dei ragazzi in un clima sereno e conviviale. I ragazzi erano emozionati all’idea di conoscere meglio il ruolo di un mestiere in cui ora si riconoscono in quanto giornalisti della redazione del giornale della scuola, incarico che rivestono con entusiasmo; si sono preparati all’intervista con un approccio curioso e intuitivo e l’incontro ha risposto alle loro aspettative.
I due giornalisti si sono presentati e hanno inizialmente parlato della redazione per cui lavorano, esponendo le diverse caratteristiche tra l’una e l’altra, considerando che Rocco lavora per un giornale online e Daniele per un giornale cartaceo. Le principali differenze riguardano la tempestività, l’interattività e l’approfondimento, dicono i due. I giornali online sono aggiornati in tempo reale, mentre il cartaceo bisogna aspettare il giorno della settimana in cui esce. Di contro però gli articoli online tendono ad essere più brevi e sintetici rispetto a quelli cartacei, per favorire la lettura sullo schermo. I due sottolineano che entrambi i modelli convivono e si completano: l’online privilegia la velocità, il cartaceo la riflessione e l’approfondimento. Già in questa breve presentazione, con il confronto fra le due figure lavorative, i ragazzi hanno imparato molto e consolidato gli argomenti svolti nei primi incontri del “Giornalino”. Quando le insegnanti hanno dato il via all’intervista, i ragazzi si sono sbizzarriti con domande dalle più disparate, eccone alcune tra le più significative.
Quando hai iniziato la tua carriera?
Rocco: ho cominciato a 16 anni, anche se già all’età vostra facevo parte della redazione del giornalino scolastico. A 22 anni ho rilevato la testata di “Velletri life” di cui oggi sono il direttore. Gestisco una redazione di 4/5 persone, incluso un webmaster fondamentale per la pubblicazione digitale.
Daniele: anch’io, come Rocco, ho iniziato con il giornalino scolastico, ho mosso i primi passi sul settimanale “Mille Luci” occupandomi di sport, cosa che ancora faccio attualmente.
Come si diventa giornalisti?
Rocco: non esiste un percorso scolastico obbligatorio e univoco. Il cammino tipico prevede: iniziare a collaborare per una redazione, come ho fatto io, spesso gratuitamente o con piccoli rimborsi.
Daniele: svolgere un praticantato, riconosciuto dall’ordine dei Giornalisti, dalla durata minima di due anni. Superare successivamente l’esame e ottenere il tesserino da giornalista pubblicista e professionista.
Perché hai scelto di fare il giornalista?
Rocco: non so dirvi esattamente perché, mi piaceva scrivere e mi riusciva bene. Da piccolo facevo dei giornali con pezzi di carta e cercavo di venderli a mia madre e mio padre; ho iniziato quasi per gioco.
Daniele: anche per me è iniziato tutto per gioco; mi piaceva lo sport e mi piaceva raccontarlo ed ho pensato: perché non farlo diventare una professione? Ho cominciato a scrivere gli articoli per i membri della mia famiglia, ero desideroso che qualcuno li leggesse.
Hai avuto dubbi lungo il tuo percorso lavorativo?
Entrambi hanno ammesso di averne avuti, ma la passione è stata il motore che li ha spinti a perseverare.
Sei mai stato vittima di “Haters” per un tuo articolo?
Daniele: una volta mi è successo di aver ricevuto critiche pesanti per un articolo, mi avevano accusato di dichiarare il falso; chi scrive il vero non rischia, anche se le critiche sono sempre spiacevoli, ma io ho sempre detto la verità nei miei articoli e le calunnie si sono verificate infondate. Consiglio: dire la verità è la garanzia primaria del lavoro giornalistico.
Com’è organizzata una redazione?
Rocco: le redazioni locali sono piccole realtà in cui ogni persona svolge più ruoli. Nella mia redazione siamo in cinque; tutti scrivono, impaginano e gestiscono il sito. La specializzazione per argomento è quasi impossibile in contesti così piccoli: un giornalista locale deve saper scrivere di cronaca, sport, cultura, eventi e tutto il resto. La versatilità è una competenza essenziale.
Daniele: nella mia redazione il team è simile per dimensione, con la particolarità della fase di impaginazione fisica prima della stampa.
Quanto guadagna un giornalista?
Rocco: i guadagni nel giornalismo locale sono sensibilmente inferiori rispetto alle testate nazionali.
Daniele: all’inizio del percorso l’incertezza economica è reale e può pesare, ma non è necessariamente un ostacolo insormontabile se si ha la passione e la giusta determinazione.
Qual è stata la reazione alla tua prima pubblicazione?
Rocco: all’inizio era molto emozionante perché ho iniziato con il cartaceo quando i giornali online non erano ancora molto diffusi. Il sabato mattina, prima di entrare a scuola, m fermavo in edicola, aprivo il giornale e cercavo il mio articolo con la firma, avevo il cuore in gola dall’emozione e questa sensazione è durata a lungo. Ho ancora conservati i primi articoli.
Daniele: io ricordo perfettamente il primo articolo pubblicato; non me lo avevano detto in anticipo, ero ancora all’inizio, dovevo fare esperienza e, quando me lo hanno mostrato, ero al settimo cielo. Leggere il proprio nome sulla firma è una bella sensazione. Anche adesso con gli anni è sempre un riconoscimento: quell’articolo è il mio, porta il mio nome!
Hai mai partecipato a delle trasmissioni televisive?
Rocco: no, mai
Daniele: io sì una volta. Era una trasmissione che parlava principalmente di calcio, il mio ambiente. Il problema è stato rispondere alle domande con una telecamera puntata addosso. Un po’ di imbarazzo c’era, ma alla fine è stata un’esperienza piacevole.
Quanti articoli si scrivono al giorno?
Rocco: dipende molto dalla giornata, ma in media due o tre al giorno. In redazione però gestiamo anche comunicati stampa e notizie in arrivo. In alcune giornate arriviamo a lavorare anche su dieci/dodici pezzi in totale.
Quanto tempo richiede scrivere un articolo?
Daniele: dipende dall’argomento. Ci sono articoli che ti coinvolgono molto emotivamente, storie delicate, vicende umane complesse e che richiedono più cura. Il giornalista deve saper lavorare con le emozioni, sia le proprie che quelle del lettore. Il modo in cui ci rivolgiamo a chi legge richiede un’attenzione particolare, il giornalista in questo ha molta responsabilità.
Rocco: concordo e vale anche per lo sport: se collabori con una società sportiva, certe volte ci sono aspettative precise su come raccontare una partita. Quindi anche un articolo, apparentemente semplice richiede molta attenzione e cura.
Hai altri sogni nel cassetto o obiettivi da raggiungere?
Daniele: mi piacerebbe scrivere per una testata più importante, anche sportiva. È un sogno ma al momento ho raggiunto un traguardo per essere arrivato dove sono attualmente e mi sento appagato così, tutto il resto è un “di più”.
Cosa si prova ad essere intervistati?
Rocco: per me è divertente perché di solito le domande le faccio io. Trovarsi dall’altra parte è strano ma piacevole.
Daniele: è più difficile porre le domande che rispondervi. Quando poni tante domande rischi di stancare il tuo interlocutore e devi calibrare bene i tempi. Voi però siete stati bravi, avete formulato domande interessanti e non siete stati ripetitivi. Mi è piaciuta la vostra curiosità e l’attenzione con la quale ci avete ascoltato.
Tutta la redazione, alunni e insegnanti, ringraziano Rocco e Daniele per la loro pazienza e disponibilità e per averci dimostrato che passione e determinazione sono la chiave per raggiungere i propri obiettivi: la passione è il motore, ma la determinazione è il carburante che ti permette di non restare a piedi. Insieme ti aiutano a capire che nulla è impossibile e che volere è potere.
Grazie, grazie di cuore!
La redazione “Noi Centro” scuola G. Marcelli
Martedì 10 febbraio 2026, la redazione del giornalino scolastico dell’ Andrea Velletrano ha avuto l’occasione di intervistare Andrea Dominizi, un ex studente della nostra scuola e giornalista di Noi Centro, che attualmente frequenta il quarto anno del liceo scientifico A. Landi e ha vinto il concorso Wildlife Photographer of The Year 2025.
Come e quando è nata la tua passione per la fotografia?
La mia passione per la fotografia è nata in seconda media, da una piccola macchinetta che avevo a casa e ho iniziato per gioco capendo, giorno dopo giorno, che non era più un gioco, ma la mia passione.
Dai sempre un nome alle fotografie che scatti?
Non nomino mai le mie foto (tranne per i concorsi), anche perchè ci vorrebbe troppo tempo e troppa fantasia, alcune delle mie foto preferite sono: una foto che ho scattato quando ho sentito il rumore di un uccello che si era schiantato contro una finestra, e mi sono attrezzato per immortalare questo momento. Altre foto che ho scattato sono state quelle di una band musicale di Velletri che si chiamano i “Blodder”.
Foto che mi piacciono:
Pulcino attorniato da formiche;
Falena posata sui chiodi, dove successivamente ha depositato le uova;
Ragno molto piccolo somigliante a una formica (immagine scattata nelle Marche, Val Nerina);
Partita di hockey che ritrae un ragazzo con la maglia numero 23 che sta per colpire un dischetto;
Foto che ho scattato durante una manifestazione a Roma, che rappresenta la bandiera italiana;
Foto scattata in una casa abbandonata che ritrae un salotto con una poltrona e un tavolo rotondo su cui sono poggiati dei fogli, illuminati dalla luce.
Durante il tuo viaggio a Londra (per il concorso WPHY) hai scattato altre foto che ti hanno colpito?
Ho scattato una foto che rappresenta degli ascensori vista dalla parte inferiore, che hanno delle luci rosse nella parte sottostante (per scattarla mi sono dovuto sdraiare per terra per molto tempo, dopo aver scattato molte foto ho raggiunto l’idea che avevo in testa). Sempre a Londra ho scattato un’altra foto che rappresenta dei palazzi blu e rossi, infatti, a Londra, molti edifici hanno delle decorazioni particolari che mi hanno colpito molto perchè solitamente in Italia non si trovano.
A quali fotografi ti ispiri?
Mi ispiro al fotografo canadese Paul Nicklen, una delle sue foto più celebri è una foto che ritrae una foca carnivora, di lui mi colpisce il coraggio perché lavora in modo estremamente pericoloso per raggiungere l’idea che ha in testa.
Qual è la tua foto preferita?
La mia foto preferita ritrae un uomo di nazionalità cinese di fronte a una fila di carri armati anni ‘89, un’altra foto che mi piace è quella che rappresenta Piazza Tienanmen.
Hai vinto la competizione di fotografia naturalistica più prestigiosa al mondo, che emozioni hai provato?
Allora, prima che mi chiamassero ero nel panico più totale, infatti, quando sono salito sul palco ho parlato pochissimo, giusto per ringraziare, perchè l’emozione era troppo forte.
Hai intenzione di partecipare ad altri concorsi?
Si, ho intenzione di partecipare ad altri concorsi, infatti ho rimandato le dieci foto che avevo già inviato per il concorso di Londra e a marzo mi arriverà una risposta.
Quando invii delle foto ad un concorso, devi spiegare per forza il significato?
Si, devo dare sempre un significato alle foto che invio.
Cosa ti ha spinto ad iscriverti al concorso?
Mi ha spinto il fatto che fosse gratis! ( risate) Ma principalmente perchè mi piace la fotografia.
Ci sono delle persone che ti hanno sostenuto maggiormente nel tuo percorso?
I miei genitori sono stati molto importanti per me, anche per le persone che frequento, con loro ci scambiamo diversi consigli.
Qual è il significato della fotografia vincitrice del concorso?
L’ho scattata per focalizzare l’attenzione sul disboscamento.
Cosa rappresentano le tue foto?
Le mie foto rappresentano degli animali perché da piccolo avevo dei libri che li ritraevano.
Che animali preferisci?
Io preferisco i pesci, ma dato che a Velletri non ce ne sono, non posso ritrarli nei miei scatti, perciò fotografo soprattutto gli insetti, il mio preferito è il ragno che si finge formica, ma da fotografare il mio animale
preferito sono le farfalle che si muovano.
Una volta dopo aver scattato le foto le modifichi?
Allora, nei concorsi non si può modificare molto, infatti devi mandare prima la foto originale e poi quella modificata. Quando scatto le mie foto personali faccio qualche modifica se non sono venute molto bene, altrimenti le lascio come sono.
Hai altre passioni oltre alla fotografia?
Atletica, musica, fisica e filosofia, ma la fotografia, ovviamente, è quella più costante, magari a volte lascia alcune passioni da parte per dedicarmi ad altro.
La passione per la fotografia rimarrà negli anni?
Come passione spero che rimanga negli anni, nel pratico però è difficile che rimanga solo come lavoro (in alcuni casi ci sono delle persone che hanno la passione della fotografia, ma di lavoro fanno altro).
Che genere di musica ascolti?
Ascolto vari generi musicali: punk e sottogeneri, shoegaze (andava negli anni ‘90, Valentine, slowdive), De andrè, Puccini e Battiato (‘90).
Che genere di film guardi?
Mi piacciono i film fantascientifici post apocalittici e il mio preferito è “Il grande lebowski” (film fine anni ‘90).
Che ricordo hai delle medie e del tuo esame di terza media?
Le mie materie preferite delle medie erano scienze e matematica, ricordo che lavoravo per migliorare il giardino segreto di questa scuola, il mio pensiero il giorno dell’esame di terza media era che la sera avrei avuto un concerto che aspettavo da anni e che quindi mi dovevo sbrigare!
Ricordo ancora con piacere le professoresse delle medie Colombo e Licciardi.
Quali sono i tuoi fisici preferiti?
I miei fisici (scienziati) preferiti sono Einstein e Newton.
Qual è il tuo libro preferito?
Il mio libro preferito è “Il signore degli anelli”.
Dopo aver vinto il premio hai riscontrato più facilità nella vita sentimentale?
Dopo il premio non ho riscontrato facilità nella vita sentimentale, sono sempre lo stesso!
Che consiglio daresti ai tuoi coetanei che vogliono intraprendere questa strada?
Il mio consiglio è quello di avere molta pazienza perché solo con quella si possono ottenere dei grandi risultati.
Bisogna colitvare le proprie passioni con entusiasmo.
E NOI VOGLIAMO RINGRAZIARTI ANDREA PER IL TUO GRANDE ENTUSIASMO, CHE CI HA CONTAGIATI TUTTI!
GRAZIE DI CUORE PER AVERCI RICORDATO CHE SE CI IMPEGNIAMO VERAMENTE, POSSIAMO RAGGIUNGERE GRANDI RISULTATI ED ESSERE GRATIFICATI DAL NOSTRO LAVORO E DALLE NOSTRE PASSIONI.
LA REDAZIONE E LA SCUOLA TI AUGURANO DI RAGGIUNGERE TUTTI I TUOI SOGNI!
SOFY.012 3H e PAE 3I Velletrano
In occasione della giornata del sorriso, i bambini della classe VA del plesso Marcelli hanno avuto la possibilità di conoscere più da vicino il lavoro svolto dalle volontarie dell'Associazione 009 Missione Sorrisi - Vip Latina Odv. Questo è quello che abbiamo scoperto.
Com’è iniziata questa voglia di far sorridere i bambini?
La voglia di far sorridere i bambini nasce dal desiderio di dare sempre di più, di donare amore e tirare fuori quel bambino che c'è in noi. Avete mai visto il film Patch Addams? Era un dottore che portava il sorriso negli ospedali, indossava un camice bianco e un naso rosso e fondava il suo lavoro su una frase importante “Se si cura una malattia, si vince o si perde. Se si cura una persona, si vince sempre”. Come Patch Addams indossiamo un camice bianco disegnato e abbellito e questo naso rosso per noi è un naso…. MAGICO!
Quali sono i vostri nomi “d’arte” e da quanti anni prestate questo servizio negli ospedali?
I nostri nomi d’arte sono Canterina, Niomà e Sosa.
CANTERINA: Il mio nome nacque 16 anni fa in una corsia d’ospedale: c’era una persona anziana che non aveva nessuno e mi ricordo che piangeva. Doveva fare un prelievo ed aveva paura così io le presi la mano e iniziai a cantare la canzone “Rose Rosse”. La signora cominciò a cantare insieme a me, poi chiese il mio nome ed io le dissi che mi chiamavo Caterina ma poiché era sorda mi chiamò Canterina. Il ricordo di questa signora è rimasto dentro di me e nel momento in cui dovevo scegliere il nome da clown non ho avuto dubbi. Il mio nome doveva essere proprio quello: Canterina.
NIOMÀ: Il nome Niomà invece nasce dall’unione dei nomi di due bambini che amo tantissimo: i miei figli Antonio e Mattia. Così ho unito i due nomi ed è venuto fuori Niomà. Presto servizio negli ospedali da quasi due anni.
SOSA: Il mio nome Sosa nacque circa 25 anni fa. I figli dei miei amici molto piccoli non riuscivano a pronunciare bene il mio nome “Simonetta” e cominciarono a chiamarmi Sosa ed ancora mi chiamano così.
Che cosa fate per rendere felici i bambini?
Raccontiamo storie e facciamo magie.
Che cosa vi piace di più di questa esperienza?
Ci piace prendere il nostro tempo e dedicarlo agli altri, è un qualcosa che nasce da dentro, non ci paga nessuno per quello che facciamo, noi veniamo ripagate quando qualcuno ci dona il suo sorriso.
Avete mai incontrato un bambino che anche se sta male, sorride e con voi si diverte? E qualche bambino che invece non sorride? Cosa fate per farlo sorridere?
Sì, quando entriamo in una stanza d’ospedale spesso vediamo un bambino triste e quando dopo un po’ ride noi torniamo a casa felici. Ricevere un sorriso, un abbraccio, un grazie… non c’è niente di più bello.
Quali sono le difficoltà che incontrate durante il vostro volontariato negli ospedali?
La cosa più difficile che ci capita è quando troviamo dei bambini che non accettano il clown perchè ne hanno paura. In questo caso proviamo ad entrare nella stanza togliendo il naso rosso. Altre volte la loro paura è per il camice che associano alla figura del medico e alla malattia. Quando invece incontriamo ragazzi di 15/16 anni ricoverati in pediatria, è molto più difficile coinvolgerli, a volte ci riusciamo quando intercettiamo le loro passioni, allora sul loro volto spunta un sorriso inaspettato.
Avete fatto un corso per imparare a svolgere bene la vostra “missione”?
Sì, seguiamo un corso di formazione di un’intera giornata e i formatori ci trasmettono quello che oggi stiamo facendo con voi. Altre giornate sono dedicate ai colloqui con altri volontari che sono entrati in associazione prima di noi. Prima di andare in corsia dobbiamo raggiungere un determinato numero di ore e poi siamo pronte ad iniziare la nostra “missione”.
A quale età si può iniziare a fare volontariato?
Si può iniziare all’età di 17 anni con il consenso dei genitori.
Durante il vostro volontariato avete mai donato qualcosa, giochi o altro ai bambini che avete incontrato?
No, non possiamo portare i giochi per una questione di igiene. Pensate che quando entriamo in ospedale dobbiamo avere il camice pulito e indossiamo delle scarpe che usiamo solo lì, per evitare di portare germi all’interno della corsia. Non possiamo neanche far toccare gli oggetti che utilizziamo proprio per questo motivo. In alcune giornate, chiamate Giornate del Naso Rosso, scendiamo in piazza e organizziamo dei giochi con i bambini e una lotteria per raccogliere i fondi per la nostra Associazione.
Secondo voi è importante parlare di questa iniziativa ad altre classi?
Sì certo è importantissimo, la gentilezza e il volersi bene parte da qui, da voi che adesso siete piccoli ma che diventerete grandi come noi. Quindi iniziate da subito a coltivare piccole pillole di gentilezza, se usate parole gentili vi sentirete bene dentro.
Cosa provate dopo un pomeriggio trascorso negli ospedali?
Torniamo a casa con il cuore pieno pieno di felicità.
Classe VA Marcelli