Nel mese di dicembre le classi terze hanno incontrato Shabir, richiedente asilo proveniente dal Pakistan, accolto dal SAI (Sistema di accoglienza e integrazione) ad Alba. Ecco alcune riflessioni personali dei ragazzi dopo questo incontro.
Shabir, un ragazzo pachistano di 29 anni, è venuto a raccontarci la sua storia e il suo viaggio della speranza verso l'Italia in cerca di un futuro migliore. Non avevo mai conosciuto un migrante e il suo racconto mi ha fatto molto effetto e mi ha fatto riflettere sul viaggio lungo e faticoso che ha affrontato. Ho pensato a quante difficoltà ha dovuto affrontare per arrivare in Italia e a quante ne dovrà ancora superare per essere integrato nella società. Spesso la gente ha tanti pregiudizi, ma i migranti sono persone come noi, con sogni, speranze, progetti. Dobbiamo comprendere il dolore che hanno dovuto affrontare lasciando il loro paese e la loro famiglia. Dobbiamo essere umani ed aiutare queste persone, non essere indifferenti, perché abbiamo tutti bisogno l'uno dell'altro.
Sono rimasto molto colpito da questo incontro, e spaventato del fatto che alcuni parenti di Shabir sono stati vittime di attentati e che lui è dovuto fuggire. Mi ha impressionato molto che abbia raccontato esperienze estremamente negative con una calma incredibile. Ci ha anche fatto assaggiare un delizioso dolce tipico del Pakistan.
Mi è piaciuto questo incontro perché ho capito che se una persona come Shabir ha determinazione può fare tutto, visto che ha attraversato molti Stati per arrivare fino qui dal Pakistan. Quello che mi è dispiaciuto di più è che ha dovuto abbandonare la sua famiglia per colpa della guerra e del terrorismo, ma ha rincontrato suo fratello mentre veniva in Italia.
L'incontro con Shabir mi ha fatto aprire gli occhi alla diversità, ho capito che i pregiudizi fanno ancora più male della violenza, ti distruggono e ti lasciano nel cuore un vuoto incolmabile e la sensazione di essere sbagliato. Ho compreso il coraggio che ci vuole per compiere un'impresa pericolosa come il suo viaggio nella speranza di trovare un luogo migliore. Mi ha colpita la mentalità aperta di Shabir che non prova rancore per chi lo giudica per la sua provenienza ignorando i sacrifici che ha dovuto fare per vivere in un paese sicuro e non in guerra, cosa che a loro è stata "regalata" alla nascita. Nonostante abbia visto infrangersi il suo sogno di continuare a studiare giurisprudenza, non si è mai arreso e si è adattato a fare le pulizie, ed è contento di avere un contratto a tempo indeterminato. Questo per me è un insegnamento importante, il saper ringraziare per le piccole cose anche se sembra che tutto il resto vada male. Shabir ha saputo farci provare i suoi stessi sentimenti e le sue emozioni, regalandoci un'esperienza indimenticabile di inclusione e valorizzazione della diversità. Ho capito l'importanza dell'empatia, del sapersi mettere nei panni dell'altro per capirlo e poterlo aiutare. Solo così il mondo può diventare migliore, grazie a incontri come questo, capaci di farci cambiare il nostro solito punto di vista e di aprirci mente e cuore verso gli altri.
L'incontro con Shabir mi ha fatto riflettere sul fatto che ancora oggi ci sono delle guerre e delle persone che devono scappare dal loro Paese, lasciando i propri cari e tutti i ricordi accumulati in una vita. Shabir ha fatto tanti chilometri per ricostruire una nuova vita, passando da diversi Stati che però non lo hanno mai accettato, fino a quando è arrivato in Italia, dove si sta impegnando a ricrearsi una vita.
Questo incontro è stato molto toccante, mi ha arricchito culturalmente ma anche emotivamente. Il suo viaggio è stato parecchio difficile, è passato dallo studiare giurisprudenza al fare le pulizie perché voleva vedere quel "mondo senza guerra", ma non sapeva che la realtà è molto complicata dal punto di vista dell'integrazione, ad esempio sarebbe opportuno avere una lingua comune. Shabir mi ha dato l'impressione di essere una persona felice della propria vita qua.
L'incontro con Shabir è stato molto importante, ci ha spiegato che andava nella stessa scuola di Malala, che ha anche scritto un libro su quello che le è successo. Alla fine, arrivato in Italia, è stato accolto e aiutato dalla Croce Rossa, adesso vive in una casa e ha trovato lavoro.
Shabir è un vero e proprio supereroe secondo me, perché farsi 16.000 km quasi tutti a piedi, lavorare in nero per sfamarsi, imparare ogni volta una nuova lingua non è una cosa facile. Inoltre è stato molto fortunato a trovare l'associazione che lo ha aiutato. Purtroppo nel mondo, e anche ad Alba, ci sono persone che non sono pronte ad accettare le persone diverse: quando cercava casa le agenzie immobiliari lo rifiutavano.
La parte che mi ha colpito di più è che nonostante fosse stanco, Shabir ha continuato ad andare di Paese in Paese fino ad arrivare in Italia.
Shabir, con il suo viaggio dalla realtà segnata dalle guerre in Pakistan fino all'Italia, è diventato un simbolo delle speranze e delle sfide di molti migranti. La sua storia ci invita a riflettere sulla forza interiore necessaria per affrontare situazioni difficili e sulla ricerca di un luogo sicuro in cui costruire una nuova vita. La testimonianza di Shabir mette in luce la complessità delle migrazioni, sottolineando la necessità dell'accoglienza e della comprensione nei confronti di coloro che fuggono dai conflitti e cercano rifugio altrove. La sua esperienza ci ricorda l'importanza di costruire società inclusive, in cui le storie di chi arriva siano ascoltate e rispettate, contribuendo a cercare un mondo più solidale e unito.
Shabir è scappato dal suo paese natio per fuggire dai talebani che vogliono controllare il Paese togliendo l'istruzione e limitando la libertà delle donne.
Sono ammirato dalla sua volontà e dal suo desiderio di continuare in una situazione così difficile e ammiro anche che sia riuscito a raccontare un'esperienza così delicata.
Mi ha disgustato l'indifferenza e il razzismo che Shabir ha trovato quando cercava un appartamento dove vivere, e questo riguarda non solo lui ma anche tante altre persone immigrate, soprattutto da Paesi in guerra.
Mi ha fatto riflettere che ogni volta che Shabir doveva cambiare Paese doveva capire le cose base della lingua e della cultura. Un'altra cosa che mi fa pensare è che nel 2024 i Talebani bombardano e distruggono villaggi, case, famiglie. Shabir ha affrontato tante cose brutte, ma il problema è che di persone come lui ce ne sono tante. Shabir oltretutto si era impegnato molto a scuola, e ora che è in Italia questo non conta minimamente e mi dispiace tanto per lui che ha dovuto buttare un percorso che si era costruito.
Nell’anniversario del 75^ anno dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale, l’Istituto Piave-San Cassiano padre Girotti ha ospitato una mostra finalizzata a descrivere il percorso storico che ha portato all’elaborazione della nostra legge fondamentale. Il progetto, curato dal prof. Rapetti, è nato da una collaborazione tra l’Azione Cattolica Italiana e l’Associazione Memoria Viva di Canelli. Dall’impegno civile della Resistenza ai principi fondamentali che istituiscono la Repubblica, dai membri della Costituente al riconoscimento del voto alle donne, l’allestimento ha coinvolto bambini e ragazzi in una riflessione che si apre su prospettive future.
Martedì 6 giugno, nella sua fase conclusiva, si è svolta la premiazione del concorso rivolto alle scuole indetto dalla sezione albese dell’Anpi ‘La mia Costituzione’, per il quale gli studenti di scuole albesi e di paesi attigui hanno raccolto la preziosa eredità dei padri costituenti elaborando nuove proposte costituzionali, tutte meritevoli di attenzione pur nella loro semplicità.
Durante il mese di novembre, noi alunni della Macrino di Alba siamo andati a visitare la mostra “Agenda ‘20-‘30 in versione congolese” presso l'oratorio della parrocchia del Divin Maestro, ad Alba. A guidarci nella visita, Anselme Bakudila, intellettuale ed attivista proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo e cittadino italiano.
La mostra ha questo nome perché si ispira al documento omonimo dell’ONU, approvato nel 2015, che elenca una serie di obiettivi, (goals, in inglese) da raggiungere nei prossimi vent’anni per assicurare al mondo giustizia, uguaglianza, pace.
Anselme Bakudila, insieme ad altri intellettuali ed attivisti congolesi, ha avuto però l’idea di rielaborare gli obiettivi dell’Onu dal punto di vista dei paesi poveri o “impoveriti”, come il suo. Se infatti il mondo più ricco riesce a malapena a “comprendere” l’urgenza di perseguire gli obiettivi di pace e giustizia, i paesi meno “fortunati”, non i G 20, ma i Last 20, non dispongono nemmeno dei mezzi basilari per vivere in modo dignitoso.
Eppure Anselme ci ha raccontato che il suo paese è ricco: suolo fertile, ampia foresta (il secondo “polmone verde” del mondo), abbondanza di preziosi e rari minerali nel sottosuolo.
Ma allora perché, con tutte queste risorse, i congolesi sono “poveri” come molti altri popoli africani, come molti altri popoli del mondo?
La ragione di questa inverosimile povertà è l’impoverimento a causa dello sfruttamento da parte dei paesi più ricchi, da sempre avvenuto nella storia e tuttora presente (il Congo è pieno di coltan, il minerale con cui si costruiscono i cellulari!).
Con l’aiuto di Anselme abbiamo capito, quindi, la più grande differenza tra l’Agenda dell’ONU e quella in versione congolese: nella prima, che abbiamo studiato a scuola, l’obiettivo più importante (e il primo della lista) è la lotta alla povertà, nella seconda, che abbiamo conosciuto visitando la mostra, è la lotta per la giustizia.
Noi, che abitiamo nei paesi ricchi, ci ostiniamo a pensare solo a noi stessi, dimenticando i diritti degli altri e fingendo di non sapere che, se non impareremo a distribuire in modo equo le risorse, in un mondo sempre più minacciato dal cambiamento climatico, presto mancheranno anche a noi e saremo tutti poveri.
Gli obiettivi di entrambe le Agende sono ambiziosi, ma sarebbero realizzabili, se ci fosse vera collaborazione tra i paesi del mondo: siamo tutti congolesi, siamo tutti sulla stessa barca, una barca che rischia di affondare. Non dimentichiamolo mai!.
Indifferenti? Noi no! È lo slogan che ha risuonato nella Giornata della Memoria tra le aule della Scuola Macrino di Alba. Conosciamo veramente il significato di questa parola? Come possa cambiare le relazioni tra le persone con le conseguenze che ne derivano?
Abbiamo interrogato i ragazzi e ascoltato le loro riflessioni. Abbiamo spiegato loro perché Liliana Segre ha voluto che la parola “Indifferenza” venisse scritta sulla parete del Monumento della Shoah presso il Binario 21 a Milano e accogliesse il visitatore accompagnandolo in un percorso che dal passato porta direttamente al presente. Così è stato anche per noi, in una giornata densa di partecipazione.
I nostri ragazzi sanno sempre stupirci e sono la promessa più bella per il futuro.
Il formatore e giornalista Claudio Canal ci ha accompagnato in questi anni in un percorso di approfondimento della questione israelo-palestinese coinvolgendo i ragazzi delle terze mediante la visione di documenti attuali e la discussione in gruppo-classe.
Da anni i volontari di Emergency propongono alle classi seconde e terze percorsi didattici su temi quali il rispetto dei diritti universali, le migrazioni, la pace e la nonviolenza attraverso video, riflessioni e dibattiti.
I ragazzi delle classi seconde assistono a una lezione teorico-pratica sulle tecniche di pronto intervento a cura dei volontari della Croce Rossa Italiana
“ Non siamo mai troppo piccoli per fare la differenza”
Il movimento del Fridays for Future ha coinvolto anche gli studenti albesi di tutte le età. Insieme ai nostri studenti abbiamo ragionato sulle motivazioni che hanno portato alla nascita di questo fenomeno, documentandoci attraverso le testimonianze dei protagonisti e gli accordi internazionali sottoscritti da molti Stati, ma non da tutti!