MAGGIO 2023
MAGGIO 2023
Vi è mai capitato di accorgervi delle cose che nella vita passano? Avete mai avuto un legame forte con le vostre madri? Avete mai creduto in quell’amore che non finisce mai? Quella luce pura che vi avvolge e vi coccola?
L’albo “Le cose che passano” di Beatrice Alemagna affronta molti di questi temi.
Vi è mai capitato di accorgervi delle cose che nella vita passano? Avete mai avuto un legame forte con le vostre madri? Avete mai creduto in quell’amore che non finisce mai? Quella luce pura che vi avvolge e vi coccola?
L’albo “Le cose che passano” di Beatrice Alemagna affronta molti di questi temi. Racconta di tutti quei momenti belli e brutti che vivi e assapori nella tua vita ma che finiscono, spariscono, senza lasciare traccia. Di quelle relazioni che prima o poi dimentichi, tutte tranne una: il rapporto tra una madre e il proprio figlio, delineato dall’immagine finale dove lei lo abbraccia e lo stringe senza lasciarlo andare. Questo albo non ha una vera e propria storia ma si costruisce attraverso il legame stretto che hanno parole e immagini, le quali trasmettono un messaggio forte al mondo ovvero la bellezza di questo magico rapporto. Mi colpisce molto la frase: “Nella vita sono molte le cose che passano. Si trasformano, se ne vanno. Tutte, meno una.” Perché nella vita le cose cambiano, volano via come petali di un fiore, ma questo albo ci insegna che c’è una cosa che non si dimentica mai: l’amore, l’affetto. Quel legame forte, indistruttibile, che non si scioglie mai, nessun pennarello potrà cancellarlo perché è così intenso che neanche il tempo potrà riuscirci. Spesso si litiga con le proprie madri, perché sono ansiose, premurose, a volte un po’ pesanti e noiose. Talvolta sanno essere severe e rigide. Però sanno ascoltarti, accudirti e proteggerti da tutto e tutti. Danno tanto senza chiedere niente in cambio. Io ho un buon rapporto con mia madre, la considero come un’amica che non potrà mai ferirmi o farmi del male. È molto saggia e gentile tranne quando la faccio arrabbiare. Con lei passo molto tempo, abbiamo fatto lunghe passeggiate e guardato le migliori serie, abbiamo preparato i migliori dolci, ascoltato le più belle canzoni. Il nostro rapporto durerà per sempre.
Mi colpisce molto la grafica di questo albo in cui tra una pagina e l’altra è presente un foglio trasparente. Il legame tra le immagini e le parole è molto forte. A differenza di altri albi, qui le immagini precisano e rendono coinvolgenti alcuni elementi che perderebbero la loro essenza, magia e bellezza solo con le parole. Forse questa è la ragione per cui ci sono piccole frasi avvolte da immagini “possenti e impetuose” con colori dolci che abbracciano il lettore. Tra le tante una significativa per me è la prima dove un uccellino prima rimane sulla mano di un bambino, dopo prende il volo allontanandosi sempre di più. Questo esprime il tema delle cose che passano in maniera nitida e viva ed è una scena emozionante perché ti rende consapevole della realtà e di quanto nella vita questo accada continuamente. Noto anche che all’inizio i colori sono più spenti e tristi mentre alla fine dell’albo c’è un colore che risalta: il fucsia. Mi chiedo perché l’autrice abbia voluto evidenziare questo cambiamento. Forse per sottolineare che nella vita niente dura per sempre, ogni vittoria, ogni avventura, ogni sconfitta, prima o poi finisce e sparisce senza lasciare tracce.
L’albo “Le cose che passano” mi ha ricordato “Un grande giorno di niente” poiché in entrambi si affronta il tema del cambiamento: nel primo attraverso il vento che soffia e trasporta via i momenti significativi della vita; nel secondo attraverso la scoperta. Leggere questo albo mi ha fatto riflettere sul bel rapporto che ho con mia madre e per questo è uno dei più belli e stupefacenti che io abbia mai avuto tra le mani.
Ti è mai capitato di notare un dettaglio che ti ha illuminato la giornata? O di aver sottovalutato un minuscolo particolare, che in realtà è un grande tesoro?
“Gli Uccelli” di Germano Zullo e Albertine, parla proprio di questo:
Ti è mai capitato di notare un dettaglio che ti ha illuminato la giornata? O di aver sottovalutato un minuscolo particolare, che in realtà è un grande tesoro?
“Gli Uccelli” di Germano Zullo e Albertine, parla proprio di questo: l'albo attraverso le immagini e pochissime parole ci fa riflettere sull’ importanza del dettaglio e ci fa capire che dobbiamo notare e scoprire tutto ciò che ci sta attorno.
Il testo si apre con un paesaggio dipinto di giallo e con il cielo azzurro. A un certo punto arriva un camion rosso fuoco che si avvicina sempre più, fino a che non si ferma. Ne esce un uomo con una salopette blu che apre lo sportellone, da cui iniziano a spiccare il volo mille uccelli di colori e forme diverse.
Ma dentro, ci sono ancora due occhi e l’uomo, sorpreso, scopre che c’è un uccellino che non sa volare. Allora egli si impegna a insegnargli a volteggiare nell' aria. L’uccello lo osserva, impara e se ne va, ma poi ritorna con i suoi amici a prendere il signore che viene portato via in volo, chissà dove.
Un elemento fondamentale di questo albo sono i colori vivi e spumeggianti che accompagnano il lettore in questa avventura. Tra essi prevalgono il giallo della pianura e il blu del cielo immenso che dominerà quando si vedranno gli uccelli. Queste tinte, così accese, mi hanno trasmesso un senso di pace e tranquillità e mi hanno avvolto nel silenzio, facendomi sentire come in un nuovo mondo.
L' albo ha come tema principale l’importanza di un solo minuscolo dettaglio che ci può cambiare la giornata rendendola, all’improvviso, un tesoro, che cambia il mondo, stravolgendolo. Secondo me, osservare i minimi dettagli è importante, perché, magari, la stessa cosa che vedi tutti i giorni, scrutandola può nascondere un altro significato. Però spesso si è indaffarati e quindi non si fa caso a tante cose. Ci dovremmo concedere il tempo di vederlo questo dettaglio per scoprirlo nel suo profondo.
Mi ha colpito come le parole e le immagini, a volte non coincidano. Esse raccontano cose talvolta diverse e all’ improvviso uguali, ma nonostante questo, si riesce a capire tutto in modo chiaro e semplice purché il ritmo del racconto è molto lento e perché le parole non si susseguono ma vengono isolate nelle pagine.
Consiglio a chiunque di leggere questo albo che spero possa piacere.
Si tratta di un thriller psicologico che parla di un bambino di nome Cameron che fugge da anni con la madre da un padre violento.
A seguito di questi continui spostamenti Cameron è stanco e spaventato, la madre invece per tranquillizzarlo cerca di farsi vedere calma e serena.
Si tratta di un thriller psicologico che parla di un bambino di nome Cameron che fugge da anni con la madre da un padre violento.
A seguito di questi continui spostamenti Cameron è stanco e spaventato, la madre invece per tranquillizzarlo cerca di farsi vedere calma e serena.
Dalla lettura del libro comprendo che pur avendo paura del padre ed essendo tormentato dal rischio di diventare come lui, Cameron ha bisogno di una guida paterna che lo possa aiutare nei momenti di difficoltà.
Il ragazzino e la madre, ad un certo punto si trasferiscono in una fattoria isolata, che nasconde dentro di sé dei segreti molto oscuri. Pertanto, fingendo che si tratti di una ricerca di storia, Cameron chiede informazioni al signor Sinclair, il suo vicino di casa, e da quel momento avvia una vera e propria indagine, che lo porterà a rivelazioni inaspettate. In questa fase, Cameron è talmente ossessionato dalla ricerca dei misteri che nasconde la fattoria, da essere considerato pazzo dalla mamma che è sempre più preoccupata per lui soprattutto quando scopre che ha cominciato a parlare da solo.
Nella fase finale grazie alla sua caparbietà Cameron riesce a scoprire la verità.
Durante l’evoluzione del racconto Cameron cambia atteggiamento: nella fase iniziale la figura di un bambino spaventato, durante lo svolgimento sembra essere un pazzo, mentre alla fine diventa un piccolo investigatore.
Il protagonista della storia è un ragazzino apparentemente tranquillo con una grande fantasia ed immaginazione, ma che in realtà soffre perché è cresciuto senza una figura paterna e quindi si rifugia in se stesso. Per via del suo carattere e della sua vita che lo porta a cambiare continuamente città, Cameron non riesce a fare amicizia con i suoi coetanei; il suo unico “amico” è un fantasma di nome “Jacky”, che gli racconta tante storie sulla sua famiglia simile a quelle vissute da Cameron. Per questo motivo Cameron comincia a rispecchiarsi in queste, tanto da arrivare a confonderle.
Il ragazzo vive a metà tra realtà e finzione, cioè tra il mondo vero e quello che si costruisce con l’immaginazione. Quando Cameron ha dei dubbi oppure è preso da ansia e smarrimento si rivolge al suo alter ego che altro non è se non la sua coscienza. Il doppio di Cameron dà al ragazzo dei consigli e sa sempre cosa fare, per questo è completamente diverso dal protagonista, che molto spesso invece è in difficoltà. Il rapporto tra i due è conflittuale, perché non sempre le parole del doppio corrispondono alle idee del protagonista.
La scelta narrativa dell’autore di creare un personaggio sdoppiato causa smarrimento e confusione anche nel lettore, che vive la storia di Cameron come se fosse propria.
Una scena in cui secondo me è evidente il trasferimento delle sensazioni di Cameron sul lettore è quella in cui il ragazzo viene a sapere della morte di suo padre. Infatti in quel momento non capivo se le parole di Cameron fossero reali o frutto della sua immaginazione e questo mi metteva confusione.
Ciò che più mi ha colpito del percorso di Cameron è la sua forza d’animo e la sua capacità di non mollare mai nonostante le molte difficoltà. Il ragazzo compie dall’inizio del romanzo alla fine un percorso di evoluzione, infatti rispetto a come è nelle prime pagine del romanzo, nelle ultime è più sereno e consapevole, a cambiarlo sono proprio le esperienze vissute, ad esempio una delle più drammatiche è quando Cameron si trova in macchina con il padre e quest’ultimo gli fa delle rivelazioni importanti.
Oltre a Cameron, un altro personaggio “ferito” dalla vita è il Signor Sinclair, che vive con il senso di colpa perché si sente responsabile della morte di Jacky.
Il signor Sinclair, infatti, è un uomo molto riservato e chiuso in se stesso, inoltre non si fida ormai di nessuno, questo dimostra il suo dolore ma lo rende strano agli occhi degli altri.
Ad una prima lettura il romanzo di Allan Stratton potrebbe sembrare una semplice storia per adolescenti, in realtà l’autore affronta delle tematiche profonde, soprattutto la violenza in famiglia, ma anche altre come ad esempio l’amicizia, il potere dell’immaginazione e la sofferenza.
Mi ha molto colpito il rapporto d’amicizia tra Cameron e Jacky, perché non si tratta di un’amicizia qualsiasi ma di una fuori dal comune, perché Jacky pur se ora è un fantasma è stato un bambino reale, come Cameron, che ha sofferto come lui.
Jacky accompagna Cameron in tutto il suo percorso, senza lasciarlo mai da solo.
Lo stile dello scrittore è semplice e scorrevole, questo aspetto, insieme alla narrazione in prima persona permette al lettore di immedesimarsi maggiormente nel protagonista.
È possibile collegare a distanza questo libro con altri letti in classe: ad esempio la cantina che tanto spaventa Cameron mi fa venire in mente il libro intitolato “Bambino d’argento”, in cui anche per il protagonista, Aladdin, la cantina è un luogo spaventoso.
Inoltre, il trasferimento di Cameron da una casa all’altra è paragonabile a quello di Billie, la protagonista del libro “Bambini di cristallo”. Così come il rapporto poco sereno con le loro mamme. Entrambi inoltre hanno nostalgia del padre…
L’aspetto che maggiormente ho apprezzato della storia è stata la capacità dell’autore di comunicare contenuti difficili in modo semplice.
Una frase che mi è rimasta impressa è quella di Cameron, che dice “Gli alberi sono come le persone. Siamo vivi, poi diventiamo solo ricordi, e poi non siamo più neppure quello”. L’ho scelta perché secondo me è una grande verità, e ad esprimerla un ragazzino molto più maturo della sua età.
Consiglio la lettura di questo libro a tutti gli amanti del giallo e dei misteri della mente.
Questo libro parla della vita di una ragazza afgana e del suo amore per le bici.
Maryam, quando è una bambina, riceve in regalo dalla madre una bici, il padre però è contrario a questo dono perché dice che una donna in bici offende Dio.
Questo libro parla della vita di una ragazza afgana e del suo amore per le bici.
Maryam, quando è una bambina, riceve in regalo dalla madre una bici, il padre però è contrario a questo dono perché dice che una donna in bici offende Dio. Maryam, quindi, si chiede tra sé e sé come il padre potesse sapere ciò che offende o no Dio. Da adolescente, Maryam comincia a partecipare a degli allenamenti in bici con la sua migliore amica Samira, senza che il padre e la madre lo sappiano. Il padre, però, scopre il segreto di Maryam e la rinchiude per 1 settimana in una capanna. Conclusi i 7 giorni, il padre dice a Maryam che di lì a una settimana lei avrebbe dovuto lasciare la casa per andare a vivere con Abdul Khan, il suo futuro sposo. Per fortuna poco prima di dover lasciare la sua casa, deve partecipare ad una gara in bici con la sua squadra, e la madre, sua complice, le dice che, una volta finita la gara, doveva fuggire dall’ Afghanistan e non tornarci più, perché altrimenti sarebbe diventata schiava di un uomo che l’avrebbe trattata male. Maryam, triste per questa notizia, scappa.
Poi incontra delle sorelle che la portano nelle proprie case e Maryam insegna loro ad andare in bicicletta. In quella circostanza comprende che lei non voleva andarsene dal suo Paese, ma voleva ribellarsi a come era comandato e voleva far scoprire il suo mondo tenace e ribelle a tante ragazza come lei.
Maryam descrive l’ Afghanistan come polvere e vento, un brutto territorio dove però ci sono cose belle, come la sua amica Samira, suo fratello Hamid e sua madre. Second me, Maryam cerca di vedere il bello di tutto, infatti per quanto possano esserci cose positive, in Afghanistan ci sono polvere, vento, bombe e missili che rovinano il paesaggio e rendono un’intera nazione piú “brutta”.
Quando Maryam riceve la sua prima bicicletta, lei è felicissima, così come anche sua madre è molto contenta della bici. Suo padre però pensa che Dio non vorrebbe che una donna vada in bici quindi sottolinea a Maryam che non la può usare e sgrida e picchia la madre perché ha dato un regalo alla figlia che “offende Dio”.
Maryam a 9 anni incontra nel cortile di casa una straniera che le fa provare la sua bici e questo ricordo Maryam se lo porta nel cuore. Alla fine del libro in cui lei dice di voler andare a migliorare il mondo, per quello che può, intende anche voler fare ciò che ha fatto la straniera con lei quando era piccola.
Dopo che i genitori di Maryam videro la straniera, suo padre decise di mettere in casa delle tende nere e, come dice la protagonista, il padre stava “oscurando il mondo”. Anche Anissa la pensa come la figlia e anche se ha sempre saputo di essere una schiava e di servire Il marito, ma con queste tende si è sentita rinchiusa da tutto.
Quando Maryam è più grande e deve andare al corso di bici, lei e Samira si fanno accompagnare dall’ unico maschio “buono” che Maryam conosceva fino a quel momento, ovvero Hamid suo fratello.
Il padre di Maryam e il padre di Samira scoprono entrambi che le figlie vanno in bici: mentre però il padre di Maryam reagisce malissimo e la chiude in una capanna, il padre di Samira pensa sia una sua passione e vuole fargliela continuare, però avvisa Samira di stare attenta.
In molti episodi del racconto, il padre di Maryam non è a casa perché e impegnato ad “aggiustare il mondo”, o almeno così dice: in realtà, secondo me lui è un fondamentalista dell’ Afghanistan che per “aggiustare il mondo” e “aggiustare le persone che offendono Dio” usa delle maniere e ha delle idee del tutto sbagliate perché al giorno d’ oggi dappertutto si dovrebbe usare il dialogo e non le mani e poi si dovrebbe dare la possibilità di scegliere di che religione essere, appunto diventare uno stato laico.
Il padre di Maryam non solo vuole “aggiustare il mondo”, ma anche la sua famiglia: quando qualcuno fa o dice qualcosa di sbagliato verso di lui o verso Dio, lui si sente in dovere di rimproverarlo o dargli una lezione. Ma lui fa questo in modo inconscio (dentro di sè è convinto di agire per il bene, e quindi non riesce a vedere le sofferenze che infligge agli altri): pensa che quando fa le cose lui fa ciò che è giusto per Dio, ed è sicuro nel dirlo al 100 per 100, perciò non cambia il suo atteggiamento.
Al contrario del padre, Hamid, il fratello , è definito da Maryam “Maschio Buono” perché lui è sempre pronto a sostenerla : ad esempio, quando Maryam era rinchiusa nella capanna, Hamid ci parlava ore e ore, e si divertivano insieme.
Una frase molto importante pronunciata da Maryam è “Avrei scoperto tempo dopo che l’Islam non era quello che diceva papà”; questa frase è significativa perchè fa capire che Maryam restava fedele all’ Islam raccontato da suo padre, anche se era contraria al modo di controllarla di suo padre. Ci sono molte scene del romanzo in cui viene vietato di fare o dire qualcosa alle donne: quando Anissa indossa delle scarpe colorate, quando Maryam desidera andare in bici o andare in città senza l’ accompagnamento di un maschio e quando decide di ribellarsi agli uomini.
Maryam è caratterizzata dalla sua tenacia, e ciò viene dimostrato più volte: quando dovrebbe scappare dall’ Afghanistan e, invece, decide di restare lì perché, come ritengo anch’io, non serve a niente scappare. Se si evitano i problemi, le cose non cambieranno mai; ma serve ribellarsi alle autorità quando queste costringono, in questo caso alle donne, di avere meno diritti e di sottostare all’ uomo.
Alla fine del romanzo le ragazze ospitano Maryam a casa loro e il padre le dice che vorrebbe che le sue figlie fossero come lei: secondo me a lui piace la tenacia della ragazza e anche il suo voler essere libera.
Un altro elemento molto importante è il titolo: infatti “I Fiori di Kabul” si riferisce al fatto che Maryam pensa che lei e Samira siano dei fiori nati nella polvere, come le dice anche sua madre.
In questo libro ci sono molte connessioni con storie reali: in Iran nel 2022 sono stati uccisi più di 54 minorenni da agenti iraniane durante le proteste e, in particolare, una ragazzina di 14 anni è stata arrestata e uccisa perché si è tolta il velo.
Una delle frasi che mi hanno più colpito durante la lettura del libro piaciuta è stata “Ma a noi non importa se è lontano, a noi importa quanto ci alleniamo, no?” perché dimostra la caratteristica che maggiormente denota la sua personalità, ovvero la tenacia e, soprattutto, l’audacia che servono per andare aventi per poi cadere, rialzarsi e riprovarci.
Questo libro parla della vita di una ragazza afgana e del suo amore per le bici.
Maryam, quando è una bambina, riceve in regalo dalla madre una bici, il padre però è contrario a questo dono perché dice che una donna in bici offende Dio. Maryam, quindi, si chiede tra sé e sé come il padre potesse sapere ciò che offende o no Dio. Da adolescente, Maryam comincia a partecipare a degli allenamenti in bici con la sua migliore amica Samira, senza che il padre e la madre lo sappiano. Il padre, però, scopre il segreto di Maryam e la rinchiude per 1 settimana in una capanna. Conclusi i 7 giorni, il padre dice a Maryam che di lì a una settimana lei avrebbe dovuto lasciare la casa per andare a vivere con Abdul Khan, il suo futuro sposo. Per fortuna poco prima di dover lasciare la sua casa, deve partecipare ad una gara in bici con la sua squadra, e la madre, sua complice, le dice che, una volta finita la gara, doveva fuggire dall’ Afghanistan e non tornarci più, perché altrimenti sarebbe diventata schiava di un uomo che l’avrebbe trattata male. Maryam, triste per questa notizia, scappa.
Poi incontra delle sorelle che la portano nelle proprie case e Maryam insegna loro ad andare in bicicletta. In quella circostanza comprende che lei non voleva andarsene dal suo Paese, ma voleva ribellarsi a come era comandato e voleva far scoprire il suo mondo tenace e ribelle a tante ragazza come lei.
Maryam descrive l’ Afghanistan come polvere e vento, un brutto territorio dove però ci sono cose belle, come la sua amica Samira, suo fratello Hamid e sua madre. Second me, Maryam cerca di vedere il bello di tutto, infatti per quanto possano esserci cose positive, in Afghanistan ci sono polvere, vento, bombe e missili che rovinano il paesaggio e rendono un’intera nazione piú “brutta”.
Quando Maryam riceve la sua prima bicicletta, lei è felicissima, così come anche sua madre è molto contenta della bici. Suo padre però pensa che Dio non vorrebbe che una donna vada in bici quindi sottolinea a Maryam che non la può usare e sgrida e picchia la madre perché ha dato un regalo alla figlia che “offende Dio”.
Maryam a 9 anni incontra nel cortile di casa una straniera che le fa provare la sua bici e questo ricordo Maryam se lo porta nel cuore. Alla fine del libro in cui lei dice di voler andare a migliorare il mondo, per quello che può, intende anche voler fare ciò che ha fatto la straniera con lei quando era piccola.
Dopo che i genitori di Maryam videro la straniera, suo padre decise di mettere in casa delle tende nere e, come dice la protagonista, il padre stava “oscurando il mondo”. Anche Anissa la pensa come la figlia e anche se ha sempre saputo di essere una schiava e di servire Il marito, ma con queste tende si è sentita rinchiusa da tutto.
Quando Maryam è più grande e deve andare al corso di bici, lei e Samira si fanno accompagnare dall’ unico maschio “buono” che Maryam conosceva fino a quel momento, ovvero Hamid suo fratello.
Il padre di Maryam e il padre di Samira scoprono entrambi che le figlie vanno in bici: mentre però il padre di Maryam reagisce malissimo e la chiude in una capanna, il padre di Samira pensa sia una sua passione e vuole fargliela continuare, però avvisa Samira di stare attenta.
In molti episodi del racconto, il padre di Maryam non è a casa perché e impegnato ad “aggiustare il mondo”, o almeno così dice: in realtà, secondo me lui è un fondamentalista dell’ Afghanistan che per “aggiustare il mondo” e “aggiustare le persone che offendono Dio” usa delle maniere e ha delle idee del tutto sbagliate perché al giorno d’ oggi dappertutto si dovrebbe usare il dialogo e non le mani e poi si dovrebbe dare la possibilità di scegliere di che religione essere, appunto diventare uno stato laico.
Il padre di Maryam non solo vuole “aggiustare il mondo”, ma anche la sua famiglia: quando qualcuno fa o dice qualcosa di sbagliato verso di lui o verso Dio, lui si sente in dovere di rimproverarlo o dargli una lezione. Ma lui fa questo in modo inconscio (dentro di sè è convinto di agire per il bene, e quindi non riesce a vedere le sofferenze che infligge agli altri): pensa che quando fa le cose lui fa ciò che è giusto per Dio, ed è sicuro nel dirlo al 100 per 100, perciò non cambia il suo atteggiamento.
Al contrario del padre, Hamid, il fratello , è definito da Maryam “Maschio Buono” perché lui è sempre pronto a sostenerla : ad esempio, quando Maryam era rinchiusa nella capanna, Hamid ci parlava ore e ore, e si divertivano insieme.
Una frase molto importante pronunciata da Maryam è “Avrei scoperto tempo dopo che l’Islam non era quello che diceva papà”; questa frase è significativa perchè fa capire che Maryam restava fedele all’ Islam raccontato da suo padre, anche se era contraria al modo di controllarla di suo padre. Ci sono molte scene del romanzo in cui viene vietato di fare o dire qualcosa alle donne: quando Anissa indossa delle scarpe colorate, quando Maryam desidera andare in bici o andare in città senza l’ accompagnamento di un maschio e quando decide di ribellarsi agli uomini.
Maryam è caratterizzata dalla sua tenacia, e ciò viene dimostrato più volte: quando dovrebbe scappare dall’ Afghanistan e, invece, decide di restare lì perché, come ritengo anch’io, non serve a niente scappare. Se si evitano i problemi, le cose non cambieranno mai; ma serve ribellarsi alle autorità quando queste costringono, in questo caso alle donne, di avere meno diritti e di sottostare all’ uomo.
Alla fine del romanzo le ragazze ospitano Maryam a casa loro e il padre le dice che vorrebbe che le sue figlie fossero come lei: secondo me a lui piace la tenacia della ragazza e anche il suo voler essere libera.
Un altro elemento molto importante è il titolo: infatti “I Fiori di Kabul” si riferisce al fatto che Maryam pensa che lei e Samira siano dei fiori nati nella polvere, come le dice anche sua madre.
In questo libro ci sono molte connessioni con storie reali: in Iran nel 2022 sono stati uccisi più di 54 minorenni da agenti iraniane durante le proteste e, in particolare, una ragazzina di 14 anni è stata arrestata e uccisa perché si è tolta il velo.
Una delle frasi che mi hanno più colpito durante la lettura del libro piaciuta è stata “Ma a noi non importa se è lontano, a noi importa quanto ci alleniamo, no?” perché dimostra la caratteristica che maggiormente denota la sua personalità, ovvero la tenacia e, soprattutto, l’audacia che servono per andare aventi per poi cadere, rialzarsi e riprovarci.
Nella mia vita, a 12 anni, non avrei mai pensato di leggere un albo illustrato. Li trovo noiosi e per bambini piccoli. E invece ho letto cara zia Agata, scritto e illustrato da Beatriz Martin Vidal. Ci troviamo in una villa enorme, forse un po’ troppo grande per tre sorelle, Alice, Emma e Louise.
Nella mia vita, a 12 anni, non avrei mai pensato di leggere un albo illustrato. Li trovo noiosi e per bambini piccoli. E invece ho letto cara zia Agata, scritto e illustrato da Beatriz Martin Vidal. Ci troviamo in una villa enorme, forse un po’ troppo grande per tre sorelle, Alice, Emma e Louise. Vivono immerse nella natura, hanno strani atteggiamenti e comportamenti, ma soprattutto, risolvono tutti i loro problemi ragionevolmente.
Questo albo prende il nome di cara zia Agata perché Tutto ciò che succede è scritto da Louise, la maggiore delle tre sorelle, in una lettera. Alice, Emma e Louise, anche se la Primavera sta tardando, si preparano a giocare a badminton, quando "Ecciù", Alice viene contagiata dalla febbre primaverile. Louise ed Emma cercano di assisterla, anche se un po’ stranamente, infatti la trattano come un fiore appassito, le versano addosso molta acqua, finché non si riprende e cambia totalmente. I problemi, purtroppo, non finiscono qui. Emma si concentra talmente tanto sullo studio, forse perché deve sostenere degli esami che le suscitano degli strani problemi di levitazione. Per farla guarire tutte e tre vanno a fare delle passeggiate in cui la seconda delle sorelle viene trascinata con un guinzaglio, Come un palloncino! La sfortuna le perseguita! Nella loro serra avviene un’invasione di uccelli molto strani. Le tre ragazze cercano di risolvere la situazione acchiappando le creature con dei retini. Non ottengono niente e quindi ricorrono alla diplomazia e trovano un accordo. Stessa strategia la useranno quando una balena si stanzierà nella loro piscina. Infine spediranno la lettera alla zia e…
Durante la lettura di questo albo, sono rimasto colpito dalle illustrazioni. Mi piace molto l’uso dei colori, che fanno capire le emozioni del personaggi. E’ molto importante anche il contrasto tra colori caldi e freddi, che ci fa soffermare su dei piccoli dettagli che normalmente non avremmo notato. Il libro ha anche un inizio e una fine ben precisa, infatti l’albo si apre con uno schizzo a matita e termina sempre con uno schizzo a matita. Il disegno che più mi ha colpito è quello sulla copertina che mi ha fatto pensare a Mercoledì Addams. In questo albo è molto difficile trovare un tema. Dopo un po’ di ragionamenti sono arrivato a capire che quello principale potrebbe essere la diplomazia. Il parlare, ragionare e trovare un compromesso pacifico, vincono su tutto. Le tre sorelle, ad esempio, hanno risolto, in questo modo, l’infestazione nella loro serra e lo strano problema con la fontana. Purtroppo, però, non è sempre così. Nella mia vita ho sempre cercato di risolvere i miei problemi serenamente. Non sempre ci riesco. Ad oggi trovare persone disposte a contrattare è sempre più difficile e, a volte, anche io, per eccessiva rabbia, mi comporto come loro. Questa è una delle tante cose in cui devo migliorare. Quest’albo è molto difficile da interpretare. Informandomi ho scoperto che “Cara zia Agata” è adatto a chi ha più di 6 anni. Certo! E’ vero che questo libro è adatto a tutti, ma i più piccoli o i lettori meno ferrati, sono sicuro che non riuscirebbero a coglierne il vero significato. Esso non va letto superficialmente, bisogna stare molto attenti ai dettagli, ai disegni e alle parole. Personalmente penso di averlo letto in maniera accurata anche se per capirlo completamente, l’ho dovuto sfogliare più volte. Questa è la cosa che mi piace di più degli albi. Niente è messo a caso! I colori hanno un loro significato, anche la posizione del testo nella pagina e la cornice dei disegni. Ogni albo è come un “testo allegorico”. Sono rimasto colpito anche dal rapporto tra testo e immagini. Le figure, infatti, non seguono il testo. Un esempio potrebbe essere:” Il clima è tiepido e piacevole e all’aperto si sta molto bene anche se la primavera sembra tardare”. Louise scrive questo, quando, le tre sorelle stanno a maniche corte, il sole è raggiante e gli alberi sono in fiore. Questa divergenza tra parole e immagini è ancora più evidente quando Alice si sente male: “E’ cominciato con uno starnuto. Ci siamo rese conto che si trattava di febbre primaverile”. Il testo ci dice soltanto che la sorella starnutisce, ma non ci dice che starnutisce fiori. Sono rimasto subito colpito da questo particolare. Nella prima lettura ho visto solo le immagini, nella seconda ho letto il testo e, nella terza, dopo aver letto tutto…”Wow”. Quest'albo è davvero bello, lo consiglio a tutti, anche agli adulti. Lo adoro!
Il romanzo di Guido Sgardoli, Il Giorno degli Eroi, racconta la Prima Guerra Mondiale, racconta i soldati che la vivono e narra anche la storia di una famiglia povera, unita dalla fiducia e dall’amore reciproco ma distrutta a causa della guerra.
Il romanzo di Guido Sgardoli, Il Giorno degli Eroi, racconta la Prima Guerra Mondiale, racconta i soldati che la vivono e narra anche la storia di una famiglia povera, unita dalla fiducia e dall’amore reciproco ma distrutta a causa della guerra.
Ogni singolo personaggio della storia mi ha fatta crescere proprio perché ognuno di loro ha una propria idea della guerra e la esprime attraverso comportamenti diversi: dall’amore di Ada, costantemente in pensiero per i figli, alla riservatezza di Carlo che si accorge che la guerra non è poi così tanto bella come credeva e che provata sulla propria pelle è qualcosa che ti porti dentro per sempre, come se ti incatenasse, un ricordo incredibilmente cupo e buio. L’unico aspetto positivo della guerra è legato alla conoscenza di nuove persone, alla possibilità di imparare a conoscerle perché in fondo ognuno di loro sa che quella diventerà la sua famiglia, a prescindere da come andranno le cose.
Vivranno dentro di te come un fuoco che si accende ogni volta che vedi il cielo più nero del solito, ogni volta che ti farà freddo perché penserai a quei gelidi inverni che con loro diventavano meno freddi e che loro riuscivano a riscaldarti un po’ quel cuore che era diventato ormai ghiaccio puro. Nella storia mi ha colpito molto il personaggio di Carlo per la sua crescita ed evoluzione ma soprattutto perché ritrovo molto di me in lui. É una persona esuberante e allegra, inizialmente è legato molto ad Aldo, a volte anche troppo, riuscendo perfino ad escludere Silvio. Si è lasciato molto influenzare dai detti popolari, quando la guerra è iniziata lui sapeva di dover andarci e fu preso da una felicità patriottica, come del resto tutto il paese, non pensava a ciò che l'aspettava, era felice di partire e combattere per la patria. Giunto il giorno era contento ma anche dispiaciuto di dover lasciare la famiglia. Più passavano i giorni e più lui cambiava, era diverso dal solito Carlo, quello che rideva e scherzava, e anche se lui cercava di nasconderlo non ci riusciva; sul volto l’espressione era quella di sempre ma il cuore no, tutti in famiglia se ne accorsero durante il Natale (aveva ottenuto una licenza per passare dei giorni a casa). Più giorni passava in quella buia trincea a parlare con topi e pidocchi quando tutti dormivano, a mangiare quel poco che avevano a disposizione per recuperare le forze e a raccontarsi agli altri, più aveva nostalgia di casa, gli mancava tutto, anche i litigi con il padre. Ogni giorno lo passava allo stesso modo, era talmente stanco di vivere le giornate in quel modo che all'improvviso prese, secondo me, una delle decisioni migliori della sua vita: scappò via dalla trincea. Dico di essere come lui perché anche io a volte mi trovo in situazioni più grandi di me, che non riesco a controllare, e scappo.
Un altro personaggio che mi ha segnato molto è Ada, la madre. Mi sono rivista molto in lei e ci ho rivisto anche mia mamma. Ada è costantemente in pensiero per i figli e fin da subito ha pensato, al contrario del resto della famiglia , che la guerra non fosse “ bella” nè che andarci equivalesse a un gesto patriottico; lei sapeva che sarebbe successo qualcosa ai suoi figli ma non poteva fermarli perchè se non si fossero arruolati sarebbero stati arrestati. Durante la guerra i figli le mancavano più di ogni altra cosa, le mancava prendersi cura di loro, abbracciarli, consolarli; è vero che aveva ancora Lina con sé, però lei stava diventando grande. Le restava da pregare per ogni figlio ed è quello che faceva, pregava per loro, affinché ritornassero tra le sue braccia sani e salvi anche se qualche ferita se l’aspettava. Io mi immagino proprio così da mamma, con dei valori da insegnare e con tanto amore da dare. Questo libro mi ha insegnato una cosa fondamentale: non c’entrano le origini, l’età, la posizione sociale, la guerra è guerra e tutti la vivono allo stesso modo, vincenti o perdenti, si parla comunque di persone e non c’è bisogno di immaginarle come “mostri” solo perchè si trovano contro di te, non hanno di certo scelto loro da che parte stare. Ho capito che se impari a conoscere le persone loro possono imparare a conoscere te, non importa quanto tempo ci voglia. Capire cosa le persone hanno dovuto passare durante la loro vita può aiutare sé stessi a preoccuparsi e a sviluppare un senso di protezione anche verso tutte le persone a cui si vuole bene.
Carlo mi ha fatto capire che una delle cose più importanti della vita è non crearsi aspettative perché ogni singola cosa che pensi, ogni scenario che immagini può rivelarsi all’opposto.
Secondo me il titolo del romanzo fa riferimento ad ogni singolo soldato morto in guerra, tutti definiti eroi perché hanno dato la loro vita, buttandosi nelle atrocità nella speranza di riuscire, un giorno, a rivedere i propri cari.
Penso che questo libro voglia ricordare tutti i caduti.
“Adoravo quella parte perché mi faceva sentire giusta, coraggiosa, fichissima, cioè tutto quello che non ero nella realtà”. Il romanzo “Antigone sta nell’ultimo banco” di Francesco D’Adamo racconta di “Jo la Peste”, una ragazzina irascibile, vivace, anticonformista e di pessimo carattere con una grande passione per il teatro.
“Adoravo quella parte perché mi faceva sentire giusta, coraggiosa, fichissima, cioè tutto quello che non ero nella realtà”. Il romanzo “Antigone sta nell’ultimo banco” di Francesco D’Adamo racconta di “Jo la Peste”, una ragazzina irascibile, vivace, anticonformista e di pessimo carattere con una grande passione per il teatro che non vede l’ora di andare alle superiori per sfuggire dal paesino in cui vive, noioso e conformista, che inizia a sentire stretto. A scuola come spettacolo di fine anno verrà messa in scena la tragedia “Antigone” di Sofocle. Jo è certa che la parte di Antigone sarà sua, la farebbe sentire orgogliosa e determinata. Coraggiosa. Ogni estate, in paese, arriva un gruppo di braccianti che lavorano alla raccolta dei meloni in riva al fiume. Dopo il mancato tentativo di insabbiare la morte, causata dalla fatica, di uno di loro appena adolescente, nella cittadina di provincia si scatena il caos tra un’immotivata intolleranza, pregiudizi e stereotipi razzisti. La protagonista è un personaggio complesso e ben sviluppato che rappresenta la forza della gioventù e la necessità di sfidare le convezioni sociali. La sua determinazione nella lotta contro gli “zombi” e la “nebbia aliena” insieme alla sua continua ricerca di verità e giustizia la rendono una vera e propria eroina! Attraverso il racconto dell'autore, il lettore viene trasportato in un mondo fatto di emozioni, paure e speranze, dove ogni personaggio rappresenta un pezzo di realtà. Il romanzo è scritto con un linguaggio ricco di sfumature e un lessico non troppo impegnativo. La trama del libro è avvincente e coinvolgente, con una serie di colpi di scena che tengono il lettore incollato alle pagine fino alla fine. L'autore riesce a creare un'atmosfera suggestiva e intensa, capace di far emergere i sentimenti più profondi dei personaggi. Una frase che mi ha colpito particolarmente in questo libro è “Lui me lo diceva sempre - e me lo diceva anche mamma - che prima o poi viene il momento di parlare e dire: “No, non ci sto”. Detta dal papà di Jo, che lei chiama per nome, che la sprona a non tacere di fronte al razzismo che subiscono gli immigrati clandestini che lavorano in riva al fiume. “No, non ci sto” diventa un invito alla ribellione e alla prodezza di opporsi alle ingiustizie. Le insegna l’importanza di parlare e di non rimanere in silenzio quando si tratta di difendere i propri valori. Questa frase rappresenta una delle tematiche principali del libro: la lotta contro l’ingiustizia e il coraggio di denunciare le situazioni di discriminazione. Il personaggio di Jo incarna perfettamente questi valori, diventando un esempio di forza e risolutezza per tutti coloro che vogliono combattere per la giustizia sociale. Un personaggio che invece mi ha lasciato sconcertata è il fratello della protagonista, soprannominato Pelù, che contro ogni mia aspettativa la pensa proprio come il resto della comunità. Spesso infatti si ha la possibilità di vederlo nelle vicinanze del fiume insieme a un gruppo di coetanei con i quali esorta, con tono alto e sgarbato, i braccianti ad allontanarsi dal paese. Questa situazione mi ha sbigottito in primo luogo perché Federico, il papà, nonostante stia crescendo due adolescenti da solo, ha sempre comunicato con i suoi figli e il cambiamento improvviso di Pelù è davvero inaspettato. In secondo luogo perché non avrei mai immaginato che un giovane potesse avere questo atteggiamento così chiuso e discriminante, dato che noi ragazzi dovremmo essere quelli con la mentalità più aperta al confronto, soprattutto con persone diverse da noi che ci potrebbero insegnare qualcosa di nuovo dalla cultura, alle tradizioni, alla religione o di cui potremmo ascoltare la storia o diventare amici. Credo che la scelta dell’autore di utilizzare parole come “zombi” e “nebbia aliena” per discutere di razzismo con i più giovani, sia mirata a creare l’immagine di un gruppo di persone che segue la massa simile a un gregge di pecore, che assomigliano più a degli zombi incapaci di pensiero autonomo che a delle persone empatiche. La nebbia aliena diventa così sinonimo di luoghi comuni e credenze popolari. La copertina del libro è una di quelle "acchiappa lettore": il titolo e ciò che è rappresentato mi hanno subito incuriosita e spinto a farmi un’infinità di domande, a cui sono riuscita dare una risposta solo dopo la lettura del libro. Chiunque sia alla ricerca di un libro che lo faccia riflettere sulla società moderna e sui suoi problemi, dovrebbe assolutamente leggere “Antigone sta nell'ultimo banco”, l'autore affronta temi come l'importanza della famiglia, la giustizia e la libertà individuale in modo profondo e travolgente. Il libro è scorrevole e viene spesso utilizzato un linguaggio colloquiale che rende la lettura ancora più piacevole. Inoltre, gli argomenti trattati sono universali e attuali. Jo è fatta per condividere amore non odio. Federico è un ottimo genitore. E Pelù scoprirà che tutti possono sbagliare e rimediare ai propri errori.
Ti è mai capitato di lottare per la tua vita?
Hai mai usato le tue conoscenze o esperienze passate per risolvere un problema?
Riusciresti a mantenere un segreto pur di non tradire una persona a te cara?
Il libro "Nelle terre selvagge" di Gary Paulsen per me si rispecchia molto in queste domande.
Ti è mai capitato di lottare per la tua vita?
Hai mai usato le tue conoscenze o esperienze passate per risolvere un problema?
Riusciresti a mantenere un segreto pur di non tradire una persona a te cara?
Il libro "Nelle terre selvagge" di Gary Paulsen per me si rispecchia molto in queste domande. Parla di un ragazzino, sopravvissuto ad un incidente aereo che si trova a lottare per la sua sopravvivenza in una foresta sperduta del Canada. Questo libro racconta l'avventura di un tredicenne di nome Brian che deve andare a trovare il padre, divorziato dalla madre, a bordo di un aereo che precipita. Riesce a sopravvivere all'impatto e da lì comincia la sua storia nel bel mezzo della foresta canadese. Utilizza le sue esperienze per affrontare diversi conflitti interni ed esterni come: gli insetti, la fame, la sete, realizzare un rifugio, il fuoco, la solitudine, il cambiamento ecc... Anche il pensiero fisso del segreto su sua madre, che non avrebbe mai potuto rivelare a suo padre. Del protagonista Brian mi ha colpito la sua determinazione e il non arrendersi mai di fronte a qualsiasi difficoltà. Lo si può notare in diversi punti del libro come quando dopo che il suo rifugio viene abbattuto da un tornado, senza perdersi d'animo si mette all'opera per ricostruirlo. Oppure quando a causa di una disattenzione gli scivola dalle mani l'accetta che finisce in fondo al lago. Anche questa volta, senza pensarci troppo, dopo svariati tentativi riesce a recuperarla. Una cosa che mi colpisce molto è anche come l'autore Gary Paulsen sia riuscito, attraverso il personaggio, a far capire ai lettori come si possa cambiare sotto tutti i punti di vista dopo un'esperienza del genere. Brian non vedrà più il mondo come prima, apprezzerà ogni cosa che la vita gli offrirà, sarà più attento alle sue scelte, mangerà qualsiasi cibo, anche ciò che non gli piace. Il titolo del libro "Nelle terre selvagge" non mi ha subito colpito perché mi ha fatto venire in mente che parlasse soltanto di natura e che descrivesse paesaggi desolati. Leggendolo, mi sono ricreduto: Brian, un ragazzino della mia stessa età, non per sua scelta, si ritrova a dover affrontare diversi ostacoli in un luogo remoto del pianeta che lo metteranno duramente alla prova.
Da piccola, quando non sapevo ancora leggere e scrivere, mi piaceva molto ascoltare i racconti che mi leggevano mamma e papà. Poi con la scuola ho iniziato la mia prima lettura
Da piccola quando non sapevo ancora leggere e scrivere, mi piaceva molto ascoltare i racconti che mi leggevano mamma e papà. Poi con la scuola ho iniziato la mia prima lettura, il mio primo libro è stato “Harry Potter e la pietra filosofale”. In quel periodo ero molto appassionata alla saga televisiva di Harry Potter e per questo chiesi come regalo di Natale proprio questo libro. Ricordo come se fosse ieri quel giorno, fu una grande emozione, perché l’idea di avere un libro tutto mi da leggere era come se mi facesse sentire più grande. Cosi ogni sera andavo nella mia cameretta e prima di dormire mi ritagliavo un po’ di tempo per leggere il mio libro. Mi piaceva molto leggere con espressione, infatti cercavo di rispettare tutta la punteggiatura, e per questo chiedevo a mia sorella di ascoltarmi, cosi mi sentivo una maestrina che leggeva ai suoi alunni. Inoltre conoscevo la storia, in quanto avevo visto tutta la saga in tv, e ricordo che durante la lettura mi immaginavo tutte le scene, i personaggi, i luoghi, così come li avevo visti nei film e questo mi piaceva molto perché mi sembrava quasi di vivere quell’avventura. È stata un’emozione unica leggere il mio primo libro, perché sentivo che stavo crescendo e che potevo da sola, attraverso la lettura, immergermi nei mondi magici e lontani grazie alla fantasia.
Credo che la lettura sia molto importante non solo per viaggiare con la fantasia ma anche per provare nuove emozioni, imparare ciò che non sappiamo, migliorare il lessico, approfondire, avere nuove idee e quindi aprire di più la nostra mente. Insomma, secondo me i libri sono fondamentali per la nostra crescita sia culturale che personale.
Per questo penso che sia molto importante promuovere la lettura a scuola, creando dei veri e propri spazi dedicati a questa attività, perché aiuta noi ragazzi ad appassionarci di più ai libri. Sia alle elementari che quest’anno in prima media, le insegnanti dedicano l’ora di approfondimento e altri momenti della settimana alla lettura ad alta voce in classe: trovo che sia un momento davvero piacevole, dove viene catturata la mia attenzione e anche la mia immaginazione. Dall’inizio dell’anno abbiamo letto diversi libri: “Il venditore di felicità”, ”Drilla”, “La pasticceria Zitti”, “La bambina che parlava ai libri”…. Ognuno di questi, oltre che a trasmettere tante emozioni, ha lasciato una traccia su di me. Ed è proprio questo che aiuta a creare nuovi lettori, perché i libri non devono essere carta stampata, ma dei contenitori di vita e di emozioni che innescano la passione. Anche a casa, così come facevo da piccola, continua la mia passione per i libri: nonostante i vari impegni, lo studio, lo sport, cerco sempre un momento da dedicare alla lettura, ad esempio adesso sto leggendo “Il club dei perdenti”, che parla di un ragazzo al quale piace molto leggere e per continuare a coltivare questa passione si inventa un club di lettura... Un altro libro che non vedevo l’ora di leggere è stato “Pinocchio” proposto dalla nostra insegnante di italiano. Ero davvero emozionata all’idea di leggere un romanzo che è considerato un capolavoro letterario, e infatti posso dire che è stato bellissimo lasciarsi trasportare dalla fantasia…
Spero quindi di mantenere sempre viva la mia passione per la lettura e che anche gli altri possono provare le emozioni che essa regala.
Da piccola non sapevo neanche cosa fossero i libri e quando ne sentivo parlare non ero molto interessata. Ero però molto curiosa e vedere quei fogli scritti mi è sempre piaciuto: infatti anche quando ancora non sapevo leggere, immaginavo e mi facevo molte domande.
Da piccola non sapevo neanche cosa fossero i libri e quando ne sentivo parlare non ero molto interessata. Ero però molto curiosa e vedere quei fogli scritti mi è sempre piaciuto: infatti anche quando ancora non sapevo leggere, immaginavo e mi facevo molte domande. Così un giorno chiesi ai miei genitori di comprarmi un libro. Ero molto ansiosa perché non desideravo altro che prenderlo, sfogliare le pagine e gustarne l’odore. La mia prima esperienza fu a otto anni e il mio primo libro si intitolava “Storia di Bailey”. La storia è quella di un cane che incontra un bambino di nome Ethan e da quel momento con lui si diverte, esplora la fattoria dei nonni e si scatena con la neve. Bailey dalla vita impara che si possono sempre incontrare degli ostacoli e capisce che la cosa migliore è proteggere sempre il bambino che ama e non abbandonarlo mai. Non so dirvi perché mi sono così appassionata, ma quello che so è che appena arrivata a casa corsi in camera mia, chiusi la porta e incominciai a leggere. Passata un’ora continuavo a leggere senza riuscire a fermarmi; volevo solo che nessuno entrasse perché avevo bisogno di silenzio, concentrazione. Ero immersa in un altro mondo e tutto ciò mi dava tanto relax. Così, ho capito che leggere ci fa sognare a occhi aperti, ci fa viaggiare nei posti più belli e ci porta a fantasticare con la mente. E a tutti quelli che non ci credono, posso solo dire di provarci perché leggere è un’esperienza meravigliosa.
Più divento grande e più aumenta il mio desiderio di leggere sempre nuovi libri. Quest’anno, con l’inizio della prima media la prof. di italiano ci ha letto diverse storie e quella che mi ha colpito di più è stata “Drilla”, la storia di un ragazzino di nome Nick che dal nulla inventa la parola “drilla” al posto del nome penna. Solo che la sua insegnante Mrs. Granger non è d’accordo con questa piccola rivoluzione, ma lui non cede. Finché dopo anni la sua parola diventa internazionale e Mrs. Granger, la sua ex insegnante, quella che all’inizio sembrava la sua “nemica”, in realtà ha aiutato Nick a cogliere un’idea, a difenderla e a capire l’importanza delle parole.
La novella “Il treno ha fischiato” di Luigi Pirandello, ha come protagonista un contabile, preciso e meticoloso, di nome Belluca, che svolge quotidianamente il proprio lavoro con grande impegno e responsabilità. Per il suo essere eccessivamente mansueto e scrupoloso, viene spesso deriso e preso in giro dai suoi colleghi che lo definiscono “circoscritto” perché chiuso e limitato.
La novella “Il treno ha fischiato” di Luigi Pirandello, ha come protagonista un contabile, preciso e meticoloso, di nome Belluca, che svolge quotidianamente il proprio lavoro con grande impegno e responsabilità. Per il suo essere eccessivamente mansueto e scrupoloso, viene spesso deriso e preso in giro dai suoi colleghi che lo definiscono “circoscritto” perché chiuso e limitato. Il suo carattere pacato e tranquillo lo porta a subire con rassegnazione continue offese e provocazioni, sino a quando, un bel giorno, si ribella al suo capo ufficio, inveendo contro di lui e farneticando sempre una stessa frase: “il treno hafischiato”. I colleghi ed il capo ufficio, assistono increduli a questo insolito comportamento e credendolo pazzo, lo conducono in un ospedale psichiatrico. Qui, come in preda ad un delirio, il protagonista, continua a ripetere incessantemente, a medici ed infermieri, sempre la stessa frase ovvero “il treno ha fischiato”, raccontando di viaggi ed avventure vissute in terre lontane come Siberia e Congo, rievocati dal suono del fischio di un treno, che, egli stesso, riferisce di aver sentito, in piena notte, qualche giorno prima.
All’udire questi racconti, dottori, infermieri e colleghi, giunti a far visita al povero Belluca, restano sconcertati al punto da ritenerlo affetto da una grave malattia mentale. Solo il suo vicino di casa, evidentemente contrariato da quanto supposto dai medici, attribuisce, allo strano comportamento del suo amico, un preciso significato. Quello di un disagio, di un “crollo”, subito da Belluca, a causa delle difficili condizioni familiari e lavorative in cui si ritrova a vivere. Il protagonista, infatti, vive in casa con tre cieche (moglie, suocera e sorella di sua suocera), con due sue figlie rimaste vedove e con sette nipoti; per un totale di 12 persone da dover assistere e accudire, oltre che mantenere e sfamare. Il suo lavoro da contabile, però, non gli consente di far fronte a tutte le esigenze familiari, per cui, ogni sera, rientrato a casa, è costretto a svolgere un secondo lavoro, ricopiando carte. Un’esistenza dura e complessa, dunque, quella di Belluca, a cui, ad un tratto, il protagonista decide, di ribellarsi. Una forma di ribellione, la sua, decisamente insolita, innescata dal semplice suono del fischio di un treno, udito in piena notte, che risveglia in lui, un insaziabile desiderio di evasione, attraverso cui, poter fuggire dalla realtà ed aprirsi al mondo per ricominciare a provare sensazioni ed emozioni. Il fischio del treno porterà, Belluca, da questo momento in poi, a condurre la sua, pur sempre difficile vita, affrontandola, però in maniera diversa, concedendosi, di tanto in tanto, qualche occasione di libertà ed evasione attraverso l’immaginazione e la fantasia. Il protagonista di questa novella è un uomo particolarmente dedito al lavoro ed alla famiglia, che accetta sempre, di buon grado, tutto ciò che gli accade senza mai opporsi. Remissivo ed accondiscendente, Belluca manifesta rassegnazione, sottomissione, pazienza e obbedienza, motivo per cui è un tipo di personaggio che, quanto meno all’inizio del racconto, definirei piuttosto “piatto”. “Piatto” perché privo di personalità, con poche qualità ed assolutamente incapace di provare gioie e piaceri. Il suo essere insignificante e mediocre mi porta ad identificarlo con un colore ben preciso: il grigio, simbolo, per eccellenza, di tristezza, infelicità e mediocrità. Il grigio, infatti, per certi versi, può essere definito come “un colore senza colore”, perché è un colore neutro, intermedio tra il nero ed il bianco in cui non è preminente nessuna tonalità.
Esattamente come si presenta Belluca, anonimo, insignificante ed incapace di prendere posizioni.
Fisicamente lo immagino di media statura, calvo, con occhiali piccoli e tondi in acciaio, poggiati su un grande naso lungo e affilato, che trascorre la maggior parte del suo tempo in ufficio, ricurvo su una grande scrivania, in legno scuro, il cui piano, risulta pressocché difficile da intravedere a causa dell’ accumulo di fogli, carte e materiale da lavoro. La scrivania, dunque, è l’oggetto che ritengo lo rappresenti maggiormente, perché simbolo di impegno, lavoro, dedizione, precisione, ma a volte, ahimè, come in questo caso, anche di sottomissione ad un capo ufficio autoritario e pretenzioso. Il ritratto del ragioniere Belluca, fatto fino a questo punto, mi porta a racchiudere in un unico termine il suo modo di essere ed agire; il termine in questione è “arrendevolezza”, questo perché il protagonista cede facilmente alle difficoltà e pressioni della vita mostrandosi incapace di ribellarsi ed agire. Caratteristiche queste che ben si addicono ad un somaro, così come definito dai suoi colleghi. E non può essere diversamente: ostinato, testardo, paziente e indifferente a tutto ciò che lo circonda, proprio come solo un somaro può essere. Questo il paragone che sento di fare. Belluca è dunque sottomesso e oppresso, questo almeno fino a quando, stanco per la vita che conduce, non accade un evento che gli stravolge la vita. Gli viene, infatti, in soccorso, il fischio di un treno, un evento apparentemente banale, attraverso cui egli prende piena consapevolezza dell’esistenza di un mondo
”colorato” da gioie ed emozioni, oltre quello, grigio e monotono in cui, si ritrova rinchiuso, come fosse
imprigionato. E’ il fischio di quel treno che lo porta ad opporsi alla “forma “che la società gli impone,
negandogli così ogni tipo di libertà ed identità. Quello della ribellione è il momento in cui l’uomo decide di rompere gli schemi e di mostrarsi al mondo per quello che è, senza finzioni e falsità; non però senza difficoltà a causa dei numerosi ostacoli che dovrà affrontare; primi fra tutti i pregiudizi ed i preconcetti dei colleghi e dello stesso capo ufficio che gli danno addirittura del “pazzo”, per via del suo comportamento. Belluca, però, non si arrende e spinto dal desiderio forte di evasione non si ferma ed intraprende, con la sola immaginazione, un lungo viaggio che lo condurrà verso verità, fino a quel momento sconosciute. E’ dunque un personaggio solo all’apparenza mediocre ma che in realtà si rivela forte e capace di dare un diverso significato alla sua esistenza. Questa determinazione e voglia di evasione è l’aspetto che più mi ha colpito in quanto con il suo strano comportamento, Belluca, riesce a dimostrare a tutti che il folle non è lui ma i suoi colleghi che continuano ad accettare la triste e monotona quotidianità della vita in ufficio senza lasciarsi andare a gioie e piaceri. Sarei felice di poterlo incontrare, di scambiare quattro chiacchiere con lui, magari seduti al tavolino di un bar mentre sorseggiamo una bibita fresca. Coglierei l’occasione per porgli delle domande del tipo: quale stato d’animo hai provato la notte in cui ha sentito fischiare il treno? Cosa provi nei confronti dei tuoi colleghi, sempre scortesi e pronti ad umiliarti e prenderti in giro? Come è cambiata la tua vita? Ascolterei le sue risposte con interesse e curiosità. Al termine dell’incontro lo saluterei con un caloroso abbraccio lasciandogli come dono un trenino elettrico da far funzionare tutte le volte in cui sentirà il bisogno di evadere e sentirsi felice.
The Giver è un romanzo di fantascienza distopica per ragazzi scritto nel 1993 dalla scrittrice statunitense Lois Lowry; l'autrice ha vinto due volte la Medaglia John Newbery, la prima con "Conta le stelle" (Number the stars), la seconda proprio con The Giver.
The Giver è un romanzo di fantascienza distopica per ragazzi scritto nel 1993 dalla scrittrice statunitense Lois Lowry; l'autrice ha vinto due volte la Medaglia John Newbery, la prima con "Conta le stelle" (Number the stars), la seconda proprio con The Giver.
I temi che la scrittrice predilige sono il razzismo, l’omicidio, l’olocausto e le malattie terminali.
The Giver racconta la storia di un ragazzo di nome Jonas che vive in un mondo perfetto, dove non esistono né fame né dolore. Tutto è organizzato con precisione all’interno della comunità e a dodici anni ogni cittadino riceve l’incarico cui è destinato. Alla cosiddetta cerimonia dei Dodici, Jonas viene scelto come “Portatore di ricordi”, un ruolo speciale e unico nella comunità. Quest’incarico non è affatto semplice, Jonas viene addestrato dal Donatore e scopre l'esistenza di un passato sconosciuto a tutti, con guerre, dolore, fame e imperfezioni. Jonas rivive in prima persona tutti quegli eventi e dolori che hanno afflitto l’umanità tempo prima e nel mentre scopre verità che iniziano a interessare la sua famiglia; per esempio come funzionano gli “scaricamenti”. Jonas viene a conoscenza del fatto che proprio Gabriel, il suo fratellino, un “Nuovobimbo”, deve essere scaricato la mattina dopo, e per questa ragione decide di scappare insieme a lui, salvando lui dalla morte e salvando sé stesso dalla comunità. Jonas cerca con tutte le forze di mantenere vivo lui e Gabriel durante la fuga e dopo giorni, i suoi sforzi vengono ripagati.
Fuori dalla loro comunità, nell"Altrove" possono ammirare i colori, sentire le emozioni e soprattutto possono essere imperfetti, sono finalmente liberi di fare quello che vogliono, senza infrangere alcuna assurda regola imposta dalla società.
Secondo me il significato del romanzo è difficile da capire, quello che posso dedurre più facilmente è che non può esistere un mondo perfetto senza le caratteristiche che lo rendono imperfetto. L’autrice vuole far capire che il mondo e le persone stesse sono uniche per quanto “sbagliate” possano essere.
Ho inoltre individuato il tema dell’olocausto a partire da una riflessione su un argomento affrontato a scuola: nella comunità di Jonas sono presenti le “Generatrici”, donne/ragazze che avevano l’incarico di mettere al mondo "Nuovibimbi" per la comunità: magari il riferimento è sottile, ma a me è venuta in mente la Germania nazista, quando in nome della “razza pura” si ricorreva a delle giovani volontarie che si univano a tedeschi considerati perfetti per generare bambini ariani. Lois Lowry inserisce, quindi, un fatto realmente accaduto in un romanzo di fantascienza e, a parer mio, è un'operazione vincente. Il romanzo in sé mi ha molto colpito, è ben strutturato e ha una trama che appassiona il lettore fin da subito. L’evoluzione del protagonista è raccontata in modo chiaro, con un cambiamento dalla situazione iniziale a quella finale che definirei colossale.
The Giver mi ha fatto capire di preferire romanzi di fantascienza a libri di altro genere. L’unica cosa che non mi è piaciuta è stato il finale, per il fatto che non è ben definito e non si capisce quello che accade dopo alla comunità, ad Asher e Fiona (i migliori amici di Jonas), all’unità familiare del protagonista, ma soprattutto non si evince che cosa sia successo a Jonas e Gabriel dopo aver oltrepassato il confine che divideva la comunità dall’ “Altrove”.
Il racconto “La prima legge”, che fa parte della raccolta “Tutti i miei robot” è stato scritto da Isaac Asimov, scrittore statunitense di origine russa (1920-1992). Mike Donovan racconta di aver incontrato una volta un robot che ha disubbidito alla Prima Legge.
Il racconto “La prima legge”, che fa parte della raccolta “Tutti i miei robot” è stato scritto da Isaac Asimov, scrittore statunitense di origine russa (1920-1992). Mike Donovan racconta di aver incontrato un robot che ha disubbidito alla Prima Legge. Su Titano erano stati spediti tre nuovi modelli di robot della serie MA: Emma Uno, Emma Due ed Emma Tre, per aiutare gli umani a trovare la base durante la stagione delle tempeste. I robot facevano un ottimo lavoro ma all’inizio della stagione buona, Emma Due cominciò a comportarsi in modo strano. Andava e veniva finché alla fine non fece più ritorno. Al termine della stagione buona, Mike si offrì per andare a Kornsk, perché erano a corto di automi, pensando che le tempeste sarebbero ricominciate dopo qualche giorno. Sulla via del ritorno Mike, però, si imbattè in una bufera di neve e da lontano riconobbe un cucciolo delle nevi, l’essere vivente più feroce di qualsiasi pianeta. Provò a difendersi con un disintegratore ma ad un certo punto comparve Emma Due; Mike cercò di convincerla per difenderlo da quell’essere spaventoso ma il robot prese quest’ultimo e se ne andò lasciando l’umano nel bel mezzo della bufera. Riuscì a tornare alla base e dopo due ore torna Emma Due e si accorsero che non era affatto un cucciolo delle nevi, ma il piccolo del robot, Emma junior. Mike, il protagonista, in questo brano non viene molto descritto dall’autore ma viene evidenziato maggiormente il comportamento del robot, che rivela sentimenti umani come l’amore e il senso di protezione nei confronti del suo cucciolo. Il racconto è ambientato su Titano, che ricopre un ruolo importante nell’ambito della narrazione, perché partecipa alle vicende dei personaggi. I fatti narrati avvengono nel futuro, in un tempo indeterminato, ma sono avvenuti nel passato rispetto al momento in cui Mike racconta la vicenda. Il narratore è esterno, il linguaggio presenta termini scientifici, prevale il discorso diretto e il ritmo narrativo è veloce e incalzante nel momento del racconto. L’autore vuole sottolineare il legame tra una madre e suo figlio e le emozioni umane in un robot. Il racconto mi è piaciuto e non soltanto perché appartiene a un genere che apprezzo ma anche per il colpo di scena finale.
Stavo sistemando il mio armadio, che aveva bisogno di una spolverata e di essere organizzato in modo più ordinato. Ad un tratto trovai una scatola, nella quale avevo l’abitudine di conservare degli oggetti a me cari che rappresentavano delle esperienze uniche che avrei voluto ricordare per tutta la vita.
Stavo sistemando il mio armadio, che aveva bisogno di una spolverata e di essere organizzato in modo più ordinato. Ad un tratto trovai una scatola, nella quale avevo l’abitudine di conservare degli oggetti a me cari che rappresentavano delle esperienze uniche che avrei voluto ricordare per tutta la vita. Così con le mani trepidanti aprii la scatola. Era da tanto che non mi lasciavo andare alla memoria stringendo quegli oggetti così unici e personali, perciò presa dalla curiosità tolsi il coperchio e iniziai a tirare fuori alcuni oggetti uno alla volta. Molti erano legati al mio percorso nella scuola media. Era come se ogni oggetto avesse il potere di riportarmi indietro nel tempo, cominciai a rivivere le emozioni che avevo provato in quei momenti. Subito la mia mente si riempì di immagini: i corridoi della scuola, la classe stracolma di ragazzi, gli insegnanti che mi hanno ispirata e quelli che invece mi hanno fatta impazzire. Erano tutti lì, racchiusi in quella scatola. Ciò che attirò la mia attenzione per primo fu il ciak cinematografico, uno degli oggetti di scena che avevo utilizzato durante lo spettacolo, che raccontava di una storia vera tratta dal libro “La Repubblica delle farfalle” di Matteo Corradini. Una storia che racconta di un gruppo di ragazzi che non si lasciano sopraffare dall’angoscia e dal terrore dell’Olocausto e provano a reagire ad una realtà che li vorrebbe cancellare nel silenzio. Lo fanno riunendosi ogni settimana,durante la notte, di nascosto, per scrivere il loro giornale, intitolato "Vedem", nel quale pubblicano poesie, interviste, sogni, illusioni e di volta in volta anche alcuni disegni dei bambini più piccoli. I ragazzi, quindi, si aggrappano alla speranza, alla speranza di una vita di spensieratezza e libertà. Quel giorno lo ricordavo benissimo. 27 gennaio 2023. Terza media. In auditorium regnava il silenzio. Sul palcoscenico erano sparsi fogli e matite colorate. Sulla parete era appeso un grande cartellone con la scritta “Vedem”. I musicisti si erano organizzati, le luci spente, le sedie riempite dal pubblico. Un faro illuminava il palco. Era tutto pronto, era il momento. Ricordo l’ansia e la paura che si mescolavano all'entusiasmo e all'euforia, il cuore a mille, le mani sudate e il sorriso radioso e imbarazzato sul mio viso. La mia parte era abbastanza semplice, avrei dovuto truccare e pettinare tre ragazza per il film girato a Terezin dai nazisti, finalizzato ad ingannare la croce rossa intenta a far visita al ghetto. Dovevo inoltre sottostare agli ordini del classico regista scorbutico e arrogante e infine inginocchiarmi con il ciak in mano e chiuderlo per dar via alle riprese. Subito dopo l’ultima scena, invece, lessi alcune pagine del libro. Potrebbe sembrare una sciocchezza, ma sentivo la tensione, sentivo le gambe tremare e un nodo allo stomaco. Indossavamo tutti dei jeans e una maglietta bianca, tra un atto e l’altro, gli studenti del corso musicale suonavano delle melodie brevi ma ad effetto indispensabili per mettere in evidenza i momenti più intensi e significativi. Alla fine dello spettacolo mi sentivo libera, ero felice. Non ringrazierò mai abbastanza la mia professoressa, né i miei compagni, né i ragazzi di Terezin, che hanno reso questa esperienza speciale e indimenticabile.
Sotto il ciak c’era un libro con la copertina stropicciata e pieno zeppo di post-it colorati, pensieri e annotazioni di ogni tipo. Si trattava di “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Dedicammo molto tempo a questo libro perché fu scelto nell’ambito del progetto scolastico “Per un pugno di libri”. Seconda media. Dopo averlo letto ci siamo esercitati molto, non solo rispondendo a decine di domande sulla trama, i personaggi e la struttura del libro ma anche ad imparare autori dei romanzi più prestigiosi della letteratura. Ci fu un confronto con le altre classi dell’istituto, una selezione che avrebbe portato i vincitori a battersi con i ragazzi di un’altra scuola. Vincemmo. Eravamo tutti allegri e soddisfatti, ma quando io e i quattro compagni di classe con cui avevo partecipato alla gara per la qualificazione ci recammo a Sannicandro per gareggiare con i finalisti fummo, anche se per pochi punti, sconfitti. Certo, mi dispiaque, ma era stata una vittoria contesa nonostante la grande differenza numerica tra gruppi. Quel giorno doveva esserci tutta la nostra classe ma a causa dell’emergenza covid non ci fu permesso. In ogni caso non ricorderò mai questa esperienza con tristezza, ma con gioia e gratitudine.
Tra libri e quaderni notai un foglio d’album conservato in una busta di plastica, in perfette condizioni. Era il mio primo One Pager! Prima media. Aveva al centro la scritta “Danny il campione del mondo di Roald Dahl”.
Era curato in ogni minimo dettaglio, ricordo che volevo dare il meglio di me. Mi impegnai a scrivere con una grafia leggibile e ordinata, lo riempii di disegni e associai ad ogni topic del compito un riquadro di colore diverso. Non era il migliore, ma era il primo. Avevo fatto un bel lavoro, tanto che alla fine dell’anno ricevetti un premio per i miei One Pager: il libro “La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King. Passavo ore su ogni One Pager, doveva essere tutto perfetto, la cornice, i disegni, il lessico e il contenuto. Andai alla ricerca di altri compiti come quello togliendo astucci e quaderni alla rinfusa ma non ne trovai nessuno. Anche a mamma piacevano molto, ne andava fiera e probabilmente li aveva conservati. Ora terrò bene a mente di aprire questa scatola di tanto in tanto e di fare un viaggio nel passato, tra i banchi di scuola.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento; quello in cui mi sarei ritrovata sola nella mia camera ad elaborare un testo sulla fine del mio percorso scolastico alla scuola media.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento; quello in cui mi sarei ritrovata sola nella mia camera ad elaborare un testo sulla fine del mio percorso scolastico alla scuola media.
Ed eccomi qui! Io, il mio ipad, auricolari, scatola dei ricordi e i miei pensieri che con difficoltà riesco a frenare perché in men che non si dica mi riportano indietro nel tempo a quando, appena undicenne, varcavo il cancello di quella che da lì a poco sarebbe diventata la mia nuova “casa”.
E pensare che fino all’anno scorso il mese di maggio era quello che mi proiettava verso l’estate con la sua allegria, i suoi colori ed i suoi profumi. Ora invece sono un concentrato di ansie e preoccupazioni per gli esami, oramai alle porte, che lo ammetto, sono diventati un vero tormento. È infatti ufficialmente iniziato il count-down ma prima non posso fare a meno di tuffarmi in un mare di ricordi per rivivere ogni singola emozione provata all’interno della classe mia classe.
A questo punto afferro la scatola dei ricordi e sulle note della canzone “Count on me” di Bruno Mars, il viaggio ha inizio. Per prima cosa spunta una mascherina che, per i primi due anni di scuola, è stata un’inseparabile compagna di vita e di banco. Dietro di essa si nascondevano volti e sorrisi che ho potuto scoprire solo a distanza di tempo; e non poteva essere altrimenti visto che quest’avventura è cominciata proprio in piena “Emergenza”. Come dimenticare le video lezioni e l’inconfondibile odore di amuchina. Un periodo piuttosto “strano” quello vissuto in prima media, che per fortuna si è poi concluso permettendoci di vivere l’ultimo anno di scuola in maniera più vera e autentica.
Pesco poi dalla scatola dei ricordi un bigliettino di carta con su scritto “AXIOS utente e password: *****. Che incubo!!!!!
Aprire ogni giorno, più e più volte, il registro elettronico per tenere traccia dei compiti da svolgere, le comunicazioni da leggere e i voti da visionare. Quante volte ho atteso la mezzanotte per scoprire la valutazione di qualche insegnante. Un’altalena di emozioni fra soddisfazioni e delusioni e perché no, anche qualche tirata d’orecchio da parte dei miei genitori.
Posso però ritenermi assolutamente soddisfatta ed orgogliosa di me stessa, di quanto sia riuscita a fare e dei risultati che, matematica a parte, sono sempre riuscita ad ottenere. L’ultimo oggetto contenuto all’interno della scatola è una foto, l’unica foto di classe scattata il giorno 8 maggio a Salerno, durante la gita scolastica, dove anche le lunghe ore trascorse in pullman e la pioggia incessante non mi sono affatto pesate perché trascorse in allegria, insieme alla mia classe. Quante risate quel giorno! Ancora oggi riecheggiano nelle mie orecchie gli schiamazzi e le grida dei miei compagni.
Sono certa che conserverò questi oggetti con grande cura per i prossimi anni perché fanno parte di me, della mia vita, di quello che sono e di quello che sarò.
Questi anni della scuola media sono stati molto importanti per me perché mi hanno permesso di apprendere tante cose e condividere tante esperienze, belle e brutte, ma tutte assolutamente significative, in quanto mi hanno permesso di crescere e maturare.
“Praticamente viviamo alla finestra. Sempre a farci guardare e a guardare gli altri. A volte penso che passiamo più tempo a rappresentarla che a viverla la vita”. Luigi Ballerini con il libro “Myra sa tutto” ci pone un grande interrogativo: quanto siamo liberi in un mondo iper-connesso?
“Praticamente viviamo alla finestra. Sempre a farci guardare e a guardare gli altri. A volte penso che passiamo più tempo a rappresentarla che a viverla la vita”. Luigi Ballerini con il libro “Myra sa tutto” ci pone un grande interrogativo: quanto siamo liberi in un mondo iper-connesso? La tecnologia ci permette di svagarci, di informarci sulle notizie quotidiane, di studiare e di lavorare; ma i giovani sono consapevoli dei rischi cui sono esposti? Spesso tendiamo a nasconderci dietro nickname e modifichiamo con dei filtri le nostre fotografie. Siamo davvero sicuri che questo sia giusto?
La tecnologia va utilizzata con moderazione, prestando molta attenzione alle sue insidie.
In primo luogo perché gli adolescenti, che per definizione sono dei soggetti fragili, possono andare incontro a dipendenze molto pericolose. Secondo Daniele La Barbera, professore di Psichiatria a Palermo, infatti, internet provoca “un effetto di contrattura del tempo”. E’ proprio per questo motivo che frequentemente trascorriamo intere giornate su pc, smartphone e così via senza neanche renderci conto di quanto tempo passi realmente. A conforto di questa tesi, La Barbera ha condotto uno studio su bambini e ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni, concludendo che la percentuale di giovani dipendenti da videogiochi e social network in Italia non solo è molto alta, più del 22%, ma è anche in continua crescita.
In secondo luogo, ci basterebbe pensare al periodo della pandemia dovuta al Covid-19, durante la quale noi giovani abbiamo fatto affidamento sulla tecnologia per studiare e comunicare. Gli adolescenti, privati del contatto fisico con parenti e amici, si sono chiusi a riccio. Videogiochi e social network sono stati per molti una valvola di sfogo.
Federico Tonini, docente dell'Università Cattolica di Milano, ha provato a tracciare un profilo dei ragazzi che si sono ritirati dagli studi o con grandi difficoltà in ambito scolastico. Il professore ha condotto dunque un’indagine e si è confrontato con alcuni dei suoi studenti stabilendo che nel 2020, durante il lockdawn, più del 25% degli adolescenti italiani passava dalle 7 alle 9 ore sui dispositivi elettronici. Lo studio non teneva in considerazione le ore scolastiche di videolezione.
Questo abusare della tecnologia, purtroppo, ci sta accompagnando nel nostro quotidiano, anche fuori dal lockdawn.
In terzo luogo, in una società sempre più satura di tecnologie uno dei pericoli maggiori è il “cyberbullismo”. Per esempio a scuola abbiamo discusso del caso di Alessia Piga, una ragazzina di 15 anni schernita, derisa e vittima di continue prese in giro a causa di una foto dei suoi capelli rossi, diventata bersaglio di insulti e commenti spregevoli, che ha fatto il giro del paesino in cui viveva. Alessia ha continuato a ricevere messaggi minatori e accuse attraverso ogni tipo di social network, anche da numeri e account sconosciuti. Per più di sei mesi è rimasta sola, completamente emarginata, persino dalle sue migliori amiche, condizionate dalla massa.
Va detto anche che la tecnologia può essere molto invasiva. Nel libro “Myra sa tutto” di Luigi Ballerini, ambientato nel futuro, la parola privacy perde significato: le conversazioni vengono ascoltate dal governo e le azioni di ogni individuo monitorate in qualsiasi momento. La lettura di questo libro ha suscitato in me un forte sentimento d’ansia: non riuscirei mai a vivere in una società completamente sottomessa alla tecnologia, che porta alla perdita di ogni forma di pensiero autonomo e senso critico.
Quello di internet è un mondo untuoso e ricco di insidie: virus, violazioni della privacy e fake news sono pane quotidiano. Basterebbe sostituire le ore trascorse online con ore di lettura o di esercizio fisico per vivere in maniera più sana e sicura.
Un uso illecito e sconsiderato della tecnologia non può essere giustificato con la solita affermazione “la tecnologia è il futuro”, perché il futuro siamo noi.
Caro alunno futuro della prima media,
ti scrivo questa lettera per consigliarti un libro per me molto significativo. So che ti stupirai, ma il titolo che sto per dirti è “Le avventure di Pinocchio” e sinceramente ti confesso che anch'io all’inizio non ero molto convinta di questa proposta della mia professoressa.
Caro alunno futuro della prima media,
ti scrivo questa lettera per consigliarti un libro per me molto significativo. So che ti stupirai, ma il titolo che sto per dirti è “Le avventure di Pinocchio” e sinceramente ti confesso che anche io all’inizio non ero molto convinta di questa proposta della mia professoressa.
Devi sapere che adoro leggere perché mi conforta e mi riscalda facendomi viaggiare in luoghi a me sconosciuti, quindi consideravo questo libro molto infantile e adatto solo ai bambini. Ma appena abbiamo cominciato a leggerlo ho scoperto che mi ritrovo molto in Pinocchio. Come forse già saprai, lui è un burattino di legno che impara il vero significato della parola “essere umano”, solo attraverso molte disavventure, alla fine delle quali diventa un vero e proprio bambino. Pinocchio fa simpatia perché non è solo disubbidiente e testardo, anzi a volte è proprio un mascalzone, ma alla fine rivela un cuore buono. Insomma, un po' pezzo di legno, un po' bambino, Pinocchio si caccia nei guai perché non sopporta le regole e non sa riconoscere chi davvero gli vuole bene, poi si pente e vorrebbe cambiare, ma purtroppo poi c’è un’altra bugia, un’altra marachella e subito il naso gli cresce.
È un personaggio in continua metamorfosi ma alla fine è in grado di imparare i suoi errori. Forse per questo capisce che ciò che è veramente importante nella vita sono i sentimenti, come l'amore per il padre e le responsabilità, come quella di andare a scuola.
Nel suo cammino conoscerà tanti personaggi e da tutti imparerà qualcosa di importante, per esempio, dal Grillo parlante. Il Grillo è un personaggio che mi ha colpito molto perché rappresenta la voce della sua coscienza: lo richiama, gli ricorda i suoi comportamenti non corretti, lo rimprovera quando sbaglia, ma Pinocchio proprio non lo vuole ascoltare. La coscienza parla anche a noi e anche noi a volte non la ascoltiamo.
La storia di Pinocchio per me non è stata solo una semplice favola di un burattino di legno, ma una lettura che mi ha commossa e mi ha fatto riflettere. L’episodio più commovente per me è la parte finale quando il burattino diventa un bambino per bene, quando vive felice con suo padre Geppetto, ma guarda il burattino che lo rappresenta con un po’ di malinconia.
Io penso che ognuno di noi possa ritrovarsi in Pinocchio e che a volte si può essere metà esseri umani e metà burattini perché, pur sapendo cosa è giusto fare, ogni tanto abbiamo voglia di chiudere gli occhi e immaginare di vivere nel “Paese dei Balocchi”.