Anche quest'anno, gli alunni e le alunne delle classi terze hanno avuto l'opportunità di fare una lezione diversa in una sala cinematografica. Il film che è stato loro proposto a marzo è stato "TATAMI- Una donna in lotta per la libertà", un film del 2023 nato dalla straordinaria collaborazione di un regista israeliano e una regista iraniana.
Quelle che seguono sono tre "letture" sentite e puntuali del film, che - come capirete - ha offerto davvero molti spunti di riflessione storica, politica, etica, artistica. Buona lettura
Il mese scorso, con i compagni della mia classe siamo andati a vedere al cinema il film “Tatami”, un film che racconta una storia di coraggio e di grande determinazione perché ci fa riflettere su ciò che alle volte bisogna sopportare o su alcune scelte che possono portare a delle profonde ferite.
Sinceramente, quando la prof ci ha letto la trama, non sono rimasta particolarmente colpita e ho pensato che fosse il solito film sportivo anche un po' noioso, per una sensazione istintiva per la quale provo a trovare delle motivazioni: forse perché non amo il judo come sport in quanto è uno sport crudo e da combattimento o forse perché non mi sembrava una storia più di tanto coinvolgente, e poi un film in bianco e nero in generale mi incute tristezza.
A dire il vero, però, mi sono ricreduta perché i registi sono riusciti a raccontare in modo efficace la dura realtà che le donne in Iran vivono giornalmente, riuscendo anzi a farmi anche emozionare molto.
La protagonista del film è una donna iraniana, di nome Leila, che gareggia al campionato mondiale di judo; ad aspettarla a casa ci sono un marito che le sta sempre accanto e la sostiene, un figlio ancora piccolo, amici e genitori. Leila è una donna forte e coraggiosa e lo si vede quando gara dopo gara, sconfigge ogni sua avversaria. Fuori dal tatami si trova la sua coach Maryam che la sostiene e la incoraggia per ottenere la medaglia d’oro. Le cose, però, si complicano quando il governo iraniano vorrebbe obbligare Leila a ritirarsi perché c’è il rischio che possa scontrarsi con un’atleta israeliana. Leila si trova di fronte ad una scelta difficile ovvero obbedire al regime iraniano o continuare a combattere rischiando la propria vita e quella dei suoi cari.
Qui i punti di vista delle due donne (l’atleta e la sua allenatrice) si separano in quanto, l’allenatrice obbedisce agli ordini che le vengono imposti sotto minacce terribili, permettendo così che si ripeta ciò che era già accaduto in passato quando lei era stata vittima dello stesso ricatto, mentre Leila non ci sta a sottomettersi alle regole di un sistema sporco e ingiusto. Leila non si farà scoraggiare e continuerà a lottare con tutte le sue forze, nonostante l’opposizione della coach e la consapevolezza delle famiglie in pericolo.
Anni di sacrificio e continuo allenamento in pochissimi istanti vengono messi in discussione e tutto potrebbe essere perso, ma determinata come è, Leila non vuole piegarsi a niente e a nessuno: va avanti nei suoi combattimenti, ma naturalmente ha perso la serenità; tormentata dalle minacce e dai sensi di colpa in una scena sbatte ripetutamente la testa contro uno specchio facendosi uscire il sangue dalla fronte.
In fretta e furia copre le sue ferite con il velo, ma presto nell’ultima sfida quel sangue le macchia il viso, macchia il tatami, il ring: Leila si sente soffocare e finalmente si toglie il velo in senso di libertà e ribellione.
Un gesto che fa scandalo e che lascia un esempio verso chi, per paura, non ha il suo stesso coraggio.
Per tutto il film, invece, la coach non fa altro che sistemare il proprio velo stando attenta che nessuna ciocca ne esca, come prescrivono le regole iraniane: questo particolare mi ha fatto ripensare a un altro velo, a un’altra storia: anche nei “Promessi Sposi” il velo della monaca di Monza ha un forte valore simbolico perché rappresenta la costrizione che Gertrude ha subito da parte del padre che l’ha obbligata a una vita che lei non desiderava; se la coach è costantemente attenta a sistemarsi il velo, Gertrude non dà peso se qualche ciocca di capelli fuoriesce dal suo velo da suora (anzi, forse anche per lei è l'unico gesto di ribellione possibile). Mettendo a confronto Gertrude e Leila, si evidenzia come la monaca è una figura triste e ha un atteggiamento di rabbia che fa solo del male a sé stessa, al contrario Leila è così testarda da sfidare chiunque voglia impossessarsi ingiustamente della sua vita.
Alla fine, Leila non riuscirà a portare a casa la medaglia, ma continuerà a lottare malgrado tutto.
Questo finale aperto ci porta a immaginare una vittoria che non è una vittoria concreta, ma è il simbolo di chi, con la sua determinazione, combatte per far valere i propri diritti.
Se inizialmente avevo delle riserve su un film basato su uno sport che non mi appassiona, devo dire che una delle cose che più ho apprezzato è proprio la scelta del titolo perché non rappresenta solo uno sport, ma la lotta quotidiana delle donne iraniane che come Leila si trovano su un tatami che vuole intrappolare la loro vita, fin quasi a soffocarle. Sul tatami di combattimento Leila ha pochi minuti a disposizione, ma le regole dello sport sono uguali per tutte e ogni atleta può contare sulla propria determinazione per vincere, mentre sul tatami politico si è come chiusi in un labirinto claustrofobico dove bisogna sottostare a una condizione di prigionia e di oppressione. Ecco perché il film ci mostra i vari combattimenti in uno spazio rinchiuso, delimitato e si concentra sui primi piani delle atlete.
Un’altra forma simbolica utilizzata dai registi è quella dell’oblò della porta della palestra da dove la coach, dopo aver lasciato Leila da sola, la osserva senza riuscire a capire la sua decisione, come se quell’oblò rappresentasse un punto di vista ancora più chiuso, incapace di allargarsi, perché paralizzato dalla paura.
Alla fine del film molto toccante è stata la testimonianza che ci ha riportato una donna iraniana, vittima del marito e delle sue manipolazioni che rende la storia ancora più commovente. Parisa, così si chiama questa donna coraggiosa, ci ha fatto anche riflettere sulla scelta del bianco e nero della pellicola affermando che in Iran sono vietati i colori perché rappresentano la libertà, mentre i colori spenti e grigi sono il simbolo di un sistema che schiaccia privando le donne dei propri sogni.
Ho trovato questo film molto profondo perché i registi hanno voluto dar voce a tutte le donne che sono costrette a rinunciare alla loro vita sottomettendosi alla volontà di qualcuno. Mi rendo conto che non è semplice avere la forza di Leila, anzi la domanda mi è venuta spontanea per tutto il film: “Noi come avremmo reagito?”, “Io cosa avrei fatto al posto di Leila?”. Non ho mai vissuto una situazione simile, ma con certezza posso dire che non mi piace che qualcuno mi comandi e non amo quell’atteggiamento arrendevole della coach. La vita è fatta di tante sfide e alle volte per quelle sfide bisogna salire su montagne immense, forse la storia raccontata in questo film vuole dirci che per vincere le più grandi battaglie tutte noi dovremmo “toglierci il velo” e trovare lo stesso coraggio di Leila.
Se hai un obiettivo, devi combattere per riuscire a raggiungerlo. Questo è ciò che ci insegna a fare Leila, la protagonista del film “Tatami”, che ho visto con la mia classe, e che racconta dell’avventura di Leila, un’atleta di judo iraniana, e della sua coach Maryam. Al campionato mondiale di judo Leila, grazie alle sue innumerevoli vittorie, riesce ad andare avanti nel torneo, ma facendo così rischia di ritrovarsi faccia a faccia contro un’atleta israeliana. Per questo Leila e la sua coach vengono minacciate dal regime che controlla il loro paese, affinché abbandonino il torneo altrimenti ci saranno serie ripercussioni sulle loro famiglie.
Le protagoniste si ritrovano davanti a una grande e importante scelta: continuare ad andare avanti per cercare di vincere il torneo o ubbidire agli ordini imposti dal regime.
Qui vediamo veramente chi sono le protagoniste e i loro caratteri, infatti Leila, pur sapendo di mettere in pericolo la sua famiglia, decide di continuare il torneo, mentre la coach ha paura e vuole ritirarsi.
Ma questa sua scelta ci fa capire che Leila non combatte su quel tatami soltanto contro un avversario sportivo, ma contro un intero regime che ha privato molte donne della loro libertà e ha tolto loro il diritto di esprimersi e di mostrare sentimenti ed emozioni, facendole marcire sotto i veli che coprono le loro facce, e imprigionano le loro vite.
Proprio questo il velo, vedremo più avanti nel film, diventa il simbolo della ribellione di Leila: tutta la pressione, la paura e la fatica che si sono accumulate nel suo animo, le tolgono il fiato durante un incontro, così quasi senza pensarci si toglie il velo e riprendere a respirare.
Una caratteristica di questo film molto significativa è che è girato in bianco e nero, per farci capire le vite delle donne iraniane che sono costrette a vivere rinunciando ai colori, banditi dal regime perché esprimono sentimenti ed emozioni.
Anche il formato quadrato del film, che richiamo il formato del tatami, ha un significato ben preciso, cioè quello di rappresentare una gabbia che rinchiude le protagoniste. In questo film ci sono molte belle inquadrature, queste si focalizzano più che altro sul volto di Leila e Maryam, proprio per sottolineare lo sforzo di uno scontro che non è solo sportivo.
Alla fine del film mi sono chiesto perché Leila abbia deciso di continuare a combattere; qual è il motivo che la spinge a continuare quando la posta in gioco è cosi alta? Mi sono risposto che forse Leila continua a lottare non solo per la medaglia finale, ma anche perché con quella medaglia avrebbe potuto mandare un grande messaggio di protesta a tutto il mondo sulla situazione che vive lei e che milioni di altre donne stanno vivendo tutt’ora.
Sinceramente io non avrei continuato il torneo perché ho molta paura di morire e soprattutto non voglio che qualcuno muoia a causa mia, ancor di più se sono delle persone a cui io tengo. Ma proprio questo rende ancora più importante il coraggio della scelta di Leila.
La storia di Leila e della sua lotta contro il regime iraniano mi ha fatto ricordare la storia di Malala, la studentessa pakistana che ha combattuto per il diritto delle bambine allo studio e per questo fu quasi uccisa da un colpo sparatole alla testa di un talebano. Anche Malala ha rischiato la vita, ha avuto paura ma ha anche trovato il coraggio di lottare. Alla fine queste storie ci fanno riflettere sui nostri obiettivi, i nostri sogni, i nostri diritti, sul fatto che il nostro futuro non deve essere mai scritto e imposto da altri.
"Tatami’’ è un film che racconta la storia di Leila Hosseini, una donna che non accetta le scelte imposte dagli altri e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Per me, però, ‘’Tatami’’ non è stato solo un film, ma anche un grido che incita alla libertà, non solo di Leila, ma di tutte e tutti coloro che nel mondo si trovano in una situazione di oppressione.
Il film racconta la storia di Leila, una judoka che gareggia per l’Iran, in una competizione mondiale, seguita dalla sua coach Maryam. Tutto inizia per il meglio, lei vince molti incontri ed è decisa a vincere la medaglia d’oro, finché non le arriva un avvertimento dal governo iraniano che la spinge a lasciare il torneo fingendo un infortunio, dato che avrebbe potuto incontrare un’atleta israeliana. Ma Leila è ostinata e il suo obiettivo è vincere la gara ad ogni costo, quindi si rifiuta e continua a gareggiare, nonostante la coach provi a convincerla ad abbandonare la competizione. A quel punto il regime iraniano tartassa Leila e la sua allenatrice di chiamate e e-mail minacciandole di torturare le loro famiglie. Maryam è sempre più spaventata e la supplica di lasciare la competizione, ma Leila capisce che ormai non si tratta più solo di vincere il torneo, ma la competizione sportiva è diventata una lotta per la sua libertà. Nonostante lei voglia continuare a gareggiare, la pressione e la frustrazione che si ritrova addosso sono troppe, e per questo, mentre è in bagno, presa dalla disperazione sbatte la testa contro uno specchio procurandosi una brutta ferita sulla fronte. Comunque è decisa a continuare la sua battaglia. La coach l’ha abbandonata, ma continua ad osservarla attraverso l’oblò della porta del palazzetto sportivo: durante un incontro Leila si sente soffocare dal velo e quindi se lo toglie, ed è proprio questo gesto di libertà e di disobbedienza che fa capire alla sua coach la sua determinazione, le allarga il punto di vista: apre la porta e ritorna a incitare Leila da bordo campo.
Nonostante tutto, però, Leila perde ed è costretta ad abbandonare i mondiali. Nel finale però si rivedono di nuovo le due donne pronte per un’altra competizione ma non gareggiano più per l’Iran, bensì per il gruppo degli atleti rifugiati: adesso gareggiano per loro stesse, anzi, lottano per la libertà di ogni atleta e di tutte le donne che si trovano nella loro stessa situazione.
Dal punto di vista stilistico, vorrei dire che ho apprezzato tutte le scelte fatte dei registi: una delle cose che ho apprezzato molto è che il film è in bianco e nero, cosa che aggiunge, a mio parere, quel senso di crudezza che rende tutto più drammatico. Mi è piaciuto anche il finale aperto, anche se a quel punto avrei preferito che dal bianco e nero il film diventasse a colori, per farci capire che da quel momento si è aperto un nuovo capitolo della loro vita.
Una cosa che all’inizio non riuscivo a capire era come mai il formato della pellicola fosse quasi quadrato, ma grazie al critico che ha discusso con noi del film, ho capito che quel formato è stato scelto apposta per rappresentare il tatami, cioè il tappeto su cui si pratica judo, che però nel film non è solo il luogo degli incontri sportivi, ma anche il campo di battaglia simbolico nel quale Leila e Maryam lottano per i loro diritti.
Alla fine del film è venuta a portarci la propria testimonianza una donna iraniana che è riuscita a scappare dal suo Paese, e dal marito violento. Dopo anni di soprusi e violenze fisiche e psicologiche, la donna è stata costretta a scappare proprio per salvare i suoi figli, perché non avrebbe mai potuto sopportare una vita dove suo figlio sarebbe diventato come suo padre, e anzi desiderava che proprio suo figlio crescesse in un’altra cultura e aiutasse sua sorella ad essere una donna libera.
E in effetti, anche nel film uno dei personaggi cruciali, che aiuta e supporta Leila anche a distanza, è proprio il marito, che non ha mai contrastato le sue scelte, anzi ha continuato a incitarla anche nei momenti più difficili.
Ho trovato la storia di Leila molto simile a quella di Maryam, la protagonista di ‘’Fiori di Kabul’’, un libro che abbiamo letto lo scorso anno e che racconta la storia di una ragazzina afgana che voleva andare in bici, nonostante nel suo Paese il ciclismo sia uno sport proibito alle donne (come tante altre cose). Ho trovato molto simile il fatto che entrambe le protagoniste non si siano arrese, nonostante tutti gli ostacoli, ma abbiano continuato a lottare con tenacia per i loro diritti e per quelli di tutte le donne del medio oriente.