17 gennaio
Presentazione del libro "Grazia"
Per iniziativa di Comune di Lodi, Museo Ettore Archinti, Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso di Lodi, Snoq Lodi, Toponomastica femminile, Unitre Lodi, Lo Sguardo di Giulia, Rete Lodi Non sei da sola, Libreria Sommaruga, domenica 25 gennaio 2026 alle ore 16,30 presso il Salone Sandro Pertini, Viale Pavia 28, Lodi verrà presentato il libro “Grazia” di Federica Seneghini, con un saggio storico di Marco Giani, che dialogheranno con Alice Vergnaghi.
Il romanzo racconta la storia di una ragazza, Grazia Barcellona, che, nel 1938, in un Paese che vuole corpi perfetti e obbedienti, cerca di dare forma al proprio talento, seguendo il percorso suggeritole da Ettore Archinti, scultore, ex sindaco socialista lodigiano e fervente antifascista, portandola al Palazzo del Ghiaccio di Milano e consacrandola al pattinaggio.
Pur ambientato per la maggior parte a Milano, il romanzo è intessuto di ricordi e di rimandi al contesto lodigiano.
A lasciare un segno indelebile nell’adolescenza della giovane, ci saranno i pesanti allenamenti con il maestro Burghardt, il sodalizio con il compagno di gara, Carlo Fassi e il supporto costante ed esigente della madre, la lodigiana Giovanna Boccalini, protagonista di imprese pionieristiche come la prima squadra di calcio femminile italiana e la fondazione dei Gruppi di difesa della donna.
L’Italia del Ventennio, la tragica guerra in cui il fascismo trascinò il Paese, i bombardamenti, gli sfollamenti e la Resistenza che condusse l’Italia alla Liberazione e alla democrazia fanno da sfondo a una vicenda, ispirata a una storia vera, in cui lo sport, tra conquiste e barriere patriarcali, rappresenta un’importante forma di emancipazione femminile che una madre trasmette alla figlia come espressione più alta del proprio amore materno.
A seguire sarà possibile visitare il Museo Ettore Archinti.
L’evento rappresenta un’opportunità formativa per le e i docenti che vi prenderanno parte, ai quali sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
Rayan AbdelQader Abu Mualla (La Stampa)
3 gennaio
Qabatya: Rayan e i suoi 16 anni
Rayan AbdelQader Abu Mualla ha 16 anni e il 20 dicembre 2025 esce di casa per prendersi una pausa dallo studio: lascia il libro aperto, non prende neppure il telefono, solo qualche spicciolo per comprarsi degli snack.
Non fa più ritorno a casa, né da vivo e, per ora, neppure da morto perché il suo corpo è stato trattenuto dall’esercito israeliano che lo ha ucciso per le strade di Qabatya, nella Cisgiordania occupata.
Il lungo video delle telecamere di sorveglianza mostra l’interno di una strada buia dalla quale appare un ragazzo che, appena raggiunto il lato esterno della via, viene freddato da uno dei tre soldati che lo stanno attendendo. Rayan resta a terra sanguinante per venti minuti senza che giungano mezzi di soccorso, poi viene caricato su un mezzo militare e scompare.
Un’ora dopo viene dichiarato morto.
L’esercito israeliano lo considerava una persona sospetta, un possibile “terrorista”: forse aveva un blocco in mano e i soldati hanno risposto sparando, questo è quanto viene annunciato in una ‘revisione’ dell’incidente da parte dell’esercito israeliano che giustifica l’intensificazione delle incursioni contro i palestinesi come forma di prevenzione di eventuali attacchi.
Francesca Mannocchi che il 31 dicembre sulla Stampa ha raccontato la morte di Rayan si chiede: «Ma nelle case come quella di Ibtihal [la madre di Rayan] la parola ‘sicurezza’ non chiude la storia, la apre. Perché se tutto si regge su quella giustificazione, allora la domanda diventa inevitabile: chi stabilisce, in quell’istante, che un sedicenne è una minaccia? E chi se lo ripete, dopo, quando un video mostra — o sembra mostrare — un ragazzo che non stava facendo nulla, se non tornare a casa?»
Se alla famiglia non viene neppure restituito il corpo, negando anche il diritto di piangere davanti a una tomba, allora per Mannocchi è necessario anche chiedersi che cosa succede dopo: «Se un ragazzo può essere ucciso e la risposta resta una ‘revisione’, se le incriminazioni sono rare e le condanne ancora più rare, che valore ha, qui, la vita di un ragazzo palestinese?»
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