Foto di Nino Farinetti
FONTANINO DELL’ACQUA MARCIA
In questo momento vi trovate in zona Bagni, l’area oltre il fiume Bormida collegata al viale alberato di Corso Bagni e al centro della città dal ponte in pietra Carlo Alberto. Attraversato il ponte, lasciandovi il centro di Acqui Terme alle spalle e continuando per Viale Acquedotto Romano e su Viale Antiche Terme, avrete sicuramente notato il Centro Congressi, edificio comunale duttile all’organizzazione di fiere ed eventi.
Dopo aver percorso la piacevole passeggiata Fonte Fredda, siete ora giunti al fontanino con la sorgente comunemente detta dell’Acqua Marcia, chiamata così per il forte odore sulfureo, o più comunemente detto di uovo marcio, da attribuire alla liberazione in loco di idrogeno solforato di cui è molto ricca.
Da questo fontanino sgorga una sorgente termale di acqua sulfureo salso bromo-iodica ad una temperatura 19 C°, che è potabile e ha proprietà terapeutiche nelle lievi insufficienze dell’apparato digerente.
Il piccolo tempio “dorico”, in stile neoclassico, sorretto da quattro colonne e sormontato da un timpano triangolare con un piccolo arco, custodisce la fonte a due rubinetti dell’Acqua Marcia ed è stato probabilmente progettato dell’Ing. Lorenzo Gianone nel 1847. L’architettura neoclassica dell’opera appare un chiaro omaggio alla tradizione romana della città ed è ben inserita nel verde circostante.
Lo stesso Ing. Gianone, nel medesimo anno, ha altresì realizzato, per conto del Re Carlo Alberto, lo stabilimento termale “dei poveri”, l’attuale “Carlo Alberto”, oggi in disuso.
Ecco un ricordo lontano del Fontanino dell’Acqua Marcia scritto dall’indimenticato poeta dialettale acquese Guido Cornaglia. Da un “IN MUMÈNT... E VIA” (2003):
FOIE CH’I CASO, AMUR CH’IS NA VAN
Antant che l’istâ la s’ n’andava, ogni seira u finiva n’amur.
Al funtanein dI’Eua Mârsa, la vegetta ch’la ritirâva per l’ultima vota bicer, limon e citrato, la uardâva na cubia giuvna giuvna ch’la calâva sé dau Ravanâsc.
Na genueisa trop careina e con in pó de spisa suta u nâs la parlava a ‘n fanciot ch’u dâva in caus a tite el preie ch’ truâva.
“Il prossimo anno non vengo più, vado in Sardegna. Non scrivermi, non telefonarmi. Salutiamoci qui”.
A chil, piâ a l’impruvis, ui surtiva nent na parola...u stava quase per bitese a pianse. In mument teribil...
Poi, dop in minite ch’u smiâva n’eternita, u s’è senti preputent in “M’a fât cuatè dal can ed Moro!”, che forse chila la manc capì.
Antant el fanciot l’era sa luntan, u curiva cmè na lever.
La surtiva ancura a set ure cula matuletta ch’l'andâva a ‘mparè a chise da sartura? U l’âva lasâia sensa tante spiegasion....
Chisà s’la le spitâva ancura?
La l’ha spita ...
Adess i son nóno e ogni tant tie vughe dal funtanein ch’i curo drera a du sbele d’anvudein.
Eua u na ven sé poca. La vegetta du citrato la iè pé da tane âne…
FOGLIE CHE CADONO, AMORI CHE SE NE VANNO
Mentre l’estate se ne andava, ogni sera finiva un amore.
Al fontanino dell’Acqua Marcia, la vecchietta che ritirava per l’ultima volta bicchiere, limone e citrato guardava una coppia giovane giovane che scendeva dal Ravanasco.
Una genovese troppo carina e con un po' di puzza sotto il naso parlava a un ragazzo che dava un calcio a tutte le pietre che trovava
“Il prossimo anno non vengo più, vado in Sardegna. Non scrivermi, non telefonarmi. Salutiamoci qui”
A lui, preso all’improvviso, non usciva una parola... stava quasi per mettersi a piangere. Un momento terribile...
Poi, dopo un minuto che sembrava un’eternità, si è sentito prepotente un “Ma fatti coprire dal cane di Moro!”, che forse lei non ha nemmeno capito.
Intanto il ragazzo era già lontano, correva come una lepre.
Usciva ancora alle sette quella ragazzetta che andava ad imparare a cucire da sarta? L’aveva lasciata senza tante spiegazioni...
Chissà se lo aspettava ancora?
Lo ha aspettato...
Adesso sono nonni e ogni tanto li vedi dal fontanino che corrono dietro a due monelli di nipotini.
Acqua ne viene giù poca. La vecchietta del citrato non c'è più da tanti anni...