L'arte della pesca a Marina di Gioiosa
La storia ci ricorda che negli anni ’40-’50 la fascia costiera in cui oggi sorge Marina di Gioiosa era poco abitata, il turismo era assente e le poche abitazioni erano prevalentemente abitate da famiglie di pescatori. Quest’ultimi, custodi di antichi saperi, svolgevano un lavoro rischioso e faticoso infatti la loro era una vita fatta di rinunce, di sacrifici e di fredde nottate. Il mestiere del pescatore si tramandava di padre in figlio e l’attività coinvolgeva l’intera famiglia. Anche le donne erano coinvolte infatti, mentre gli uomini andavano a pescare, le donne erano impegnate a tessere, cucire o riparare le reti. Tra alcuni storici metodi di pesca utilizzati dai nostri pescatori ricordiamo: Pesca con la lampitara: “U cianciolu” Questo tipo di pesca veniva praticata di notte per la pesca del pesce azzurro. Tra maggio e settembre, si vedevano le luci delle “lampare”, infatti questa attività si svolgeva in completa assenza della luna e le barche venivano chiamate LAMPITARE. La pesca veniva organizzata con quattro barche: due più piccole “I lampitari”, una di medie dimensioni “U porcu” e una più grande che era la barca madre dove era posta la rete: u cianciolu. Giunti sul posto di pesca, veniva accesa la lampitara che con la sua luce attirava i pesci. Raggiunta una quantità di pesce sufficiente, veniva gettata in mare la rete sul cui lato inferiore correvano anelli di ferro attraversati da una fune d’acciaio. Dalla barca madre venivano tirati gli anelli che stringendo la rete la facevano diventare una semisfera, intrappolando i pesci, che poi venivano smistati per tipologia e messe in cassette. Pesca con la sciabica. La sciabica, probabilmente introdotta dagli Arabi, era praticata vicino la costa, in tutti i periodi dell’anno per la cattura di piccoli pesci. La rete era formata da un sacco centrale e due bracci laterali; essa veniva gettata in mare da una piccola barca e tirata dalla riva da due gruppi di pescatori. La rete toccando il fondo intrappolava i pesci che si trovavano nel tratto delimitato dalla rete. Per tirarla veniva usata una corda spessa, ad essa si attacava la “Conjana” (una fascia di corda intrecciata ad arte unita all’ estremità ad un pezzetto di legno di gelso). Derivata dalla sciabica è la ‘ncannara, usata per la cattura dei cefali. Pesca con le nasse È un tipo di pesca usata ancora oggi per la cattura di gamberi, polipi e seppie. Essa viene praticata nei mesi estivi e invernali. La nassa consiste in un grosso cesto di fili di giungo intrecciati, con un’apertura per favorire l’ingresso dei pesci e per impedirne la fuga. Negli ultimi anni, data la mancanza di pescatori esperti nel lavorare il giungo, quest’ultimo è stato sostituito con della rete in plastica. Minaita La minaita era usata di notte con la lampitara per la pesca di sarde ed alici. Veniva legata con una “Caloma” per regolarne la profondità. Il pescatore lanciava in mare “U gajeju”(un pezzo di sughero a forma tonda con all’estremità un peso) per stabilire la “Rrema” cioè la corrente marina. La rete veniva gettata in mare in base alla corrente e trascinata da essa faceva impigliare i pesci. Il pescato veniva posto in grosse ceste. Oggi alcuni tipi di pesca sono vietati e per poter pescare è fondamentale rispettare le normative e richiedere specifici permessi; solo chi è autorizzato può procedere alla pesca e tali limiti, così come quello più noto del FERMO BIOLOGICO, vengono imposti per consentire al pesce di riprodursi.
Direttore Responsabile: Aurora Caracciolo Di Torchiarolo
Caporedattore: Marika Saverino
Hanno collaborato: alunni III C