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Shivaismo

pubblicato 03 ott 2014, 12:46 da TEMPO diSERVIRE

 





Lo Shivaismo




1) introduzione 
Non mancano studiosi moderni che considerano i millenari movimenti spirituali come lo shivaismo (più propriamente detto shaiva) o il vaishnavismo delle sette, scaturite da interpretazioni faziose dei testi Vedici. Questi, affermano costoro, vogliono stabilire le loro divinità preferite come supreme mediante arditi giochi di manipolazioni linguistiche. 

Niente di più sbagliato. In realtà nei quattro Veda originali, così come nei Purana e nelle Upanishad, si parla di Vishnu e di Shiva, così come della pratiche devozionali che Li riguardano. Un Dio unico esiste di certo: tutte le scritture lo affermano. Il problema sta nello stabilire chi Egli sia. 

I devoti di Shiva sostengono che quell'Essere Supremo sia la loro divinità e che nessun altro possa essere superiore a Lui. Questo è vero, e nello stesso tempo non lo è. Nei canoni della scienza spirituale vedica è spiegato come sia Vishnu che Shiva sono personaggi divini e che ognuno di Loro ha funzioni particolari nel creato. In questo capitolo ci occuperemo brevemente delle varie correnti di pensiero shivaite. 

Una particolarità che le caratterizza è che questi, a differenza dei Vaishnava e degli appartenenti ad altri grandi movimenti spirituali, non hanno mai amato particolarmente fare grande uso del Vedanta-sutra, preferendo sviluppare una propria tradizione letteraria. Ma ci sono state delle eccezioni, come ad esempio gli Shaiva-siddhanta. 

Le scritture shivaite più importanti sono i ventotto Agama, che si occupano principalmente di spiegare il rapporto che intercorre tra Shiva e le anime. Alcune di queste shastra sono di tipo monistico, altre di tipo pluralistico. Ma, come spesso accade quando si tratta del pensiero indiano, la contraddizione è solo apparente. 

Infatti questi scritti furono originalmente rivelati dal saggio Durvasa ai suoi tre figli, ma ad ognuno di loro in modo differente. Così enunciò la stessa filosofia adattandola al diverso stato di coscienza dei suoi figli, che in quel momento si ponevano come rappresentanti dei vari esseri viventi. I figli del Muni erano Tryambaka, Amardaka e Shrinatha. Tryambaka avrebbe fondato una metafisica a carattere monistico assoluto (tutto è Uno), Amardaka di tipo monistico qualificato (tutto è uno, ma solo in qualità), Shrinatha di tipo pluralistico (esistono diverse entità). Questo spiega la ragione per cui fin dalle origini nello shivaismo siano esistite convinzioni filosofiche tanto diverse. 

Della figura di Shiva si parla in tutte le maggiori scritture vediche. E' un personaggio divino eccezionalmente interessante e che spesso presenta aspetti apparentemente ambigui. 

Il Bhagavata Purana racconta che all'origine dei tempi Vishnu generò dapprima gli universi e poi Brahma, il primo essere creato. Quando quest'ultimo volle riempire di esseri viventi l'enorme "uovo cosmico" (andam), incaricò di ciò i suoi primi quattro figli, i Kumara. Ma essi rifiutarono, dicendo che preferivano la vita ascetica. Per questo grave rifiuto, Brahma si adirò al punto che dalla sua fronte scaturì Shiva, il quale subito emise delle furiose grida; per questo suo primo possente strillo venne poi chiamato anche Rudra. 

Secondo i Purana, Egli non è una normale entità vivente come tutte le altre che in seguito avrebbero popolato l'universo, bensì una particolare incarnazione di Narayana con specifici compiti da assolvere. Questi sono: 

a) facilitare l'ingresso delle jiva condizionate in questo universo attraverso il contatto con madre Durga, 
b) distruggere i mondi quando il tempo sarebbe stato maturo, e 
c) prendersi cura delle anime più degradate. 

Ovviamente non si può dire quali di questi compiti siano più importanti di altri, però è il terzo a balzare maggiormente all'attenzione. Questa è la ragione per cui Egli, sebbene sia una delle personalità più evolute dell'universo, è sempre dipinto e descritto come in compagnia di esseri immondi come folletti, fantasmi e demoni di vario genere. Indossa una ghirlanda di teschi umani, è sempre ricoperto di cenere e porta dei serpenti al collo. Ancora oggi i suoi devoti fumano anche droghe, si puliscono poco e spesso si dedicano a pratiche considerate ributtanti dalle persone comuni. Ciò perché la sua funzione è di permettere la liberazione, o comunque un qualche avanzamento, alle persone dal basso livello di coscienza. 


2) Il Lakulisha-pashupata 
I testi principali di questa corrente shivaita sono il Pashupata-sutra (del quale non si conosce l'autore) e le Gana-karika di Bhasarvajna. Il fondatore di questa setta potrebbe essere un maestro lakulin (portatore di clava), del quale non si conosce nulla. Per poter capire bene i loro punti, crediamo che la cosa migliore sia andare a una veloce lettura dei 162 sutra che costituiscono il Pashupata-sutra. 

Il testo comincia descrivendo le austerità che deve compiere chi intende avanzare nella realizzazione di Shiva, quali immergersi tre volte al giorno nella cenere, dove deve giacere a lungo, indossare le ghirlande offerte al Dio in sacrificio, esibire le prove della sua devozione (come appunto la cenere cosparsa in tutto il corpo e le ghirlande), risiedere in luoghi sacri e osservare con spirito sottomesso le regole del riso, del canto, della danza e della preghiera. Tutto deve essere fatto in onore di Mahadeva (Shiva). 

Vestito di una sola veste o in certi casi anche nudo, non deve guardare l'urina o lo sterco umano e gli è proibito parlare con donne o con persone degradate. Se ciò per qualsiasi ragione dovesse accadere, gli è d'obbligo purificarsi immediatamente spalmandosi di cenere, eseguire esercizi per controllare il respiro e mormorare i mantra in preghiera a Rudra (che è fondamentalmente il gayatri shivaita). 

Chi è puro di mente e pratica le suddette regole, progredisce velocemente e in modo felice in direzione dell'unione col Signore. Su questo sentiero sviluppa gli otto poteri mistici, che sono: 

essere in grado di vedere ogni cosa, 
poter udire tutti i suoni, 
poter comprendere tutto, 
conoscere tutte le scritture, 
essere al corrente di qualsiasi cosa che accada, 
divenire veloce come la mente, 
essere in grado di assumere qualsiasi forma si voglia e 
poter fare qualsiasi cosa sia nei propri desideri. 

E ciò anche nei momenti in cui i sensi non sono operativi (come nel sonno o in altri stati di incoscienza).

Shiva è il Signore Supremo; nessuno è al di là di Lui. Chi Lo adora può stare in Sua compagnia per sempre. I sutra che seguono esprimono preghiere a Rudra. 

Nulla Gli è precluso e non deve dipendere da niente e da nessuno. Al contrario delle persone comuni, le Sue attività non sono soggette al karma. Con Lui tutte le cose cattive divengono buone e tutto ciò che è di cattivo auspicio diventa immediatamente positivo. Tutti i deva provengono da Lui; dunque è Shiva il titolare di tutti i sacrifici vedici. Chi si rifiuta di gioire dei risultati delle proprie azioni, ottiene lo stato del Grande Essere, cioè la Trascendenza, nel quale non esistono disturbi di nessun genere. Queste pratiche sono di importanza primaria e la nostra adorazione deve essere rivolta a Shiva, solo a Lui e a nessun altro. 

Lo yogi deve fare in modo di essere disprezzato dalla società e non deve fare sfoggio delle proprie conquiste (cioè dei poteri acquisiti). L'assenza di orgoglio è considerata la migliore delle pratiche. Non deve rendere pubblico il proprio status spirituale e gli è permesso di mangiare solo ciò che gli viene offerto in elemosina. Questo è l'unico retto cammino. Chi si comporta secondo questi canoni raggiunge la perfezione. I sutra che seguono sono dedicati alla lode di Shiva. 

Così il devoto diventa privo di attaccamenti e quando le impurità dei desideri e delle sensazioni sono oramai sconfitte, questi si congiunge a Lui e si dedica perennemente al suo servizio. Ma tutto ciò è possibile solo se i sensi sono sotto completo controllo. Si deve abitare in capanne solitarie o in grotte e dedicarsi solo a Dio, domando i sensi. Così facendo, entro sei mesi iniziano ad apparire i primi poteri sovrannaturali. Allora non si è più condizionati dal karma. 

Recitando il gayatri e meditando sulla sillaba Om, si deve concentrare in essa tutto il proprio cuore ed è sempre d'obbligo glorificare Shiva. Pensando ininterrottamente a Lui, alla fine è possibile raggiungerlo. Gli ultimi sutra contengono ancora glorificazioni a Mahadeva. 

Nel corso della storia, da questa setta ne sono sorte innumerevoli altre, come la Kapalika, la Kalamukha e la Mahavratadhara, che mettevano in atto pratiche e discipline veramente ripugnanti. Col passare del tempo, la dottrina si modificò e slittò dalla sua forma originale, cioè di una vera e propria bhakti (devozione al Dio) a quella dove fondamentalmente si mirava ad ottenere uno splendore e una perfezione del tutto simili a quelli di Shiva stesso. In altre parole, lo scopo era diventare Dio. 


3) la dottrina del "riconoscimento in Shiva". 
Il maestro principale di questa setta shaiva che ebbe un'eccezionale diffusione nel Kashmir verso il 200 d.C., è Vasugupta, autore (per qualcuno solo lo scopritore) degli Shiva-sutra, com-posti di 78 versi. 

Secondo ciò che si narra, questa dottrina sarebbe antichissima, di molto precedente al maestro ma, essendo caduta nell'oblio, Shiva stesso gli sarebbe apparso in un sogno. Seguendo le istruzioni ricevute, il saggio andò sul monte Mahadeva dove, scolpiti su una pietra, ritrovò i sutra immortali recitati dalla divinità stessa. Questi sono alla base della dottrina. 

In seguito grandi maestri quali Kallata, Abhinavagupta e Kshemaraja la elaborarono, facendola diventare una delle filosofie shivaite più influenti. Ma con l'avvento dell'islamismo (cioè in un'epoca che va dal 1315 in poi), questa cominciò a perdere di importanza. La dottrina viene anche chiamata Kashmiri, in quanto si diffuse maggiormente proprio in questa regione settentrionale dell'India, per poi propagarsi in tutta la nazione. Ma ancora oggi in Kashmir si possono trovare molti devoti di Shiva di questa particolare tendenza filosofica. 

Diamo ora un riassunto degli Shiva-sutra. 

Prima di tutto viene introdotto il concetto del sé, il quale viene definito come "pura coscienza". Subito dopo si offrono delucidazioni sulla ragione della prigionia che l'anima deve subire in questo mondo, che è l'identificazione con la falsità, che causa il karma e dunque gli avvenimenti del mondo delle illusioni. Alla base dell'ignoranza c'è l'insieme dei fonemi che compongono l'alfabeto, e cioè l'energia materiale. 

Poi i sutra specificano che in realtà la falsità assoluta non esiste, in quanto tutto è energia dinamica di Shiva; come tale nulla viene mai distrutto, anche quando si è prigionieri nel mondo di maya. In altre parole, la nostra prigionia non causa la distruzione dello spirito. 

La conoscenza pura è causata da uno stato di veglia, mentre le rappresentazioni mentali sono generate da uno stato di sogno; la non discriminazione (o l'ignoranza) proviene da un qualcosa del tutto simile a un sogno, maya, che ci tiene prigionieri. Lo yogi che ha ottenuto la perfezione ha il dominio su tutti e tre gli stati. 

Quando si medita con volontà ferrea su come distruggere il male, si ottiene la potenza più grande di tutte. In realtà il corpo dello yogi diventa "l'esistente stesso". Grazie al raccoglimento della mente all'interno del proprio cuore, lo yogi ottiene la perfetta visione di tutto e, grazie a tale meditazione, raggiunge la Rivelazione. 

In cosa consiste questa Rivelazione? Che in realtà "io sono Shiva". In questo stato di coscienza si può ottenere un'estasi interiore priva di difetto, che è totale felicità e conoscenza. E quando si realizza che "io sono Shiva" tutti i poteri sbocciano e si mostrano appieno. 

I sutra poi iniziano a parlare dell'importanza dei mantra, tema ricorrente in tutti i testi vedici. Grazie alla loro somma potenza, diviene possibile meditare sulla Coscienza Suprema, sperimentando in sé stessi la loro efficacia. Il mantra è spirituale e può conferire ogni potere. 

Ma non bisogna assolutamente accontentarsi dei grandi poteri che scaturiscono da questa pratica poiché, adagiandosi sulla sensazione di potenza che si prova, si rischia di perdere i veri benefici, che sono ben altri. L'essenza dei mantra sta nel loro essere costituiti di conoscenza perfetta, cioè di energia spirituale. Per questa ragione si possono ottenere ambedue, cioè i poteri mistici e il sapere trascendentale. Divenuti spirito grazie a tale contatto, si guadagna lo status spirituale che è proprio di Shiva. 

Per avere tutto ciò è fondamentale l'azione del maestro spirituale (il guru), il quale risveglia il discepolo. Quest'ultimo deve dare tutto al proprio insegnante e stare bene attento a non ricadere nel circolo vizioso delle rappresentazioni discorsive. Deve badare a non ricadere vittima di maya. 

Allo yogi viene consigliato di meditare sulla dissoluzione di tutti i principi che costituiscono il suo corpo materiale. Ci sono molti tipi di meditazioni capaci di condurre alla perfezione, ma questi non possono conferire meccanicamente la perfezione massima se lo yogi non ha il cuore puro. E quando riesce a sopraffare l'offuscamento di maya, sente nascere in lui la conoscenza, che dà sommo potere. 

Questo mondo è prodotto dall'energia di chi ha già raggiunto la liberazione. Seduto in una posizione che risulti comoda, egli deve immergersi all'interno della propria coscienza e così può divenire creatore e dissolutore di ogni cosa. In altre parole, diventa Dio stesso. Di conseguenza non rinasce più. Tale yogi diviene del tutto simile a Shiva. 

Ogni cosa deve essere uno strumento per adorare e venerare Lui: il corpo, la lingua, la conoscenza stessa. Come una delle principali forme di servizio devozionale da offrire alla Divinità, il devoto deve donare la propria conoscenza agli altri. 

Egli non vede più differenziazioni: per lui tutto ciò che esiste non è altro che un'espressione delle sue stesse potenze. Questo ottiene lo yogi liberato. 

L'anima cade nell'illusione per colpa del desiderio, ma quando questo è esaurito, la prigionia si dissolve. Tutti gli elementi materiali si distaccano da lui e diviene un'anima liberata, piena e perfetta, uguale sotto ogni punto di vista al Signore. A quel punto avverrà il reincontro con Shiva. 

Per gli shivaiti kashmiri la salvezza è dunque possibile solo quando l'anima si riconosce in Shiva, e cioè quando realizza che io non sono un altro io, bensì Shiva stesso. Questo concetto è dunque una condanna per il dualismo spiritualistico e vuole così affermare la completa uguaglianza fra l'individuo e l'Assoluto, per cui esisterebbe un solo Ente Supremo. 

Un altro testo fondamentale dello shivaismo kashmiri è lo Spanda-karika (52 sutra), anche questo attribuito a Vasugupta, il quale elabora in modo forse più ampio alcuni dei concetti già espressi nello Shiva-sutra. 

Questa dottrina del "riconoscimento in Shiva" è anche denominata trika, in quanto si fonda sull'ipotesi dell'esistenza di tre principi: Shiva (il principio supremo), shakti (le sue energie) e jiva (l'anima individuale). Ma tutti e tre questi principi in realtà non sono altro che Shiva stesso. Quindi per i Kashmiri il mondo è l'oggettivizzazione del pensiero divino e quindi non esiste l'irreale, in quanto tutto ciò che la Realtà Suprema fa deve essere totalmente reale. 

Rudra crea tutto senza servirsi di nulla, semplicemente facendo agire le sue energie (shakti). Queste energie sono allo stesso tempo uguali e distinte dal Signore, e sono cinque. Con queste, Dio causa il divenire cosmico. 

Lo spirito universale diviene individuale per l'energia di maya e viene limitato da corazze (kancuka), o strati di elementi materiali, divenendo così vittima dei tre guna e subendo così sentimenti che procurano gioia, dolore e apatia. All'inizio questi tre guna sono in equilibrio, ma quando lo stato di perfetta quiete viene scosso da un urto (kshobha), l'energia materiale (prakriti) si evolve nei vari tattva (i principi che compongono la creazione materiale). 

Quando l'anima non ricorda più di essere lui stesso Dio, erra per il samsara, provocando il karma. 

Ci sono tre impurità innate, detti anche vizi fondamentali, che condizionano l'esistenza. E sono: 

l'anava-mala, il male dell'individuazione (cioè pensare di essere qualcosa che non si è), 
il karma-mala (provocare e subire il karma), e 
il maya-mala (per il quale ci si sente un essere corporeo in un mondo che immagina esistente al di fuori di lui stesso). 

Incatenate dalle tre impurità, le anime vengono munite di organi che la limitano. 

Il mezzo per conseguire la liberazione è l'annientamento dell'ignoranza e dell'individualità, cioè il samavesha (entrare o consumarsi in Dio), che si ottiene coltivando pazientemente la conoscenza perfetta. 

Di particolare importanza è l'accettazione di un guru autentico e la recitazione sapiente dei mantra. E quando l'energia divina (shakti) entra nel devoto e s'impossessa di lui, egli torna ad essere "uguale a Shiva" (Shiva-tulya). 


4) lo Shaiva-siddhanta 
Contrariamente allo shivaismo kashmiri, questo sistema presuppone l'esistenza eterna di sostanze diverse, anche se provenienti dalla stessa sorgente. Dunque, mentre da una parte si può definire monista un sistema che fa risalire tutto a una sorgente unica, questa dottrina, vista da una certa prospettiva, è definibile come pluralistica. Infatti spicca l'idea che l'Uno-tutto, nel suo divenire, si differenzi. 

Anche se non tutti sono d'accordo, pare che il primo organizzatore dello shaiva-siddhanta sia stato Meykanda, che scrisse, in lingua tamil, lo Shiva-jnana-bodha (Risvegliarsi alla Conoscenza di Shiva). Ma i praticanti di questa dottrina amano rifarsi anche al filosofo Shrikantha, probabilmente contemporaneo di Ramanuja e quindi vissuto nel 1100 circa, il quale scrisse un poderoso commento ai Brahma-sutra. La sua posizione dottrinale si chiama Shiva-vishishtadvaita ed è una forma di monismo secondo cui Shiva è Brahman e, grazie all'azione delle Sue energie, Egli è andato gradualmente distinguendosi. 

Ma il monismo dello shaiva-siddhanta sembra più apparente che reale, in quanto poi viene da loro affermato che dopo la liberazione ognuno mantiene la propria individualità. Vengono infatti riconosciute tre sostanze eterne: Dio, le anime e la materia. Con quest'ultima energia il Signore (pati) lega (pasha) le anime (pashu). Per questa ragione Shiva viene anche chiamato Pashupati. 


5) il Vira-shaiva 
I vira-shaiva sono i devoti fedelissimi di Shiva e vengono anche chiamati lingayat, in quanto portano sempre con loro il Linga. Per loro non esiste nessun altro Dio all'infuori di Shiva e lo venerano appunto con questo simbolo, il Linga appunto, che è una divinità a forma di fallo. La ragione per cui Mahadeva viene adorato con questa particolare murti va ricercata nella convinzione che Shiva sia il progenitore di tutti e dunque il padre di tutte le creature. 

La comunità Vira-shaiva venne organizzata nel dodicesimo secolo circa da Basava, che era un importante ministro di un re kanarese, ma non ci sono dubbi che tali dottrine provengano dalle notti dei tempi. In origine dovette svilupparsi come movimento di protesta contro i soprusi e le prepotenze dei brahmana del tempo, ma in seguito proposero severe riforme e svilupparono una propria dottrina filosofica. Anche loro vantano un proprio commento ai Brahma-sutra, cioè lo Shrikara-bhashya di Shripati, compilato indicativamente verso il 1400. 

La definizione tecnica della loro filosofia può essere a ragione chiamata visheshadvaita, cioè una forma di monismo differenziato. Shiva è l'Ente Supremo, il Dio oltre il quale non esiste nulla e nessuno; la pluralità presente nel mondo è prodotta da Lui attraverso la shakti, la sua energia divina. Anche le anime individuali sono di natura divina: non potrebbe essere diversamente, in quanto tutto proviene dalla stessa sorgente, cioè da Shiva. Originalmente la jiva è un tutt'uno con Lui, ma la forza della shakti provoca un movimento (kshobha) che destabilizza l'equilibrio eterno, per cui l'entità spirituale si divide in due: il lingasthala, cioè il Dio che deve essere venerato, e l'angasthala, l'anima individuale che deve ubbidire e venerare Dio. 

Quest'ultima cade vittima di maya, per cui si ritrova in situazioni dove la sua coscienza appare profondamente mutata. Perciò deve adorare il Supremo in modi altrettanto variegati, a seconda della situazione in cui si trova. Se lo yogi vuole raggiungere la perfezione massima, deve praticare gli esercizi spirituali e abbandonarsi con fiducia nel grembo di Shiva. 

In cosa consistono queste pratiche? In una sorta di bhakti, cioè di servizio devozionale a Shiva, il quale deve essere servito con tutto l'amore e l'adorazione di cui si è capaci. 

Shiva ha due energie: shakti e bhakti. Con la prima crea il mondo, mentre con la seconda libera le anime da tutto ciò che è terreno e dunque illusorio. In un certo senso, non c'è una totale identificazione con Shiva, ma un eterno rapporto d'amore con Lui. 

 

 

 

 

  


 


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