TECNOPOLO PHOENIX
Parco tecnologico per la rinascita del polo medico su via Emilio Longoni
UnL[3/4]
Parco tecnologico per la rinascita del polo medico su via Emilio Longoni
UnL[3/4]
Il ciclo di ricerche "UnLost Territories" avviato nel 2016 dalla cattedra del professor Antonino Saggio, affronta il tema della rigenerazione delle periferie romane, in particolare nei municipi VII e VIII lungo la via Prenestina. L'area, costellata da spazi abbandonati e residuali, viene reinterpretata come un territorio "non perduto" ma da riattivare attraverso processi culturali, sociali e architettonici. Punto di riferimento simbolico e operativo è il MAAM - Museo dell'Altro e dell'Altrove - che dimostra come arte e comunità possano generare forme concrete di riscatto urbano.
Intorno a questo polo si innesta la UnLost Line, un anello ecologico e infrastrutturale pensato per connettere i grandi parchi dell'Aniene, della Mistica e di Centocelle, integrando la rete di trasporto e mettendo in relazione le diverse parti della città, dalla via Tiburtina alla via Casilina. I suoi 17 segmenti diventano occasione di sperimentazione progettuale, ciascuno con interventi mirati che incidono localmente ma contribuiscono a una strategia di scala più ampia.
All'interno di questo quadro si inserisce la Tesi di Laurea Tecnopolo Phoenix, che interpreta tali principi e li traduce in nuove forme di intervento sul territorio.
Ci sono luoghi della città che, una volta abbandonati, diventano simbolo di crisi ma anche di potenziale rinascita, e questo è il caso dell’ex Campus Bio-Medico di via Emilio Longoni, oggi in gran parte dismesso, che ha ispirato il progetto. Il lavoro affronta la necessità di ridare vita a un’area strategica di Roma attraverso tre livelli: la crisi, rappresentata dall’abbandono; la metafora, quella della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri; e il catalizzatore, un parco tecnologico che integra funzioni sanitarie, ricerca scientifica, incubatori d’impresa e residenze. Un progetto che mette al centro il concetto di connessione – tra edifici, persone e conoscenze – e che fa dell’incubatore d’impresa il cuore pulsante del rilancio.
Come ci dice l'autrice del progetto: "la scoperta della presenza del MAAM - un ex stabilimento Fiorucci oggi occupato - ha dato avvio ad un percorso di studio e personale molto importante sul tema dell’abbandono. Dalle ricerche svolte circa le preesistenze nell’area ho notato inoltre esserci una grande componente di strutture sanitarie sulla via Emilio Longoni, analisi che hanno raggiunto un notevole spessore grazie ad un contatto, la project Management del Campus Bio-Medico, Kim Migliore, con la quale era stato possibile avere un incontro e capire come la vecchia sede del Campus, sita sulla via Emilio Longoni ed oggi trasferita e notevolmente ampliata a Trigoria, potesse essere intesa come il vero è proprio cuore della crisi di queste aree che, fino a pochi anni fa, costituivano un nucleo sanitario attivo. Lei mi ha coinvolto in alcuni ragionamenti sulla storia di questa sede e su quelle che sono le previsioni future della struttura, da qui il primo tassello sulla ricerca fatta per il mio progetto di tesi.”
Nasce così non solo un progetto di riqualificazione, ma un atto di ricucitura urbana e simbolica, che affronta la crisi di un polo abbandonato trasformandola in occasione di rinascita, facendo della metafora della Fenice non un semplice riferimento narrativo, ma una vera e propria guida progettuale.
L’incubatore d’impresa, cuore del complesso, incarna la funzione di catalizzatore: un luogo permeabile dove ricerca e industria si incontrano, generando innovazione e sviluppo. La scelta di un intervento per fasi, che ridisegna fin da subito l’intera area attraverso il sistema del verde, rafforza l’idea di un processo di rigenerazione inclusivo, in cui ogni passo contribuisce a costruire un nuovo equilibrio tra passato e futuro.
FASI D'INTERVENTO
In questo senso, il progetto ci ricorda che l’architettura non è solo costruzione, ma anche narrazione e responsabilità verso la città, dove anche gli spazi abbandonati possono rinascere se ripensati come luoghi di connessione e di possibilità.
Abbiamo intervistato Chiara Gai, autrice della Tesi di Laurea, per approfondire come è nato questo progetto, quali sfide ha comportato e in che modo l’esperienza della tesi ha influenzato il percorso professionale.
Quanto ha influito la conoscenza diretta del quartiere e del contesto urbano nella scelta del tema?
C.G. L’idea del progetto è nata dalla scoperta dell’area. Rendermi conto della dimensione
di questo luogo, congiuntamente alla scoperta del MAAM, sono stati punti di grande ispirazione su cui si fonda l’idea della rigenerazione di una parte di quel territorio.
Nel tuo lavoro parli di tre livelli: crisi, metafora, catalizzatore. Come sei arrivata a definire questa struttura narrativa?
C.G. La divisione in tre livelli della progettazione deriva da un percorso di studio e analisi appreso durante i laboratori di progettazione. L’esigenza del progetto, che si inserisce in un contesto di riqualificazione urbana, era quello di trovare un motore forte in risposta ad una situazione reale di abbandono e degrado. La metafora ne rafforza il concetto e attraversa il progetto nella sua stessa struttura.
La crisi che affronti è l’abbandono del Campus Bio-Medico e delle strutture collegate. Quanto era importante per te lavorare su un caso concreto di degrado urbano?
C.G. Il tema dell’abbandono e degrado edilizio mi è sempre stato molto caro. La progettazione di nuovi edifici è stimolante, ma non avrebbe la stessa forza se non inserita davvero in un contesto, pertanto la mia intenzione è stata quella di intervenire su un pezzo di città progettando un parco che mettesse a sistema queste aree, andando a legare tra loro le strutture sanitarie esistenti e riqualificando i terreni abbandonati.
La metafora della Fenice è centrale: in che modo ti ha guidato sia dal punto di vista concettuale che progettuale?
C.G. Il concept di partenza è stato quello di lasciarmi guidare dalla metafora della rinascita della Fenice, l’uccello originario della mitologia Egizia che ogni 500 anni muore e rinasce dalle proprie ceneri. L’analogia è evidente parlando degli UnLost Territories come territori apparentemente perduti, perché abbandonati e degradati, ma che possono essere riabilitati diventando un elemento forte della società. Ho poi scoperto che nel 1600 è stata individuata una costellazione a cui è stato attribuito questo nome e che poteva diventare un elemento strutturale per il progetto.
Perché hai deciso di riprodurre la costellazione Phoenix come matrice per l’organizzazione spaziale del complesso?
C.G. La costellazione della Fenice è composta da quattro stelle principali, alfa beta gamma e delta, che descrivono nel cielo un triangolo. L’idea della metafora è che questa si ponga come un valore aggiunto, un livello del progetto, ma che allo stesso tempo lo attraversi, potendone rivedere un elemento in ogni ambito. Per prima cosa mi sono concentrata sul Masterplan, cercando di riprodurre questa distribuzione e constatando una coincidenza interessante: la stella gamma ricade nel luogo dove sorge il MAAAM e il Cerimont, le due preesistenze forti dell’area. Le altre tre stelle invece si snodano linearmente su tutta la via Emilio Longoni e delineano tre ambiti ben precisi. Ne è conseguito che il progetto fosse caratterizzato da tre nuclei principali che prendono il nome della stella corrispondente (alfa, beta e delta).
Il catalizzatore del progetto è il parco tecnologico. Quali sono i principali servizi e funzioni che hai immaginato?
C.G. Trattandosi di un territorio molto esteso, parliamo di quasi tre chilometri, l’idea del parco è forte, nello specifico parliamo di Parco Tecnologico, poiché erano già presenti nel territorio le preesistenze essenziali per lo sviluppo di un Tecnopolo. Con “Parco Tecnologico" infatti intendiamo una sede il cui intento è stimolare lo sviluppo di piccole e medie imprese, con un orientamento all’innovazione dato dal raggruppamento, in una specifica area, di tutte le componenti e gli attori che fanno sì che l’innovazione accada, cioè istituzioni del mondo accademico, centri di ricerca e aziende. Per quanto riguarda il mondo accademico nell’area è ancora presente il Campus, che in quel momento era intenzionata a riabilitare quel polo con l’inserimento di una parte riservata alla ricerca oncologica e affini, per cui sarebbe stato necessario affiancare spazi ambulatoriali a spazi di ricerca. Nel mio progetto quindi ho pensato a come implementare questa soluzione all’interno del grande complesso beta, il quale racchiude anche le preesistenze sanitarie. Collegata all’università vi è una Foresteria, corrispondente alla stella delta, costituita da appartamenti per studenti e lavoratori dell’università. Per quanto riguarda le aziende, attualmente nell’area è presente L’HCIR, Health Care Italy Rome, azienda ospedaliera molto forte che gestisce RSA e RHA. Nel piano di espansione di un Tecnopolo andava considerata la collaborazione tra enti e aziende diverse: in prima fase ho considerato il consolidamento dell’azienda locale, dotandola di uffici e ambienti idonei per il lavoro in loco, e poi ad un ampliamento con ambienti da dare in affitto ad aziende esterne. Questo discorso è collocato nell’area che corrisponde alla stella alfa.
L’incubatore d’impresa è il cuore del Tecnopolo: puoi descriverne le caratteristiche e perché lo ritieni l’elemento più strategico del progetto?
C.G. Il progetto da me sviluppato è a livello di Masterplan su tutta via Emilio Longoni, mentre ho fatto un approfondimento del complesso alfa. Questo gruppo è costituito da tre edifici che includono un mix funzionale, in cui la componente aziendale è prevalentemente. Nello specifico sono entrata nel merito dell’edificio destinato all’incubatore, Edificio alfa1 nello schema. L’incubatore di aziende, o incubatore d’impresa o business incubator, secondo la definizione della Commissione Europea, è un’organizzazione che accelera e rende sistematico il processo di creazione di nuove imprese, fornendo loro una gamma di servizi di
supporto integrati che includono gli spazi fisici dell’incubatore, i servizi di supporto allo sviluppo del business e le opportunità di integrazione e networking. L’edificio che ho approfondito ha un cuore, costituito dalla sala grande dell’incubatore, dove avvengono i confronti tra i progetti promossi dalle aziende. Questa è proprio la sala principale, dove visitatori e collaboratori possono lavorare in queste postazioni, confrontarsi e vedere da display presentazioni, informazioni, aggiornamenti su le attività svolte e promosse dall’incubatore.
Parli di permeabilità come qualità architettonica dell’incubatore. Come l’hai tradotta concretamente nella progettazione degli spazi?
C.G. In accordo con l’idea del parco che dà vita a queste aree, il progetto appare come un elemento zoomorfo, che dal livello del terreno prende forma, delineando relazioni e connessioni. Un ambiente dove interno ed esterno sono legati strettamente, permettendo una permeabilità collettiva. Un ambiente costituito da elementi forti in connessione tra loro, dove la flessibilità degli spazi è la chiave di lettura.
Il progetto è pensato per fasi, evitando lo zoning classico. Perché hai scelto questa strategia e quali vantaggi porta per la rigenerazione dell’area?
C.G. Trattandosi di un territorio molto esteso volevo portare una risposta concreta al tema delle possibili tempistiche di riqualificazione dell’area. Pertanto la logica di divisione per fasi pensa alla crescita contemporanea di tutti i complessi, dividendoli per unità.
Quale parte del progetto ritieni più realistica e quale più visionaria rispetto alle possibilità attuali?
C.G. Credo che i ragionamenti fatti circa i trasferimenti/ampliamenti per fasi dell’area siano
assolutamente realistici, penso all’aspetto logistico ed economico che dei lavori di realizzazione di un Polo di questa dimensione potrebbero portare e credo che non ci sia altro modo per concepirla concretamente. L’aspetto più visionario è la proposta sull’uso delle biotecnologie che avevo ipotizzato, in quanto se pure è vero che i nuovi progetti guardano con molta attenzione all’ambiente, allo stesso tempo l’uso di tecnologie nuove spesso incontra ancora molta resistenza nella committenza per via dei costi e per la gestione nella manutenzione degli immobili.
Quanto ha influito questa esperienza progettuale nella costruzione del tuo portfolio e sul tuo approccio alla professione?
C.G. Devo dire che, anche un po’ inaspettatamente, è stato un interessante punto di partenza per lo sviluppo del mio percorso professionale, che ovviamente ha richiesto successivi approfondimenti nel settore. Il tema trattato nella mia tesi è tornato dopo anni nel mio percorso professionale e ora lavoro proprio su questi temi. Attualmente lavoro per conto di una Stazione Appaltante supervisionando la progettazione di un nuovo campus universitario a Milano, Campus MIND, che ospiterà tutti i dipartimenti e le piattaforme scientifiche dell’Ateneo. Pertanto mi torna spesso in mente il lavoro fatto in tesi, come punto di partenza di quello che è il mio lavoro attuale.
Quanto ritrovi nel tuo lavoro attuale la parola chiave del progetto, “connessione”?
C.G. Se pur non sempre facile, perché gli attori in gioco sono sempre tantissimi e spesso si perde un po’ di vista la qualità del progetto purtroppo, la connessione è sicuramente un elemento fondamentale.
Come immagini il futuro della rigenerazione urbana: più legato alla tecnologia, alla sostenibilità o al racconto simbolico dei luoghi?
C.G. Credo che la rigenerazione urbana vada prevalentemente nella direzione della sostenibilità, in termini di sostenibilità sociale, ambientale ed economica.
Cosa ti ha lasciato questo progetto, sia come architetto che come persona?
C.G. Credo sia stata una stupenda occasione di approfondimento sul tema della rigenerazione urbana, forse la prima occasione in cui ho avuto modo di ragionarci e ha dato forma al mio approccio critico sia come architetto che come persona.
Se dovessi riassumere Tecnopolo Phoenix in una frase da lasciare ai lettori, quale sarebbe?
C.G. Tecnopolo Phoenix è un parco tecnologico che connette vuoti urbani e strutture sanitarie abbandonate con la progettazione di una grande area verde pubblica attrezzata e di nuovi edifici per la ricerca medica.
AUTRICE DELLA TESI
Laureata alla facoltà di Architettura La Sapienza a gennaio 2018. Attualmente è architetto presso la Direzione Edilizia e Sostenibilità dell’Università degli Studi di Milano occupandosi della realizzazione e riqualificazione degli spazi universitari dell'Ateneo.
Autrici dell'articolo: Ilaria Capezzali, Melinda Pierini