Nell’incontro con Nausicaa si ha modo di conoscere la capacità persuasiva e oratoria dell’eroe
ὁ δὲ μερμήριξεν Ὀδυσσεύς, / ἢ γούνων λίσσοιτο λαβὼν εὐώπιδα κούρην, / ἦ αὔτως ἐπέεσσιν ἀποσταδὰ μειλιχίοισι/ λίσσοιτ', εἰ δείξειε πόλιν καὶ εἵματα δοίη VI 141-144
e fu in dubbio Odisseo se, le ginocchia afferrandole, pregare la fanciulla occhi belli, o con occhi di miele, fermo così, da lontano, pregarla che la città gli insegnasse e gli desse una vesta
L’incontro
L’intervento divino
Non era stato quello il primo intervento della dea perché Atena era già apparsa in sogno a Nausicaa, la giovane figlia del re Alcinoo, invitandola a non essere pigra e a recarsi al fiume con le sue ancelle. L’incontro con Odisseo è quindi propiziato dalla divinità che, prima, prepara la mente di Nausicaa, ricordando alla fanciulla l’approssimarsi del giorno in cui sarà pronta a prendere marito, e, poi, le “pose in cuore coraggio e tolse la paura dal corpo”, spingendola ad ascoltare le parole di Odisseo.
La metamorfosi
E sono proprio le parole dell’eroe a cancellare l’immagine spaventosa con cui Odisseo si presenta a Nausicaa. Sicuro della propria forza, l’eroe è infatti paragonato a un leone nutrito sui monti (ὥς τελέων ὀρεσίτροφος). Questa descrizione è tanto più efficace se si considera appunto la trasformazione che l’immagine dell’eroe subirà nel corso del libro grazie alla sua capacità oratoria, che allontanerà il tratto bestiale dell’uomo trasformandolo agli occhi di Nausicaa (e del lettore).
Il naufrago
La condizione di naufrago pone Odisseo in una posizione difficile. Di fronte alla fanciulla che “stette ferma aspettandolo” senza fuggire con le compagne, l’eroe è consapevole del proprio stato di bisogno. Le parole rivolte a Nausicaa hanno perciò uno scopo concreto: ottenere la fiducia della giovane e convincerla ad aiutarlo. Per raggiungere questo obiettivo Odisseo si avvale della sua abilità retorica. Il suo discorso è organizzato intorno a tre argomenti: le parole e le immagini con cui lusinga Nausicaa, quelle tese a rassicurarla e infine quelle con cui fa leva sui sogni e sulla fantasia della fanciulla per suscitarne interesse verso se stesso.
Le parole di Odisseo
Rivolgendosi poi a Nausicaa, l’eroe usa la sua metis fingendo di non sapere, al cospetto della bellezza della fanciulla, se si trovi davanti a una donna o a una dea "Sei una dea o una donna mortale?”
La domanda è retorica ed evidentemente formulata allo scopo di adulare la giovane. Per enfatizzare il suo sentimento di meraviglia usa poi una formula stilistica: il makarismos che consiste nel dichiarare la felicità di qualcuno in ragione di una particolare situazione ritenuta privilegiata. Anche la ripetizione del numero tre ha una funzione rituale. “Se uno dei mortali tu sei, che abitano sulla terra, tre volte beati tuo padre e la madre augusta, beati tre volte i tuoi fratelli” aggiungendo subito dopo “ma più di tutti beato nel cuore colui che pieno di doni ti condurrà a casa sua”.
Il riferimento alla fortuna di colui che sposerà la fanciulla, conclude la climax ascendente dell’intero passo. Il discorso di Odisseo prosegue poi rimanendo sullo stesso tema con l’augurio rivolto a Nausicaa di poter trovare un marito e esaltando il matrimonio visto come il dono più grande che gli dei possano fare a una giovane: “A te tanti doni facciano i numi, quanti in cuore desideri, marito, casa ti diano, e la concordia gloriosa a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo, quando con un’anima sola dirigono la casa l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni, ma per gli amici è gioia, e loro han fama splendida” . Anche in questo caso, le parole di Odisseo sono dettate dalla metis. Egli infatti manipola la giovane in età da marito portandola ad immaginare il suo futuro. Le parole dolci come il miele dell’eroe avranno infatti un riflesso e si insinueranno nella mente della fanciulla che, alla fine del libro esclamarà “Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo, abitando fra noi, e gli piacesse restare!”.
Nei versi successivi Odisseo introduce una similitudine che ha lo scopo di rendere ancora più concrete ed efficaci le lodi rivolte a Nausicaa, la cui bellezza viene paragonata a quella di una palma che l’eroe aveva ammirato a Delo presso il tempo di Apollo. Ma, nel lodare la straordinarietà della giovane, l’eroe introduce altri argomenti finalizzati ad ottenerne l’aiuto. Il passo è infatti molto denso. In esso si possono leggere sia il proposito di Odisseo di rassicurare Nausicaa circa la sua persona sia quello di sollecitarne la fantasia evocando paesaggi lontani ed esotici. Egli si presenta infatti come un personaggio molto importante che ha fatto molte esperienze “giunsi là; e mi seguiva innumerevole esercito”.
Lo stato di bisogno in cui si trova Odisseo attribuisce un significato positivo alla sua metis, dal momento che questa intelligenza aveva per i Greci un valore neutro, che poteva essere giudicata soltanto in base al modo in cui viene esercitata. A questo stato Odisseo fa riferimento per suscitare la pietà di Nausicaa.
Dopo essersi presentato come un re, egli introduce l’argomento delle sue tristi avventure e del suo dolore di naufrago “Solo ieri, al ventesimo giorno, scampai il mare scuro come il vino: per tutto il tempo mi portarono l’onda e le procelle impetuose dall’isola di Ogigia: un dio m’ha gettato ora qui, perché anche qui patisca sventure: non credo che finiranno, ma molte ancora ne aggiungeranno prima gli dei. Nel suo discorso, Odisseo riporta molte parole ed espressioni legate all’area semantica del dolore (Era destino subire tristi pene: “μέλλεν ἐμοὶ κακὰ κήδε᾽ ἔσεσθαι”; soffra dolori: “πάθω κακόν”; dopo molto soffrire: “κακὰ πολλὰ μογήσας“ ; duro strazio: “χαλεπὸν πένθος”).
Ricorre in questo modo alla captatio benevolentiae per ottenere la simpatia di Nausicaa. Provocare la pietà della giovane ha infatti anche lo scopo di responsabilizzarla sul suo destino. Prima di chiedere a Nausicaa ( che è definita “ἄνασσα” cioè signora) un aiuto concreto, dei panni con cui coprirsi e la via per giungere alla rocca, Odisseo sottilinea infatti che lei è la prima persona che lui incontra in una terra straniera, la sola che può aiutarlo.La supplica di Odisseo si chiude poi con l’augurio rivolto a Nausicaa di ottenere tutto ciò che desidera. Anche in questo caso l’eroe sa scegliere le parole che più possano colpire il destinatario e fa nuovamente riferimento al matrimonio e a una casa in cui regni la concordia. Augura infatti alla fanciulla nozze felici e “ὁμοφροσύνη” dimostrandosi ottimo conoscitore della psicologia femminile.
Le parole di Odisseo non fanno riferimento al logos, inteso come ragione alta e luminosa, ma sono derivate ed esprimono la sua metis. Il discorso rivolto a Nausicaa ha uno scopo concreto: ottenere la fiducia della giovane e convincerla ad aiutarlo. Deriva infatti dal ragionamento che Odisseo elabora: “e fu in dubbio Odisseo se, le ginocchia afferrandole, pregar la fanciulla occhi belli,
o con parole di miele”. Odisseo valuta quale mezzo sia più efficace per ottenere l’approvazione di Nausicaa e ricevere la sua ospitalità. Le parole non sono fatte per affermare il vero, poiché tutto il discorso è appositamente costruito per essere “dolce come il miele”. La parola infatti è concepita come strumento per concretizzare la metis che infatti consiste nell’usare stratagemmi e trucchi per il raggiungimento dell’obiettivo finale.