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Sofferenza
«Una malattia non è mai un fenomeno meramente biologico, essa è sempre un fenomeno culturale, condiviso da una data società.
Per questo anche le malattie hanno una storia, di cui lo storico ricostruisce i mutamenti e le continuità.
La malattia è un fattore che struttura le situazioni sociali.
Ed ogni malattia specifica influenza in modo differente le risposte individuali e collettive, diventa in epoca di crisi sanitaria un elemento centrale, unificante o deviante, della complessa rete delle relazioni sociali.
La definizione della malattia, a livello biologico, clinico e sociale, ha profonde conseguenze nei comportamenti individuali e collettivi.
La stessa definizione di malattia, che non è mai una definizione solamente biologica o fisio-patologica, incorpora il modo in cui la società si organizza e il modo in cui essa si rapporta alla realtà naturale, è il riflesso di valori, di atteggiamenti e di relazioni sociali.
La malattia è un fenomeno individuale, ma la sua presa in carico è immediatamente un fenomeno sociale e l’immaginario collettivo può anche prendere più importanza della patologia stessa che vi ha dato origine, quando il valore simbolico o religioso di tale malattia acquisisce una propria autonomia.
Lo stato patologico diventa quindi più un ‘segno’ che una realtà, fa passare l’individuo che ne è affetto in uno statuto sociale diverso, in un certo senso privilegiato, in quanto aumenta la ‘visibilità sociale’ dell’individuo, lo inserisce in un gruppo ‘altro’ e riconosciuto come tale dall’insieme della società1».
Bernardino Fantini
La tarantola e
il moto perpetuo:
empirismo e teoria in Giorgio Baglivi,
n AA. VV.
Transe guarigione mito
Nardò (LE)
Besa
2000
p. 54
Malattia
«In un sistema culturale che considerava la malattia come colpa, essa poteva essere riscattata solo da un sacrificio, con una morte ed una rinascita simboliche sotto gli auspici della Grande Madre, attraverso la quale si celebrava un concetto di vita che non disconosceva la morte, ma la inglobava come elemento essenziale del processo di rigenerazione.
L’abito bianco che indossavano di solito le tarantate è esso stesso indizio di passaggio di stato e di mutazione dell’essere, secondo il classico schema di ogni iniziazione: morte e rinascita.
Nel sistema simbolico relativo alla cultura della Grande Dea, il bianco infatti la identifica come reggitrice di morte, rigida e bianca come le ossa.
Ma la morte nel pensiero simbolico precede sempre la vita e ogni nascita è quindi una rinascita.
Il tarantismo si configura pertanto come un rito di transito che si celebrava non a caso nel periodo del solstizio, simbolo esso stesso del confine tra il mondo dello spazio-tempo e quello dell’aspazialità e dell’atemporalità in cui era consentito entrare in contatto col nume1».
Maria Rosaria Tamblé
Tarantismo e stregoneria:
un legame possibile
in AA. VV.
Transe guarigione mito
Nardò (LE)
Besa
2000
p. 114
©Dizionario di musicoterapia, a cura di Giangiuseppe Bonardi, 17 novembre 2022