IL RISPETTO
Oggi, 20 gennaio 2026, viene celebrata la Giornata del Rispetto in memoria di Willy Monteiro Duarte, il giovane ucciso nel 2020 per aver difeso un amico in difficoltà.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha commentato l’accaduto parlando di “un innegabile aumento della violenza tra i giovani”, confermando l’urgenza di un’azione educativa strutturata e coerente. “La Giornata del Rispetto” – ha dichiarato – “vuole essere un’occasione per rilanciare con forza la cultura del rispetto nelle scuole”.
Ecco che cosa ne pensano alcuni miei alunni di 3^E.
SIMONE C.
Che cosa vuol dire veramente rispetto? Il significato di questo termine oggi sembra essere stato dimenticato. Ho deciso di ricercare questa parola sul vocabolario e ho scoperto quante cose racchiude.
Rispetto vuol dire: comprendere emozioni e punti di vista di altri; tolleranza: accettare la diversità di idee, culture e stili di vita; onestà: essere sinceri senza ferire o svalutare l’altro. Sono tutte parole bellissime e fondamentali in una società, ma quante vengono applicate nella realtà? Quando mi capita di ascoltare il telegiornale, mi sembra che anche chi riveste cariche importanti, e dovrebbe essere d’esempio per il popolo che rappresenta, non ne conosca il significato. C’è sempre meno tolleranza e la globalizzazione, di cui abbiamo parlato anche in geografia, invece di unire sembra mettere l’una contro l’altra persone con idee e culture diverse. Onestà e altruismo sono stati sostituiti dal desidero di ricchezza e potenza, creando disuguaglianze sempre più forti. Bullismo, problemi economici e familiari trascurati spesso conducono a comportamenti aggressivi. I fatti impressionanti accaduti ultimamente, come l’incendio nella discoteca Svizzera e l’accoltellamento del diciannovenne in un istituto scolastico a La Spezia, hanno coinvolto proprio il mondo dei giovani e sono l’esempio della mancanza di ogni forma di rispetto per interessi personali, disprezzo degli altri e grande egoismo. Sono convinto che l’insegnamento del rispetto debba partire prima di tutto dalla famiglia e deve essere sostenuto dall’esempio e dalla conoscenza di tutti i valori importanti per vivere in pace.
Simone C. 3^E (20/01/2026)
ANNA F.
Tante volte abbiamo sentito la parola “rispetto” e tutti crediamo di sapere cos’è, chi più chi meno. Ma ci siamo mai domandati se applichiamo davvero questo concetto?
Nella società odierna un numero esiguo di persone si pone questa domanda. Il rispetto lo ritroviamo in tutte le situazioni: a scuola, a casa, in mezzo agli altri e con gli oggetti in nostro possesso. Però spiegazioni, dimostrazioni e insegnamenti pare proprio che non siano serviti a niente, e non sto parlando solo per i giovani ma anche per le persone adulte. Quante volte sentiamo parlare al telegiornale di atti di vandalismo e di bullismo? Ormai rispettare sembra essere diventata una “cosa da sfigati”.
Rispetto, secondo me, è non ferire le persone, non solo a livello fisico fisico ma anche mentale, è riuscire a non umiliare gli altri.
Il rispetto si può mostrare anche con piccoli gesti, per esempio fare finire di parlare, dare del “lei” da parte dei ragazzi a persone adulte ecc. Bisognerebbe pure imparare a rispettare sé stessi, cosa che molte volte viene sottovalutata. Come? Per esempio, credendo in noi, riconoscendo l’impegno che mettiamo nelle cose che facciamo, o anche, semplicemente, alimentandoci tutti i giorni in modo sano, nel rispetto della nostra salute. Adesso che ho un pensiero critico, noto che ogni giorno viviamo e vediamo forme di mancata considerazione da parte di persone che feriscono i sentimenti altrui solo per divertimento oppure in classe alunni che rispondono male a professori che vogliono solo assicurare loro un bel futuro.
Attualmente, le persone usano tutti i tipi di insulti contro il prossimo. Pensiamo, ad esempio, a coloro che si rivolgono agli individui che fanno parte della comunità LGBTQAI+ usando un gergo offensivo. Queste persone pensano che urlare “frocio” a ragazzi con aspetto o caratteristiche anche solo un po’ più femminili sia un vanto. Io penso che queste persone non abbiano capito niente della vita, perché essa è basata sul rispetto, quel rispetto che loro non hanno nei confronti degli altri (ormai questo sembra essere un termine passato di moda) ma che - chissà perché? - pretendono per sé stessi.
Anna F. 3^E (20/01/2026)
EMMA E.
Il rispetto é la colonna portante di ogni comunità civile o personale. Non é solo una parola carina, ma un insieme di azioni concrete che definiscono come ci relazioniamo con il mondo.
Il rispetto di se stessi é la prima cosa: significa avere cura del proprio corpo e dei propri sentimenti, stabilendo dei limiti chiari su come gli altri possono trattarci. In poche parole é come prendersi cura del proprio giocattolo preferito.
Allo stesso modo, il rispetto del prossimo é fondamentale. Significa riconoscere che ogni persona ha una sua dignitá, indipendentemente dalle sue idee, dal suo aspetto o da quanto é bravo in una cosa. Questo principio é chiaramente espresso nello statuto delle studentesse, che ci chiede di dare agli altri il livello di considerazione che pretendiamo per noi.
Io nella societá che abbiamo oggi il rispetto lo vedo quasi come una parola sconosciuta.
Da un lato, vediamo episodi negativi che ci fanno dubitare della sua esistenza: la violenza verbale online, il bullismo nei corridoi e nelle aule, o il modo in cui a volte si litiga per opinioni diverse in politica. Per non parlare di tutti gli omicidi e femminicidi che si sentono in televisone, alcune volte non si puó mai sapere le persone nella testa che cos’hanno.
Questi sono chiari segnali di una mancanza di rispetto.
Peró, se guardiamo piú da vicino, il rispetto é ovunque e viene promosso attivamente.
Per esempio: quando un gruppo di studenti si organizza per pulire il giardino della scuola, sta mostrando rispetto per l’ambiente comune. Quando un atleta rispetta le decisioni dell’arbitro, anche se non é d’accordo, sta rispettano le regole del gioco.
La scuola, come evidenziato dal ministero, lavora proprio per rafforzare queste buone pratiche, trasformando la teoria del rispetto in azioni reali.
In conclusione, il rispetto esiste eccome, ma é una conquista quotidiana che richiede impegno da tutti noi.
Emma E. (20/01/2026)
LEONARDO S.
Il rispetto è una parola che ormai si sente ovunque, ma ne conosciamo veramente il significato?
Un esempio banale che potremmo prendere in considerazione tra le tante forme di rispetto è quello che si dovrebbe mantenere con una qualsiasi autorità.
Un fattore determinante per poter rispettare una persona qualunque è l'educazione.
Essere educato, infatti, non significa soltanto utilizzare un linguaggio consono e non volgare, ma anche saper gestire le proprie emozioni.
È chiaro però che, in età preadolescenziale in particolare, non è sempre facile, in quanto si tratta di un momento delicato della crescita di ognuno di noi, e trattenersi dal rispondere in modo maleducato, anche se non è nostra intenzione, per qualcuno, può risultare una sfida difficile.
Il rispetto, inoltre, non è altro che parte della nostra vita.
Senza, non si diventerà persone migliori, e, soprattutto, i continui pensieri anarchici e individualisti che si continuano a mantenere al giorno d’oggi, aumenteranno sempre più odio all'interno della popolazione e continueranno a peggiorare il nostro mondo.
Un'altra forma di rispetto da sottolineare è quella da mantenere per le persone che si sono battute nei due conflitti mondiali o per quelle che sono state perseguitate ingiustamente, negli anni della Shoah.
Ricordo in particolare questi due fatti, perché non è più accettabile sentire ancora oggi, battute al riguardo.
Non si sta parlando di persone qualunque, ma di persone che hanno sofferto tanto e, al posto di scherzandoci sopra, è doveroso, invece, fare onore e portare rispetto sia a sopravvissuti che a deceduti, senza esitare.
Per finire, c'è un'ultima forma di rispetto che è quella verso l'ambiente, dove, al posto di distruggere ecosistemi, bisognerebbe tutelarli, anche per permettere un futuro alle nuove generazioni.
In conclusione, il rispetto ha moltissime forme, ed è fondamentale per vivere e crescere.
Leonardo S. (20/01/2026)
GIORGIA M.
Il rispetto è la base per una convivenza serena.
Rispettare, per me, significa riconoscere il valore di ogni cosa e agire di conseguenza, evitando ogni forma di sopraffazione sia fisica che psicologica.
La circolare emanata dal ministro Valditara in occasione della giornata del rispetto ci ricorda che questo valore è cruciale per contrastare il bullismo e il cyberbullismo.
Nella società odierna, purtroppo, il rispetto è messo a dura prova.
Infatti, ogni giorno si ascoltano sui social fatti che conclamano atti di sopraffazione come il recente episodio verificatosi a La Spezia all’interno di un istituto scolastico, dove un ragazzo è purtroppo deceduto in seguito all'accoltellamento subito da parte di un coetaneo.
La situazione al giorno d’oggi è ancor più grave, in quanto i social possono contribuire ad aumentare ancor di più la violenza psicologica.
Tutto ciò dimostra quanta poca sia la tolleranza e il rispetto. Tuttavia, vedo anche segnali positivi.
Esistono gruppi di ragazzi che lottano per sostenere cause sociali o persone che si battono contro ogni forma di discriminazione.
Per me, rispetto significa essere empatici verso gli altri e capire chi abbiamo di fronte, invece che agire per istinto.
La circolare ci ribadisce l’importanza del rispetto nella nostra società e di come esso sia alla base del rapporto con gli altri.
Giorgia M. (20/01/2026)
ALESSANDRO Z.
Rispetto non è una semplice parola o solo buona educazione ma un valore molto importante, che ci permette di stare bene con gli altri e con noi stessi.
Rispetto significa, innanzitutto, riconoscere senza giudicare pensieri, idee o sentimenti altrui. Rispettare vuol dire anche saper ascoltare gli altri, anche se non siamo d’accordo, e trattarli con gentilezza. Questo concetto vale per tutti: amici, insegnanti, genitori… Essere rispettosi significa anche non offendere e non escludere nessuno.
Purtroppo, sembra che ai giorni nostri il rispetto stia svanendo, soprattutto online, dove ci si offende facilmente, come se lo schermo facesse dimenticare cosa voglia dire rispettare.
Quando manca, purtroppo, nascono spesso conflitti e incomprensioni, che portano solo a stare male con gli altri e con noi stessi.
Il rispetto, però, non si limita solo alle persone ma anche alle regole e alle leggi.
Queste ultime sono fondamentali per la società, infatti se pensiamo a un mondo senza regole sarebbe difficile viverci, ognuno farebbe ciò che vuole, senza pensare alle conseguenze.
Un altro aspetto importante del rispetto è quello verso l’ambiente e gli animali. Non gettare a terra i rifiuti, non sprecare l’acqua, non danneggiare le piante o ferire gli animali sono dei gesti di rispetto verso la natura e soprattutto verso l’intero pianeta che ci ospita. Anche la natura, come le persone, va rispettata.
Infine, c’è il rispetto per sé stessi. Rispettarsi significa riconoscere il proprio valore, prendersi cura del proprio corpo e non permettere agli altri di farci trattare male e saper dire di “no”. Se per primo rispetti te stesso, puoi saper rispettare gli altri, visto che conosci cosa voglia dire il rispetto personale.
In conclusione, anche se il rispetto a volte sembra essere scomparso, proprio per questo noi dobbiamo impegnarci ancora di più, perché il rispetto inizia da noi. Se ognuno di noi fa la sua parte, possiamo costruire un futuro dove il rispetto verrà utilizzato da tutti.
Alessandro Z. (20/01/2026)
GENOCIDI E STERMINI
Il termine “genocidio” è stato utilizzato per la prima volta da Raphael Lemkin nel 1944 per indicare la distruzione sistematica di una popolazione.
Lemkin era un ebreo polacco che si occupò del genocidio armeno. Perse circa 49 dei suoi familiari più stretti nell’Olocausto. Si interessò alla promulgazione di leggi internazionali che fossero contrarie al genocidio.
Il termine GENOCIDIO significa letteralmente “UCCISIONE DI UN POPOLO”.
Dopo lo sterminio degli Ebrei e l’istituzione di un tribunale internazionale, la parola ha indicato un crimine specifico e rientra nei CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ.
Il genocidio, commesso sia in tempo di guerra sia di pace, comprende:
1) l’uccisione di membri di un gruppo nazionale, razziale o religioso;
2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale dei membri del gruppo;
3) Il fatto di sottoporre il gruppo a condizioni di vita finalizzate alla sua distruzione fisica, totale o parziale;
4) il trasferimento di bambini da un gruppo a un altro.
Esiste anche una forma di genocidio culturale che mira alla distruzione della cultura di un gruppo umano come sta accadendo, ad esempio, in Tibet.
Il governo cinese sostiene che il Tibet, soprannominato “Il tetto del mondo”, sia parte del suo territorio e ha imposto così dei divieti, ad esempio non si può usare il tibetano nei media e nella vita pubblica ed è stato imposto il cinese, anche nelle scuole; sono stati distrutti monasteri e templi; sono state vietate le pratiche religiose tibetane. Inoltre c’è stata una forte immigrazione di cinesi in Tibet.
Nel 1959 la popolazione si ribellò e fu massacrata.
Il genocidio è il crimine dei crimini.
Durante la prima guerra mondiale si verifica quello degli armeni: circa 1,5 milioni di armeni vengono sterminati dai turchi. Gli armeni erano in minoranza, erano cristiani ed erano guardati con sospetto, oltre che discriminati.
Il 24 aprile del 1915 vengono arrestati i capi politici e deportati. Seguono poi delle “marce della morte” verso il deserto siriano e massacri di ogni genere.
Il governo dei Giovani Turchi accusò gli armeni di tradimento in favore dei nemici russi. Era in realtà una giustificazione infondata. Questo massacro, ricordato dagli armeni come il “grande male” (netz yeghern) è stato il primo genocidio del Novecento. I morti, per lo sfinimento e per le violenze subite, furono circa 700.000, quasi il 40% della popolazione armena.
I giovani uomini furono subito uccisi, i bambini, circa 100.000, furono trasferiti ad esempio in famiglie curde.
All’indomani della fine della prima guerra mondiale fu firmato il trattato di Sèvres (1920) tra l’impero Ottomano e le potenze europee vincitrici. Oltre a cedere porzioni del suo territorio, l’impero avrebbe accettato la creazione di uno stato armeno. Questo trattato non fu mai approvato e fu visto come ingiusto dai turchi che lo negarono e più tardi nel 1923 firmarono quello di Losanna, in cui è negata l’esistenza di uno stato armeno.
I turchi hanno negato il genocidio. Ci sono però diverse testimonianze chiave che sono servite per documentare il crimine commesso.
Alcuni sopravvissuti armeni hanno tramandato oralmente o tramite dei diari quanto successo.
Alcuni diplomatici, missionari e medici hanno documentato gli eventi. Tra questi possiamo ricordare l’ufficiale medico tedesco Armin Wegner che fotografò e nascose, persino nel cinturone porta pallottole, i rullini contenenti le foto scattate. Tra i testimoni oculari c’è stato anche l’italiano Giacomo Gorrini, console nel 1915. Quest’ultimo cercò di salvare vite umane e lanciò il suo appello per la salvezza del popolo armeno ad un’Europa che nulla però fece per opporsi a ciò che stava accadendo.
L’ebreo Henry Morgenthau organizzò una raccolta fondi per salvare le vite di molti armeni, soprattutto dei bambini. Nei secoli armeni ed ebrei hanno sperimentato la perdita della sovranità nazionale, la diaspora, le deportazioni, il negazionismo. L’Olocausto si verifica tra il 1941 e il 1945. I nazisti del Terzo Reich uccisero circa 6 milioni di ebrei. Alla “soluzione finale”, cioè allo sterminio, si giunse in modo progressivo attraverso l’emarginazione degli ebrei dalla società tedesca.
Essi furono ghettizzati ed in seguito deportati.
Ma c’è un altro massacro, di cui non si parla, ed è quello che si verificò ai danni dei nativi americani. Questi vennero cancellati per vari motivi uniti da un unico filo conduttore e cioè quello di impossessarsi di terre e ricchezze dei nativi.
Durante la conquista del West ci fu ad esempio la strage dei Sioux.
Le tribù furono deportate in modo forzato dal sud-est per circa a 1.600 km. Un terzo morì durante il viaggio.
Alla fine dell’Ottocento il potente sovrano del Belgio si impadronì del Congo e ridusse in schiavitù le popolazioni indigene, mutilando milioni di persone.
Il sovrano, che passava per filantropo, fu invece l’artefice di un genocidio purtroppo ancora poco conosciuto. Si impossessò di un vasto territorio, quello del bacino idrografico del Congo, dalle cui foreste si ricavava il caucciù, ai tempi il precursore della plastica.
Gli Africani furono obbligati a raccogliere il caucciù in determinate quantità. Chi si rifiutava o consegnava quantità minori era punito duramente, fino alla mutilazione delle mani o dei piedi per l’uomo e delle mammelle per le donne. I ribelli venivano uccisi. Nell’arco di circa vent’anni anni morirono circa 10 milioni di persone, non solo per le violenze ma anche per fame.
Il famoso cioccolato belga, apprezzato in tutto il mondo, veniva realizzato con una forma che ricordava le mutilazioni commesse in Congo.
Agli inizi del Novecento i colonialisti tedeschi commisero il genocidio degli Herero e dei Nama nell’attuale Namibia nel periodo della spartizione dell’Africa.
Lo sterminio fu atroce: furono avvelenati pozzi, furono fatti morire di fame e di sete.
Nel 2004 il governo tedesco ha ammesso le sue responsabilità.
Lo sterminio può avvenire anche all’interno di un popolo. Stalin, nel periodo della collettivizzazione delle terre, obbligò i contadini a entrare in fattorie statali come dipendenti. In molti si opposero e furono deportati e costretti ai lavori forzati in Siberia, oppure sterminati. Almeno 3 milioni persero la vita. La stessa sorte toccò agli oppositori politici.
Un altro sterminio si verificò nel 1937 con la battaglia di Nanchino tra le truppe giapponesi e i resti dell’esercito cinese, in ritirata. I soldati giapponesi eliminarono i soldati cinesi e uccisero sia i prigionieri sia i civili. Il generale Yasuhiko Asaka guidò le operazioni. Furono 42 giorni di terrore. Avvennero stupri, si sparava senza pietà, l’unità 731 effettuava esperimenti su cavie umane a cui somministravano gas velenosi o scariche elettriche. Furono seppelliti vivi fino alla cinta per poi essere sbranati dai cani.
La parte che mi ha impressionato di più tra tutte è proprio questa, poiché non avrei immaginato che l’uomo si potesse spingere a così tanta crudeltà.
I genocidi e gli stermini hanno attraversato tutto il Novecento.
Nel 1944 c’è stato uno dei più sanguinosi genocidi della storia dell’umanità del XX° secolo. Vennero massacrate milioni di persone prevalentemente di etnia Tutsi, furono anche uccisi gli Hutu. Il genocidio fu preparato nei minimi dettagli, in soli 100 giorni morirono circa un milione di persone uccise con asce, mazze e machete.
Giorgia M. 3^G