UNA BATTUTA DI CACCIA A MAGGIO
Come ogni giorno la signora Peacock, anche quel giovedì, andò in cucina a preparare la colazione per lei e per il marito. Poi andò in serra ad annaffiare le sue adorate piante, e invece…
Il 16 maggio 1995, mi precipitai nella villa del signor Peacock dopo la chiamata della signora White, la domestica. Quando arrivai alla villa notai subito in lontananza il fratello di George Peacock, il professore di storia Plum, e il colonnello Mustard nonché grande amico di avventure di Peacock, che mi stavano aspettando.
La villa da davanti mostrava un immenso giardino, con una stradina che portava alla porta d’ingresso. Entrai, guidato dalla signora White, subito in salotto dove piangevano la morte di George, la signora Peacock e la signorina Scarlett consolate dal reverendo Green che seppe subito la notizia grazie al circolo di voci che proveniva dal piccolo paese.
Dopo aver fatto le mie più sentite condoglianze mi recai in una grande serra piena di piante tra cui scorsi molti fiori e una vasta varietà di piante carnivore.
Per terra il corpo senza vita del signor Peacock immerso in una pozza di sangue a pancia a terra e tre colpi di pistola sulla schiena e un paio di fori sulla finestra provocati dai proiettili. Cercando l’arma del delitto in mezzo a tutte quelle piante la mia curiosità venne attirata da una specifica pianta ovvero: Nepenthes bicalcarata, molto difficile da far crescere in determinate circostanze.
Sentii degli strani rumori provenire da esse, quindi decisi di mettere i guanti consapevole delle loro tossine mortali, e una ad una cercai qualcosa al loro interno in cui finalmente ci trovai… UNA RIVOLTELLA!
La infilai in un sacchetto e andai in salotto per interrogare tutti i presenti.
Iniziai proprio dalla domestica, colei che quella mattina mi allarmò sull’accaduto, disse che in mattinata si diresse al supermercato per prendere qualcosa da mangiare per il pranzo. Al suo ritorno, appena scesa dalla macchina pronta ad afferrare le buste che si trovavano nei sedili posteriori udì un urlo provenire dalla serra, era la signora Peacock! Corse subito da lei per vedere cos'era successo. Dopo averla vista piangere vicino al cadavere del marito, mi chiamò.
Successivamente interrogai il fratello, il signor Plum, quando entrò nella stanza vidi che aveva un atteggiamento molto strano che mi portò a fargli molte più domande del dovuto. Dopo le prime accuse negate, confessò che era sempre stato geloso del fatto che suo fratello era il preferito dei loro genitori, che era il figlio modello, da cui prendere esempio, e dopo la morte dei loro genitori, siccome era il primogenito, gli andarono tutte le ricchezze tra cui la villa e i soldi dell’ eredità. A quel punto dichiarò anche che l’odio per il fratello aumentò, però ammise che non gli avrebbe mai fatto una cosa del genere e con questa affermazione se ne andò sorridendo compiaciuto, cosa che mi portò a sospettare di lui ancora di più.
L’interrogatorio della moglie non andò a buon fine perchè era così sopraffatta dall’accaduto che non riuscì a dire nemmeno una frase, a parte: “Lo amavo troppo per fare una cosa simile” tra pianti di sofferenza e di rabbia.
Per quarta fu interrogata la figlia: la signorina Scarlett e lei mi disse che fu l’urlo devastante della madre a svegliarla di colpo.
Poi arrivò il turno del colonnello Mustard, quando provai a fargli delle domande lui rispose vagamente, ma in modo molto sicuro come se stesse seguendo un copione, anche se sbagliò una battuta. Mi raccontò che la sera prima, tornando da una battuta di caccia, sentì due colpi di pistola provenire dalla casa di George, ma non si allarmò perché sapeva che anche lui era un appassionato di caccia e che era stagione. Poi, ringraziandomi per il lavoro che stavo svolgendo, si congedò e tornò in salotto a consolare dolcemente la signora Peacock.
L’ ultimo ad essere interrogato fu il reverendo Green, che aveva saputo dello spiacevole episodio, grazie alle voci del paese.
Quando il reverendo uscì dalla stanza, io rimasi in ufficio ad esaminare le prove che avevo raccolto, e fino a quel momento l’ unico che aveva un movente per ucciderlo fu il professor Plum; e finalmente quando decisi di uscire dalla stanza per ammanettare il colpevole, udii il reverendo invitare i signori alla stagione di caccia che si sarebbe tenuta agli inizi di settembre.
In quel momento, deciso, entrai nella stanza.
Arrestai immediatamente il colonnello Mustard che, giurando di non aver fatto nulla, mormorò un leggero “ Katrine Peacock ti ho sempre amata”.
Quello fu un omicidio per amore.
Annalisa, Mia e Matilda 2°B
La Foresta Magica
Le sorelle Williams , Alice di 14 anni , Samantha di 12 anni e Caterina di 9 anni andarono dai nonni perché la mamma era a lavorare fino a tardi. Caterina, che si annoiava perché c’era la pioggia e non poteva uscire, propose alle sorelle di giocare a nascondino e loro accettarono. Era il turno di Samantha e Caterina decise di nascondersi dentro la libreria del nonno dove trovò un libro strano, sembrava molto vecchio, sapeva di un profumo antico e si incuriosì molto ad aprirlo ma aspettò che la trovassero e quando la trovarono si interessarono anche loro. Si aprì con un soffio di vento in una pagina che mostrava una cartina della loro casa, ma c’era qualcosa che non andava: nel corridoio mostrava una porta che non c’era mai stata, di corsa raggiunsero il corridoio e la porta misteriosa apparve all’improvviso. Caterina senza paura entrò come se niente fosse e le altre la seguirono. Si ritrovarono in una foresta fantastica dove trovarono un gigante che dormiva, terrorizzate passarono senza fare alcun rumore, ma Alice per sbaglio calciò un sasso che svegliò il gigante. Infuriato tentò di ucciderle ma loro aiutandosi riuscirono a scappare dentro una capanna.
Lì trovarono un mago che sapeva la strada per uscire da quella foresta e disse a loro che dovevano trovare i pezzi del triangolo magico.
Le tre disperate cominciarono a camminare con gli occhi da falco per trovare i
pezzi. Dopo un lungo sentiero trovarono una torre stretta, ma altissima. Samantha entrò perché aveva nostalgia di casa e voleva tornarci. Salì fino alla cima con l‘obbiettivo di trovare i pezzi e in un angolo ne trovò due, scese di corsa verso le sorelle ma la porta per entrare si era chiusa. Caterina riuscì a trovare la chiave sotto il tappeto che si trovava davanti alla porta. Le sorelle entusiaste cercarono l’ultimo pezzo ovunque e Alice riuscì a trovarlo sotto un cespuglio; appena lo prese in mano andò subito dalle sorelle, misero insieme tutti e tre i pezzi e come per magia si ritrovarono a casa, proprio nel punto dove era spuntata la porta magica.
Serena D. P. 1A 12\05\2025
LYDIA E L’ELEFANTE
Lidia, una ragazza di 13 anni che viveva accanto a uno zoo, aveva i genitori separati, molto protettivi, che si chiamavano Nelson e Anna. Suo papà lavorava nello zoo di New York e un giorno portò con sé Lidia per la prima volta. Lei si innamorò di tutto ciò che vedeva, ma in particolare di un elefante di nome Elly. I suoi genitori le impedivano di stare a contatto con Elly perché avevano paura che fosse pericoloso, ma quando suo padre aveva il turno di chiusura dello zoo, Lidia lo aspettava sempre fuori e gli diceva, proprio un secondo prima che chiudesse le porte, che doveva andare in bagno, anche se non era la verità. In realtà gli rubava le chiavi dalle tasche e andava ad aprire la gabbia di Elly per vedere come stava. Nelson, dopo un po’ di volte che lo fece, si chiese perché doveva sempre andare in bagno, allora andò a controllare, vide Lidia insieme all'elefante e andò su tutte le furie. Quando trovò il coraggio di dirlo a sua moglie Anna, anche lei si arrabbiò molto. I genitori, infuriati, decisero di mandarla in un collegio molto severo, quello più severo della città. Dopo circa 5 anni Lidia stabilì che non era giusto stare in quel posto per tutto il resto della sua vita e in più le mancava molto Elly, perciò decise di scappare per ritornare da lei. Aveva compiuto 18 anni e pensò di lavorare duramente giorno e notte per comprarsi l'elefante, così che rimanesse per tutta la vita insieme a lei. Qualche mese dopo riuscì a realizzare il suo sogno, con i soldi rimanenti comprò anche una casa con un grande giardino dove poteva stare Elly e vissero insieme felici e contenti.
Serena D.P. 1A e Isis P.1B 14.04.2025
La Macchina del Tempo
Un giorno, Luca e Matteo, due amici inseparabili, stavano passeggiando nel parco quando trovarono una strana macchina, nascosta dietro un cespuglio. Sembrava un incrocio tra un tosaerba e un robot spaziale. "Che cos'è questa roba?" chiese Luca, fissandola con sospetto. "Sembra una macchina del tempo, tipo quelle che si vedono nei film!" rispose Matteo, entusiasta. Senza pensarci troppo, decisero di provarla. Iniziarono a premere bottoni a caso e, improvvisamente, la macchina si accese con un rumore da urlo e una luce verde accecante. Luca e Matteo si guardarono, gli occhi pieni di panico, ma ormai era troppo tardi. Un attimo dopo, si ritrovarono in un mondo completamente diverso: c'era una pizza gigante che volava nel cielo, delle mucche che facevano yoga e delle persone che indossavano occhiali da sole al posto dei pantaloni. "Ok, questa non è una macchina del tempo normale," disse Luca, cercando di non farsi travolgere da una pizza che stava scivolando sopra la sua testa, "ma è sicuramente un mondo più bello e divertente!" esclamò Matteo, correndo verso un gruppo di mucche che stavano facendo stretching. "Ma come facciamo a tornare indietro?" chiese Luca, mentre una mucca gli offriva un latte al cioccolato che sembrava provenire da una fontana. "Non so" rispose Matteo, assaporando il latte. Provarono a premere altri bottoni sulla macchina, ma invece di tornare a casa, finirono in un mondo dove i dinosauri facevano skateboard e gli alberi cantavano canzoni pop. Dopo aver provato diverse combinazioni di tasti, si ritrovarono finalmente nel parco, di nuovo accanto alla macchina. "E adesso?" chiese Luca, guardando la macchina. "Beh, almeno abbiamo visto un sacco di cose strane... tipo dinosauri con le scarpe da skate," rispose Matteo, ridendo. E così, tornando a casa, si allontanarono, certi che la loro prossima avventura sarebbe stata ancora più bizzarra.
Alessandro M. 2A
Proviamo a metterci nei panni di un giocattolo che da tempo non usiamo più. Cosa potrebbe raccontare?
La mia piccola Vita da Pupazzo
Qui iniziò la mia vita da pupazzo.
Mi trovai tra le braccia di una signora anziana, aveva in mano ago e filo, e di fianco a lei c’era ogni tipo di filo, stoffa, tessuto, era la mia creatrice, era una venditrice di giocattoli. Presto, mi trovai in una vetrina, a guardare speranzoso fuori, sperando che qualcuno mi prendesse, lì era come una gigantesca casa per giocattoli, soltanto che io volevo solo qualcuno che mi amasse.
Aspettai con pazienza con molti altri pupazzi, piano piano andavano via sempre più giocattoli.
Passarono mesi, quando un giorno entrò una signora, disse che voleva scegliere un pupazzo per un regalo, io avevo ormai perso le speranze che qualcuno mi comprasse e ormai iniziavo a pensare che sarei rimasto in quel negozio per sempre, quando vidi due manone avvicinarsi a me, stavo sognando?!
Mi prese, disse alla venditrice anziana: “L’ho scelto! Ho deciso, vorrei questo!” Ero felicissimo!
La giocattolaia mi afferrò in modo un po’ sgarbato, non so perché, poi, mi intrappolò dentro della carta colorata, mi sentivo soffocare dentro quella roba, ma ero comunque felicissimo! Finalmente un amico o un‘amica umano!
Restai intrappolato in quella cosa colorata per qualche giorno. Sentii improvvisamente una canzone di compleanno e c'era da fuori qualcuno che mi scuoteva e schiacciava, vidi poi delle manine che mi tiravano fuori da quella fastidiosa carta colorata, poi, quella creaturina mi guardò con i suoi occhietti graziosi e mi abbracciò… era una bambina, il mio sogno si era avverato!
Col tempo scoprii anche il suo nome, è molto lungo, si chiama Mariachiara, e lei mi chiamò semplicemente Orso.
Passammo molti momenti assieme, all’asilo mi portava con lei e durante il riposino giocavamo o, a volte, dormivamo assieme.
Ora a Mariachiara sembro non servire più, però ho ancora nel mio cuoricino di stoffa dei bei ricordi, e spero che non si dimentichi mai che Amico Speciale sono stato per lei, come farò io.
Mariachiara P. 1D
Una gita al castello
Qualche anno fa siamo andati in gita con la classe in un vecchio castello che si trovava vicino a delle montagne cupe e con pochi abitanti. Dal pullman vedevamo cacciatori e anziani, tutti ci fissavano poiché eravamo l’unico pullman giallo che passava per quelle strade.
Dopo un paio d’ore, tra salti fatti dal pullman per via delle tante rocce presenti nelle strade, risse, cori e fermate per il bagno, arrivammo davanti al castello, il quale si presentò colossale.
Entrando vedemmo che il castello al suo interno era cupo, buio e misterioso. Lì c'era una guida che ci stava aspettando. La guida era una ragazza giovane, pallida, dai capelli e occhi neri. Lei portava vestiti semplici ma puliti.
Vidi che il suo braccio era percorso da un graffio profondo, il quale era coperto dalla manica della sua felpa beige.
Ci guidò fino al soggiorno, dove nel banchetto al centro della stanza c’era un tavolino con dolci e bevande. Alcuni dei nostri compagni mangiarono, io e la mia amica no.
A un certo punto della mattinata esplorammo il castello da sole. Girando da una stanza all’altra, trovammo in una camera una libreria, dove al suo interno c’era un passaggio segreto.
Entrando vedemmo dei nostri compagni avvelenati i quali avevano mangiato il cibo offerto dalla guida; nella mano di un insegnante, c’era un bigliettino, lì c’era scritto “𝕥𝕠𝕔𝕔𝕙𝕖𝕣à 𝕒𝕟𝕔𝕙𝕖 𝕒 𝕧𝕠𝕚”.
Uscimmo dal passaggio segreto, spaventate e perquisimmo la camera. In un armadio trovammo delle ossa umane e un coltello, che raccolsi e misi nel mio zainetto. Provammo ad uscire dalla stanza, ma la porta era bloccata, allora provammo a sfondarla. Dopo tanti tentativi riuscimmo ad aprirla; uscite, lungo il corridoio, trovammo delle tracce di sangue che conducevano fino alla cucina.
Andammo alla cucina e lungo la strada trovammo i nostri compagni, gli insegnanti e i domestici morti, alcuni avvelenati, altri impiccati, altri picchiati o accoltellati. Le uniche anime vive nel castello eravamo noi e la guida.
Arrivati in cucina, trovammo la guida. Ci diede un colpo così forte da farci svenire.
Quando ci svegliammo, ci ritrovammo con le mani legati in una corda che arrivava fino al soffitto e la guida che aveva stampato in faccia un sorriso malefico.
Ci disse che era la nostra fine: sentivo qualcosa che mi bloccava le vie respiratorie attorno al collo, abbassai la testa e notai una corda che si stringeva lentamente; sentivo la mia amica urlare dalla sofferenza per via delle botte che le stava dando. Tra un po’ toccava anche a me.
Vidi morire la mia amica strozzata, la guida si diresse verso di me che mi stavo muovendo dalla disperazione per cercare di slegarmi le mani, ma era troppo tardi: la guida prese il coltello con il quale uccise molta gente, iniziò ad accoltellarmi ed infine mi strozzò.
Linda G . e Cristina T. 1A 04.11.24
Dolcetto o scherzetto?
Jennifer e Sara, nella notte di Halloween, erano a casa da sole.
Mentre si travestivano, sentirono improvvisamente il campanello suonare, presero le caramelle e aprirono la porta, ignare di quel che sarebbe successo: videro un uomo sessantenne vestito da clown con un sorriso malefico stampato in faccia.
“Salve signore” salutò Jennifer “Gradisce una caramella?” L’uomo non rispose, le ragazze si guardarono dietro e ad un tratto l’uomo era sparito. Le ragazze stupite decisero di entrare in casa ed ignorare questo fatto.
Andarono a dormire.
Sara si svegliò con dei rumori terrificanti. Lei aveva il cuore in gola, ma si convinse che fossero i genitori. Decise di andare a controllare, ma questo fu un grosso errore: vide l’uomo affilare un coltello e girarsi e con un sorriso malefico le chiese “Dolcetto o scherzetto?”. Sara sapeva che era la sua fine, non fece in tempo a salvarsi…
Jennifer, non riuscendo a dormire per la tanta sete che le avevano causato le caramelle mangiate, decise di alzarsi, ma non vide Sara, si chiese perché non c’era e quindi andò a controllare.
Avendo controllato tutta la casa, andò in cucina, vide l’uomo col coltello pieno di sangue e il cadavere di Sara. Si nascose e quando l’uomo si girò Jennifer andò fino al telefono della casa: chiamò prima la polizia, dicendo che c’era un estraneo in casa, poi i suoi genitori.
Arrivò la polizia: arrestò l’uomo e gli chiese perchè avesse fatto irruzione e avesse commesso un omicidio. L’uomo rispose: “La casa era mia! Mi sono trasferito in un appartamento perché non potevo badare alla casa , quando sono tornato ho visto che non ero più il proprietario, ho cercato di riaverla, non ci sono riuscito e allora, non avendo più pazienza, ho deciso di fare irruzione.”
Infine arrivarono i genitori, i quali abbracciarono Jennifer e si complimentarono con lei per aver fatto la cosa giusta, poi le chiesero dove era Sara. Lei, dopo un silenzio triste, disse in tono secco che era morta. In men che non si dica, i genitori scoppiarono a piangere.
Mentre i poliziotti portavano l’uomo in macchina, egli si girò verso Jennifer e disse: “Mi rivedrai”.
Cristina T. e Valentina L. 1A
07/10/’24