giugno 2026 - n. 8
Classe 4A
Mi trovo qui, nel mio studio tra i vecchi libri della biblioteca di mio padre, a guardare fuori dalla finestra verso il monte Tabor. Mi fa piacere parlare con voi: la vostra età è quella della speranza e dei sogni più belli, un po' come quel "sabato del villaggio" che tanto mi piace ricordare.
Dove e quando sei nato?
Sono nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo tra le colline delle Marche, non lontano dal mare Adriatico.
Quanti fratelli hai?
Nel nostro grande palazzo eravamo una bella schiera di fratelli! In tutto eravamo cinque, anche se la mia famiglia ebbe altri bambini che purtroppo, a quei tempi, volarono in cielo molto presto.
I miei compagni di giochi e di studi più cari erano: Carlo, che era di poco più giovane di me. Era il mio migliore amico, il mio confidente, colui con cui dividevo ogni segreto e ogni sogno di fuga.
Paolina, mia sorella, una donna intelligentissima e colta quasi quanto me. Anche lei soffriva un po' a stare chiusa a Recanati.
Poi c'erano i più piccoli, Luigi e Pierfrancesco, con cui andavo d'accordo anche se avevamo età diverse.
Insieme a Carlo e Paolina formavamo un piccolo "esercito" contro la noia: leggevamo, inventavamo opere teatrali e sognavamo di vedere il mondo che c'era fuori dalle mura di casa.
Hai mai avuto animali domestici?
Non ho mai avuto un cagnolino o un gattino tutto mio da coccolare, perché i miei genitori erano molto severi riguardo alla pulizia del palazzo. Tuttavia, la mia casa e il mio giardino erano pieni di piccoli amici della natura che osservavo con grande affetto.
Amavo moltissimo gli uccellini! Spesso mi fermavo a guardare un passero solitario che cantava sulla torre campanaria di fronte a casa mia. Mi sembrava un po' come me: solo, ma capace di riempire il mondo con la sua voce. Ho persino scritto una poesia per lui.
Hai praticato qualche sport?
Purtroppo la mia salute non mi ha permesso di essere un grande atleta. Il mio corpo era debole e fragile, e passavo così tanto tempo curvo sui libri che la mia schiena ne soffrì molto.
Perché non hai frequentato la scuola come noi?
Ai miei tempi, per i figli delle famiglie nobili come la mia, era abitudine studiare in casa. Mio padre, il conte Monaldo, chiamò per me e per i miei fratelli dei precettori, ovvero dei maestri privati che venivano a farci lezione ogni giorno. Ma vi confesso un segreto: la mia vera "scuola" non furono solo quei maestri. Già a dieci anni decisi che volevo imparare tutto da solo.
Perché tua madre era tanto severa?
È vero, era una donna molto severa e non ci faceva quasi mai una carezza. Dovete però sapere che lei aveva un compito molto difficile. Quando sposò mio padre, scoprì che la nostra famiglia aveva moltissimi debiti. Per evitare che perdessimo la nostra casa e la grande biblioteca, decise di diventare lei la "capofamiglia" e di controllare ogni singola moneta con estrema rigidità.
Perché tuo padre aveva una biblioteca così ricca?
Mio padre, il conte Monaldo, amava i libri quasi quanto amava noi figli. Egli credeva fermamente che la cultura fosse il tesoro più prezioso che un nobile potesse possedere e desiderava che noi avessimo tutto il sapere del mondo a portata di mano.
Riuscì a mettere insieme oltre 20.000 libri approfittando di un momento particolare: quando i soldati di Napoleone arrivarono in Italia, molti conventi vennero chiusi e i monaci, per salvarsi o per fuggire, vendevano i loro preziosi libri a pochissimo prezzo. Mio padre ne comprò tantissimi nei mercati e nei porti, salvandoli spesso dalla distruzione.
Ma non era un uomo egoista. Pensate che sulla porta della biblioteca fece mettere una targa che diceva che quei libri erano per i cittadini di Recanati.
Purtroppo, però, quasi nessuno dei recanatesi veniva a trovarci... così io, Carlo e Paolina restavamo lì, in quelle quattro stanze piene di carta e saggezza, a viaggiare con la mente tra i giganti del passato.
Perché hai deciso di fare sette anni di studio?
Mi chiusi nella grande biblioteca di mio padre e passai "sette anni di studio matto e disperatissimo". Imparai il greco, il latino e persino l'ebraico circondato da migliaia di libri antichi.
In quella grande biblioteca di mio padre mi sentivo come un esploratore in un continente sconosciuto. Più leggevo, più volevo sapere. In quegli anni, i libri divennero i miei migliori amici, gli unici che non mi prendevano in giro e che rispondevano a tutte le mie domande.
Fu un periodo "matto" perché non mi fermavo mai, e "disperatissimo" perché sentivo che il tempo fuggiva e io dovevo imparare tutto il possibile prima che la giovinezza finisse.
Perché hai un carattere solitario?
Nel mio borgo, Recanati, mi sentivo spesso un po' "diverso". Mentre gli altri ragazzi correvano in piazza o pensavano ai lavori nei campi, io amavo stare in silenzio a osservare la luna o a leggere i miei libri. Spesso mi sentivo non capito dalle persone che mi circondavano, e questo mi spingeva a chiudermi nella mia stanza, che era il mio rifugio sicuro.
Inoltre, la mia salute fragile e la mia schiena un po' curva mi facevano sentire timido e a disagio in mezzo agli altri. Temevo i loro giudizi e i loro sguardi. Così, ho imparato a parlare con la Natura, con le stelle e con i miei pensieri.
Perché sei diventato un poeta?
Non ho scelto di diventare un poeta come si sceglie un mestiere, ma perché il mio cuore era troppo pieno di cose da dire e la voce non mi bastava.
La poesia è stata la mia bacchetta magica: con le parole potevo trasformare la sofferenza in bellezza e il piccolo giardino di casa mia in un orizzonte infinito.
Scrivevo perché avevo bisogno di parlare con le stelle, con la natura e con voi, che avreste letto i miei pensieri molti anni dopo. La poesia mi faceva sentire meno solo e mi permetteva di volare lontano, oltre le siepi che chiudevano il mio sguardo.
Quante poesie hai scritto?
Non ne ho scritte tantissime. La mia raccolta più importante si chiama "Canti" e contiene 41 componimenti. Tra questi ci sono L'infinito, A Silvia e Il sabato del villaggio.
Perché tuo padre non voleva farti allontanare da Recanati?
Mio padre Monaldo mi voleva un bene immenso, ma era un bene che a volte mi faceva sentire come un uccellino in una gabbia dorata.
Egli era molto preoccupato per la mia salute così fragile e temeva che, lontano da casa e dalle cure della famiglia, potessi stare male o non farcela da solo. Ma c'era anche un altro motivo: mio padre era un uomo dalle idee molto antiche e rigide. Temeva che le grandi città, come Roma o Milano, fossero piene di pericoli e di "idee moderne" che avrebbero potuto rovinarmi o allontanarmi dai valori della nostra famiglia.
Per lui, il mondo fuori da Recanati era un luogo oscuro e tempestoso, mentre il nostro palazzo era un porto sicuro. Arrivò persino a nascondermi il passaporto quando provai a fuggire di nascosto!
Perché sei andato proprio a Napoli?
Andare a Napoli è stato l'ultimo grande viaggio della mia vita. Decisi di trasferirmi lì nell'ottobre del 1833 principalmente per due motivi che mi stavano molto a cuore.
Il primo era la mia salute. I medici mi avevano consigliato il clima mite e il sole del mare per dare un po' di sollievo al mio corpo così fragile.
Il secondo motivo, forse il più importante, era l'amicizia. Il mio carissimo amico Antonio Ranieri, che era proprio napoletano, mi invitò a vivere con lui e la sua famiglia.
Chi è stato il tuo più grande amore?
Il mio primo e più grande amore si chiamava Teresa Fattorini, era la figlia del cocchiere di mio padre e abitava proprio nelle casette di fronte al mio palazzo a Recanati.
Dalla finestra della mia biblioteca, la vedevo filare la lana e la sentivo cantare con voce allegra mentre lavorava. Per me lei era il simbolo della giovinezza e della speranza. Purtroppo, la povera Teresa morì giovanissima di una brutta malattia, e io non ebbi mai il coraggio di parlarle. Nelle mie poesie l'ho chiamata Silvia.
Molti anni dopo la sua morte ho scritto per lei la poesia "A Silvia", per far sì che il suo canto e il suo sorriso non venissero mai dimenticati.
Il mio amore per lei era fatto di sogni e di sguardi da lontano. Ma proprio perché non lo ho mai vissuto davvero, è rimasto per sempre perfetto nelle mie poesie.
Perché "l'Infinito" è considerata la tua poesia più importante?
L'Infinito è speciale perché in soli quindici versi racconta un viaggio incredibile che tutti possiamo fare, anche stando seduti su una panchina.
È considerata importante perché insegna che il nostro pensiero è più potente di qualsiasi muro o ostacolo. Nella poesia c'è una siepe che mi impedisce di vedere l'orizzonte, proprio come a volte i problemi ci impediscono di vedere lontano. Ma invece di arrabbiarmi, io chiudo gli occhi e inizio a immaginare spazi senza fine, silenzi profondissimi e una pace che non finisce mai.
In quel momento, la mia mente diventa grande come l'universo. È una poesia che parla di libertà: non importa quanto piccolo sia il posto dove viviamo (come la mia Recanati), con l'immaginazione possiamo arrivare ovunque. Ed è "dolce", come dico alla fine, lasciarsi trasportare da questo mare di pensieri.
Perché guardavi spazi infiniti oltre la siepe?
Quella siepe che si trovava sul monte Tabor, vicino a casa mia, era un piccolo ostacolo che mi impediva di vedere l'orizzonte. Ma sapete una cosa? Proprio perché non potevo vedere cosa c'era dietro, la mia fantasia ha iniziato a lavorare più forte!
Immaginare ciò che non vedevo mi faceva sentire libero: immaginavo silenzi profondissimi e spazi che non finiscono mai, dove il rumore del mondo non arrivava più.
La siepe non era un muro cattivo, ma un invito a usare la mente per andare oltre. Quando la realtà ci sembra piccola o noiosa, l'immaginazione ci permette di creare mondi meravigliosi e sterminati.
Perché ti sei seduto e non hai scavalcato la siepe?
Non potevo farlo per due motivi. Il primo, come sapete, è che il mio corpo era debole e stanco; scavalcare siepi non era proprio il mio forte! Il secondo motivo è più segreto: mi piaceva immaginare.
Se avessi scavalcato la siepe, avrei visto solo un altro pezzetto di terra, qualche albero e forse una strada polverosa. La realtà è sempre "piccola". Invece, stando seduto di qua, potevo far finta che dietro quella siepe non ci fosse una collina, ma un universo infinito, senza confini e senza fine.
A cosa ti sei ispirato per scrivere "l'Infinito"?
Mi sono ispirato a un luogo che amavo molto: il Monte Tabor, una collinetta vicino a casa mia che io chiamavo "il colle dell'infinito".
Perché al tuo funerale hanno partecipato poche persone?
Quando morii a Napoli, nel giugno del 1837, la città era nel pieno di una terribile epidemia di colera.
A causa di questa malattia, le leggi erano severissime: chi moriva doveva essere portato via in fretta e sepolto nelle fosse comuni fuori città per evitare che il contagio si diffondesse. Non era permesso fare grandi funerali o assembramenti di persone.
Il mio caro amico Antonio Ranieri, però, fece qualcosa di straordinario per me. Per evitare che il mio corpo finisse in una fossa comune insieme a tanti sconosciuti, dichiarò alle autorità che non ero morto di colera. Riuscì così a portarmi nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta, dove fui sepolto quasi in segreto, con pochissime persone presenti per non attirare l'attenzione delle guardie.
Perché hai dedicato una poesia alla pianta della ginestra?
Ho scelto la ginestra perché è un fiore che mi somiglia un po', e forse somiglia a tutti noi.
Mentre mi trovavo a Napoli, vicino al grande e terribile vulcano Vesuvio, notai questo arbusto dai fiori gialli e profumatissimi che cresceva proprio lì, sulla terra arida e scura bruciata dalla lava. Mi colpì moltissimo per tre motivi che vorrei spiegarvi con parole semplici:
L'umiltà e il coraggio: La ginestra non è un fiore superbo come la rosa, che si vanta della sua bellezza. È un fiore umile che accetta di vivere in un posto difficile senza lamentarsi, resistendo con dignità alle fiamme e al deserto.
La solidarietà: Spesso le ginestre crescono vicine, quasi a farsi compagnia. Questo mi ha fatto pensare che anche noi uomini, invece di litigare tra noi, dovremmo stringerci in una "social catena" (una catena di amici) per aiutarci l'un l'altro contro le difficoltà della vita.
La consolazione: In un luogo dove tutto sembra morto e grigio, la ginestra porta colore e un profumo dolcissimo, come a voler consolare quella terra desolata.
In breve, ho dedicato a lei i miei ultimi pensieri perché ci insegna a essere forti pur essendo fragili, e a restare uniti come fratelli davanti alle tempeste del mondo.
marzo 2026 - n. 7
Intervista impossibile a Mina
classe 3A
Perché Mina non ritorni a scuola?
La scuola è una gabbia e io come gli uccelli amo volare libera nel cielo. I miei compagni mi prendono in giro.
Ti piacerebbe ritornare a scuola?
No, perché mi trattano male come se fossi normale come gli altri, per fortuna non lo sono. Poi mi chiamano “la svogliata” e non riesco a fare niente. Tutti mi danno fastidio, non mi accettano per come sono!
Adesso che stai sempre a casa, come ti senti?
Benissimo rispetto a come stavo a scuola, dove mi dicono di essere precisa ma io non lo sono. Mi sento a mio agio, genuina e libera. Poi non sento più le parole rabbiose della maestra Scullery, dette contro di me.
Perché ami stare sull’albero?
E’ una mia passione, mi sento libera come quegli uccellini che mi si posano sui capelli. Mi piace stare in alto e guardare tutto ciò che succede in città, senza essere vista. Sull’albero sto in libertà e nella natura.
Perché adori gli uccelli?
Mi fanno sentire calma e tranquilla, vorrei volare ed essere libera come loro.
Perché vuoi diventare l’anima di un uccellino?
Perché voglio essere libera; inoltre, posso così avvertire tutti i pericoli.
Come pensi di passare la tua vita in futuro?
Penso di passarla avendo un figlio e dandogli un’educazione speciale a casa per non farlo essere prigioniero ed avere una vita libera, non comandata.
Come ti piace vestire?
Mi piace vestire come nessuno mai farebbe…in un modo che piaccia solo a me. A me piace vestire in tutti i modi, basta che non sia perfetto. Per esempio mi piace vestire a pois come Yayoi Kusama.
Ma tu ti credi stramba?
Sì così assomiglio alla mia mamma che io adoro. Non mi piace essere perfetta. Quando sono stramba sono felice.
Hai avuto paura quando sei andata nell’oltretomba?
Sì perché sono una "cagasotto"!
Perché ti inventi le parole?
Perchè così ai grandi e ai piccini faccio venire un’idea per farli ridere e divertirsi con parole nuove.
Mina, secondo te, tua madre è stramba?
Sì perché si nasconde con me per vedere i gufi che volano di notte e le piace lo snaloquace.
Ti piace essere così stramba?
Mi piace essere stramba perché voglio essere completamente diversa da tutti, non voglio essere precisa. Quando sono felice mi scateno.
dicembre 2025 - n. 6
di Marco Liberati e Mattia Draghici, 5A
Salve signor Martin Luther King, siamo lieti di poterla intervistare.
Salve è un piacere per me.
Le potremmo fare qualche domanda?
Certamente.
Come è stata la sua infanzia?
Sono nato il 13 gennaio 1929, ad Atlanta, in Georgia.
Il mio nome di battesimo è Michael King JR.
Sono figlio di un pastore battista. Ai miei tempi i neri erano discriminati, ci era vietato l’accesso a molte scuole, università, club sportivi, centri di ricreazione, persino sugli autobus i bianchi avevano più diritti dei neri, noi infatti non potevamo occupare i posti a sedere.
Cosa provava per queste ingiustizie?
Mi sentivo amareggiato e triste perché mi sarebbe piaciuto avere le stesse opportunità dei miei coetanei bianchi.
A chi si è ispirato e dove ha trovato il coraggio di ribellarsi a queste ingiustizie?
Ho preso esempio da Rosa Park che nel 1955 si è rifiutata di cedere il posto ad un bianco sull’ autobus. Inoltre, mi ha affascinato molto la figura di Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta contro il dominio Britannico.
Come si è sentito mentre pronunciava il suo famoso discorso "I have a dream”?
È stata un'occasione di riscatto per tutti i neri d’America, pensate che al mio discorso del 28 agosto del 1963 hanno partecipato circa 250.000 persone, un mare di gente…una voce per i diritti di tutti i neri d’America e anche del mondo.
In seguito a questo discorso ha anche vinto un Premio Nobel per la Pace. Come le ha cambiato la vita questo premio?
È stato un momento storico, il mondo intero ha visto che un nero poteva smuovere le coscienze di tutto il mondo.
Signor King, lei è un modello per noi ragazzi. Porteremo sempre nel cuore il suo discorso. Arrivederci e grazie per aver risposto alle nostre domande. E grazie per il suo coraggio.
Grazie a voi, e ricordatevi sempre di stare dalla parte di chi è oppresso e lottare pacificamente per i suoi diritti.
✨A.S. 2024-2025✨
maggio 2025 - n. 5
Alessandro Volta
di Cristian Ciobica, 5A
Cristian: Ciao signor Volta ti potrei fare un'intervista?
Volta: Sì certo ne sarei lieto.
Cristian: Ok allora iniziamo.
Volta: Va bene.
Cristian: Tu, Volta se non mi sbaglio sei nato a Como nel 1745, vero?
Volta: Si, non ti sei sbagliato di una virgola.
Cristian: Ma è vero che un giorno hai scoperto l’aria infiammabile detta metano ?
Volta: Si, me lo ricordo come se fosse ieri, era un giorno dopo una forte tempesta, ho scoperto il gas metano che oggi è il combustibile più diffuso al mondo.
Cristian: Ma un'altra delle tue più grandi scoperte è stata anche la pila?
Volta: Si, l’ho realizzata grazie a delle copie di dischi di balena, che sarebbero il tessuto elettrico di questo animale che produce energia e fa funzionare la mia invenzione.
Cristian: Ma la tua amicizia con Napoleone come è stata?
Volta: Cristian, beh, Napoleone resterà per sempre uno dei miei migliori amici.
Cristian: Va bene allora credo che sia il momento dei saluti, ciao!
Volta: A me va bene lo stesso.
Cristian: Allora ci ritroveremo un giorno nell’ aldilà, arrivederci.
Volta: Arrivederci signor Cristian.
Intervista ad un Pusher
di Giovanni Iarussi, 5A
Giornalista: Hei ciao, come va?
Pusher: Bene.
Giornalista: Che lavoro fai?
Pusher: Io nella vita faccio il pusher.
Giornalista: Cioè?
Pusher: Vendo la “neve”.
Giornalista: Guadagni molto?
Pusher: Oh si!
Giornalista: Hai mai pensato a quello che vendi alle persone, e agli effetti della “neve”?
Pusher: A me interessano i “piccioli”.
Giornalista: Quanti anni hai?
Pusher: 12
Giornalista: Com’è strutturata la tua giornata?
Pusher: Mi sveglio alle 11:00, di solito finché le bustine non sono pronte girovago nei bar con gli amici fino alle 18:00 quando la “roba” è pronta. Vado a casa per prepararmi, mangio, preparo la “mia alleata” ed esco.
Giornalista: A che ora torni?
Pusher: Di solito alle 4:00.
Giornalista: Hai mai pensato di fare un altro lavoro?
Pusher: Da piccolo volevo fare il giornalista, ma ho sentito che papà dice che i giornalisti sono infami e gli infami fanno una brutta fine.
febbraio 2025 - n. 4
di Cristian Ciobica, 5A
Cristian: Ciao Newton, è un onore farti un'intervista! La mia prima domanda è: quando sei nato ?
Newton: Ciao Cristian, sono lieto di parlare con te. Io sono nato a Woolsthorpe la notte di Natale del 1642, sono orfano ma vivo con mia nonna.
Cristian: Newton perché da piccolo un giorno in cui tirava molto vento hai dimostrato che, saltando nella direzione della corrente d’aria, lo slancio è più lungo?
Newton: Bè Cristian, io ho fatto questa scoperta cosicché i tuoi contemporanei possano leggere o sentire che io sono stato il primo a fare questa scoperta.
Cristian: Perché Newton il 4 giugno 1661, a soli 19 anni, arrivasti all'università di Cambridge?
Newton: Cristian, prima di tutto, perché a quelli che mi conoscevano non gli stavo molto simpatico e perché mi ero stufato della vita da campagna. Volevo studiare veramente delle cose interessanti, quelle che dopo mi hanno portato ad essere quello che sono.
Cristian: Com'è stato vivere nel periodo della peste nera ?
Newton: Vivere nel periodo della peste è molto difficile da spiegare. Prima di tutto, si rimaneva molto più tempo in casa per la paura di infettarsi.
Cristian: Perché un giorno hai voluto comprare un prisma per comporre e ricomporre un fascio di luce ?
Newton: In realtà non ricordo perché l’avevo comprato, però quando stavo nella mia stanza con la finestra aperta un raggio di luce è passato attraverso questo lustro. Così la luce si è composta e scomposta in diversi colori, come un arcobaleno!
Cristian: Newton, mi puoi spiegare le tue tre leggi?
Newton: La prima legge dice che ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto in linea retta uniforme finché non interviene una forza a modificare il suo stato. La seconda legge parla della variazione del movimento che è proporzionale alla forza impressa. La terza legge, invece, dice che per ogni azione esiste una reazione uguale e contraria.
Cristian: Newton se non mi sbaglio, sei morto all'età di 84 anni?
Newton: Si hai ragione, sono morto a 84 anni, il 20 marzo del 1727.
Cristian: Caro Newton, sono molto felice di aver parlato con te. Purtroppo è giunto il momento di terminare la nostra intervista. Ci rivedremo un giorno, lassù, insieme a te e alla tua formula dell’antigravità.
novembre 2024 - n. 3
classe 4A
Il 25 Novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. In Italia solo in questo anno si sono contate 106 vittime donne per mano di uomini violenti.
Noi bambini e bambine della classe 4A siamo rimasti molto colpiti da questo orribile dato e ci siamo interrogati su come poter agire per cambiare la realtà in cui viviamo. Abbiamo scoperto che a Terni esiste un posto sicuro, aperto e inclusivo per tutte le donne della città dove si lotta contro la violenza di genere e si organizzano eventi per la promozione dei talenti femminili.
Così abbiamo pensato di intervistare la dottoressa Claudia Monti, fondatrice e coordinatrice dell'Associazione TerniDonne, nonché componente del Consiglio Direttivo della Casa delle Donne.
Per ascoltare l'intervista cliccate direttamente sulle domande sottostanti ideate dalla 4A.
Quando è stata fondata la Casa delle donne? Perché è stata fondata? Da chi?
2. Perchè si chiama Casa delle Donne?
3. Quante donne frequentano questo luogo?
4. Come avete trovato il coraggio di creare questa associazione?
5. Vi è mai capitato che fossero venute donne minacciate dagli uomini? Quali eventi organizzate nella casa?
6. Le donne che vengono nel vostro centro hanno paura o sono felici?
7. Avete mai litigato tra di voi?
8. Cosa possiamo fare noi bambine e bambini per aiutarvi?
maggio 2024 - n. 2
Abbiamo conosciuto Roberto Disma in occasione della gita a Roma, quando siamo andati a vedere il suo spettacolo teatrale "Il villaggio della pulce", una favola che sa parlare di mafia ai bambini. Ne siamo rimasti affascinati così abbiamo invitato l'attore nella nostra scuola. Questa è un'intervista scritta da noi, sulla base di ciò che ci ha detto all'incontro.
di Sofia Lavagnini e Ilary Aquilani, 5A
Ciao Roberto, parlaci un pò di te. Chi sei e che lavoro fai?
"Ciao, mi chiamo Roberto Disma, ho 31 anni, sono siciliano ma ora vivo e lavoro a Roma. Lavoro nei teatri, sono fondatore della prima Compagnia Teatrale Universitaria della Sicilia "Teatro alla lettera", faccio il giornalista e sono anche uno scrittore di romanzi."
Quindi sei un artista?
"Si, attraverso l'arte esprimo i miei interessi e mi occupo di giustizia sociale."
Cosa intendi quando parli di giustizia sociale?
"Parlo di legalità e illegalità, principalmente quella legata alla mafia. Sono siciliano, la conosco bene. Lo faccio parlandone nelle scuole. Faccio conoscere i grandi magistrati e generali purtroppo uccisi dalla mafia ma che hanno lasciato un grande coraggio e voglia di combatterla: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa... I ragazzi ne sono affascinati e mi piace parlare con la gente."
Dicevi che lavori anche nei teatri...
"Si, scrivo e rappresento spettacoli teatrali dove unisco la musica, altra mia passione, alla recitazione."
Che cosa è la mafia?
"La mafia è un'organizzazione di persone che dettano delle leggi, diverse da quelle legali dello Stato. Non solo uccidendo se non si obbedisce, soprattutto sottomettono e agiscono nascosti, con atteggiamenti di manipolazione e ricatto. E' molto pericolosa e diffusa."
Come e quando è nata la mafia?
"Anche se la mafia si fa risalire a poco dopo l’unione d’Italia, quindi verso il 1868, essa inizia a nascere verso il 1300 d. C., quando l'Italia era ancora divisa in tanti regni. A quell’epoca, per governare meglio i territori lontani, il re sceglieva dei Vicerè che a loro volta venivano controllati da un gruppo nascosto, sempre inviato dal Re. Nessuno sapeva ci fosse questa organizzazione, neanche i Vicerè. Con il tempo questo gruppo segreto ha preso potere e ha iniziato ad agire con leggi proprie, con intimidazioni, ricatti e scambio di favori. Come fa ancora la mafia."
La mafia chi colpisce?
"Si, la mafia colpisce tutti, ma non solo uccidendo. Cerca di entrare al Governo per indirizzare le leggi dello Stato o nei concorsi pubblici per vincere dei bandi. Ad esempio, può colpire i nostri territori costruendo opere inutili o mal fatte con i soldi dei cittadini che pagano le tasse. La mafia distrugge. Oppure con il racket: vanno dai negozianti a chiedere una parte del guadagno in cambio di una protezione mai chiesta, e se i proprietari non obbediscono vengono ricattati con danni alle loro proprietà o alla famiglia."
A noi può colpire la mafia?
"La mafia può entrare nei comportamenti di tutti noi, quando si usa il ricatto, la sottomissione, la manipolazione e la violenza per ottenere potere e vantaggio. Hai presente un bullo? Lui è come un boss, un capo mafioso circondato da persone, anche giovanissime, che fanno quello che dice lui, perché si sentono forti e protette."
Cosa possiamo fare? Quali sono i tuoi consigli?
"Quando qualcosa non vi sembra giusta o non va come dovrebbe, chiedetevi sempre il perché e abbiate sempre il coraggio di DIRE QUELLO CHE PENSATE. La mafia teme chi dice quello che pensa. L’omertà, il silenzio di chi sa è un suo strumento, non siate complici di atti malvagi. Chi parla fa perdere potere alla mafia. Siate uniti. Chiedete sempre il PERCHE' e visto che la mafia ha bisogno dell’ignoranza della gente, uccidetela promuovendo l’ARTE, la CULTURA e il DIALOGO."
marzo 2024 - n. 1
di Emmanuel Nti, 3A
A che età ti sei avvicinato a questo tipo di sport?
“All’età di 18 anni”
Cosa ti ha fatto interessare a questo sport?
“I valori della solidarietà, della lealtà, del rispetto della persona e delle regole, che sono i principi fondanti di ogni società sana, straordinari strumenti per costruire competenze trasferibili in altri contesti di vita”.
Cosa serve per praticare questo sport? (a livello fisico, caratteriale e nelle relazioni)
“Serve molta pazienza, puoi lavorare duramente per un anno ma non è detto che verrai pagato. Parlando di risultati, questo tipo di sport non regala nulla. A livello fisico potrai stare al 100%, ma se mentalmente stai giù per i tuoi problemi o quello che sia, meglio non gareggiare. Regala tante emozioni, fino a ora non sono mai stato così bene! Quando ho incontrato l’atletica mi sono ritrovato la fame, è tanta la voglia di prendermi ciò che mi è mancato: la felicità. Per praticare questo sport devi saper soffrire”.
Ti capita di fare errori? Come hai reagito ad un errore?
“Ho fatto tanti errori, ma quello più grave è quando per la prima volta ho corso a livello nazionale; è stato così emozionante che mi sono fermato 20 metri prima del traguardo. Quella gara poteva cambiarmi la vita, ho pensato troppo alla fame, senza rendermi conto di dove mi trovavo, l’unica cosa che dovevo fare era correre fino a sputare. A Terni sono l’unico atleta dopo venti anni a correre sotto il muro degli 11 secondi fermando il cronometro a 10:89, con il quale ho avuto la possibilità di correre a livello nazionale”.
Racconta un momento in cui sei stato utile per gli altri.
“L’atletica viene vista come uno sport individuale, ma non è così quando abbiamo fatto la 4x100, ero ultimo frazionista, sono riuscito a recuperare quasi 15 m di distacco”.
Che tipo di alimentazione segui prima e dopo l'allenamento?
“A colazione 150 gr di frutta fresca, una banana, due arance in base alle mie preferenze, durante l’allenamento un litro d’acqua o bevande energetiche. A fine allenamento una spremuta di arancia. Bevo un bicchiere d’acqua prima di pranzo poi mangio 120 gr di pasta integrale, petto di pollo 150 gr, 200 gr di verdure con un pizzico di sale. A cena 300 gr di merluzzo, 200 gr di verdure fresche di stagione con 2 o 3 fettine di pane integrale”.
Se noti dei comportamenti sbagliati cosa fai per far riflettere i tuoi compagni?
“Dico loro di calmarsi e rimanere concentrati. L’obiettivo è dare il massimo e non avere paura degli avversari. Siamo tutti qui per la stessa cosa: la vittoria, quindi lottiamo”.
Racconta un episodio divertente.
"Una volta un mio compagno è caduto durante una gara. Per lui non è stato molto divertente però mi ha fatto ridere la sua reazione dopo essersi fatto male".
Dicci i 3 valori più importanti del tuo sport.
"IMPEGNO, LEALTÀ, AMICIZIA".
di Elia Procacci, 3A
A che età ti sei avvicinato a questo tipo di sport?
"A 14 anni e mezzo".
Cosa ti ha fatto interessare a questo sport?
"All'inizio praticavo atletica leggera e baseball. Mi interessai a questo sport perché i lavori contenuti in questa disciplina erano diversi dagli altri sport".
Cosa serve per praticare questo sport? (a livello fisico, caratteriale e nelle relazioni)
"A livello fisico non occorrono requisiti perché si acquisiscono nella pratica. Caratterialmente si cerca di mettere in equilibrio il proprio essere; se si é timido si cerca di rinforzare il carattere dando sicurezza, se si è esuberanti bisogna cercare di calmare e ridimensionare il carattere. Nelle relazioni con gli altri si prova a condividere la propria esperienza per crescere insieme".
Ti capita di fare errori? Come hai reagito ad un errore?
"Gli errori si fanno sempre e sono un meccanismo di crescita".
Racconta un momento in cui sei stato utile per gli altri.
"All'età di 30 anni mi è capitato di assistere ad una rissa, due uomini contro uno. Uno dei due ha tirato fuori il coltello ed io l'ho disarmato, placando poi la rissa e salvando il malcapitato".
Che tipo di alimentazione segui prima e dopo l'allenamento?
“Quando ero più giovane seguivo un'alimentazione equilibrata ed adeguata alle necessità, ricca di proteine".
Se noti dei comportamenti sbagliati cosa fai per far riflettere i tuoi allievi?
"Si evidenzia il problema e se ne parla insieme per non commettere lo stesso errore di nuovo".
Racconta un episodio divertente.
"In una gara ero arbitro centrale e durante l'incontro mi sono ritrovato a terra insieme ai due atleti".
Dicci i 3 valori più importanti del tuo sport.
"Il rispetto del prossimo e per se stessi, il rispetto delle regole, il tentativo di essere sempre più coerenti possibile relativamente al percorso intrapreso ed ai valori contenuti in questa disciplina".
di Leonardo Marchetti, 3A
A che età ti sei avvicinato a questo tipo di sport?
"A 14 anni".
Cosa ti ha fatto interessare a questo sport?
"Mi sono interessato a questo sport perché mio zio era un ciclista".
Cosa serve per praticare questo sport? (a livello fisico, caratteriale e nelle relazioni)
"Per praticare questo sport bisogna essere in forma e ci serve tanto impegno e tanto allenamento".
Ti capita di fare errori? Come hai reagito ad un errore?
"Quando sbaglio comincio ad allenarmi con più passione".
Racconta un momento in cui sei stato utile per gli altri.
"Sono stato utile quando ho invitato e incitato i miei amici ad allenarsi".
Che tipo di alimentazione segui prima e dopo l'allenamento?
“Prima della gara: riso bianco e bistecca. Dopo la gara: zuccheri.".
Se noti dei comportamenti sbagliati cosa fai per far riflettere i tuoi compagni?
"Essendo uno sport individuale non ho molte occasioni di correggere gli altri".
Racconta un episodio divertente.
"Un giorno mi ero abbassato per prendere la borraccia, ho perso la traiettoria e siccome eravamo un gruppo numeroso sono caduto e insieme a me la maggior parte dei ciclisti".
Dicci i 3 valori più importanti del tuo sport.
"1) rispetto degli altri ciclisti, 2) impegno, 3) spirito di sacrificio".