Mi svegliai non tanto per il dolore, quanto per la puzza
Avete presente quell’odore inconfondibile di pollo bruciato? Esatto. Ora iniziate a seguirmi.
Ho scoperto che l’espressione corretta è pelle bruciata. Tutte le pelli puzzano allo stesso modo quando vengono ricamate da un ferro.
rovente, ma chissà perché tutti, nessuno escluso, identificano quell’odore con quello della pelle di pollo bruciato.
Ma sto divagando.
Dicevo: quel giorno il pollo ero io, dato che il ferro rovente stava ricamando la mia pelle.
Beh, che ti aspetti? È così che si diventa Pyrosventratori. O almeno, quelli che sopravvivono lo diventano.
Quando i mastri fabbri martellano a forza le sacre rune nella tua carne, bruci. Oh, come sfrigoli. Non sono rune normali, sai? Sono forgiate con la polvere di Grugni, il dio esploso, e ovviamente sono incandescenti.
Bruciano la pelle, la carne e anche la mente. Il potere divino non è per tutti, ma quelli che resistono, quelli che ne sono degni, possono fregiarsi del titolo di Pyrosventratori e fare ciò per cui Grugni li ha scelti…
I fabbri mi correggerebbero.
Non bruciano, purificano, direbbero.
Il caos viene mondato e l’anima ritemprata assieme alla carne.
Ma quello che ne esce, alla fine, è un guerriero che puzza di pollo bruciato.
Tra i nani, sopravvivere — ehm, volevo dire essere degno delle rune — è raro, e scriverne è proibito. Ma a me non interessa. Le mie gesta non si scriveranno certo da sole.
Sto di nuovo divagando.
Mi risvegliai per la puzza, ma alla terza martellata svenni nuovamente. All’epoca ero piuttosto deboluccio, in effetti. Ora, però, dopo diciassette rune e cinquant’anni di addestramento, sono una macchina da guerra, un’estensione di Grugni che trabocca della sua potenza.
Ma non sapete ancora la cosa migliore.
Sono qui per voi. Per raccontarvi com’è il mondo là fuori, il tempo di un falò, per farvi capire cosa vi aspetta una volta finito l’addestramento… e cosa ha atteso me.
La mia prima crociata fu contro i mangiacarne. Ricordo ancora come fosse ieri il mio falò prima dell’attacco: la frenesia prima della battaglia, e la vergogna di non vedere l’alba successiva. Di deludere Grugni, la mia ascia e me stesso.
I mangiacarne potevano anche sgozzarmi, ma state certi che ne avrei portati alle fiamme con me una moltitudine.
La paura?
Per la paura non c’è posto tra le rune roventi del dio esploso.
La mia Pyroascia ne falciò a decine. Le sacre fiamme epurano qualsiasi cosa, e ora, a fine battaglia, non resta che leccarsi le ferite, bere e raccontarvi di come mi sono giocato la mano sinistra.
Oh, non lo avevate notato?
Il moncherino avvolto nelle garze?
Beh, mi dona, no?
Mi ha servito bene la mia vecchia sinistra.
Sì, queste cinghie che mi legano il moncherino servono a guarire. Mi ha servito bene, davvero, e i fabbri sono già all’opera. Credetemi: perdere un arto, a volte, può renderti ancora più letale. Ma come al solito sto divagando, partiamo dall’inizio.
L’alba ci trovò già pronti, io e i miei fratelli di runa. Avevamo passato la notte ad affilare le nostre lame, nascosti dietro al dissimulatore aeterico.
Che portento quella diavoleria dei Kharadron. Quegli stronzi volanti ci sanno proprio fare, se li si paga abbastanza.
Sono armi raffinate, da damerini per i miei gusti. Se a fine battaglia non sei ricoperto del sangue dei tuoi nemici, che ci sei andato a fare, dico io?
Però utili erano utili. Stavamo a meno di trenta metri dalla loro tana e quelli non sospettavano nulla. Non vedevano nulla. Persino i rumori e gli odori erano occultati da quel velo traslucido.
L’epurazione sarebbe stata una pacchia.
Ci trovavamo nei pressi della gola di Thudron. Una di quelle caverne ospitava almeno tre dozzine di mangiacarne e chissà quali altre porcherie. Stando agli esploratori c’era una sola entrata. Sarebbe stata una mattanza e noi non vedevamo l’ora di accendere le nostre asce e ripulire quel porcile.
Quello che non sapevamo, o forse che non ci importava, era che stavamo per infilarci in una trappola.
Facemmo irruzione in tre: io e due compagni di runa. Non vi dirò i loro nomi, non ha senso per due motivi.
Il primo è che quando le rune bruciano siamo tutti uguali, tutti frammenti del dio infranto.
Il secondo… beh, il secondo è che ne sono uscito solo io. E una delle mie mani.
Entrammo nel cunicolo come delle furie, roventi e inarrestabili. Le assi che bloccavano l’entrata finirono in frammenti, così come i pochi sbarramenti di fortuna che incontrammo dopo. Ardenti del fuoco di Grugni, per noi erano solo stuzzicadenti.
Le prime creature che trovammo finirono a pezzi assieme alle assi marce. Non ce ne accorgemmo nemmeno noi, figuratevi loro.
A metà tra un umano e una larva. Qualcosa di lercio, strisciante e incompleto. O in trasformazione.
Sì, esatto, trasformazione è il termine corretto. Umanoidi che stavano cambiando, e non in meglio, se posso dirvelo. Troppo putride per essere studiate, troppo aberranti per essere comprese e troppo pericolose per essere lasciate in vita.
Finirono falciate come si falcia il grano d’estate, ma fu più divertente. Il grano non tenta di azzannarti alla gola urlandoti in faccia blasfemie irripetibili.
Il divertimento, però, non era che all’inizio.
Dalle cavità stavano arrivando i primi ghoul, ripugnanti in modo diverso ma pur sempre non morti mezzi marci.
Il primo avanzò verso di me con un rumore liquido. Il buio gli ammantava le spalle, la mascella sbilenca spalancata, gli artigli affilati e infetti tesi verso di me, occhi bovini, bianchi e vuoti, innestati in un cranio così deforme da sembrare quello di un cane.
Ma a chi la voglio raccontare, ragazzo?
Tutti questi fronzoli narrativi vanno bene per i libri, o per le operette dei nobili. In realtà vidi un movimento e il mio corpo agì come una macchina.
Mi abbassai di scatto, caricai con la spalla e gettai a terra quella schifosa creatura. Poi il mio stivale calò su quella che pensavo fosse la faccia, incastrandosi tra le assi del pavimento sottostante.
Sorrisi e gli diedi uno sguardo frettoloso. Solo un ghoul. Nulla di cui vantarsi, pensai.
Un secondo venne intercettato da un mio fratello, mentre altri tre stavano accerchiando il terzo di noi, che si era divertito troppo con le larve.
Eravamo roventi, folli, e più assetati di loro. Ondata dopo ondata, cauterizzare quella lordura con il fuoco di Grugni ci riempiva d’orgoglio.
Poi, sul più bello, i ghoul finirono, lasciandoci sulla cima di una pila informe di cadaveri. Fiammeggianti, con le asce incandescenti e gli occhi che scrutavano le ombre, famelici. Più di una volta le nostre asce si erano scontrate nella foga della battaglia, senza un nemico davanti. In quello stato, il pericolo più grande per noi eravamo noi stessi.
Urlammo per un minuto buono, battendo le asce e scambiandoci manate sulle spalle. Lentamente le fiamme di Grugni si placarono e smettemmo di voler squarciare il mondo intero.
Poi l’urlo cessò.
La testa del fratello che stavo abbracciando rotolava già dalla pira.
Le interiora dei cadaveri su cui stavamo festeggiando si sollevarono lentamente, silenziosamente e inesorabilmente, formando una ragnatela pulsante.
Lui fu sfortunato. Catturato da quella stregoneria immonda, venne fatto a pezzi prima ancora di rendersene conto.
Le mie fiamme divamparono. Come al solito, il mio corpo agì.
Spinsi l’altro compagno, ma sapevo già che era troppo tardi. Usai la resistenza del suo corpo per spingere me stesso mentre le budella sferzavano, avviluppando lui e la mia mano destra.
Gliela lasciai, urlando.
Mentre rotolavo non sentivo né dolore né tristezza, solo una ribollente vergogna che usai per riaccendere la mia ira.
Due figli di Grugni perduti.
La mia mano persa.
E non avevo un bersaglio su cui riversare la vendetta.
Attinsi a tutte le mie rune e divampai. Arsi come non avevo mai fatto in vita mia e finalmente lo vidi. La luce gli strappò di dosso le ombre di cui si era ammantato.
Una specie di aracnide col ventre biancastro e malato che tesseva senza sosta le budella dei ghoul. Gli avevamo fornito molto lavoro, e sembrava intenzionato a finire l’opera tessendo anche le mie.
Lo caricai senza pensare ad altro che a carbonizzarlo. Ogni mio passo era un tuono, la pietra si liquefaceva al mio avanzare. Il mio calore lo fece ritrarre, ma era troppo tardi.
Mi gettò addosso la sua immonda rete, che si vaporizzò al contatto con la mia pelle. Poi sentii l’impatto con il suo carapace, e il mondo detonò con un boato.
Lo attraversai, schiantandomi nella parete retrostante. Morì così, semplicemente, senza nemmeno accorgersene.
Ed io lo seguii nel buio.
Non mi sono più fatto sentire, eh?
Beh, provate voi a scrivere con la mano sinistra. E poi, a dirla tutta, non stavo bene. Vedete qui il sangue?
Poco vi importa, dico bene?
Siete qui per sapere. Ormai le mie gesta sono diventate un miele irresistibile per voi. Come al solito sto divagando, bene… dove eravamo rimasti?
Mi sono svegliato piantato in una parete di roccia mezza fusa. Zampe di ragno, interiora e ustioni ovunque. Non uno dei miei peggiori risvegli, ma di sicuro uno dei più divertenti.
Tutto era buio. L’unica cosa che mi permetteva di vedere erano le mie rune ancora incandescenti. Non avevo perso conoscenza da molto.
Euforia e dolore.
Guardai la mia mano. O meglio, il moncherino. Un taglio netto. Niente male, pensai. Ma dovevo fermare il sangue.
La roccia contro cui mi ero schiantato era ancora rovente per l’estremo calore, così vi spinsi il polso mozzato. Ed eccolo di nuovo, quel familiare odore di pollo bruciato. Ormai è una costante, dissi da solo nel buio, sghignazzando.
Prima di proseguire cercai di studiare la creatura che ci aveva quasi sterminati. I mangiacarne hanno molte forme, poteri e abitudini differenti. Ogni oscenità evolve in modo diverso e a sé stante.
Quello che oggi è costato una mano a me può — e deve — essere studiato, ed evitato ad altri.
Eccolo lì, semi carbonizzato. Un bel po’ di occhi. La taglia non era umana. Forse un goblin? Chi può dirlo ormai. Presi il teschio deforme e lo agganciai alla cintura.
Stranamente tutto era silenzioso, come se la battaglia fosse conclusa. Ma le rune non si ingannano mai: finché ardono, ci sono nemici da eliminare.
Imboccai il primo tunnel che incontrai e iniziai ad avanzare. Si restringeva sempre di più, finché mi ritrovai prima carponi e poi a strisciare. Quella sì che fu un’altra idea terribilmente dolorosa.
Ma ciò che mi spingeva era l’odore del sangue.
Più avanti. Poco più avanti.
Mi sono assopito di nuovo a metà racconto. Strano. Dev’essere tutta quell’erba di luna che mi danno per non sentire il moncherino urlare.
Siete mai stati curati da un forgiaossa? No?
Beh, gente come voi probabilmente non sopravvivrebbe alle loro amorevoli cure. Anzi, di solito certi preferiscono morire piuttosto che finire tra le loro mani. Ma noi Pyrosventratori siamo roba robusta, tenace. Ci spezziamo, a volte, ma l’acciaio è resistente proprio perché viene martellato più e più volte, temprato e poi affilato.
Quindi, se il martello non cala con la massima forza, ancora e ancora e ancora, non ci si può stupire se nel momento del bisogno il corpo cede.
Senza il martello ci chiamerebbero Aelfi, no?
Ahahah. Su, fatevela una risata ogni tanto finché siete vivi, e toglietevi quella scopa dal culo.
Ma sto divagando.
Ero nel tunnel. Carponi. Con il moncherino che puzzava di pollo bruciato e il sangue che mi pulsava nelle tempie. Ma dei mangiacarne — il mio obiettivo — nessuna traccia.
Eppure la gola avrebbe dovuto brulicare di quelle empietà. Dovevo ricoprirmi del loro sangue e di gloria. Perché invece me le stavo perdendo solo io?
Oh, quanto ero sciocco allora. Tutto tizzoni e niente cervello. Lo capii poco dopo. Perché il brulichio che tanto agognavo non c’era, e a pensarci bene i segni c’erano tutti, eccome.
Per Grugni, quanta sete di sangue avevo.
E la mia mano andava vendicata.
Uscii finalmente dal tunnel, graffiato, esausto, con i muscoli che urlavano per lo sforzo.
E lo vidi.