L'instructional design è una disciplina relativamente “giovane” (in italiano: progettazione didattica o progettazione della formazione ) che si occupa di progettare e sviluppare esperienze di apprendimento efficaci e coinvolgenti anche con l’uso di piattaforme, supporti e risorse informatiche. Come un architetto, l’instructional designer progetta tutte le fasi del processo educativo, costruendo un percorso creato ad hoc per le esigenze dei suoi
studenti e curandosi di sviluppare i metodi e le tecniche più adatte per il raggiungimento degli obiettivi definiti.
Ciascuna fase del percorso che l'instructional designer progetta:
● utilizza una determinata metodologia (spiegazione frontale, interrogazione frontale, teach to learn, Project-based learning, classe capovolta, ecc...)
● si svolge in un determinato luogo (alcune fasi si svolgono a casa, altre in aula, altre ancora in biblioteca o laboratorio)
● si svolge in determinati momenti (con il docente durante la mattinata, da soli a casa, a casa in gruppo, a casa con l’aiuto di un genitore)
Tutto dev'essere progettato nel dettaglio. L’obiettivo ultimo? L’efficacia e il coinvolgimento.
Per essere dei buoni “docenti digitali” non bisogna (solo) usare le nuove tecnologie o adottare una singola metodologia didattica, ma realizzare il miglior mix di metodi, strumenti e procedure per far sì che la propria lezione sia davvero coinvolgente.
Progettare con cura una lezione è un’operazione non molto dissimile da raccontare bene una storia: occorre capire preliminarmente a chi ci si vuole rivolgere, definire con precisione la successione degli eventi, selezionare con attenzione i materiali e montarli in modo efficace, osservare il riscontro di quanto abbiamo raccontato sul nostro pubblico.
Essere buoni progettisti digitali, proprio nel momento in cui il digitale eleva al cubo le possibilità che un docente si ritrova tra le mani, significa innanzitutto scegliere volta per volta il metodo più adatto (ad esempio, alternando liberamente fruizione di materiali in modalità flipped, spiegazione frontale “classica”, lavoro a gruppi degli studenti in classe e da casa su una piattaforma online, fase di “debate” per presentare i lavori alla classe) per trasmettere i contenuti didattici in base all’argomento della lezione, alla classe che si ha di fronte, al contesto in cui si è inseriti, all'eventuale collaborazione con i colleghi o con gli studenti.
Il termine ADDIE è un acronimo che sta per Analysis, Design,Development, Implementation, Evaluation ; si tratta di un modello operativo per fare Instructional design che, se da un lato ha conosciuto anche significative riformulazioni nel tempo, dall’altro è molto efficace perché pone l’accento sulla creazione di una sceneggiatura che presenti visivamente le varie tappe della lezione (in particolar modo, nella fase di Progettazione) e perché si configura come un modello didattico fortemente orientato alla ricezione dei feedback “dal campo”. All'interno di ciascuna fase del modello ADDIE è sempre bene tenere presente quali sono gli obiettivi della lezione ed essere pronti a rivederli e ridefinirli prima di passare allo step successivo (come schematizzato qui), anche sulla scorta dei feedback di altre figure coinvolte, come i colleghi o gli studenti stessi.
Il digitale ha modificato profondamente le coordinate spazio-temporali della didattica e del mestiere di “insegnare”, ampliandone i confini e moltiplicando le occasioni di apprendimento. Come in tutte le rivoluzioni, non bisogna farsi spaventare dal cambiamento, ma semmai riconoscere che è possibile (e anche necessario) aggiornare le proprie conoscenze e competenze per fare ciò che dovrebbe fare ogni docente: raggiungere e coinvolgere i propri studenti, farli appassionare alla sua materia, far sì che i concetti appresi non siano solo nozioni mnemonicamente immagazzinate ma strumenti per interpretare il mondo come persone adulte e responsabili. In questo senso, l’opportunità che ci offre il digitale è sostanziale, perché gli strumenti e i mezzi tecnologici che esso adopera (gli smartphone, i tablet, i social network e così via) sono quelli che i “nativi digitali” usano quotidianamente - e spesso in modo ingenuo o superficiale - per le loro relazioni e i loro interessi comuni; in mano a un buon “docente digitale” possono invece diventare ottime chiavi di accesso e di coinvolgimento per ciò che si fa in classe.
Attività che fino a poco tempo fa erano impensabili, oggi sono alla portata di tutti: pensiamo a un lavoro cooperativo in classe su un’unica presentazione in cui quattro o cinque studenti (dallo stesso posto o da remoto) caricano testi, video, immagini e revisionano a vicenda i contenuti prima di esporli in classe il giorno dopo; oppure immaginiamoci di visitare una città d’oltreoceano o il British Museum direttamente in classe, con un videoproiettore o una LIM, prima di una lezione di geografia o di storia dell’arte; ancora, pensiamo al tempo che possiamo risparmiare con una verifica online a correzione automatica (magari da fare a fine lezione, in modo che in pochi minuti si abbia il polso su come i contenuti presentati siano stati fatti propri).
Per rendere davvero efficace il digitale nella didattica è quindi necessario ripensare il proprio modo di fare didattica e imparare a orientarsi tra tutti gli strumenti a disposizione, progettando esperienze formative che prevedano uno spazio di lavoro digitale ben organizzato e funzionale (la cartella di classe in Google Drive, i documenti condivisi con gli studenti, archivi di risorse digitali certificati e di qualità), delle metodologie di lavoro concordate con colleghi e docenti, delle modalità di valutazione - anche dei prodotti digitali - condivise con la classe. La parola-chiave non è “tecnologia”, ma “coinvolgimento”: quello degli studenti, che non devono percepire quello che si propone loro come un carico aggiuntivo di lavoro noioso e passivo, e quello dei docenti, per cui il digitale dev’essere un’occasione di potenziamento effettivo delle loro competenze.
Il tutto sarà fruibile all’interno della vostra classe virtuale senza dover saltare da una risorsa all’altra. Molto utile potrebbe essere utilizzare Google Drive per creare e archiviare documenti, presentazioni e tutto ciò che servirà ai docenti e ai loro studenti.
CONSIGLIO PRATICO: si potrebbe dedicare una Board (o un muro) a ogni argomento trattato in classe, creando un vero e proprio percorso didattico. Per esempio la Board sulla Rivoluzione Francese potrebbe essere composta da un Google Doc con il programma delle lezioni, un sondaggio creato con Google Form per scoprire cosa gli studenti conoscano sull’argomento, una pagina di Treccani, un video di WeSchool Library, una presentazione creata con Google Slide e un quiz creato direttamente su WeSchool dall’area “Test”.
Lavorare in una classe online permette ai docenti e agli studenti di accedere al materiale delle lezioni da qualsiasi dispositivo (pc, Chromebook, tablet o smartphone) e in qualsiasi momento, sia in classe che a casa (così anche gli assenti potranno recuperare!).
CONSIGLIO PRATICO: per frequentare comodamente la vostra classe online anche da smartphone, è possibile scaricare l’app di WeSchool e di tutti gli strumenti Google dal Play Store.
Il blended learning (in italiano “apprendimento misto”) si riferisce a un ambiente di lavoro che mescola strumenti digitali e tradizionali. Al contrario di come può sembrare, i due ambienti non sono in contrasto tra loro, ma uno a supporto dell’altro: provate a pensare a quante attività si svolgono in questo modo anche nella vita di tutti i giorni, come ad esempio approfondire sul web una lezione avviata sul libro di testo oppure vedere un video YouTube per introdurre un argomento che poi verrà spiegato con carta e penna tra i banchi di scuola.
Alcuni aspetti dei social network, che ormai hanno invaso la vita di tutti noi, possono essere sfruttati in maniera positiva in classe. Per esempio l’attitudine dei ragazzi a condividere e commentare i contenuti può essere un incentivo per stimolarli al confronto tra di loro all’interno della classe on line (è ciò che prevede ad esempio la metodologia didattica del debate), oppure per incentivare dinamiche di peer review (cioè di correzione reciproca di un elaborato o di un compito).
CONSIGLIO PRATICO: per far interagire la classe è possibile utilizzare il Wall di WeSchool oppure organizzare un Hangouts di gruppo per confrontarsi a distanza su come preparare il prossimo lavoro collaborativo.
Mettersi in gioco online è il primo passo per far acquisire ai nostri studenti i rudimenti di una corretta cittadinanza digitale: dallo sviluppo del senso critico nel valutare le fonti alle norme sulla sicurezza informatica fino alle buone pratiche di interazione con i compagni.
La nostra classe online sarà un’ottima palestra per allenarsi al “vero” mondo digitale esterno.