Il rifiuto, la rabbia, la contrattazione, la disperazione, la depressione, l’accettazione.
"Il paziente prossimo alla morte deve passare attraverso molti stadi, nella sua lotta per affrontare la malattia ed infine il trapasso. Per un po' può non dare credito alle cattive notizie e continuare a lavorare 'come fosse sano e forte come prima', può correre disperatamente da un dottore all'altro, con la speranza di un errore di diagnosi, può desiderare di nascondere la verità alla famiglia (o la famiglia può volergli nascondere la verità). ma presto o tardi dovrà affrontare la cruda realtà...". Così inizia il libro "Domande e risposte sulla morte e il morire" della Dottoressa Elisabeth Kübler-Ross, studiosa americana che per decenni si è dedicata alla cura del paziente terminale.
Nel suo primo famosissimo libro, "La morte e il morire", E. Kübler-Ross descrive le reazioni comportamentali di chi vive l'esperienza della malattia inguaribile e della morte. La prima fase, la prima reazione alla notizia (nella realtà americana si usa dire sempre la verità al malato) è il rifiuto e l’isolamento: il paziente - ma anche i suoi familiari - non accetta la verità, rifiuta di credere che la situazione sia senza sbocco, pensa si tratti solo di un errore ["no, io no, non può essere vero"]. Noi nel nostro inconscio siamo tutti immortali. “Il bisogno del rifiuto esiste... in ogni malato all’inizio di una malattia grave più che verso la fine della vita. Tuttavia ...il rifiuto permette al malato di ritrovare il coraggio e, con il tempo, mobilizza altre difese, meno radicali” [E. Kübler-Ross].
Quando la prima fase di rifiuto non può più durare, viene sostituita da sentimenti di rabbia: "perché a me?": il malato diventa collerico e insoddisfatto, aggressivo con gli altri perché "loro" possono vivere, mentre vede se stesso condannato alla morte.
Se si riesce a stargli vicino in questo momento delicato, senza giudicarlo e senza "prendere la sua collera come un'offesa personale" lo si aiuterà a raggiungere un terzo stadio, più tranquillo, quello della contrattazione: egli capisce che l'ira non può cambiare la sua sorte, comincia ad accettare che davvero "sta accadendo a lui", e contratta - col medico, con Dio - un po' più di tempo "per risolvere i suoi problemi", per "mettere a posto la casa", per "portare a termine alcuni lavori", e così via.
Nella successiva fase della disperazione e della depressione, che in genere coincide con la comparsa di sintomi e con il decadimento dello stato generale di salute, il paziente è conscio dell'avvicinarsi della morte, e giustamente si dispera; perde progressivamente ogni interesse per le cose della vita, rifugge la compagnia ed il contatto con gli altri.
"Se gli è consentito il dolore, se la sua vita non viene prolungata artificialmente, se la sua famiglia ha imparato a 'lasciar andare', sarà in grado di morire in pace e in uno stadio di accettazione" (E.Kübler-Ross). Non è uno stadio felice, ma di intense sensazioni: il malato gode del fatto di vivere ancora un po', non ha la necessità di altri interessi, chiama vicino a sé chi vuole, è contento di non essere solo e può morire in pace. Questo è anche il tempo in cui generalmente la famiglia ha bisogno di aiuto, comprensione e appoggio più del malato stesso.
Un impegno immenso è richiesto per raggiungere questa fase di accettazione, che porta verso un graduale distacco (decathexis), dove non c’è più una comunicazione bilaterale.
Ciò che permane attraverso tutte queste fasi è la speranza.