Le traslazioni storiche

Le radici storiche e le trame a fatti


... Anch'io ho voglia di tramare i grovigli dei tuoi pensieri... Antonia Colamonico






... non interrogare la fredda mente se vuoi la vita. Essa potrà darti solo versioni di mondi, non il Mondo. Non aver paura di lasciarti negare dal caldo cuore, se è la Vita che cerchi...


La lirica "Fantasia di ricami - Cerchio allo specchio" rappresenta la contemporaneità, nella coscienza-azione di ricamo, delle fasi della storia visualizzate nelle tre dimensioni: ieri, il cerchio da ricamo che richiama immagini antiche di nonne; oggi, la donna che trama i costrutti come struttura del sistema di conoscenza da tramandare, visibile nell'occhio-fiore e nello stesso cerchietto, fattosi contorno dell'ovale e trecce della donna. Domani, infine, il ragazzo destinatario delle elaborazioni passate e presenti, visibile nella rotondità del cerchio e nelle proiezioni-occhio di voli. (da Premessa, Le stagioni delle Parole. 1994)



La mente è in grado di tessere fili con ritmi discreti che si fanno un tutto, nell'azione di lettura. Per questo si può parlare di un soggettivismo cognitivo, funzionale a letture e azioni storiche circoscritte. Il comunicare poi è un bisogno primordiale, meglio ancestrale che si attua già nell'utero materno, quando si inizia a scalciare per segnalare la presenza. Il parlare è la porta di uscita dal sé, per farci ricalare nuovamente nel sé: in tale circolarità siamo disposti ad incontrare l'altro e noi stessi. Come due territori (io/tu) che si prestano ad essere esplorati, meglio ispezionati, e in tale sopralluogo l'essere un estraneo lascia il posto all'essere un riconosciuto e un amato. Nell'incontro c'è l'assimilazione che rende speculari e similari nello spazio più ampio del noi: Essere un noi rende meno soli e così quel soggettivismo cognitivo da privato si fa sociale, universale. In tale essere un uno nel tutto vitale, ogni soggetto può trovare alloggio e dimora nel sfera "alta" della Vita. (da Premessa Il Grido, 2011).



I fili che costituiscono l'aggrovigliata trama dell'esperienza umana E.Cassirer


Quadri di Poesie, da Il filo. 1994

Nell'immaginario collettivo la parola Storia riecheggia uno spaccato di Passato che allarga lo sguardo lettore (t. 0) a differenti epoche e civiltà. Ogni storia è un racconto, una trama di verità in cui si intrecciano i fatti con le storie private e collettive, in una successione lineare di sequenze temporali.

Tale lettura tende a uni-formare Storia e Storiografia, legandole in un'unica idea-forma mentale, come fossero due sinonimi interscambiabili da usare a piacimento, e, per estensione, così pure le due funzioni di storico e di storiografo.

Con uno sguardo eco-biostorico tale lettura è riduttiva e molto deformante, sotto il profilo della verità storica, poiché si sovrappongono due topologie di spazi distinti, con architetture differenti e con funzionalità indipendenti e due comportamenti-funzione che non sono identificabili in una uniformità di ruolo:

  • lo storico è ogni uomo-soggetto che elabora una risposta-fatto storico, a t.0, nella dialogica del rapporto individuo/campo; mentre lo storiografo è uno specialista che tende ad interpretare una situazione già accaduta (occhio esterno) e a dare un'inclinazione di lettura funzionale al creare una tendenza-moda storica.
  • Lo storico è ogni vivente immerso nella vita, che deve rispondere un po' come il gladiatore nell'arena per una questione di vita o di morte; mentre lo storiografo è il senatore-scommettitore che ipotizza delle linee di successo/insuccesso a lungo raggio degli esiti. Le scritture sono tutte inclinate ad una curvatura immaginativa e anticipativa di presa ideologica.

La Storia con la maiuscola è l'insieme di tutti gli accadimenti-fatti che si concretizzano in un databile e collocabile tempo presente, quindi è un campo dinamico in cui si attualizza un gioco di forze-spinte-agenti-spazi-scelte che dà  visibilità alla Vita, nel succedersi dei molteplici tempi-presente (t. 0). La scrittura della storia, invece è un livello diverso d'organizzazione  con uno spazio-tempo differente e con uno sguardo-lettore non mischiato nella dinamica costruttiva. La scrittura è un dopo, un fuori-campo che fa assumere una posizione intorno ai fatti, dando a questi un'inclinazione di lettura a contorno, che risente del particolare punto di vista che l'osservatore fuori-campo vuole implementare e fare germogliare. Il primo agisce con i fatti, il secondo con le tendenze-credenze:
  • Come non esiste una scienza neutra, così non esiste uno storiografia neutra, che trascriva storie oggettive! Se di oggettività si vuole parlare allora essa risiede solo nell'atto stesso in cui emerge la parti-cella di realtà (quanto storico), assumendo uno spazio-tempo-fatto, che si traduce, se letto (quanto informativo) in una nozione-cella a luogo-data-detto, non contornata.
L'errore di lettura è da porre in relazione al paradigma moderno, contesto in cui si colloca l'interpretazione collettiva del significato-parola Storia,  infatti gli studiosi, avendo confuso le letture con l'osservato, le porgevano come identità, mettendo, poi, in ombra l'osservatore, letto come fattore indifferente non in grado di esercitare una pressione, una flessione-ripiegamento nella curvatura della presa dei fatti.

I fatti in sé rientrano nel campo della Vita, le storie nel campo degli Immaginati:

  • Tutta la differenza si gioca su tale sfumatura di valore che rende i primi verità e le seconde storielle, narrazioni, cioè proiezioni interpretative e riduttive della complessità del campo-vita al grado di comprensione dell'osservatore; sfumatura che in molti non riescono a cogliere, essendo estranea alla loro mente l'organicazione a topos dei concetti-fatti che danno la forma-spazio alla lettura di realtà.
Immaginazione e Storia sono intrecciati nella Coscienza dell'osservatore-lettore che gioca a isolare e interpretare una molteplicità di movimenti dei quali può leggere solo la superficie, la membrana-frontiera in un visto-captato-identificato.

Ogni fatto ha in sé ha un alone di mistero, quale luogo del non detto, non emerso, non-esplicitato che rende ogni singola lettura una riduzione di complessità.

Cercando con un esempio di aprire il concetto, si pensi ad una dialogica fattuale tra due agenti A e B, come una comunicazione a emittente/destinatario, in cui i due soggetti si scambino vicendevolmente il ruolo-funzione nella lettura-risposta, processo a feedback.

Smontando la successione delle risposte (mappa n°1) la dinamica dei fatti non è a linea-retta, su cui le risposte 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 sono affiancate in sequenza a uni-verso, indifferentemente dagli sguardi-posizioni degli agenti storici; ma su uno spazio a cerchi concentrici, per cui si creano due sguardi su due punti-luogo che rendono intermittente la lettura-azione, come fossero:

  • uno spazio pieno 1, un vuoto 2, un pieno 3, un vuoto 4, un pieno 5, un vuoto 6, un pieno 8, un vuoto 8 - occhio di lettore agente A. Viceversa per l'occhio lettore - agente B - il vuoto 2 è un pieno, essendo lui a rispondere e il pieno 3 è un vuoto subendo la risposta... 
Il vuoto è l'attesa di risposta che si sta codificando, prendendo forma, nella mente dell'interlocutore. Ogni risposta storica richiede un tempo d'elaborazione che è un'operazione chiara per chi agisce, seleziona e risponde; oscura per chi la riceve (rapporto a causa-effetto).

Sviluppare uno sguardo topologico sulla costruzione di parole-significati è importantissimo per leggere le sfumature dialogiche con i contorni arricchiti di valore; questa abilità visiva a vedere le topologie degli enunciatati è alla base della lettura multi-proiettiva dello sguardo-mente eco-biostorico.

Ritornando alle interiorizzazioni dei significati ad esempio quelli di causa e caso (foto), essi sono degli opposti con un occhio posizionato  a punto 1-causa o a punto 2-caso; ma con un occhio a punto 3, allargato alla dialogica tutta, che riesce a vedere le dipendenze reciproche dei processi,  la lettura si stempera, si smorza ed emerge l'azione come una pressione a verso di lettura di un agente 1, su l'altro agente 2, per cui quello che per il primo è causa, per l'altro è caso.
  • Quante carte sono state scritti sulle teorie del Caso e quante scelte sono state fatte in nome di una casualità de-contestualizzata!

Se il caso è una semplice cecità a non saper leggere i fattori iniziali di un accadimento, allora mutano le interpretazioni e i versi dei significati  storici; non esistono eventi che prendano vita ad opera di una dea capricciosa e bizzarra che si diverta a giocare con l'umanità; ma c'è una coerenza che rende i fatti concatenati ai campi delle dialogiche che rendono vitale i sistemi in tutti i piani e livelli evolutivi.

Nelle relazioni individuo-campi come mutano i soggetti, così mutano i campi-nicchie di quei soggetti e c'è una forma di sincronismo storico che rende ogni modifica legata e annodata a doppio indirizzo individuo/campo, come in una unica rete che prenda direzione comune, per cui quello che risulta buono per il soggetto, si fa bene per il campo e viceversa quello che è brutto per uno è male per l'altro.

L'irrazionalismo, così idolatrato in alcune ideologie decadenti, non esiste, è solamente un'invenzione storica per mascherare una mancanza d'immedesimazione dell'occhio a comprendere i versi-nodi di lettura che rendono rete i fatti.


Il nodo

Si incontrarono per caso. Quanti incontri sono dovuti al caso, quel caso che ti porta ad essere lì in quel secondo, proprio quello, e in quel lì e non un altro, perché è quello l’incontro. Quante volte, quel caso, seguendo il suo disegno che non è il mio e non è il tuo, entra con determinazione a slegare o ad annodare noi che andiamo lungo sentieri ed autostrade, con salite e con discese, nelle intemperie e nei sereni. Si incontrarono per caso una sera di novembre nella sala di un albergo di riviera. Fuori il vento, confondendo mare e cielo, polverizzava gli spruzzi dolciastri che infangavano gli abiti dei passanti e il bianco del viale. I loro occhi per un po’ si studiarono e subito si scartarono. Lui continuò ad annotare sulla agenda tutti gli impegni della settimana, con la stessa attenzione con cui, poco prima, aveva finito di sistemare gli appunti della relazione, quella che l’indomani avrebbe esposto a quegli esperti di settore. Amava l’ordine discreto del tempo che corre lungo il suo binario, senza mai alterare la sua velocità. Amava la ripetitività delle azioni che si inanellano le une alle altre con un non so che di languido e di fatale. Nel suo chiamare con il lapis secondi, azioni, luoghi ed emozioni giocava a sistemare il puzzle della vita e alla fine di ogni giorno, con un velo di piacere, sottolineava il secondo, l’azione, il luogo, l’emozione che si erano puntualmente compiuti, avverando i suoi programmi. Lei rientro nel suo sogno che andava veloce, per poi decelerare, quasi a fermarsi e, con una rapida inversione, cambiare direzione. Era stato quel sogno che l’aveva spinta, fuori stagione, su quella spiaggia. Amava gli spazi che ora allargandosi e ora restringendosi, si intersecano in fotogrammi disordinati, miscelati dallo zoom del suo occhio. Amava i colori che danno forma alle cose e si incantava dietro un rosa, un blu, un giallo, un verde, un viola. Nel suo vagare di spazio in spazio, giocava a perdersi in un secondo, in un’azione, in un luogo, in un’emozione. Le sue giornate non avevano una cronologia, al lunedì seguiva un giovedì e a questo una domenica o, forse, un martedì. Il suo tempo non era segnato dal quadrante di un orologio, a cui aveva rinunciato sin da bambina. Continuarono a dimenticarsi per tutto il resto della serata, quando a cena si ritrovarono seduti alla stessa tavola, senza dirsi una parola, quando al bar ordinarono un caffè. Quando, dopo, in poltrona lei rideva sulla vita; mentre lui discuteva dello stallo finanziario. L’indomani un sole sfacciato fece capolino da dietro l’ultima onda e con il suo calore prosciugò il giallognolo delle pozzanghere. Lei entrò nell’ingranaggio di quel tempo a colazione, quando lui notò il colore del suo corpo che, in punta di piedi, cercava di non destare le lastre del pavimento, egli ebbe voglia di chiudere in uno scrigno quel frammento di visione. Lui invase quel campo, durante la relazione, quando lei, distrattamente, sentì il costante affluire delle sue parole ed ebbe voglia che quella ninna nanna non si fermasse più. Lui fermo nel grigio di quegli occhi, percepì la poesia di tale insieme. Lei capì di essere la destinataria di tutti quei bilanci, conti e proiezioni che si coloravano di marroni, i suoi occhi; di dolcezza, la sua bocca; di calore, la sua spalla. Il caso dall’alto aveva da tempo, plasmato quelle inconsapevoli esistenze, per farne un nodo stretto, stretto. (da Ed altro. 1994)




La vita è un'enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi. D. Caye

La vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii. James Joyce

Il volto della Storia è la Vita

Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò che curi. C. M Schulz

Il vicolo cieco nelle proiezioni fattuali a curvature catastrofiche è stato, ed è  ancora per molte società, nell'aver per millenni privilegiato, nelle letture, lo sguardo a dimensione maschilista, con la giustificazione pretenziosa della superiorità, nello svolgere un ruolo-funzione, se si mostrano comportamenti arroganti e prepotenti che hanno finito col dare un'impronta a Etica forte, nella valutazione e giustificazione fattuale.

L'esaltazione della forza, sia fisica che mentale, come il valore storico, ha partorito una visione monca di realtà, in cui la lotta per la sopravvivenza è imposta come nodo-cardine delle organizzazioni storico-politiche:

  • Una società a sguardo monco, nasce dalla creazione di un privilegio-baronia che dà dignità e veste di verità solamente a uno degli sguardi possibili, ma a condizione che sappia essere impositivo, selettivo, fortemente consapevole dei rapporti di potere/sottomissione e dei vincoli d'appartenenza ad una cerchia di supremazia. Uno sguardo non riducibile a un semplice fatto di genere, molte donne lo possiedono e lo impongono, ma a una forma antropologica di paura a mostrare la tenerezza nelle letture, tenerezza riconducibile alla dimensione di madre (rapporto utero-feto). 

intrecci e filature

 All interconnected 2014

Quando inizio un lavoro creativo sono spinta dal mio sguardo interno (conoscenza-sentire) che va verso l'esterno e poi rientra ed esce ancora... ed ancora... è l'immaginazione che lega il mio cuore a quello dell'Universo in un cerchio continuo... non c'è nessun progetto preciso che precede il mio gesto creativo... solo al termine dell'opera gli attribuisco un titolo, ancora una volta utilizzando il mio sguardo influenzato dai miei studi scientifici... il risultato non è una fedele riproduzione di un concetto della fisica ma la verità solo del mio atto creativo. Anna Paola Desiderio




L'altro universo dello sguardo:
  •     Verso una lettura della Realtà a due occhi.


La dimensione materna è quella consapevolezza che allarga
la coscienza alla novità (occhio democratico) che prende casa nelle proprie membra e che predispone alla dimensione dell'accoglienza, letta non come un fattore di squilibrio del potere-controllo, ma come una ricchezza creativa di una nascita nuova:
  •  L' occhio democratico è un occhio buono, carezzevole. La bontà è uno spazio mentale più elaborato ed evoluto che rende il ragionamento svincolato/svincolante, cioè aperto ai multi-senso degli occhi multipli dei tanti io-sé nel mondo di Dio, in tale apertura critica alle ragioni e ai bisogni altri, l'io-sé scolora le sue gabbie logiche per farsi sguardo carezzevole, cioè vicino al modo amorevole del Dio-mamma, utero della vita. Negare l'esistenza di Dio-creatore da parte dell'osservatore, non implica la negazione del suo essere forza coesiva della storia in ogni tempo zero di presente. (da: Le impaginazioni storiografiche e i sistemi ordinativi. 2014)  
Recuperare una visione a utero-feto dall'etica gentile, nelle dinamiche fattuali presuppone una capacità mentale che sappia essere fortemente dinamica nel saper dare e togliere valore ai sensi-versi di lettura, accogliendo ogni novità come una nuova sfumatura di verità.

Uno sguardo, quindi  partecipativo, consapevole che le impronte storiche hanno una ricaduta a doppio verso di fatto-bene e di fatto-male.











Acquaviva delle Fonti, 30 Ottobre 2015
Antonia Colamonico






lenti di lettura


Spunti di operatività per il viaggiatore:

1. Isola le parole non note e fai una ricerca lessicale.

2. Prova a mappare le posizioni di lettura che emergono nel racconto che segue, disegnando il profilo etico del nuovo paradigma a sguardo eco-biostorico.


Enrico

Lo stato della scienza è ad un punto morto, manca un salto di paradigma che apra ad una nuova organizzazione! - Enrico si convinceva sempre più di questo - c'è una forma di malattia mentale che rende frantumate le conclusioni delle ricerche! Si è perso il legame osservatore-osservato-osservazione!
Con tutte le sue puntualizzazioni Agnese aveva smosso la sua coscienza, mostrandogli come in una “topologia di pensiero a frattale”, il dentro-soggetto e il fuori-oggetto fossero un unico sistema relazionale, vincolato all'occhio-mente dell'osservatore che ne traccia, in sincronia, i due territori.
Il mondo e l'io, apparentemente scissi, di fatto sono l'uno il rispecchiamento dell'altro. Lei aveva insistito molto durante i loro contrasti sulla struttura a spugna della realtà storica e per ricaduta su quella, sempre a spugna, del pensiero.
La scienza, - gli aveva più volte ripetuto - si è evoluta in senso uni-direzionale, ha allargato e quintuplicato le conoscenze del “mondo”, ma non si è aperta alle dinamiche interne dell'io-osservatore, a quello spazio interiore che di fatto dà il senso-direzione all'azione del ricercare. La ricerca, in tale limitarsi al solo campo del “fuori” della coscienza, ha finito con lo smarrire il soggetto storico, estraniandosi dalla stessa realtà uomo.
Enrico ora, alla luce degli ultimi accadimenti, cominciava a comprendere le verità d'Agnese.
Una scienza senza uomo è il colmo dell'idiozia! - si disse, mentre si sentiva un estraneo alla vita.
In piena crisi di ruolo, iniziò a ragionare su quella struttura, come Agnese sosteneva, a “nastro di Möbius” del ricercare.
Gli era sempre più chiaro come fosse lo stesso osservatore a costruire lo spessore della realtà io/mondo, in un accoppiamento continuo di forme, significati, territori.
Il fuoco della sua indagine si era spostato dalla “cosa mondo”, alla relazione “io/cosa” e gli si erano aperti scenari nuovi, che, come lei affermava, di finestra in finestra, mostravano una realtà fortemente dinamica e multiforme, in grado di svelare la molteplicità naturale della vita.
Di pari passo al procedere della rivisitazione delle sue certezze, in Enrico cresceva il senso di colpa per essere stato tanto severo nel giudicare Agnese.
In fondo lei, con quella apparente forma d'invadenza, aveva solo cercato di porgergli un'altra lente di lettura, che lui, in quel momento, non aveva capito. Tutto preso a contraddirla, non aveva colto che la verità ha una molteplicità frattale di sfaccettature, che restano vincolate ai modi con cui l'osservatore si posiziona nell'azione di lettura.
Arroccato in una linearità di occhio, aveva finito con il giudicarla malamente e farla sentire inadeguata alla ricerca.
Si disse, quasi a giustificarsi: - ho agito d'istinto, solo perché non ho accettato i vincoli che mi erano stati posti da una osservatrice, senza carte e titoli per misurarsi con la scienza!
Questa chiusura lo aveva reso cieco, come avvitato in una sacca di buio, proprio lui che si definiva svincolato dalle strettoie.
Ora che lei si era allontanata, tutto si stava ribaltando, proprio come in quel nastro di Möbius in cui il centro si fa periferia.
Aveva peccato di superbia. Solo ora lo comprendeva bene, molto bene, tanto da sentirsi un perfetto idiota.
Ma il senno del dopo è degli sciocchi! - Si disse, mentre guardava le carte con gli appunti sulla scrivania - alla resa dei conti, in quell'incontro, ho scelto di non fermarmi ad ascoltate!
In quel non aver voluto ricambiare l'attenzione di Agnese, Enrico si era arrenato come una barca dimenticata.
La vita a volte è buffa, quando uno crede di essere ormai adulto, scopre il suo essere bambino. Rispecchiarsi in un altro sé, di sé, spesso fa paura. Non sempre si ha voglia d'ispezionarsi.
Aveva scelto le conversazioni ferme alla superficie, fatte di si e di no formali, non in grado d'aprire spaccati di vissuti, in una coscienza tutta occupata ad indagare isolati mondi esterni.
Non aveva voluto lacci e nodi tra sentimenti, parole, attese... ma nel non aver voluto incamminarsi in un sentiero sdruccioloso, aveva posto un limite al suo sé, confinandosi un uno spazio di uomo a metà.
  • Obiettivo metodologico: Imparare a giocare con i punti di vista.



© 2015 - Antonia Colamonico - Scienza & Metodo Biostoria (Biohistory of Knowledge) - Vietata la riproduzione.





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