Ma esiste una specifica architettura veneta contemporanea? Possiamo dire che vi sono alcuni aspetti di un regionalismo architettonico veneto, ma quello che emerge dalle ricognizioni nel territorio (sinteticamente riassunte nelle pagine dedicate all’architettura di questo opuscolo, con tutti i limiti legati all’idea della selezione) è un’architettura, sostanzialmente rivolta al mondo privato, caratterizzata molto più da una globalizzazione del linguaggio piuttosto che da una elaborazione specifica di elementi regionali. Ciò di cui parliamo non porta dentro di sé il regionalismo come assunto assoluto; semmai, in alcuni casi, reinterpreta caratteri tradizionali locali profondamente rivisti da un nuovo approccio culturale.
Molti degli architetti citati in queste pagine hanno studiato e lavorato all’estero per periodi più o meno lunghi. Sono le conseguenze dell’effetto Erasmus, lanciato esattamente vent’anni fa, e che ha permesso agli attuali quarantenni, ora sotto i riflettori dell’attenzione mediatica, di navigare attraverso l’Europa durante il loro apprendistato; effetto più evidente per la generazione immediatamente successiva, ancor più legata al viaggio, alla condivisione, allo scambio.
In un territorio sempre più occupato e squilibrato (in alcuni luoghi, evidentemente marginali, dell’arcipelago delle 1500 zone industriali ci viene raccontato di eccessi di cubature destinate ad essere abbandonate, in altri più centrali la domanda invece non manca), tra nuove urbanizzazioni e nuove infrastrutture, tra distese di villette e casette a schiera, troviamo disseminate un numero sempre maggiore di realizzazioni che rispondono a parametri estetici e qualitativi impensabili una generazione orsono.
Merito solo degli architetti? Ovviamente no.
Di fianco a questa tangibilità, esiste l’immaterialità del grande fermento culturale che attraversa il nostro territorio, e quello del Nord-est più in generale, come potrebbe apparire di fronte ad una ricognizione più allargata.
Premi e mostre d’architettura; cicli di incontri e di serate organizzate da associazioni, enti pubblici, ordini professionali; un’editoria effervescente che, questo preme sottolinearlo, non aspetta più la maturità progettuale per dedicarsi al corpus complessivo della produzione architettonica, ma sottolinea da subito l’attenzione che può essere destinata alle singole
opere; il web, vetrina altrettanto variegata per mostrare ciò che viene pensato e realizzato; allegati di quotidiani a grande tiratura che scrivono di architettura e di design togliendo loro quel ruolo elitario tipico dei decenni passati. Un’elevatissima attenzione mediatica, specchio della sensibilità del mondo non professionale nei confronti di spazi e territori abitati, sintomo dell’innesco di quel circolo virtuoso necessario al ribaltamento delle sorti del nostro territorio, generatrice di un’onda lunga di cui probabilmente vedremo gli effetti nel corso della prossima generazione.
[Julian Adda, maggio 2007]