Centro Ecumenico Agape, Prali, Valli Valdesi, la chiesa all’aperto - foto del direttore
Quante volte, di fronte a un’incombente disgrazia (partenza per una guerra, malattia ad esito infausto, grossa operazione, eccetera), avrete sentito dire da pii credenti: “Non resta altro che pregare, perché il Signore ascolta”. In effetti, molti pii credenti sono convinti che le promesse di Dio contenute nelle Scritture siano da prendere alla lettera, e se si rovescia lo zaino delle nostre preoccupazioni e dei nostri problemi ai piedi di Dio (ma Lui già lo sa, per cui non ci sarebbe bisogno di rovesciare lo zaino - Zarri A.), Lui provvederà. Pertanto, se sta scritto nelle Scritture di «pregare incessantemente» (1Ts 5, 17), «pregare sempre» (Lc 18, 1) e anche di chiedere perché vi sarà dato, di bussare perché vi sarà aperto (Mt 7, 7), perché, dopo tutto, se si prega con fede si possono spostare perfino i monti (Mt 17, 20), perché «tutto è possibile a chi crede» (Mc 9, 23), e perché «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 37), è abbastanza ovvio che, se le cose vanno bene, questi pii credenti saranno convinti che le loro preghiere abbiano funzionato. Anzi, funzionano ancora meglio se si prega comunitariamente, o con una catena umana ininterrotta.
In realtà, non hanno pregato Uno, hanno pregato per qualcuno o per qualcosa, nell’assenza di ogni gratuità (Zarri A.), perché gratuito significa non ottenere nulla in cambio.
Sia ben chiaro: non nego la forza spirituale che altri possono sentire. Sarà telepatia, sarà altro, non lo so. Ma so che i soldati al fronte “sentono” se dietro di loro c’è un popolo tutto unito che li supporta con determinazione, con lo spirito, oppure se dietro di loro manca questa coesione fra chi è al fronte e chi è a casa, e in tal caso il morale della truppa ne resta negativamente influenzato.
Quello che nego è che Dio esaudisca chi lo prega tanto e non appaghi chi non lo prega affatto; tant’è che, se le cose non vanno bene nonostante le preghiere, è facile che sopravvenga una crisi di fede in chi ha pregato con queste idee. Per tornar a credere non basta neanche a quel punto dire «Sia fatta la tua volontà», perché quest’ultimo atteggiamento rende improvvisamente nulle e vuote le promesse di Dio che i ferventi oranti avevano ricavato inizialmente dalle Scritture, consapevoli che Dio non mente mai.
Anche Martin Lutero diceva che la preghiera è qualcosa di potente, poiché Dio vi si è impegnato e legato. No. Non è così. La preghiera non è un contratto, che lega le due parti dell’accordo: non posso accendere le candele e chiedere in cambio la guarigione. La preghiera non è la bustarella che si allunga a Dio per avere in cambio qualcosa. Lo si è già detto parlando del purgatorio (n. 455 di questo giornale, https://sites.google.com/site/numerigiugnoluglio2018/numero-455---3-giugno-2018/il-purgatorio-e-l-indulto).
Dopo duemila anni, in realtà, quello che emerge è che noi siamo ancora paganeggianti, e al pari degli antichi romani ci aspettiamo che Dio risponda alla nostra offerta di prestazione rituale con una controprestazione assistenziale: in tanti sono ancora propensi a comportarsi come il popolo romano che, nell’apprendere la morte di Germanico, a lui assai caro, s’infuriò, si precipitò nel Tempio ed abbatté gli altari rovesciando nelle strade le statue degli dei che avevano permesso la sua morte. Siamo paganeggianti perché pensiamo di influenzare Dio con la costrizione o con la preghiera, esattamente come i pagani facevano con un determinato dio o demone.
Ora, se Dio ha il potere di far morire o salvare uno che va in guerra, di far guarire o morire una persona di cancro, di farle andare in tilt il cuore con morte conseguente o, al contrario, di ispirare la mano del chirurgo che opera, è evidente che si sta ancora pensando al Dio dell’eteronomia (cfr. n. 461 di questo giornale,https://sites.google.com/site/numerigiugnoluglio2018/numero-461---15-luglio-2018/il-dio-del-teismo-e-morto).
Ma se Dio ha il potere di salvare o meno la vita e non lo fa, lasciando nel dolore chi resta, è un Dio cattivo. Se poi chi subisce la disgrazia resta vivo ma gravemente handicappato (perde la vista in guerra, oppure perde una gamba in un incidente stradale, o – ancor peggio – resta completamente paralizzato a causa di un ictus) avrebbe buoni motivi per prendersela con questo Dio sadico e malvagio che aveva promesso di intervenire, ma non l’ha fatto e non ha esaudito le preghiere. Però qui, la stessa religione avverte che se questo handicappato arrivasse a bestemmiare il nome di Dio che non è intervenuto quando doveva intervenire, dovrebbe ulteriormente temere la sua ira, che potrebbe colpire l’handicappato bestemmiatore di nuovo, in maniera ancora più terribile di quanto già fatto. Ma che razza di Dio è mai questo? Non certo il Dio di Gesù.
Infatti, va fatto notare che Gesù (che poi per i credenti è Dio), nel caso della morte del suo amico Lazzaro (Gv 11, 1ss.) non si era mosso per qualche giorno, nonostante lo avessero scongiurato di accorrere prima che Lazzaro morisse. Ciò dimostra che Dio non elimina il normale ciclo biologico, nel senso che non ci libera dalla morte biologica. Gesù (Dio) non prolunga a nessuno la vita fisica (Maggi A.). Allo stesso modo non interviene nemmeno perché non accadano eventi disastrosi che minano e distorcono l’integrità fisica di una persona.
Inoltre, stando ai vangeli, Gesù non ha voluto mai dare una spiegazione sul perché della sofferenza, ma per lo meno ha anche evitato di dire certe sciocchezze tradizionali che invece si sentono ripetere da molte persone pie, le quali tentano di giustificare l’ingiustificabile. Ad esempio:
- nessun male cade sul giusto; se ti capita qualcosa di brutto vuol dire che hai peccato. Evidentemente Gesù doveva essere un gran peccatore per fare quella fine che ha fatto. E, poi, come può parlarsi di un Dio giusto se lascia impunite tante persone malvagie, che sicuramente hanno peccato molto più di Gesù?
- le disgrazie servono per aumentare la sensibilità della gente. Ha ben obiettato un rabbino (Kushner H.S.): «Sono offeso da quelli che dicono che Dio crea bambini ritardati perché quelli attorno a lui imparino la compassione. Perché mai Dio dovrebbe distorcere la vita di qualcun altro solo per rafforzare la mia sensibilità?»
- se ti muore un figlio, vuol dire che Dio sapeva che sei abbastanza forte per sopportare il dolore, perché Dio non carica nessuno di dolori insopportabili. Obiezione: allora se ero più debole, mio figlio continuava a vivere? Ma quante coppie si sono invece sfaldate di fronte alla morte o a una grave malattia di un figlio?
- Parimenti illogico e risibile è il tentativo di discolpare Dio sostenendo che la disgrazia fa parte di un complesso piano divino, al momento per noi incomprensibile. Con la teoria di una dimensione provvidenziale della storia in base alla quale tutto trova spiegazione, si è affermato che Dio vede il male ed essendo onnipotente lo potrebbe anche impedire, ma non lo fa per trarne poi misteriosamente un bene maggiore (n. 311 del Catechismo).
È facile obiettare anche qui che, se Dio ha lasciato che si verificasse lo sterminio degli armeni e degli ebrei nel XX secolo pur avendo il potere di impedirlo, la Chiesa dovrebbe spiegarci dove vede questo bene maggiore, perché la gente comune non lo ha visto neanche a distanza di un secolo o di decenni. Siccome nessuno sa dare una spiegazione, ci si rifugia davanti a un (ennesimo) caso di mistero, ma ogni persona di buon senso sa che omettere d’intervenire quando si può farlo non è affatto un comportamento neutro, e a chi è rimasto così inerte si può e si deve muovere quanto meno un rimprovero di negligenza; in altri termini, il mancato compimento dell’azione salvifica che ci si attendeva da un Dio buono non è diverso dalla riprovevole omissione di una madre che, pur potendo intervenire, lascia che il proprio bambino cammini sul cornicione del condominio dove ha ottime probabilità di precipitare, oppure non gli dà da mangiare fidando nella Divina Provvidenza. Ora, se Dio è onnipotente e vuole che tutti vivano, può anche far sì che tutti abbiano da mangiare (Mt 6, 25), anche in quelle regioni dove la gente muore di fame. Se, da onnipotente qual è, potendole nutrire intervenendo dall’alto (magari con la manna, come ha fatto con gli ebrei durante l’esodo), lascia che muoiano senza far sparire la carestia che ha ridotto quelle genti alla fame, sta compiendo una vera eutanasia. Dunque, Dio non solo ammetterebbe l’eutanasia, ma la compie.
È vero che, come dicevano i latini, quod licet Iovi non licet bovi (ciò che è lecito a Dio non è lecito per l’uomo comune), ma è sempre lo stesso Catechismo (nn. 1756, 1761, 1789; e anche § 14 della Humanae Vitae di Papa Paolo VI) ad affermare categoricamente che non è lecito compiere il male anche al fine di farne derivare un bene, neanche in presenza di gravissime ragioni.
Dunque siamo in presenza di una chiara contraddizione, visto che la religione vieta all’uomo di fare proprio quello che Dio sembra fare in continuazione.
Ma così arriviamo alla conclusione che l’amore umano può essere migliore dello strombazzato amore di Dio, e in tal modo è scontato che, quando l’uomo si scopre migliore del dio al quale viene invitato a credere, rifiuta questo dio che gli sembra inferiore a noi umani nella capacità di amare.
A un Dio teistico (cfr. quanto detto nell’articolo Il Dio del teismo è morto, nel n. 461 di questo giornale,https://sites.google.com/site/numerigiugnoluglio2018/numero-461---15-luglio-2018/il-dio-del-teismo-e-morto) si può forse credere finché tutto va bene. Ma quando arriva la catastrofe, questo Dio dimostra l’incapacità di mantenere ciò che aveva promesso, e allora sorgono i dubbi su questo Dio.
Ma se non esiste un essere soprannaturale fuori di questo mondo che dirige le faccende di questo mondo in modo personale e, soprattutto, se non risponde alle preghiere venendo in aiuto di chi prega, come si fa a credere in Dio? Se la preghiera non produce risultato, qual è la sua utilità?
La preghiera ha soltanto una funzione comunionale: non cambia sicuramente Dio, ma può cambiare me. Sono io che apro la porta verso Dio; sono io che accetto il dialogo.
Se Dio mi ama e sa già tutto, so già che sta tifando per me, come per te, come per tutti noi. La preghiera dà la forza dentro a chi prega, l’energia per accettare e andare avanti, per vivere in piedi, eretti, e non come lumaconi striscianti.
Ma se Dio sa già tutto, di nuovo, perché pregarlo? Per entrare in contatto con qualcuno si deve pur parlargli. L’uomo non ha parole da Dio, non ha mezzi da Dio. Perché qualcuno possa entrare dentro di me devo aprire la mia porta, e lo faccio comunicando con Lui.
Un frettoloso ‘Buongiorno!’, e poi via ognuno per la sua strada, mi fa scordare in fretta quella persona. Anche in famiglia, perché una famiglia sia tale, o anche fuori di casa, perché qualcuno diventi veramente mio amico, occorre comunicare, e non basta dirsi “Buongiorno!” alla mattina, e poi non pensarci più.
Insisterà ancora chi crede nel fatto che Dio si è vincolato se lui prega, pienamente convinto che se prega con fede intensa sarà sicuramente esaudito. Sta scritto nel Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato… bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). Letto così sembra che basti effettivamente solo insistere con determinazione nella preghiera per essere esauditi. Chi la pensa così dovrebbe però spiegare, in primo luogo, come mai lo stesso Gesù nell’orto, il giovedì di Passione, pregò intensamente il Padre suo di allontanargli quel calice amaro, ma non venne affatto esaudito, per cui non gli venne ‘dato’ e non gli venne ‘aperto’; e se Gesù stesso, proprio lui che aveva detto che avremmo potuto spostare le montagne (Mc 11, 23) non è riuscito ad allontanare il calice del dolore, cioè non è stato ascoltato, perché mai dovremmo esserlo noi? Ora, essendo escluso che Gesù possa aver pregato senza fede e con leggerezza, l’unica spiegazione logica è quella che si rifà all’ultimo inciso del Vangelo di Luca, non riportato negli altri, il quale riesce a chiarire il senso di tutti gli altri vangeli (Lc 11, 13: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono»), in cui si dice espressamente che, se uno prega intensamente, gli viene promesso soltanto lo Spirito, e non il bene richiesto, non la guarigione, non la soluzione del problema, non l’esaudimento della sua preghiera.
Viene promessa soltanto la forza di abbandonarsi a Dio (sia fatta la tua volontà), una forza spirituale che farà superare il momento di difficoltà, a prescindere da quello che succede.
E così è successo a Gesù che pregava nel Getsemani.
La porta contro cui bussiamo con tenace insistenza non ci verrà necessariamente aperta, ma ci verranno aperte altre porte, se restiamo aperti noi, perché Dio resta vicino a noi. La volontà di Dio si compie quando ci apriamo alla sua azione creatrice, anche all’interno di eventi dolorosi, per cui è possibile vivere bene anche il male, continuando ad amare, perché nessuno può separarci dall’amore di Dio (Molari C.).
Sicuramente è un’idea strana pensare che Dio, grazie alle nostre preghiere, faccia la nostra volontà. La preghiera è piuttosto quell’attività che permette a ciascuno di noi di essere reciprocamente donatore e ricettore del senso profondo della vita, un senso che si può chiamare Dio. L’uomo non può fermare la malattia e arrecare la guarigione o procrastinare l’inevitabilità della morte. Ma può rafforzare la vita, espandere l’amore e far emergere un essere più profondo sia in chi dona, sia in chi riceve. Col che, pregare vuol dire semplicemente cercare di essere la presenza di Dio in ogni relazione in cui si entra (Spong J.S.). Pregare, dunque, non è chiedere cose, ma è incontrarsi con Dio (Zarri A.).
Dario Culot