Chiesa di Ospitale, Cortina d’Ampezzo, 1226 - foto del direttore
La riflessione dell’amico Dario Culot sul numero odierno di questo nostro settimanale provoca il direttore a qualche ulteriore stravaganza di pensiero, ulteriore rispetto agli abbozzi personalissimi già tratteggiati con fatica ed esiti per lo più sconosciuti (attendendo reazioni di eventuali lettrici e lettori).
Una teologia del sesso, non della sessualità e neppure della “genitalità” - come s’usa distinguere -, è impresa talmente ardua da risultare alla fine probabilmente sconsigliabile. Ma forse lo sconforto deriva dall’avere parcellizzato, ritagliato in un angolo oscuro o relegato ad una ribalta illuminabile solo a comando, una dimensione di totale coinvolgimento esistenziale, anche quando negata o – sempre come si dice – “sublimata”.
Il sesso sta dentro ogni aspetto e tempo del vivere nostro, ma la sua comprensione fa trasparire, quasi specula di potente gittata visiva, il senso stesso della vita.
Sesso come senso. Senso, significato, come rivelazione del sesso. Il sesso che dice una verità. Anzi, “la” verità.
In tale prospettiva, anche nei confronti delle considerazioni di Dario – cui ci lega vera condivisione di momenti ecclesiali triestini assai importanti -, avverto la necessità di scandagliare la verità del sesso a prescindere da una sua “matrimonializzazione”, intesa quale codifica socio-giuridica, e certo anche etica, che sola renda possibile la stessa poliedrica e pluriforme esperienza del sesso vissuto.
Sembra esserci, insomma, a modestissimo parere del qui scrivente, una sorta di mozione d’ordine che condiziona la liceità di ogni parlar di sesso e che unisce tale totalità – quella sessuale appunto – ad una necessaria forma di riconoscimento pubblico di ruoli reciproci.
Pur consapevole dell’importanza della storia e dell’insegnamento della Comunità Cristiana (di cui il magistero costituisce una declinazione tipicamente cattolica), a me pare che un “vangelo” del sesso, cioè una buona notizia su questa fondamentale realtà, richieda di prescindere invece da ogni “come”, da ogni modalità, abito, costume, pratica, assetto, codice, per concentrarsi piuttosto sul “chi”, sulla persona, sul suo volto concreto, sul suo corpo altrettanto concreto, che in quella medesima realtà è incontrato.
Sgombriamo subito il campo dunque da qualsiasi equivoco: se il sesso non si accompagna ad alcun incontro, se si dimostra incapace di convocare alcun “chi”, lasciando completamente anonimo il “tu” che compare davanti, manifestando completo disinteresse verso il suo essere, esso – il sesso - svapora, non si affloscia in una qualche reprimenda morale, ma semplicemente maleodora di plastica bruciata e resta nauseante.
C’è, però, una prossimità che può sconcertare – e che non mi sembra per nulla blasfema – tra invito a mangiare eucaristicamente un corpo e a berne il sangue e l’incontro profondo tra i corpi quando si uniscono.
“Prendete e mangiatene tutti.”
Come “tutti”?
È un invito che sembra scandaloso. Qualcuno si offre, offre il suo corpo, a tutti.
Dentro quale tipo di relazione? In quale modo?
Di rincalzo peraltro s’è già avuto qualche volta di rammentare la altrettanto scandalosa ricerca: “Ti amo tanto che ti mangerei”.
L’offerta del corpo a tutti assume un’evidente ampiezza politica.
Tutti sono invitati, perché tutti sono altrettanti “chi”, che non possono essere esclusi.
Non interessa affatto sapere “come” vengano invitati, secondo quale protocollo, ma importa - importanza capitale, da morirne se negata - che l’invito avvenga.
Le polemiche sulla copertina di “Famiglia Cristiana”, l’abolizione della pena di morte dal Catechismo della Chiesa Cattolica per disposizione papale, lo stesso quadro complessivo di riferimento dell’attualità politica nel nostro Paese portano, mi pare senza possibilità di sfuggirvi, alla necessità di una scelta: o per il “come”, o per il “chi”.
Afferma Bonhoeffer, nella Cristologia citata la scorsa domenica (a p. 39 dell’edizione italiana per i tipi della Queriniana): «Il Cristo presente nel sacramento è il creatore e nello stesso tempo la creatura di questa nuova creazione. È presente come il nostro creatore, che ci rende nuove creature. Ma lo è come creatura umiliata nel sacramento, e in nessun altro modo. In tal modo egli è presente. La domanda su come ciò possa essere, deve convertirsi nella domanda su chi sia colui che è in tal modo. Risposta: è il Dio-uomo, storico e crocifisso, risorto e asceso al cielo, manifesto come fratello e signore, come creatura e creatore.»
La nostra sensibilità rifugge, probabilmente, dal ritenere a noi consentanea un’espressione come “umiliarsi nel sacramento”, ma la verità sottostante a tale espressione è di intensità da fare paura. “Sacramento” come limite, come esauribilità materiale di qualcosa che dice di più di ciò che è.
C’è un “come” che resta indifferente, quasi irrilevante, a fronte del “chi” in quella modalità si rende presente, un “chi” che può trasparire, insomma, da qualunque “come”, anche se certo di un “come” abbisogna.
Il sesso allora – ed una sua auspicabile teologia – deve essere nuovo linguaggio, sempre nuovo, mai uguale a se stesso, per una inesprimibile liturgia del “chi”.
Rito che si fa gesto e parola smozzicata, inascoltabile ad orecchie composte e preoccupate di buona creanza.
Vangelo di Giovanni, capitolo 6, versetto 48: “Io sono il pane della vita”.
Il pane si mangia e basta, senza discettare su come si faccia a mangiarlo.
E mangiando quel pane – come che sia – ci si unisce a qualcuno, cui si può pure chiedere, anche tra le urla: “Chi sei?”
Stefano Sodaro