Fontana del Belvedere di San Vito di Cadore - foto del direttore
Siamo in agosto, e dicono che, col caldo, gli appetiti sessuali aumentano. Non so se sia vero, ma è un’occasione per affrontare un tema interessante, perché se la voce del papa viene riportata sui quotidiani, è ancora oggi, per lo più, con riferimento alla morale sessuale: controllo delle nascite, uso dei metodi anticoncezionali, educazione sessuale nelle scuole, eccetera. A conferma di ciò, era stato argutamente osservato dal teologo Karl Rahner che se la gente dovesse leggere sul giornale del mattino che la Chiesa ha scoperto una quarta persona della Trinità, questo causerebbe scarsa agitazione, o almeno un’agitazione assai minore di quella causata da un pronunciamento vaticano su una questione di etica sessuale. Insomma: il preservativo sicuramente attira l’attenzione più della Trinità!
Forse uno degli esempi più eclatanti di fallimento dell’autorità ecclesiastica, quando la stessa non riesce più a imporsi al suo gregge con la paura, si può vedere proprio nella decisione sulla contraccezione, presa autonomamente da Papa Paolo VI, con la famosa enciclica Humanae vitae nel luglio 1968, contro il parere della maggioranza della Commissione, inizialmente nominata da Papa Giovanni XXIII e da lui stesso confermata (§ 5 Humanae vitae).
Tutti sanno oggi che la dottrina morale cattolica condanna ancora la contraccezione, ma quasi nessuno sa perché, anche se pensa che nell’enciclica di cinquant’anni fa venga spiegato questo perché. Niente di più sbagliato. Se si legge l’enciclica si trovano ampi richiami al rispetto della Legge di Dio di cui la Chiesa è interprete (§§ 18, 31), ampi richiami al potere di dare disposizioni in materia di morale grazie alla successione apostolica (§4), ma non c’è neanche una confutazione una al documento finale della Commissione (che viene semplicemente ringraziata e immediatamente sciolta: cfr. sempre § 5). Non solo non si dice cosa ha detto la Commissione, non si dice dove ha eventualmente sbagliato, ma non viene nemmeno spiegato in base a quale ragionamento logico la contraccezione per proteggersi da gravidanze indesiderate sarebbe contraria alla volontà di Dio.
Leggendo fra le righe, si può probabilmente ricavare una spiegazione in questi termini: il 29.10.1951, in un discorso alle ostetriche cattoliche, Papa Pio XII aveva già preso posizione contro i metodi contraccettivi: «Non prestatevi mai a qualsiasi cosa contraria alla legge di Dio… Iddio obbliga i coniugi all’astinenza se la loro unione non può essere compiuta secondo le norme della natura;» e questa sua decisione vincolante – come disse lo stesso papa - sarebbe stata pensata e poi espressamente presa in difesa dell’onore del matrimonio cristiano, del suo bonum prolis (l’unico aspetto positivo del matrimonio era quello di generare figli), e della dignità personale dei coniugi.
Dunque, prima dell’enciclica in questione, Papa Pio XII aveva già insegnato che la prassi contraccettiva era un male, per cui si era di fronte sostanzialmente, ancorché non formalmente, a una verità morale di fatto infallibile (secondo la dottrina cattolica): infatti in quell’occasione Pio XII si era pronunciato con un atto definitivo su una dottrina riguardante la morale. Stanti i ripetuti richiami nell’enciclica a questo predecessore (§§ 17 e 24) non è probabilmente sbagliato pensare che, sentendosi vincolato da questo precedente, Papa Paolo VI abbia emesso la sua decisione conforme, perché accedere alla tesi della maggioranza della Commissione (che era invece favorevole all’uso dei contraccettivi) avrebbe significato smentire il dogma dell’infallibilità papale. Un disastro per la pretesa autorità della Chiesa. In effetti, si deve pensare che questo timore da parte di Papa Paolo VI, ancorché non espresso direttamente, sia stato determinante visto che il divieto è stato da lui posto senza entrare nel cuore del problema della liceità o meno dei sistemi contraccettivi, e soprattutto senza spiegare perché essi sarebbero contrari alla volontà di Dio (quando, fra l’altro, nei vangeli di questo problema proprio non si parla).
Ma allora da dove si ricava l’idea che l’uso dei metodi contraccettivi è un male, visto che Papa Paolo VI non l’ha spiegato? Qualche scarna spiegazione si può trovare fra gli scritti di morale cattolica.
La prima è questa: i coniugi devono rendersi conto che il loro atto d’amore porterà facilmente a un frutto durante il periodo fecondo; ma se, al contrario, ritengono in coscienza (in base al principio della responsabilità genitoriale) di non dover avere figli (per gravi ragioni di salute, per serie ragioni economiche, ecc.), sono invitati ad astenersi dall’atto. Perché? Non perché l’uso del preservativo sia di per sé peccato, ma perché in quel modo l’uomo mira a sostituirsi al Creatore. Non sarebbe dunque un peccato contro il sesto comandamento, ma contro il primo comandamento. È come se l’uomo dicesse: “Dio! tu comanda pure a casa tua, ma a casa mia comando solo Io!” Se Dio, creatore della natura, ha fatto in modo che la donna sia feconda durante un periodo del suo ciclo, non ci si può sostituire al progetto di Dio e annullare - con una trovata tecnologica umana - la diversa volontà divina. Questo è il peccato. Quando vogliamo imporre a Dio le nostre condizioni mettendo al primo posto le nostre comodità e i nostri interessi; quando lo invitiamo sostanzialmente a togliersi di mezzo (Lui con tutti i suoi progetti), noi già neghiamo Dio in quanto Dio, perché a quel punto ci poniamo al di sopra di Lui, dando al sesso un’importanza maggiore che a Dio. Sostanzialmente, pretendendo di comandare noi, stiamo offendendo Dio, interferendo e modificando il suo progetto. In sintesi, questa ragione di natura morale si riduce a dire che impedire con supporti tecnici la gravidanza è contro quanto stabilito da Dio, è contro natura, perché a quel punto l’atto sessuale non è più compiuto – come ha detto Pio XII – “secondo le norme della natura,” norme ovviamente create da Dio.
Ma la spiegazione non mi sembra possa reggere per i motivi già espressi nell’articolo intitolato, appunto, Contro natura (n. 435 di questo giornale, https://sites.google.com/site/numeriprecedenti/numeri-dal-26-al-68/199998---gennaio-2018/numero-435---14-gennaio-2018/contro-natura), dove si ricordava che anche le costruzioni antisismiche erano state in passato vietate perché era come voler impedire l’intervento castigatore di Dio: anche in questo caso l’uomo voleva sostituirsi a Dio e, mettendosi al di sopra di Lui, schivare la sua giusta punizione. Per non dire dell’invenzione degli occhiali, marchingegni che non erano previsti nella natura creata da Dio, il quale invece aveva chiaramente detto nel Levitico 21, 20 che nessuno poteva avvicinarsi all'altare se aveva un difetto alla vista. Se Dio aveva detto e previsto così, non si poteva accettare una correzione alla vista fatta contro natura. Si può anche ricordare che la Chiesa era all’inizio perfino contraria all’iniziativa assicurativa: la vedeva come un meccanismo contro il volere di Dio perché contro la divina Provvidenza, unica fonte assicurativa naturale (Andrea Grillo, relazione su Chiesa, autorità e vangelo, tenuta all’Università di Trieste il 22.2.2017, in https://www.youtube.com/watch?v=GeXemEGbFyA). E sempre in quest’ottica, Papa Gregorio XVI aveva considerato il treno come opera infernale, proprio perché superava i limiti imposti all’uomo dalla natura (Kelly J., Vite dei Papi, The Oxford Dictionary of Popes, 1986, a cura di Riccio A., ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 1992, 513). La natura (cioè la volontà di Dio) aveva dato il cavallo o l’asino per spostarsi, non il treno o l’automobile. Eppure oggi, nessun cardinale, nessun vescovo si sente in colpa se va in treno, in aereo o in auto. La natura, ovviamente, non è cambiata. Quello che è cambiato è la cultura, anche dentro alla Chiesa.
Per il resto, per quel che ho potuto trovare dopo aver cercato, anche le poche ulteriori motivazioni sul punto mi sembrano piuttosto debolucce. Non posso escludere che mi siano sfuggite motivazioni più serie e se così fosse, chi le trova, è pregato di farcele conoscere.
a) La prima motivazione che ho trovato è la superata concezione biologica secondo cui la vita umana era presente nel seme maschile, la cui dispersione quindi non poteva che apparire come soppressione della vita. Ricordate il povero Onan, divenuto il capostipite dei peccatori che si masturbano? Teniamo anche presente che, fino alla fine dell’800, non si sapeva che anche la madre contribuiva con la metà del patrimonio genetico alla nascita di un bambino, e si riteneva che la donna fosse una mera incubatrice biologica, per cui si riteneva che tutta la vita fosse contenuta nel seme maschile, sì che Onan disperdendo il seme disperdeva vera vita.
Se solo si legge la Bibbia risulta però evidente che la sua storia non è affatto legata al “vizio solitario” sessuale, come ci hanno insegnato al catechismo, ma alla legge del matrimonio che prevedeva la clausola del levirato (Gn 38, 6-11; Dt 25, 5-10). Parola che deriva da levir, che significa cognato. Quando una donna rimaneva vedova senza un figlio, il cognato aveva l’obbligo giuridico di metterla incinta. La tecnica di allora non permetteva l’inseminazione artificiale col seme del marito morto, ma qui, concettualmente, siamo assai vicini perché è come se la donna avesse usato il seme congelato del marito morto; non potendolo tecnicamente fare, si ricorreva al seme del cognato vivo. Il figlio nato avrebbe portato il nome del marito defunto, sì che il nome del morto poteva continuare; ma ovviamente, a quel punto, il figlio, e non il cognato che pur aveva dato materialmente il suo seme, ereditava il patrimonio del defunto.
Nel cap. 38 della Genesi, Giuda fa sposare suo figlio con una cananea di nome Tamar. Questo figlio era, chissà perché, odioso a Yhwh, che lo fa morire; Tamar resta vedova. Onan, fratello del morto, avrebbe a quel punto dovuto mettere incinta Tamar, e il bambino che sarebbe nato avrebbe portato il nome del fratello defunto. Ma, dice il libro del Genesi (Gn 38, 9), Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua e ogni volta che si univa alla moglie del fratello disperdeva il seme per terra, “per non dare una prosperità al fratello”. Dio non apprezza e ammazza anche Onan. È però evidente che qui non si tratta di sesso, perché anzi Onan era obbligato per legge (divina, perché prevista dalla Bibbia) a unirsi sessualmente con Tamar, anche se Tamar non gli piaceva o se lui non piaceva a Tamar. Si tratta di meri interessi economici: se questa donna avesse avuto un figlio dal cognato, Onan avrebbe dovuto dividere il patrimonio con questo figlio che avrebbe preso il nome del fratello defunto, e Onan ricorre al coito interrotto perché semplicemente vuole tenere per sé tutta la ricchezza del clan familiare. Dunque siamo sempre davanti al solito problema: mammona.
Si trattava di una questione di vile denaro, e invece la Chiesa ha istituito il peccato mortale di onanismo (se Dio ha ammazzato Onan vuol dire che disperdere il proprio seme è grave) perché, forse ignorando che esisteva l’istituto del levirato, ha visto nella condotta di Onan solo l’aspetto sessuale. E perché la Chiesa ignorava probabilmente l’esistenza del levirato? Semplicemente perché, anche se nel Talmud si chiariva come funzionava questo istituto, fino al ‘700 la Chiesa aveva sempre fatto bruciare tutti i Talmud che trovava, ritenendoli opera del demonio. Oggi inorridiamo sentendo che dei fanatici fondamentalisti musulmani hanno distrutto le statue secolari dei Buddha in Afghanistan, o gran parte dell’antica città di Palmira in Siria, o hanno bruciato molti degli antichi manoscritti di Timbuctù, dimenticando che, se oggi non sappiamo quasi niente della civiltà azteca ed inca, è perché i cattolicissimi europei si sono comportati allo stesso modo quando hanno conquistato le Americhe. Come mai abbiamo tutti ben presente il fanatismo islamista e abbiamo presto dimenticato quello nostro?
b) E, oltre a questo, perché la storia di Onan è stata interpretata erroneamente dalla Chiesa sotto un aspetto meramente morale, mentre andava vista sotto un aspetto economico? Probabilmente per la sua innata sessuofobia. Altro pilastro su cui si regge la condanna della contraccezione consiste infatti nella concezione negativa della sessualità, fino a ieri ritenuta intrinsecamente corrotta (1Cor 7,1.28.38) a causa dell’inevitabile libido (chiamata dalla tradizione “concupiscenza”). Basta ricordare qual era l’opinione di sant’Agostino, fatta propria dalla Chiesa (cfr. Il purgatorio e l’indulto, n. 456 di questo giornale, https://sites.google.com/site/numerigiugnoluglio2018/numero-455---3-giugno-2018/il-purgatorio-e-l-indulto). Naturalmente questa era una visione ereditata, a sua volta, dal passato, ad esempio dai filosofi stoici (Marco Aurelio, I ricordi, 11,19: “Non puoi lasciare che la parte più divina del tuo essere sia vinta e soggiogata da quella più vile e mortale, cioè dal corpo con i suoi piaceri volgari”).
Ma poiché i sublimi ragionamenti filosofici hanno scarsa influenza sulle passioni, visto che i più si sposavano e non praticavano l’astensione dal sesso come auspicato dalla Chiesa, seppur di malavoglia, questa dovette accettare il dato di fatto che gli adulti non volevano proprio saperne dell’astinenza; allora il matrimonio venne accettato solo in funzione della generazione dei figli (il bonum prolis): l’unico vero dato positivo riconosciuto nel matrimonio era quello di far figli. Insomma, il matrimonio era comunque visto come un compromesso col peccato (Spong J.S.), in ogni caso era qualcosa di nettamente inferiore rispetto al più elevato status di verginità e celibato. Anche nel Discorso di Papa Pio XII del 1951 si trova ancora questo richiamo al bonum prolis, e il vecchio codice di diritto canonico, sopravvissuto fino 1983 (l’altro ieri!), confermava che il matrimonio era, per i coniugi, innanzitutto un rimedio alla concupiscenza, mentre suo scopo primario era sempre e solo quello di far figli. Così radicata era quest’idea, che ancora nel XX secolo il Sant’Uffizio aveva condannato il libro del tedesco Herbert Doms il quale aveva osato affermare che finalità principale del matrimonio non era la procreazione, bensì la comunione profonda degli sposi (Sebastiani L.). Ovvio quindi che, nella mentalità della Chiesa, la contraccezione fosse vista male perché eludeva quello che lei riteneva essere lo scopo primario dell’amore coniugale. Per la Chiesa, l’amore asessuato, se non divino, era considerato di molte spanne al di sopra della primordiale e volgare sessualità.
Che il sesso sia attiguo al peccato è talmente entrato nel Dna dei credenti cristiani che ancora oggi c’è gente che si angoscia e si chiede se può aver rapporti con la moglie ormai entrata in menopausa, e ci sono perfino preti che invitano a rinunciare al rapporto matrimoniale dopo una sopraggiunta sterilità post-operatoria di uno dei coniugi. Insomma, quello che agli occhi delle persone normali è assolutamente normale e lecito, non lo è per i gladiatori della morale, i quali amano complicarsi la vita osservando regole da essi inventate, visto che Gesù non ha mai speso una parola sul sesso, e men che meno ha dettato un prontuario dei comportamenti sessuali. Insomma, attribuire alla volontà di Dio l’idea che scopo primario del matrimonio è solo quello di fare figli, è decisione del magistero, fatto da uomini, e l’obbedienza ai legittimi pastori della Chiesa porta poi a credere voluto da Dio ciò che ha semplicemente deciso il magistero.
Se infatti si riconosce il valore dell’amore coniugale di per sé solo, come nella Bibbia aveva già fatto il Cantico dei Cantici,[1] e come sembrano cominciar a pensare oggi finalmente anche i papi, in base ad aperture impensabili fino a pochi anni fa,[2] anche questo aspetto è destinato necessariamente a cadere, almeno quando i metodi contraccettivi non sono abortivi, ma preventivi.
Mi sta bene che la Chiesa predichi con fermezza che c’è differenza enorme fra sesso meramente meccanico e amore, e che insegni che il solo sesso meccanico staccato dall’amore non è quella gran cosa proprio perché lungi dall’elevare la materia la volgarizza separando radicalmente l’intimità fisica dalla comunione personale e spirituale, e finendo così col trasformare lo stesso corpo umano in un oggetto di umiliante sfruttamento e di commercio, dal quale qualcuno trae un fugace e veloce piacere, un soddisfacimento meramente egoistico. Il punto mi sembra sia stato pregevolmente riassunto in questi termini dal settimanale Famiglia Cristiana (n.6/2005): «La sessualità genitale è facile da vivere, perché crea l’illusione che tutte le relazioni umane siano facili da realizzare, come avviene per il rapporto fisico. È spontaneo dire: «Ti amerò per sempre» nel momento in cui un ragazzo e una ragazza si avvolgono reciprocamente in un piacere immediato e intenso. Sfortunatamente, il rapporto umano è in realtà molto più complesso dell’intesa che si crea col solo rapporto fisico. È una relazione che abbraccia la vita a tutti i suoi livelli: fisico, psichico, spirituale. Il rapporto prematrimoniale può allora far cadere i giovani nell’inganno di credersi fatti l’uno per l’altro solo perché stanno bene insieme sessualmente. Invece il rapporto fisico non può essere l’inizio, ma deve essere la conclusione di un lungo cammino per verificare se sono in grado di essere il punto di riferimento l’uno dell’altro, e anche dei figli. Se no, finita la tempesta ormonale, è finito il livello fisico; ma a quel punto è finito tutto, perché il resto non esisteva neanche prima».
Insomma, il solo sesso senza amore, senza coinvolgimento di tutta la persona, non sfrutta al meglio quella stupenda creazione di Dio perché non fa crescere quella persona, non contribuisce alla realizzazione dell’uomo singolo, né della coppia. Proprio nella sessualità, dimensione essenziale dell’essere umano, questo si vede meglio che altrove; se da essa è assente l’amore, può facilmente svalutarsi e portare alla manipolazione e disprezzo per l’altra persona. Ma come ha chiarito il vescovo americano Spong, la sessualità, di per sé, è moralmente neutra e può essere vissuta sia positivamente che negativamente.
Don Milani – ricorda un suo alunno - non ti colpevolizzava per un peccato, ma ti dava una scala di valori. Se gli confessavi un’avventura replicava semplicemente: «Ora che ti sei vantato, cosa credi di aver lasciato a quella ragazza?» Erano mazzate, ma ti facevano capire che l’amore è altro. Ma qui, allora, più che parlare di peccato, si dovrebbe parlare, come appunto faceva don Milani, di carenza di educazione, perché è compito dei maestri far capire a tutti che mentre la nostra aspirazione umana tende verso l’alto, la volgarità ci schiaccia verso il basso (si tratti di sesso o di programmi televisivi).
Se per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte, così per arrivare al cielo non abbiamo altra strada che la terra, e – come è stato opportunamente ricordato - siamo persone in corpo e anima indissolubilmente uniti, non siamo puri spiriti, per cui la spiritualità cristiana non può essere spiritualità disincarnata. E allora, anche per arrivare al cielo, si deve passare attraverso la carne: il sesso fa parte della carne, e dobbiamo quindi fare i conti con esso, senza demonizzarlo, senza disprezzarlo. A questo proposito, mi pare assai significativo ricordare che il Gesù terreno venne tentato in tre modi (Mt 4, 1-11), ma, anche se il magistero della Chiesa si guarda bene dal sottolinearlo, nemmeno il diavolo in persona si è mai sognato di tentare Gesù attraverso il sesso e la carne.
In conclusione, si resta in attesa di conoscere dal magistero nuovi motivi veramente ragionevoli e seri per restare ancorati a una decisione sulla morale, presa in solitudine da un monarca assoluto, che probabilmente è stata la più contestata e disattesa del secolo scorso, non solo da parte dei fedeli ma perfino da parte del suo stesso clero, cosa che ha contribuito di sicuro a far cadere ulteriormente l’indice di credibilità dell’intero magistero.
Dario Culot
[1] “Chi è costei che s’avanza quale aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, tremenda come un esercito schierato?” (Ct 6, 10). Evidente che nel descrivere una simile emozione, l’uomo non vede avanzare verso di sé una donna tutta coperta col burqa.
[2] Solo negli ultimi tempi Benedetto XVI (Luce del mondo, ed. Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2010, 151) ha parlato del sesso come di gioia e dono reciproco; poi, con Papa Francesco, si è arrivati all’affermazione rivoluzionaria che «Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature, che abbellisce l’incontro tra gli sposi». Lo stesso papa riconosce che San Paolo raccomandava l’astinenza perché attendeva un imminente ritorno di Gesù e voleva che tutti si concentrassero unicamente sull’evangelizzazione (1Cor 7, 29), tuttavia precisa che questa era una sua opinione personale (cfr. 1Cor 7,6-8), e non una richiesta di Cristo (1Cor 7, 25) (Papa Francesco, Esortazione Apostolica Amoris Laetitia del 19.3.2016, §150-159). Però poi glissa sul fatto che in 1Cor 7, 10-11 Paolo afferma la donna separata non può risposarsi e questo non per ordine suo, ma per ordine diretto del Signore. Paolo ha cioè sempre avuto la pretesa aver ricevuto una rivelazione diretta da Dio in persona. Forse dovremmo prendere con le pinze questa sua rivendicazione.
In ogni caso, con l’Esortazione, Papa Francesco smentisce implicitamente anche sant’Agostino, il quale sosteneva: “Se i coniugi cercano il piacere nell'atto coniugale peccano” (Sant'Agostino, Contra Iulianum Haeresis Pelagianae Defensorem, Libro V, 12.46 in www.documentacatholicaomnia.eu). Insomma, stando all'insegnamento antico, bisognava essere terrorizzati dall'idea del piacere; ora, non più. Evidente che anche la Chiesa sta cambiando, dimostrando una evoluzione culturale, perché la natura è rimasta invariata.