Testo latino
Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris
ora dei iussu non umquam credita Teucris.
Hos delubra deum miseri, quibus ultimus esset
ille dies, festa velamus fronde per urbem.
Vertitur interea caelum et ruit Oceano nox
involvens umbra magna terramque polumque
Myrmidonumque dolos; fusi per moenia Teucri
conticuere; sopor fessos complectitur artus.
Luca Canali
Anche allora Cassandra dischiude le labbra ai fati
futuri, per ordine del dio giammai creduta dai Teucri.
Noi sventurati, nel nostro ultimo giorno,
per la città coroniamo i templi degli dei di festosa fronda.
Ruota frattanto il cielo e dall’Oceano sorge la notte,
avvolgendo nella vasta ombra la terra e l’etere
e gli inganni dei Mirmidoni; sparsi per le case i Teucri
tacquero; il sonno avvince le membra stanche.
Alessandro Fo
Anche Cassandra, allora, dischiude ai fati futuri
le labbra, per volere di un dio mai creduta dai Teucri.
Noi sventurati, cui quello era l’ultimo giorno, i divini
templi veliamo, per la città, di fronde festive.
Ruota il cielo frattanto, e da Oceano irrompe la notte
avvolgendo nell’ombra sua vasta e la terra ed il cielo
e gli inganni dei Mirmidoni. Tacquero i Teucri, distesi
per le mura. Il sopore abbraccia le membra spossate.
Rosa Calzecchi Onesti
Allora anche Cassandra apre ai fati imminenti
la bocca, per volere del dio mai dai Teucri creduta:
ma noi, miseri, per cui l’ultimo giorno era quello,
a festa con fronde pariamo gli altari in città.
Intanto gira il cielo, rapida su dall’Oceano la Notte
sale, nell’ombra vasta a chiudere il cielo e la terra
e gli inganni dei Greci: sdraiati lungo le mura, i Troiani
tacciono, il sonno ne culla i corpi spossati.
Personale
Anche allora Cassandra dischiude le labbra
ai fati futuri per ordine del dio mai creduta dai Teucri:
noi disgraziati, per cui quello era l’ultimo giorno,
per la città orniamo con festive corone di foglie i templi degli dei.
Nel frattempo il cielo ruota e la notte si solleva rapida
dall’Oceano, avvolgendo in un’ampia ombra la terra,
il cielo e gli inganni dei Mirmidoni; sparsi per la città i Teucri
tacquero; il sonno cinge le membra stanche.
Euripide, Troiane, vv. 531 – 550
Χορός
πᾶσα δὲ γέννα Φρυγῶν
πρὸς πύλας ὡρμάθη,
πεύκᾳ ἐν οὐρεΐᾳ ξεστὸν λόχον Ἀργείων
καὶ Δαρδανίας ἄταν θέᾳ δώσων,
χάριν ἄζυγος ἀμβροτοπώλου:
κλωστοῦ δ᾽ ἀμφιβόλοις λίνοιο ναὸς ὡσεὶ
σκάφος κελαινόν, εἰς ἕδρανα
λάινα δάπεδά τε φόνια πατρί-
δι Παλλάδος θέσαν θεᾶς.
ἐπὶ δὲ πόνῳ καὶ χαρᾷ
νύχιον ἐπεὶ κνέφας παρῆν,
Λίβυς τε λωτὸς ἐκτύπει
Φρύγιά τε μέλεα, παρθένοι δ᾽
ἀέριον ἀνὰ κρότον ποδῶν
βοὰν ἔμελπον εὔφρον᾽, ἐν
δόμοις δὲ παμφαὲς σέλας
πυρὸς μέλαιναν αἴγλαν
ἄκος ἔδωκεν ὕπνῳ.
Coro
Tutta la gente troiana
si precipitò presso le porte,
per contemplare l’inganno dei Greci,
levigato da pini montani,
la rovina di Troia,
offerto alla dea vergine,
che cavalca destrieri immortali,
e come un nero scafo di nave
con ritorte funi di lino
lo posero nei marmorei penetrali di Pallade,
sul suolo macchiato dal patrio sangue.
Ma quando la tenebra notturna
Si distese sulla fatica e la gioia
Allora fu un risuonare di flauti di Libia
e di melodie frigie,
e le vergini cantarono un inno di gioia
slanciando a tempo i piedi nell’aria,
poi nelle case il rilucente bagliore del fuoco
consegnò al sonno una luce, che a poco a poco scemava.
Quinto Smirneo, Posthomerica XII, vv. 573 - 585
[…] τοὶ δέ οἱ αἶψα χερῶν ἀπὸ νόσφι βαλόντες
πῦρ ὀλοόν τε σίδηρον, ἀκηδέες ἐντύνοντο
δαῖτα λυγρήν: μάλα γάρ σφας ἐπήιεν ὑστατίη νύξ.
Ἀργεῖοι δ᾽ ἔντοσθεν ἐγήθεον εἰσαΐοντες
δαινυμένων ὅμαδον κατὰ Ἴλιον οὐδ᾽ ἀλεγόντων
Κασσάνδρης, τήν ῥ᾽ αὐτοὶ ἐθάμβεον, ὡς ἐτέτυκτο
ἀτρεκέως εἰδυῖα νόον καὶ μῆτιν Ἀχαιῶν.
Ἡ δ᾽ ἅτε πόρδαλις ἔσσυτ᾽ ἐν οὔρεσιν ἀσχαλόωσα,
ἥν τ᾽ ἀπὸ μεσσαύλοιο κύνες μογεροί τε νομῆες
σεύοντ᾽ ἐσσυμένως, ἡ δ᾽ ἄγριον ἦτορ ἔχουσα
ἐντροπαλιζομένη ἀναχάζεται τειρομένη περ:
ὣς ἥ εὐρέος ἵππου ἀπέσσυτο τειρομένη κῆρ
Τρώων ἀμφὶ φόνῳ: μάλα γὰρ μέγα δέχνυτο πῆμα.
Strappò dal focolare un tizzone di pino ardente e corse con impeto; nell'altra mano aveva un'accetta; si precipitò su quel cavallo portatore di sciagura, per far sì che i Troiani vedessero con i loro occhi l'inganno che vi era nascosto. Ma subito dalle sue mani strapparono e gettarono via il fuoco e l'arma, e si dedicarono con noncuranza alla festa, essendo ormai calata su di loro l'ultima notte. All'interno del cavallo gli Argivi si rallegrarono nel sentire il clamore delle genti di Troia che cenavano e disprezzavano Cassandra, ma si meravigliarono che ella conoscesse così bene i propositi e i piani degli Achei.
Come in mezzo ai colli una pantera furiosa, che dal pascolo i cani e i pastori cacciano con impeto feroce, con cuore selvaggio torna indietro anche nel fuggire, anche se ferita dai dardi: così dal grande cavallo fuggì lei, angosciata per Troia, per tutta la rovina che aveva previsto.
Petronio, Satyricon, 89
Iam turba portis libera ac bello carens
in vota properat. Fletibus manant genae,
mentisque pavidae gaudium lacrimas habet.
Sciama a frotte dalle porte la gente, a offrire voti
credendo finita la guerra. Rigano i volti le lacrime,
è un pianto di gioia che invade gli animi ancora in subbuglio.
FATIS: fatum, fati (oracolo, fato, destino)
Derivato dal verbo for, faris, fatus sum, fari (narrare, dire, parlare ma anche predire)
Nell’intera opera compare 49 volte, 3 volte nel libro II.
Il tema del fato echeggia in tutta l’Eneide e anche per questo motivo compare frequentemente. In questo caso si riferisce alle parole pronunciate da Cassandra che rivelano ciò che in futuro dovrà accadere ma che, per ordine del dio Apollo, non vengono mai ascoltate. Secondo i latini il fato regolava gli eventi del mondo e nessuno poteva sfuggirgli, nemmeno le divinità. Il poema Virgiliano esprime appieno questa concezione: Enea è chiamato a fondare Roma e deve a tutti i costi compiere la sua missione, anche se si tenta di opporsi ad esso l’esito non cambierà ma si vivrà in preda al dolore e alla disperazione.