LA NOSTRA RUBRICA SULLE CURIOSITÀ PROVENIENTI DA TUTTO IL MONDO SU ARGOMENTI DI QUALUNQUE TIPO: SIETE PRONTI AD ASSUMERE UN'ESPRESSIONE DI MERAVIGLIA E SOPRATTUTTO AD ESCLAMARE "WOW!"?
Chiusura per ferie più lunga del mondo, ma in Italia si va a scuola per più giorni: il confronto con l'estero.
L’Italia è il Paese europeo con più giorni di scuola e più settimane di vacanze estive. Nel resto del continente invece le pause vengono spalmate su tutto l’anno.
Il numero di settimane di vacanze estive previste dalla scuola italiana è da tempo oggetto di un acceso dibattito. Per alcuni sono troppe e mettono in difficoltà i genitori lavoratori, per altri rappresentano un periodo di pausa necessario per ‘ricaricare le pile' e permettere ai ragazzi di coltivare i propri interessi.
Per orientarsi nel confronto può essere allora utile capire come funzionano i sistemi scolastici nelle altre parti del mondo.
In molti Paesi è settembre il mese che segna l'inizio dell'anno scolastico (ad eccezione della Finlandia, dove si comincia a inizio agosto e alcune regioni di Olanda, Belgio, Svezia, Germania e Svizzera) e i giorni di lezione variano tra i 170 e i 190 giorni. Eccezioni agli antipodi sono l'Albania, con 156 giorni e l'insolita coppia Italia-Danimarca, con 200 giorni minimi da passare in classe.
Per quanto riguarda le vacanze estive poi, l'Italia è una della nazioni che prevede più settimane di ‘stacco‘, con più di 90 giorni di vacanza, insieme a Lettonia e Albania. Segue il gruppo formato da Spagna, Portogallo, Finlandia, Irlanda e Grecia, che vanno dai 70 agli 84 giorni di ferie, soprattutto tra luglio e agosto.
Ben diversa la situazione in Francia, Norvegia, Svezia e nel centro Europa (Germania, Liechtenstein, Belgio etc…), dove il periodo di vacanze estivo si riduce tra i 40 e i 60 giorni.
In Germania ad esempio sono previste 1-2 settimane in autunno, tre settimane durante il periodo natalizio, un'ulteriore settimana a febbraio e circa 15 giorni per Pasqua. Anche in Francia ogni 6-8 settimane vi è una parentesi di almeno una settimana di ferie prima della pausa estiva.
Cambiando continente poi, il quadro muta ancora.
Negli Stati Uniti, ad esempio, le vacanze sono così distribuite:
Vacanze di primavera: è lo Spring Break reso famoso da film e serie TV americane. Questa pausa di circa una settimana di solito cade tra marzo e aprile.
Vacanze estive: sono 70/75 giorni di vacanza tra maggio e settembre, a seconda dello Stato e della programmazione.
Vacanze invernali: coincidono con le settimane tra Natale e il giorno di Capodanno.
Più a nord, in Canada, le vacanze estive durano circa 55-60 giorni, ma anche qui la situazione varia molto in base alle differenti località. A queste si aggiungono due settimane a Natale e lo Spring Break, analogo a quello statunitense.
In Argentina invece, le vacanze invernali durano due settimane e sono a luglio. Al di là dell'Equatore infatti le stagioni sono invertite rispetto al nostro emisfero. Le vacanze estive quindi, sono di tre mesi – come in Italia – e sono tra i caldi mesi di dicembre e marzo.
Tempistiche e pause simili anche nei ‘vicini' Brasile e Uruguay.
GIACOMO SANTELMO, LEONARDO MONETA, TOMMASO PAPPALRDO
Quando i compiti per le vacanze toccano l'anima
“Staccarsi dallo smartphone almeno per un giorno”, comincia così l’elenco dei 23 compiti per le vacanze estive dati da una docente di lettere del Liceo Artistico "Policarpo Petrocchi" di Pistoia.
E poi continua con alcune richieste speciali, come le seguenti:
superare l’orgoglio e riappacificarsi con un vecchio amico;
andare in un museo, a una sagra, al cinema e a un concerto;
passare una notte a guardare le stelle in cielo, in silenzio;
preferire una conversazione di persona a una chat;
cantare a squarciagola la propria canzone preferita ogni volta che si può;
piangere se si è tristi, per poi lavarsi il viso e ripartire;
mangiare un gelato;
collaborare nelle faccende domestiche;
volersi bene sempre, perché, comunque sia andato l’anno scolastico, è stato un anno di crescita.
Dei compiti davvero molto originali e che - in alcuni casi - sembrano toccare le corde più intime dell'anima. Ma ce ne sono anche di quelli che invitano gli alunni ai propri doveri di figli e di buoni cittadini.
Oltre a tutti questi nell'elenco (che non abbiamo riportato integralmente) va detto che ci sono anche compiti più classici, come quello ad esempio di leggere. Ma l’approccio utilizzato è comunque quello di farli percepire non come un dovere ma come una coccola da concedersi.
La docente ha dichiarato che l’idea di queste attività è nata dall’osservazione quotidiana dei suoi studenti, giovani ricchi interiormente, ma privi di fiducia in loro stessi.
Sulla stessa lunghezza d'onda la proposta di qualche anno fa proveniente da un dirigente di Settimo Milanese:
riposatevi e divertitevi;
coltivate le amicizie;
se potete viaggiare, fatelo;
poiché potete comunque ascoltare, leggere, guardare, fatelo: in particolare ascoltate musica, leggete libri e fumetti, guardate film e parlatene con i vostri amici;
tenete un diario, scrivete ad amici e parenti (preferibilmente lettere);
pulite un tratto di spiaggia, di prato o di bosco. Nei casi disperati, cominciate pure da camera vostra;
dimenticate spesso il cellulare da qualche parte. Nei casi disperati dimenticatelo una sola volta... nel secchiello del ghiaccio, con molto ghiaccio!
A noi l'idea piace molto, e voi cosa ne pensate? E soprattutto, riuscireste a staccarvi dal vostro smartphone?
RACHELE ROMANO e YEVA SHCHERBII
Dalle più cattive alle più affettuose
Una carrellata senza fine di figure materne ci arriva dalla letteratura greca: tra miti, leggende e poemi epici, emergono madri dai tratti più disparati.
La madre più degenere, quella che “peggio di così si muore” è nientemeno che Medea!
Pur essendo varie le sue origini a seconda dei miti, tutte le opere a lei dedicate concordano sull’indole cruenta di Medea, che trova il suo culmine nell’omonima tragedia di Euripide. Qui, dopo aver scoperto che il marito Giasone si sarebbe unito in matrimonio con un’altra donna, la giovane Glauce, Medea uccide la ragazza e il padre di lei con dei doni avvelenati. Non sazia della vendetta, per condannare Giasone a una discendenza senza eredi, mette da parte il proprio amore di madre e assassina i figli.
Per quanto la critica la definisca una donna controversa, noi non sappiamo cosa potremmo dire in sua attenuante. Neanche Alessandro Borghese riuscirebbe a ribaltare la situazione!
Fra le altre mamme squilibrate provenienti dall’antica Grecia troviamo Era. La dea, che gelosa del rapporto tra Zeus e Alcmena, infila due serpenti nella culla del neonato Hercules, ma con scarsi risultati. È vero che non era suo figlio, ma da una madre tanto prolifica come Era ci si sarebbe aspettato un atteggiamento meno sanguinolento verso il bambino, seppur bastardello.
Teti, la madre protettiva
Per fortuna fra i miti antichi compaiono anche figure materne premurose, come la titanide Teti, madre di Achille. La poveretta, avendo saputo che il figlio sarà destinato a morire in battaglia, fa il possibile per proteggerlo. Peccato però che nei miti non si seguisse una logica molto ferrea e i personaggi prendessero decisioni alquanto stupide.
Infatti Teti decide di immergere il figlio nello Stige, un fiume dalle acque che rendono immortali, ma tenendolo per il tallone. Questo, rimasto scoperto, diviene l’unico punto vulnerabile dell’eroe. A questo punto noi ci chiediamo: «Non poteva tenerlo per i capelli? O magari immergerlo tutto senza farlo annegare?». Purtroppo però, grazie a questo evitabilissimo errore, Achille perisce in battaglia, colpito da un dardo nell’unico punto vulnerabile, per mano di Paride. Almeno questo aneddoto ci ha lasciato in eredità il famoso “tallone d’Achille” (il punto debole di qualcuno), da molti ignoranti travisato in tallone da killer.
Penelope, Odissea
Mamma dell’antichità, Penelope cresce da sola il figlio Telemaco durante la lunga attesa del ritorno del marito impegnato nella guerra di Troia. Penelope diventa così simbolo della donna e mamma forte, paziente e fedele erso il marito. Infatti per 10 anni aspetta suo marito Ulisse inventando diversi stratagemmi il più famoso è quello della tela: visto che Odisseo non torna in madrepatria e i proci (nobili di Itaca e delle isole vicine) volevano sposare Penelope, questa fedele a suo marito, dice: ”Qualcuno di voi mi sposerà solo quando avrò finito di tessere la tela nuziale.” Di giorno tesseva la tela e di notte la disfava, così non finiva mai di tessere. In questo modo con la sua tenacia e la sua fedeltà verso Ulisse tenne unita la famiglia fino alla fine.
Di Giacomo Santelmo, Tommaso Pappalardo ,Leonardo Moneta
Origini e significato del motto reso celebre da Verga
E' proprio vero, "Morto un Papa se ne fa un altro"! Solo diciassette giorni, infatti, sono passati dalla morte del compianto Bergoglio all'habemus papam di giovedì scorso, 8 maggio, quando intorno alle ore 18:00 è stato dato l'annuncio dell'elezione del nuovo pontefice, Leone XIV.
Non una novità, certo, questa celerità. E infatti lo stesso celebre motto dedicato alla figura del successore di Pietro è vecchio quasi quanto la figura cui si riferisce. Nell'articolo sottostante, d'altronde, abbiamo già visto come nel XIII secolo il Conclave sia nato proprio per fare in modo che il vuoto di potere del Vaticano durasse il meno possibile: era un modo per dire che l'istituzione conta più della persona che la rappresenta e che la Chiesa deve andare avanti a prescindere da chi ricopra l'incarico papale.
Se però "Morto un Papa se ne fa un altro" è divenuto così radicato nella nostra cultura - tanto da varcare le soglie pontificie e da potersi riferire metaforicamente a diverse sfere della nostra società - ciò trova motivo in due importanti fattori: le diverse sfumature interpretative cui si presta (oltre a quella citata poco fa) e la penna raffinata e tagliente di un grandissimo scrittore nostrano, il siciliano Giovanni Verga.
Basti pensare, rispetto al primo punto, che questo proverbiale modo di dire in realtà oggi - oltre che in ambito religioso - è adoperato anche in quello politico, manageriale, sportivo (quando da una squadra va via un grande giocatore o allenatore) e persino in quello personale, con particolare riferimento alla rottura di relazioni amorose: in tutti questi e altri casi il senso è sempre "nessuno è indispensabile". Come a dire che se si è potuto cambiare persino un Papa, figurarsi se no lo si può fare per persone con ruoli meno elevati (in tutti i sensi).
Proprio con questo significato Giovanni Verga mette per la prima volta per iscritto tale motto, assicurandogli definitivamente fama imperitura. Lo fa addirittura per ben due volte, entrambe all'interno della raccolta di novelle "Vita dei campi", pubblicata nel 1880.
In particolare nel racconto "La lupa", dove la vorace divoratrice di uomini protagonista dell'opera pronuncia lei stessa il modo di dire per indicare che farà facilmente a meno di un suo innamorato per passare subito ad un altro.
Ma "Morto un Papa se ne fa un altro", il principale esponente del Verismo lo inserisce anche in "Guerra di santi" (clicca sul titolo per leggere tutta la novella):
- Tutto il male non viene per nuocere. Alle volte, quando vi pare d'aver perso un tesoro, dovete ringraziar Dio e San Pasquale! Che prima di conoscere bene una persona bisogna mangiare sette salme di sale. - Già, le disgrazie bisogna pigliarle come vengono; il peggio è guastarsi il sangue per cose che non ne valgono la pena. Morto un papa, se ne fa un altro -.
L'opera narra di uno scontro tra devoti di due quartieri e santi distinti, San Rocco e San Pasquale. L'evento rompe il legame tra la protagonista Saridda e il suo promesso sposo, proprio poiché delle due opposte fazioni. Ecco, in questo caso, come si può comprendere dal passo citato, il senso non solo è che si può fare a meno di chiunque - persino dell'uomo che si credeva quello della propria vita - ma anche che certe volte non bisogna disperarsi per delle sventure, perché magari - in un senso provvidenziale e fatalista - ci stanno rivelando qualcosa di positivo, che in contesti differenti non saremmo arrivati a comprendere.
"Morto un Papa se ne fa un altro" diventa, allora, ben più di un detto popolare: è una filosofia di resilienza, un invito a non aggrapparsi troppo alle cose e alle persone, poiché tutto passa; e il cambiamento e la capacità di adattamento diventano dunque qualità indispensabili per la nostra vita.
LA REDAZIONE
Così, a Viterbo, nacque il primo conclave della storia
COS'E' IL CONCLAVE?
Il conclave viene indetto per eleggere un nuovo pontefice dopo la morte del Papa o dopo le sue dimissioni.
Presso la Basilica di San Pietro, capitale del papato, si riuniscono allora tutti i cardinali del mondo sotto gli 80 anni (attualmente 133).
IL PAPA PRIMA DEL CONCLAVE
Si tratta di un'usanza molto antica, ma non quanto l'elezione del Papa stesso. Il conclave, infatti, è stato istituito solo nel XIII secolo, ma il Pontefice veniva già scelto da tempo, solo con altre formule e con norme poi cambiate nel corso del tempo.
Il primo Papa - sebbene non si chiamasse ancora così - è stato Pietro, scelto direttamente da Gesù come suo vicario (sostituto) in Terra. Pietro a sua volta scelse un certo Lino. Dopodiché la scelta del capo della Chiesa cattolica fu affidata ai credenti della città di Roma, che agivano in segreto, viste le persecuzioni in atto.
Solo dopo l'Editto di Costantino del 313 d.C., che diede la libertà di culto ai cristiani, l'elezione del Papa fu difatti affidata al clero. Non si votava però, ma c'era un'acclamazione: i vescovi presentavano ai potenti di Roma il loro prescelto e questi lo potevano accettare o meno.
Ottone I di Sassonia (imperatore del Sacro Romano Impero Germanico) con il Privilegium Othonis del 962 addirittura sancì poi che l'elezione del Papa dovesse avvenire alla presenza dei due delegati imperiali, stabilendo così la supremazia dell'imperatore sul Papa.
I CARDINALI VESCOVI
Fu Nicola II nel 1059 ad affidare, invece, l’elezione ai soli cardinali vescovi, mentre nel 1179 Alessandro III la estese a tutti i cardinali, rendendo necessari i due terzi dei voti per la decisione.
IL PRIMO VERO CONCLAVE
Solo nel 1274, però, si ebbe il primo vero conclave della storia, indetto da Papa Gregorio X. Era infatti successo che per 33 mesi diciannove cardinali, riuniti a Viterbo (era tradizione che l’elezione si svolgesse nella cattedrale della città in cui il Pontefice era morto), non erano stati in grado di scegliere il successore del defunto Clemente IV: nei primi tempi i prelati si incontravano quotidianamente nella cattedrale, per poi tornare la sera ciascuno alla propria dimora. Ma le traversie si succedevano e i tempi si allungavano a dismisura; il popolo diventava insofferente e le autorità locali decisero di agire. Chiuse le porte della città, costrinsero i cardinali a entrare nel Palazzo dei papi, dove li rinchiusero, comunicando loro che non sarebbero usciti se non a elezione avvenuta. Aggiunsero inoltre, per maggior sicurezza, una riduzione del regime alimentare: un solo piatto a pranzo e a cena, servito tramite l'unica finestra che dava sull'esterno. Se poi le cose fossero andate troppo per le lunghe, i prelati avrebbero avuto solo pane, vino e acqua e sarebbero anche rimasti senza stipendio. Il tetto, invece fu scoperchiato, perché lo Spirito Santo potesse - testualmente - scendere più facilmente a guidare i vescovi.
IL CONCLAVE OGGI
Da allora - pur nel segno della continuità - molte cose sono cambiate. Attualmente prima della votazione c’è la messa, chiamata "Pro Eligendo", nella Basilica di San Pietro. Dopo i cardinali si riuniscono nella Cappella Sistina; qui un maestro delle cerimonie pronuncia la frase "Extra Omnes" (fuori tutti) e da questo momento in poi i cardinali non possono più avere contatti esterni.
Infatti il termine conclave deriva dal latino cum clave, chiuso con la chiave.
Cominciano così le votazioni. Per eleggere il Papa bisogna avere la maggioranza di due terzi dei voti.
Dopo lo scrutinio si prendono le schede e si bruciano in una caldaia, che fa uscire del fumo da un apposito camino.
Se c'è la famosa fumata bianca il Papa è stato eletto; se invece il fumo è nero, non è stato eletto nessun Papa. Per rendere il messaggio più chiaro vengono utilizzati anche i fumogeni.
Quando il nuovo Papa è stato scelto, il cardinale diacono pronuncia la formula: ”Habemus papam”.
Attualmente per ricoprire l'incarico di "successore di Pietro" - oltre ad essere un cardinale - si devono rispettare i seguenti tre criteri:
1 Essere maschio
2 Essere celibe
3 Essere stato battezzato
I PAPABILI
Secondo la maggior parte degli esperti e delle voci che girano ultimamente negli ambienti ecclesiastici, il probabile successore di Francesco (che era argentino) potrebbe essere un europeo, addirittura proprio un italiano. Ce ne sono 17 nel collegio cardinalizio e quelli veramente in rampa di lancio nello specifico sono tre: Pietro Parolin, Matteo Zuppi e Pierbattista Pizzaballa.
Ricordiamo che l'ultimo Papa italiano è stato Giovanni Paolo I, che salì al soglio pontificio il 26 agosto 1978, ma che morì appena 33 giorni dopo. Non vi è, invece, mai stato un Papa di colore. Chissà che non sia la volta buona!
L'unica cosa certa, al momento, è che il prossimo conclave comincerà mercoledì 7 maggio.
GIACOMO SANTELMO E TOMMASO PAPPALARDO
Una storia di lotta e diritti
Perché si festeggia il Primo Maggio ?
Il Primo Maggio è ufficialmente la Festa internazionale dei lavoratori, celebrata in tanti Paesi del mondo. Ma dietro nasconde una storia di lotta, diritti e tanto impegno!
Il 1° maggio nasce come una giornata speciale per tutti i lavoratori. Nel lontano 1886, a Chicago, negli Stati Uniti, un gruppo di operai (persone che lavorano in fabbrica o in ufficio) decise di fare uno sciopero proprio in quel giorno. Volevano che la loro giornata di lavoro fosse più breve, chiedendo di lavorare solo 8 ore al giorno, invece delle 12 ore che erano costretti a fare.
Le proteste andarono avanti per tre giorni e purtroppo, culminarono nel massacro di Haymarket, del 4 maggio: ci furono scontri con la polizia e undici persone - tra agenti e manifestanti - morirono. Ma anche se fu un momento difficile, il movimento non si fermò e ottenne ciò che voleva.
Così, per dare il giusto valore a quel sacrificio di tante vittime, nacque l'idea di rendere il 1° maggio una giornata di solidarietà per tutti i lavoratori.
Nel 1889, dopo la tragedia di Chicago, un gruppo di sindacati (cioè di persone che rappresentano i lavoratori) della Seconda Internazionale (organizzazione politica socialista e laburista), infatti, decise che ogni anno, il 1° maggio, si sarebbero festeggiati il lavoro e le lotte per i diritti dei lavoratori. Così, il 1° maggio divenne la Giornata Internazionale dei Lavoratori, un giorno per ricordare tutte le persone che si sono battute per migliorare la vita di chi lavora. La festa si è diffusa poi in tutto il mondo e ancora oggi viene celebrata in tanti Paesi.
Il 1° maggio è una giornata di festa, ma anche di riflessione. In molti Stati, come in Italia, ci sono cortei (cioè grandi manifestazioni in cui le persone camminano insieme) e scioperi per chiedere più diritti e migliori condizioni di lavoro. Ma non è solo un giorno di protesta! È anche un’occasione per divertirsi. In Italia, ad esempio, c'è il famoso Concerto del 1° maggio a Roma, dove tantissimi artisti si esibiscono per celebrare insieme la musica e l'importanza del lavoro. Le piazze si riempiono di persone che, oltre a partecipare alle manifestazioni, si incontrano, parlano, si divertono e ricordano il valore del lavoro.
Va detto che durante il periodo fascista di Mussolini in Italia questa giornata fu sostituita dalla Festa del lavoro italiano, che si celebrava il 21 aprile.
La festa del 1° maggio è importante, perché ci ricorda che il lavoro è fondamentale per la nostra vita e che tutti devono avere diritti per fare un lavoro giusto e sicuro. Ogni anno, il 1° maggio è un’occasione per ricordare che, grazie alle lotte di tante persone, oggi possiamo avere orari di lavoro più umani e condizioni migliori. Ma anche per capire che c'è ancora tanto da fare per migliorare la vita dei lavoratori.
In conclusione, il 1° maggio è un giorno che celebra il lavoro e la solidarietà. Non solo per chi lavora, ma anche per tutti noi, perché il lavoro è qualcosa che riguarda tutti. Un giorno di festa, ma anche di impegno!
YEVANHELINA SHCHERBII
Perché la data cambia sempre
"A Natale con i tuoi, a Pasqua con chi vuoi" recita un famoso modo di dire. Sì, ma quando? Eh, già. Perché la data della Pasqua è sempre un po' ballerina e quindi non cade sempre nello stesso giorno dell'anno, a differenza di quella natalizia.
VI SIETE MAI CHIESTI IL PERCHE'?
Prima di tutto dobbiamo capire la differenza tra la Pasqua ebraica e la Pasqua cattolica.
Per la fede cristiana la Pasqua celebra la Resurrezione di Gesù Cristo. Si tratta di ricordare la vittoria di Cristo sulla morte e la promessa di vita eterna ai fedeli. La Pasqua ebraica, invece, è nota come Pasqua di Liberazione dalla schiavitù d’Egitto e si fonda ovviamente sul calendario ebraico, dove l’inizio di ogni mese (di 29 o 30 giorni) combacia con la Luna Nuova, ovvero quando essa si trova allineata tra il Sole e la Terra. La Pasqua ebraica si è, dunque, sempre festeggiata il 14° giorno del mese Nissàn, ovvero in corrispondenza della luna piena dei nostri marzo-aprile.
LA PESACH
Ma perché questo stretto rapporto tra Cristianità ed Ebraismo? Il fatto è che la Pasqua cristiana deriva in origine dalla Pèsach (o Pesah), la Pasqua ebraica che - come già detto - ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto e l'esodo della popolazione, guidata dal Mosè, verso la Terra Promessa.
LE DATE DELLA PASQUA
Nonostante la differenza relativa a cosa si festeggia, duqnue, la Cristianità ha sempre cercato di mantenere la celebrazione in linea con il naturale ciclo ebraico della Pasqua, a cui la Resurrezione di Cristo è storicamente legata.
Addirittura per diversi secoli i Cristiani hanno celebrato questo giorno nella stessa data degli Ebrei, che ricorda però non la resurrezione di Gesù, bensì la sua morte.
Nel 325 d.C., tuttavia, il Concilio di Nicea (uno dei più importanti della storia) stabilì che bisognava celebrare invece la Resurrezione di Cristo. Per cui, interpretando un passo di San Paolo, si decise che la Pasqua cristiana dovesse ricorrere la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’Equinozio di primavera.
Questo metodo, basato sul calendario lunare - proprio degli ebrei - fa sì che la data della Pasqua possa variare tra il 22 marzo (nel caso il plenilunio sia il 21 marzo - primo giorno di primavera (per la Chiesa è sempre questa la data) - e il giorno successivo sia domenica) e il 25 aprile (se il primo plenilunio è il 18 aprile e il giorno seguente è lunedì).
Ovviamente, stando così le cose, anche le altre festività collegate allo stesso periodo subiscono degli spostamenti: è il caso del Mercoledì delle Ceneri, dell'Ascensione del Signore, della Pentecoste e della prima domenica di Avvento dell’anno liturgico seguente.
CATERINA ZHAO
L'espressione nata in tempo di Quaresima, assieme alla leggenda del viola porta sfortuna nello spettacolo.
"Oggi sono felice come una Pasqua, perché tra poco iniziano le vacanze". No, anche se molti probabilmente staranno pensando che questa espressione nasce proprio per esprimere la gioia per le festività pasquali, in realtà le sue origini nascono da un periodo di grandi rinunce e sacrifici che la Chiesa imponeva durante la Quaresima (i 40 giorni che precedono la Pasqua) .
Ma andiamo con ordine. La Pasqua, nei Paesi di tradizione cattolica, è ritenuta la festività più importante dell’anno e, coincidendo con il momento del passaggio dall'inverno alla primavera e dell’arrivo delle prime belle giornate, rappresenta un periodo di felicità e spensieratezza.
Fino alla fine del XIX secolo, quando le pratiche religiose erano più rigorose e severe, il periodo della Quaresima, era vissuto in modo particolarmente austero, con molti sacrifici e divieti.
Per esempio, non si potevano mangiare carne, pesce e dolci, né bere alcolici. Era proibito anche cantare, suonare, leggere poesie, dipingere, ascoltare musica.
Quest'ultimo, ad esempio, è anche il motivo per cui la Quaresima era il periodo in cui la gente di spettacolo si ritrova drammaticamente senza lavoro e da cui è nata la superstizione che il colore viola (dai paramenti sacri - parti delle tuniche dei preti - che venivano sfoggiati in questo periodo dell’anno), porti sfortuna agli artisti e che non lo si debba mai indossare entrando in un teatro.
In sostanza durante tutta la Quaresima non si poteva mai fare nulla. Ne sono conferma le espressioni idiomatiche dedicate a questo tema: si dice, infatti, lungo come la Quaresima per indicare qualcosa di molto noioso e senza fine; fare Quaresima per dire che si è mangiato poco e che si è ancora affamati e anche avere una faccia da Quaresima per indicare una persona dall’aria triste o smunta.
Proprio perché i festeggiamenti arrivavano come liberazione da vincoli e restrizioni durissime, le persone si sentivano davvero felici di potersi riappropriare di tutto ciò a cui avevano dovuto rinunciare. E da questo si dice “Sei felice come una Pasqua”.
TOMMASO PAPPALARDO, GIACOMO SANTELMO, MONETA LEONARDO
LE UOVA DIPINTE A MANO, UNA TRADIZIONE DEI BALCANI🪺
Le uova colorate di Pasqua sono una tradizione super divertente e speciale in molte parti d'Europa, soprattutto nei Paesi balcanici e nelle regioni greco-ortodosse! In Grecia, per esempio, le uova vengono dipinte di rosso, un colore che simboleggia il sangue di Gesù e la sua resurrezione. Ma non è solo un gesto religioso: c'è anche un gioco molto divertente che tutti aspettano! I bambini si sfidano a colpire le uova l'una contro l'altra per vedere chi riesce a rompere l’uovo dell’avversario senza rompere il proprio. È un vero e proprio torneo di abilità e chi vince si dice che avrà buona fortuna per l’anno a venire!
IN CHE REGIONI SI E' DIFFUSA QUESTA TRADIZIONE
Anche nelle regioni balcaniche, come in Serbia, Bulgaria e Macedonia, le uova colorate sono un simbolo di vita e speranza. La tradizione vuole che il primo uovo della stagione venga dipinto di rosso e messo vicino all'altare durante la messa di Pasqua. Poi, tutti si scambiano le uova come segno di augurio per una vita prospera e felice. Ogni famiglia ha il suo modo di decorarle, ma il significato rimane lo stesso: celebrare la nuova vita e la rinascita che la Pasqua porta con sé.
DA COSA NASCE LA TRADIZIONE DELLE UOVA
Nel mondo greco-ortodosso, le uova sono ancora più simboliche. Durante la Quaresima, i cristiani ortodossi si astengono dal mangiare cibi di origine animale, quindi le uova diventano un cibo speciale da mangiare solo a Pasqua. Il momento in cui si mangiano insieme alle famiglie è pieno di gioia e di allegria, e non è raro che i bambini aiutino gli adulti a dipingere le uova, creando colori e disegni simpatici. Ogni uovo è un piccolo capolavoro, che rappresenta non solo la tradizione, ma anche il legame familiare e comunitario che rende la Pasqua ancora più speciale.
INFINE…
Insomma, che siano rosse, blu o verdi, le uova colorate non sono solo un simbolo di rinascita, ma anche un momento di divertimento e di condivisione. In queste tradizioni, ogni uovo racconta una storia di fede, speranza e, soprattutto, tanto divertimento!
YEVA SHCHERBII E ROMANO RACHELE
Per il 25 aprile sul Tricolore campeggerà una frase di Calamandrei
Venerdì 25 aprile ricorre l'80° Anniversario della Liberazione, giornata con cui si ricorda quando l'Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu liberata dall'occupazione nazifascista. Un giorno da celebrare, dunque, come Festa di tutti gli italiani, di tutti noi.
Il 25 aprile 1945 rappresenta, infatti, una data fondamentale nella storia della nostra Repubblica (che sarebbe sorta proprio nel dopoguerra, il 2 giugno 1946, dopo la fine della monarchia dei Savoia). Quindi per il nostro Paese significa l’affermazione della democrazia e della libertà, la fine della guerra e la riconquistata dell'indipendenza.
In quel secondo conflitto mondiale gli Italiani, civili e militari, offrirono grandi sacrifici e patirono numerosi lutti ma, alla fine, l’Italia fu nuovamente libera, unita e indipendente sotto un’unica bandiera, con una grande volontà di ricostruzione, morale e materiale.
Ed è proprio il Tricolore il simbolo scelto per il manifesto celebrativo di quest’anno, accompagnato dalla frase “La libertà è come l’aria”, dal discorso sulla Costituzione pronunciato nel 1955 da Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti (gli autori del nostro libro delle leggi) della Repubblica italiana.
Questa la parte forse più importante del suo discorso integrale, con degli importanti messaggi per i giovani, validi ancora oggi:
È così bello, è così comodo: la libertà c'è. Si vive in regime di libertà, c'è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch'io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.
Però la libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.
E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
MARCO LO IACONO
Il sisma di Myanmar in confronto gli altri grandi terremoti italiani: la matematica dietro la scala Richter
Il terremoto di magnitudo 7.7 avvenuto recentemente in Asia meridionale ha interessato diversi Paesi, tra cui la Birmania, il Laos e il Bangladesh; e in parte Cina, Nepal, Thailandia, Vietnam e India. Anche se - come tutti sapete - l'epicentro è stato registrato in Myanmar, dove le stime dei morti sono purtroppo arrivate a più di 2.000.
Per avere percezione della portata di tale evento naturale, dobbiamo riflettere però sulla differenza tra la potenza scatenata dai terremoti, potenza misurata con la magnitudo. Sappiamo tutti, infatti, che quest'ultima è l'unità di misura propria della Scala Richter e che va da 1 a 10.
Ebbene, ogni volta che aumentiamo di un grado la potenza è ben 32 volte superiore. Matematicamente parlando, è un calcolo di potenze, e non è un gioco di parole (o forse sì!).
Cioè, una scossa di magnitudo 2 è 32 volte più potente di una di magnitudo 1, ma questo non significa che la magnitudo 3 è semplicemente 64 volte (32 + 32) superiore. Bisogna infatti fare 32 x 32, ovvero 32 alla 2^, che fa 1.024.
In pratica, per confrontare l'energia liberata da due scosse distinte, bisogna moltiplicare 32 per tanti altri 32 quanto sono i gradi di differenza tra le due magnitudo messe a confronto: magnitudo 5, per esempio, sarà 32 x 32 x 32 x 32 x 32 volte più forte di magnitudo 1, ovvero 32 alla 5^, cioè 33.554.432 volte più potente.
Sulla base di queste informazioni, vi proponiamo una semplice tabella in cui confrontiamo il terremoto in Myanmar con quello registrato poche settimane fa presso i Campi Flegrei (vicino Napoli) e con altri eventi sismici che hanno segnato la storia italiana recente.
Come si vede dal confronto (guardare la foto in alto a destra), anche differenze “piccole” di magnitudo (es. da 6.0 a 7.0) corrispondono a salti energetici enormi.
Dopo eventi distruttivi di questo tipo, c'è una contraddizione apparente tra la necessità di un'assistenza umanitaria immediata e il desiderio da parte dei sismologi di capire rapidamente cosa sia realmente successo. Ma queste non sono esigenze in contrapposizione: ogni grande sisma, infatti, ci aiuta a capire quali siano i processi che determinano questi pericoli e ci insegna ad agire per prevenire i danni in futuro.
Parecchi, ovviamente, sono stati quelli prodotti in Myanmar e negli stati limitrofi, come ad esempio in Thailandia e in particolare nella sua capitale, Bangkok: famoso è il video di un grattacielo crollato letteralmente al suolo, benché a circa 1.000 km di distanza dall'epicentro.
Pensate, comunque, che questo sisma non è nemmeno tra i 50 terremoti più potenti della storia: in questo caso al primo posto vi è quello del Cile del 1960, con una magnitudo di 9.5; mentre quello che ha fatto registrare il numero maggiore di vittime si è verificato nello Shanxi, in Cina, dove una scossa di magnitudo 8.0 fece registrare circa 830.000 defunti.
TOMMASO PAPPALARDO E GIACOMO SANTELMO
Storia e origine di questa ricorrenza in versi danteschi
Quale modo migliore per raccontare cos'è il Dantedì se non facendolo attraverso la nota terzina dantesca utilizzata proprio da Dante?
Eccovi pertanto quattro umilissime strofe (i versi però non sono endecasillabi - cioè formati ognuno da undici sillabe - come dovrebbero) sul Dantedì, tramite cui abbiamo cercato di spiegare com'è nata questa ricorrenza, come è stata scelta la data in cui celebrarla e tanto altro.
IL DANTEDI'
O frati, codest'anno fa già un lustro
che in data marzo venticinque celebriam
Poeta Sommo, dell'Italia maggior lustro.
Tremar i polsi fa tal data che mai dimentichiam
quand'Alighieri smarrito ritrovonsi in selva oscura.
Poscia del viaggio suo infernal ancor avante noi leggiam.
Per primo Paolo tal Di Stefano di far proposta n'ebbe cura,
ispirato da la festa per quel Joyce autore di Dublino,
poi approvata dal ministro Franceschini di cultura:
James cantato avea l'istess'Ulisse di quel verso uno e trino.
Or fatti foste a seguir del Dantedì, di sua semenza
con esto picciol poetar per colui che fe' 'l poetar così divino.
O FRATI: "fratelli", è l'espressione con cui Ulisse si rivolge ai suoi compagni nel famoso canto di Ulisse della Divina Commedia (più avanti nel testo si capirà perché si è scelto proprio questo riferimento)
LUSTRO: periodo di 5 anni
MARZO 25: è il giorno (del 1300, anno del primo Giubileo della storia, indetto da Papa Bonificacio VIII) in cui Dante avrebbe intrapreso il suo viaggio negli inferi perdendosi nella selva oscura (simbolo del peccato).
TREMAR I POLSI: espressione di grande paura. Nella selva Dante giunge ai piedi di un colle (che potrebbe rappresentare una via d'uscita da quel luogo infernale), ma a sbarrargli la strada vi sono le famose tre fiere (in ordine di apparizione leone, lonza e lupa). Ebbene il Sommo Poeta, davanti all'ultima di queste bestie feroci, rivolgendosi alla sua guida e suo maestro Virgilio, pronuncia la celebre espressione "Vedi la bestia per cu'io mi volsi / aiutami da lei, famoso saggio, / ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi".
POSCIA... LEGGIAM: successivamente al racconto e alla stesura di tale episodio (e ovviamente dell'intera Divina Commedia), non ne abbiamo mai smesso di leggere.
RITROVONSI: si ritrovò
PAOLO DI STEFANO: scrittore e giornalista del Corriere della Sera, già nel 2019 avviò una campagna, proprio tramite il celebre quotidiano, in favore di una giornata che celebrasse Dante.
JAMES JOYCE: autore irlandese reso famoso dal capolavoro "Ulisse". Ma Ulisse è anche il personaggio mitologico cui lo stesso Dante aveva dedicato il XXVI canto dell'Inferno.
FESTA: il Bloomsday è la celebrazione che si tiene ogni 16 giugno in onore di Joyce
VERSO UNO E TRINO: i versi di Dante sono unici e suddivisi in strofe da tre (terzine a rima incatenata ABA - BCB - C-D-C...).
FATTI FOSTE A SEGUIR: proprio nel canto di Ulisse Dante fa dire al re di Itaca, che si rivolge ai suoi compagni d'avventura, "Considerate la vostra semenza (il motivo della vostra origine, per il quale esistete) / fatti non foste per viver come bruti / ma per seguir (conseguire) virtute e canoscenza"
LA REDAZIONE
Le citazioni dantesche usate ai nostri giorni
Il Dantedì è una celebrazione che ci invita a riscoprire Dante Alighieri e la sua straordinaria "Divina Commedia", ma perché non divertirci un po' con il suo linguaggio? Dante non era solo un grande poeta, ma anche un "maestro di stile" che sapeva come creare frasi che oggi potrebbero farci sorridere e riflettere. Ecco alcune frasi dantesche che, con un tocco di ironia, potrebbero essere utilizzate nel nostro quotidiano:
"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza"
Siamo nel XXVI canto dell’Inferno e queste sono delle famose parole che Ulisse rivolge ai suoi compagni d’avventura. Li sta incitando a essere curiosi e a non vivere senza porsi domande e obiettivi.
Ma ammettiamolo, quando sei in fila al supermercato con il carrello che sembra non finire mai, questa frase potrebbe benissimo diventare "Fatti non foste a viver come bruti, ma per non perder la pazienza!"
"Per me si va ne la città dolente"
Siamo nel Canto III dell’Inferno. Dante e Virgilio si trovano nell’Antinferno dove scorre il macabro fiume Acheronte.
Le parole impresse sulla porta ammoniscono i due viandanti ricordando loro che stanno per varcare un luogo di pena e di dolore dal quale non si fa ritorno.
Oggi l’espressione è utilizzata come metafora per indicare l’inizio di un periodo di pene o il dovere di recarsi a un appuntamento sgradito.
Chissà magari prossimamente potremmo anche sentircelo dire da qualche navigatore un po' carogna o dal solito amico che ci ha fatto sbagliare strada l'ennesima volta.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita”
Lo straordinario incipit della Divina Commedia è certamente uno dei versi più citati della letteratura mondiale. Con questa frase, l’apertura del primo canto dell’Inferno, Dante dire che intraprende questo viaggio rappresentando l’intera umanità.
Oggi la frase nel parlato comune viene utilizzata soprattutto come metafora per sottolineare il percorso della vita: “siamo nel mezzo del cammino della vita”, o per intendere la fascia d’età tra i trenta e i quarant’anni, considerata appunto la fase di mezzo tra gioventù e vecchiaia.
Ma potrebbe tranquillamente essere associata ai versi precedenti, dato che la terzina completa prosegue con "... mi ritrovai per una selva oscura / ché la dritta via era smarrita". Insomma da navigatore tutt'altro che navigato!
“Che perder tempo a chi più sa, più spiace”
Torniamo nell’Antipurgatorio, dove Dante e Virgilio vedono una schiera di anime muoversi molto lentamente verso di loro. Infatti tali versi indicano che più una persona è saggia, più conosce il valore del tempo.
Una citazione da giocarsi senz'altro quando sei in fila alla posta e sembra che non finisca più!
"Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse"
Canto V dell’Inferno, cerchio dei lussuriosi. La celebre dichiarazione viene fatta per bocca di Francesca da Rimini, che racconta a Dante la storia del suo amore per Paolo, fratello del suo sposo.
Francesca narra di questa passione adultera, scoppiata all’improvviso, mentre leggevano per diletto dell’amore tra Lancillotto e Ginevra. Il bacio adultero d questi due personaggi invita i due lettori a imitarlo. Per questa ragione Francesca afferma che «il libro» (il romanzo cavalleresco) è stato il “Galeotto” (era il siniscalco, il servitore della regina, che faceva da intermediario tra quest’ultima e i cavalieri) tra lei e Paolo. Oggi usiamo comunemente la parola “galeotto” per indicare un intermediario amoroso e non solo.
Ad esempio a stessa espressione potremmo usarla - imprecando - al ristorante, qualche giorno dopo aver cominciato la dieta per la prova costume e aver messo però qualche chilo in più: Galeotto fu l'menù (il libro) e chi lo scrisse (il cuoco)!
"L’amor che move il sole e l’altre stelle"
Questo è l'ultimo verso della Divina Commedia ed è una perifrasi (un giro di parole) per indicare Dio, che è quella forza piena di amore che fa muovere ogni cosa.
Proprio come la passione per una gustosissima pizza, per una pasta al dente o, perché no, per quella serie Netflix che non riesci a smettere di guardare. Eh sì, per il cellulare, si capisce.
In fondo, anche Dante sa come affrontare la vita con un po’ di ironia, e anche noi possiamo farlo, ricordandoci che la bellezza del linguaggio dantesco è che, pur trattando temi eterni, si presta anche a momenti di leggerezza. Quindi, anche se oggi non ci troviamo nel mezzo di un viaggio nell’Inferno, nel Purgatorio o nel Paradiso, possiamo sempre usare le sue parole per rendere la nostra giornata un po’ più interessante. Una celebrazione perfetta per gli appassionati della letteratura italiana.
RACHELE ROMANO E YEVELINA SHCHERBII
Perché domenica si dorme un'ora in meno
Nella notte tra sabato 29 e domenica 30 marzo ci sarà il cambio dall'ora solare a quella legale e dovremo spostare le lancette avanti di un'ora: le 2 di notte saranno magicamente le 3, il che vorrà dire che avremo perso un'ora di sonno.
Ma allora perché questo cambio d'ora?
Ora solare: È l'ora "normale", quella che seguiamo durante la maggior parte dell'anno. Si chiama "solare" perché si basa sulla posizione del sole nel cielo. Quando il sole è più in alto, è giorno; quando il sole è più basso, è notte.
L'ora legale, invece, è un'ora "artificiale", impostata per sfruttare meglio la luce del giorno nei mesi estivi e per risparmiare il consumo di elettricità.
Entrambe comportano lo spostamento delle lancette durante determinati periodi dell'anno, stabiliti per sfruttare meglio la luce del sole. L'ora legale c'è dall'ultima domenica di marzo all'ultima di ottobre, mentre nei restanti giorni abbiamo quella solare, con spostamento delle lancette indietro di un'ora.
Nei mesi in cui vige l'ora legale spostiamo le lancette dell'orologio un'ora avanti. Questo succede di solito in primavera. Perché? Così possiamo avere più luce durante la sera, e quindi possiamo godere di più tempo per giocare o fare altre cose prima che venga buio.
Quindi, se il sole normalmente tramonta alle 20:00 con l'ora solare, con l'ora legale tramonta alle 21:00. Ma soprattutto, questo vuol dire anche che il sole, invece di sorgere intorno alle 5 del mattino, sorge un'ora più tardi, facendo risparmiare il costo della corrente elettrica nelle case e sopratutto nelle fabbriche. In effetti il motivo di questo nuovo orario, ideato nel corso del 1900 è proprio di natura economica.
Quando finisce l'ora legale, in autunno, spostiamo di nuovo le lancette indietro di un'ora, tornando all'ora solare.
In poche parole, l'ora legale serve per avere più luce nelle serate, mentre l'ora solare è quella che usiamo di solito per tutto il resto dell'anno!
Leonardo Moneta, Tommaso Pappalardo e Giacomo Santelmo
W la Festa della Donna!🌸
L’8 marzo è un giorno speciale: è la Giornata Internazionale della Donna! Ma cosa significa? È una festa in cui si dicono tanti “grazie” alle donne di tutto il mondo per tutto quello che fanno ogni giorno.
Perché esiste questa festa?
Tanto tempo fa, le donne non avevano gli stessi diritti degli uomini: non potevano votare, lavorare liberamente o scegliere il loro futuro. Così hanno iniziato a lottare per avere gli stessi diritti! La loro battaglia ha portato a tanti cambiamenti importanti, e oggi l’8 marzo serve per ricordare tutto questo (e per non dimenticarlo mai!).
Com’è nata la Festa della Donna?🌸
Stufe di tutti i diritti loro negati, un un giorno hanno iniziato a lottare per cambiare le cose!
Nel 1908, a New York, a seguito della "Prima Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste", un gruppo di operaie ha protestato per avere condizioni di lavoro migliori. Poco dopo, nel 1910, si è deciso di creare una giornata speciale per ricordare la loro battaglia. Così è nata la Giornata Internazionale della Donna.
Da allora, l’8 marzo si festeggia in tutto il mondo per dire: “Le donne valgono tanto quanto gli uomini!” e per continuare a costruire un futuro più giusto per tutti.
Mimose ovunque! 💛
Hai mai notato che l’8 marzo si regalano le mimose? Sono quei fiorellini gialli super profumati! In Italia si usano perché sbocciano proprio a marzo e sono forti ma anche delicati, proprio come le donne.
Come festeggiare? 🎉
Non servono grandi cose per celebrare la Festa della Donna! Ecco qualche idea:
⭐ Dì un bel GRAZIE: alla mamma, alla maestra, alla nonna, alla sorella… insomma, a tutte le donne della tua vita.
⭐ Rispetta tutti: non esistono cose “da maschi” e cose “da femmine”, tutti possono fare tutto!
⭐Scopri storie incredibili: ci sono donne che hanno cambiato il mondo, come Marie Curie (scienziata super intelligente!), Frida Kahlo (pittrice con un sacco di fantasia!) o Malala Yousafzai (che ha lottato per il diritto delle bambine a studiare!).
Insomma, l’8 marzo è un giorno per ricordare che tutti meritano gli stessi diritti… e per festeggiare tutte le donne fantastiche che conosciamo !❤
YEVANHELINA SHCHERBII & ROMANO RACHELE
Smascherato un falso mito: posticipare la sveglia non fa alzare più stanchi
Rimandare la sveglia non ci fa alzare più stanchi
Posticipare la sveglia mattutina di 5 o 10 minuti non è "peggio" rispetto ad alzarsi seduta stante, come spesso si sente dire. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Sleep Research, questa abitudine non impatta sulla qualità del sonno e anzi, potrebbe un po' facilitare l'avvio di giornata. Tina Sundelin, psicologa e ricercatrice sul sonno dell'Università di Stoccolma (Svezia), ha voluto chiarire gli effetti di questo comportamento attraverso due studi. Nel primo, ha sottoposto insieme ai colleghi un questionario sulla routine del sonno a circa 1.700 volontari, scoprendo che il 69% di essi attiva la funzione "snooze" o fissa più sveglie almeno qualche giorno a settimana. Gli "snoozes" erano più spesso giovani, andavano più spesso a dormire tardi la sera, dormivano in media 13 minuti in meno per notte e si svegliavano più spesso assonnati, ma - dato importante - non sono state trovate differenze nella qualità del sonno tra chi rinvia la sveglia e chi no.
«La ragione più comune per rimandare la sveglia è che si è troppo stanchi, ma molti lo fanno semplicemente perché è una sensazione piacevole», spiega Sundelin. Nel secondo studio, il team ha reclutato 31 spegnitori abituali di sveglie e li ha invitati a dormire per tre notti (non consecutive) in laboratorio, mentre il loro sonno veniva monitorato. Dopo una prima notte regolare i volontari hanno dormito per una notte con la possibilità di fissare e rimandare più sveglie, e per un'altra senza questa possibilità. Al mattino e al pomeriggio seguenti, sono stati sottoposti ad alcuni semplici test cognitivi.
Più vigili al risveglio. Non sono emerse differenze rilevanti nei livelli di cortisolo (l'ormone dello stress), nella sonnolenza mattutina, nell'umore e nella qualità del sonno complessiva tra chi rimandava e chi si alzava subito. I primi perdevano, tra uno snooze e l'altro, complessivamente 6 minuti di sonno a notte, perché puntando una singola sveglia più tardi avrebbero potuto dormire un po' più a lungo. In compenso, avendo più tempo per svegliarsi si sono destati meno spesso direttamente dal sonno profondo, evitando così l'inerzia del sonno, la transitoria sensazione di intontimento che ci può cogliere appena svegli.
Che i procrastinatori di sveglie fossero un pochino più vigili al risveglio, lo ha anche dimostrato una generale migliore performance in diversi test cognitivi mattutini.
La rivincita dei pigri. In conclusione, rimandare il risveglio con più allarmi successivi non fa male e anzi, sembra essere una strategia adattiva per chi va a letto un po' più tardi o per svegliarsi un po' meno storditi al mattino successivo. Spiegatelo pure alle allodole che alla prima vibrazione del cellulare stanno già preparando il caffè.
TOMMASO PAPPALARDO, LEONARDO MONETA E GIACOMO SANTELMO
I personaggi della tradizione
Comincia presto il Carnevale a Schignano. In questo ridente paesino in provincia di Como, come da consuetudine locale, i preparativi, infatti, iniziano sin dalla mezzanotte tra il 5 e il 6 gennaio. Per poi raggiungere il proprio clou tra il sabato precedente il martedì grasso e quest'ultimo. Prima, tra il primo mese dell’anno e febbraio, è un susseguirsi di sfilate e cortei, che da anni richiamano migliaia di turisti in questo angolo di paradiso incastonato nella verde Val d’Intelvi, a pochi minuti di strada dalle sponde del Lago di Como.
Questa sfilata carnevalesca dalle antiche origini, infatti, si svolge ogni anno, ma è molto difficile da stabilire a quando risalga tale tradizione. Molto probabilmente il Carnevale di Schignano è una commistione di tutte le varie dominazioni ed emigrazioni succedutesi nel corso della storia. Non vi è dunque una data precisa a cui fare riferimento, ma è sempre stata la festività più sentita in questo piccolo paese.
Interessanti e alquanto particolari sono i personaggi che compongono il corteo:
I Brut
Rappresentano gli umili lavoratori dei campi, i muratori, gli allevatori, e soprattutto gli emigranti partiti alla ricerca di fortuna che portano con sé una valigia vecchia e logora contenente gli attrezzi del mestiere. Il Brut copre il viso con una maschera lignea intagliata a mano, spesso dura nei tratti o quantomeno triste. Tutta la sua figura esprime tristezza, fatica, dolore e a tratti disperazione. Questo personaggio, come tutti gli altri del carnevale di Schignano ad esclusione della Ciocia, una volta indossata la maschera, non parla fino alla fine della sfilata.
I Bei o Mascarun
Rappresentano coloro che sono partiti, emigrati in cerca di fortuna e riusciti nel loro intento. Il Bel è dunque l’emblema dello sfarzo, dell’imponenza e dello splendore, del potere e dell’arroganza, della vanità e del benessere. Ogni cosa del suo sfarzoso costume descrive il personaggio. Si muove in modo talmente imponente da creare un’aurea intorno a sé, un alone di distacco, è il superiore, il ricco, ed è tornato in paese per fare sfoggio del conquistato benessere.
Sapeur e Sigurtà
Quest’antica maschera è forse la più misteriosa e la più incontaminata. Ricorda da vicino gli avamposti degli eserciti napoleonici, ma dalla figura dei Sapeur emerge fortemente l’origine arcaica a stretto contatto con la natura, per il fatto di essere rivestiti totalmente di pelle di pecora. Potrebbero, per questo, rappresentare le autorità contadine o dei boschi.
La Ciocia
E’ l’unico personaggio parlante del carnevale di Schignano, moglie-serva del Mascarun, petulante e polemica, divertente caricatura delle donne di un tempo. Tassativamente rappresentata da un uomo con il volto sporco di fuliggine, abiti tradizionali e zoccoli di legno, si aggira tra i presenti lamentandosi delle angherie del marito. La Ciocia rappresenta la condizione servile delle donne di un tempo.
Il Carlisep
E’ l’incarnazione del carnevale, il fantoccio simbolo della festa viene appeso in Piazza San Giovanni, centro della manifestazione, subito dopo il 5 gennaio e li rimane a simboleggiare il periodo di carnevale fino al pomeriggio del martedì grasso. La maschera che viene indossata dal Carlisep è la stessa che viene conservata da anni ed è quindi testimone di chissà quanti carnevali.
In particolare per questa edizione del 2025 l'inizio vero e proprio è stato celebrato già domenica 23 febbraio, con la prima sfilata, quella dedicata ai bambini. Come al solito, a partire dalle 13.30, dalla piazza San Giovanni, nella frazione di Occagno a Schignano, le maschere tradizionali di Brut e Mascarun e i costumi più moderni dei più piccini hanno caratterizzato una sfilata per così dire, di “antipasto”, al termine della quale sono state distribuite chiacchiere e cioccolata calda a tutti i piccoli partecipanti.
Il clou del carnevale andrà, invece, in scena nelle giornate di sabato 1 marzo e martedì 4 marzo. L’inizio da tradizione è sempre fissato alle 14, con raduno a partire dalle 13.30.
FABRIZIO SANTO ED ENEA CARROZZA
La moglie dello scrittore Louis Robert Stevenson
A cura di Nicole Veranes
A seguito dell'articolo della settimana scorsa sull'avventurosa storia d'amore tra l'autore scozzese de "L'isola del tesoro", la classe 3^E si è cimentata in una delle sue INTERVISTE IMPOSSIBILI, immaginando di intervistare Fanny Van de Grift, moglie, consulente editoriale e compagna d'avventure di Robert Louis Stevenson. Ecco di seguito il loro bellissimo lavoro.
Oggi ci troviamo con Fanny Van de Grift, grande donna d’arte e di spirito forte.
La persona più indicata per raccontarci la vita di Robert Louis Stevenson, in quanto sua moglie.
Come ha conosciuto Stevenson?
Buongiorno... Beh, ero andata in Europa con i miei figli per approfondire i miei studi di pittura. Lì ho conosciuto Bob Stevenson, che mi ha presentato suo cugino, Robert Louis. Da subito qualcosa ci attirò l’uno verso l’altra, ma io ero sposata e dovevo tornare da mio marito.
Quindi lei doveva tornare da suo marito, ma noi sappiamo che in seguito vi siete sposati, chi è andato da chi?
Entrambi stavamo male per via della lontananza e un giorno… gli ho scritto. Lui è venuto da me negli Stati Uniti, per me ha viaggiato in seconda classe, tra i poveri, poiché non poteva permettersi un biglietto più costoso!
Quando è arrivato fremeva dalla febbre e sputava sangue. Nel 1880 ci siamo sposati a San Francisco, lui aveva trent'anni mentre io quaranta.
Sappiamo che da quel momento è iniziata una “lotta contro la malattia”, ma se Stevenson è rimasto in vita così a lungo è grazie alla vostra forza di volontà. Quali sono stati i momenti peggiori, e i migliori?
Beh ecco… mio marito era molto malato. Quando ha insistito per vedere le isole esotiche dei racconti di mia figlia a stento si reggeva in piedi, tanto che il capitano aveva caricato sulla nave una bara, sicuro che Louis non avrebbe finito il viaggio. Sorprendentemente una volta in mare la sua salute è migliorata!
La malattia ha influenzato il vostro rapporto e la sua scrittura?
Louis non permetteva mai che la malattia fermasse la sua passione per la scrittura. Era sempre motivato a lavorare, scrivere e creare. Io cercavo di sostenerlo, ma era incredibile vedere la sua determinazione, anche quando stava male.
Quali sono gli aspetti della sua personalità che l’hanno colpita di più?
Robert era un uomo complesso, sì. A volte sembrava fragile, ma dietro questa vulnerabilità c'era una forza incredibile. Era curioso di tutto e aveva un'intelligenza vivace, sempre pronto a esplorare nuove idee e mondi.
Avete viaggiato molto, potrebbe raccontare un po' dei suoi viaggi?
Abbiamo viaggiato tra l’America e l’Europa, poi abbiamo trascorso 7 mesi su un battello nell'Oceano Pacifico e inaspettatamente la sua salute è migliorata. Così ci siamo trasferiti sulle isole Samoa: lì la vita era molto più semplice. Gli abitanti del luogo, gli indigeni, ci volevano bene e ci avevano dato dei soprannomi: Louis era chiamato "Tusitala" (l'uomo che racconta storie), mentre io ero "Tamaitai" (la signora) e "Aolele" (la nuvoletta che vola libera nel cielo). Solo dopo la morte di Louis, tornai a San Francisco e da quel momento non mi sono più spostata.
Sappiamo che Stevenson è seppellito sulla cima di una montagna, ci può spiegare il motivo?
Ha sempre desiderato essere seppellito sulla cima del Vaea, una montagna sull’isola in cui abitavamo. La popolazione del luogo avrebbe fatto di tutto per il suo “Tusitala”, quindi molti giovani con utensili da me raccattati hanno tracciato la strada per portare la sua bara in cima alla montagna.
Se possiamo, quando è morto il signor Stevenson?
Mio marito è morto a 44 anni, il 3 dicembre 1894, a Vailima, in Samoa, a causa… a causa di un ANEURISMA cerebrale… Scusate, ogni volta che ricordo Louis mi commuovo….
Stia tranquilla se preferisce possiamo chiudere qui, grazie per il tempo che ci ha dedicato.
MATTEO SAMANNI, VIOLA FERRARA, ALICE ZANI E VALENTINA MORI - 3^E
L'autore de "L'isola del tesoro" sfidò malattia e convenzioni per una donna già sposata
Robert Louis Stevenson ha inventato diverse storie indimenticabili, ma forse la più bella è quella d'amore che ha vissuto in prima persona assieme a Fanny Van de Grift. Scrittore scozzese, malandato e malaticcio lui; pittrice, scrittrice americana, ma soprattutto donna già sposata lei (col tenente Osbourne, con cui aveva dato alla luce anche tre figli).
Grez, in Francia, il loro luogo d'incontro e d'innamoramento. Nonostante i dieci anni in più di Fanny, Stevenson infatti si innamora di lei: un amore più forte di qualunque proibizione di fine '800. E più forte anche della sua malattia ai polmoni e dello spettro di una morte imminente.
D’improvviso però la donna riparte per gli Stati Uniti, chiudendo teoricamente la loro liaison. Ma la lontananza più che acqua sul fuoco della loro passione è un incendio che incenerisce qualunque tentennamento dovuto alla morale e alla religione puritana (molto rigida) di lei. Fanny gli scrive di essere seriamente malata. Stevenson allora la raggiunge, affrontando un viaggio - per mare - in terza classe, che indebolisce ancor di più la già sua precaria salute.
Fanny trova allora il coraggio di divorziare dal marito, dedito più ai saloon e alle prostitute che alla famiglia, e di recarsi a Parigi, dove però muore di tubercolosi il suo ultimogenito.
Il matrimonio con Stevenson nel 1880 le ridà una nuova vita, anche questa però, non priva di stenti e difficoltà: per lo scandalo la famiglia di Robert blocca le sue pubblicazioni. Sarà tuttavia la stessa Fanny a far riappacificare il marito con il padre, permettendogli finalmente di dare alla luce alcuni dei suoi più grandi capolavori, quali "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", cui contribuisce enormemente con il suo lavoro sulle bozze.
Nel 1887, dopo la morte del padre di lui, la coppia decide di ripartire, in cerca di una località calda. Visitano - viaggiando sempre con una bara a bordo - le isole Hawaii, Samoa, Tahiti e molte altre località idilliache, per poi fermarsi sull’isola di Vailima (Samoa), dove vede la luce concretamente "L'isola del Tesoro" e dove però nel 1894 si spegne quella del suo autore - cui gli abitanti avevano dato l'azzeccatissimo soprannome di Tusitala (il narratore di storie). Ha solo 44 anni.
Fanny, allora, torna in California con i due figli avuti dal primo marito (con Stevenson non ne aveva avuti) e conosce un giovane giornalista di nome Edward Salisbury Field, neanche ventenne. Il ragazzo si innamora perdutamente di lei, ma qualche anno dopo sposa sua figlia Isabel. Alla sua morte, nel 1914, lui però dice di lei che “era l’unica donna al mondo per cui valesse la pena morire”.
L’anno seguente le ceneri di Fanny vengono portate dalla figlia sull’isola dove era stato seppellito Stevenson, affinché potessero riposare per sempre insieme.
ALESSIA BARANZELLI E LUCREZIA MINOTTO
Nella metro di Londra la storia di san Valentino tra una donna e una voce❤️
Margaret ha un sussulto, si guarda intorno smarrita, non può essere, avrà sentito male. Meglio attendere il treno successivo, uno dei tanti che percorrono la linea metropolitana di Londra, dove l'amore corre lungo i binari. E così fa; ancora una volta le carrozze si fermano, le porte si aprono e... di nuovo quella voce: “Please, mind the gap between the train and the platform”. Non c'è dubbio, appartiene a suo marito, Oswald Laurence, defunto da qualche mese.
E' da quella volta che Margaret comincia a recarsi tutti i giorni alla metropolitana, non per raggiungere qualche altra zona di Londra, ma per ascoltare la voce dell’uomo che è stato il suo compagno di vita per più di vent’anni e che, in quanto attore, nel 1969 era stato assunto per registrare uno dei più classici annunci delle linee sotterranee di tutto il mondo: "Per piacere, attenzione alla distanza tra il treno e la banchina".
Margaret e Oswald si erano conosciuti in Marocco, lei era lì in vacanza e lui, attore ormai in pensione, lavorava ora come accompagnatore turistico. Prima che della sua avvenenza fisica o del suo modo di essere, la donna rimase letteralmente rapita dalla calda e avvolgente voce dell’uomo. I due si innamorarono e decisero di sposarsi. Ma Oswald presto si ammalò e nel 2007 morì, gettando Margaret nello sconforto più profondo.
Fino al giorno in cui si imbatté nella sua ultima ragione di vita, la voce di Oswald. Ogni giorno era andata alla fermata di Embankment ad ascoltarlo, sino a una mattina del novembre 2012.
La TfL, Transport for London, aveva deciso infatti di registrare nuovi annunci con voci metalliche, mandando in pensione le voci precedenti, tra cui anche quella del signor Laurence, senza pensare che cosa questa loro decisione avrebbe scatenato.
Margaret scoppia in lacrime, chiede spiegazioni agli addetti presenti a Embankment i quali, palesemente costernati, non capiscono che cosa stia accadendo e non sanno come confortare quella anziana signora che all’apparenza pare inconsolabile. Unico suggerimento, le dicono di rivolgersi direttamente agli uffici dirigenziali. Ed è proprio quello che Margaret fa: scrive loro di Oswald, di che cosa significava per lei poter andare tutte le mattine ad ascoltare l’annuncio registrato dal marito, del suo smarrimento e sconforto nello scoprire che quella voce a lei tanto cara era stata sostituita da una metallica senz'anima. Per chiudere chiede se è possibile avere la registrazione del marito, così da poterlo sentire ogni volta che vuole nella loro casa.
L’accorata lettera arriva sulla scrivania del direttore della TfL, Nigel Holness, che rimane molto colpito da quelle parole e da ciò che esse significano. La signora Margaret McCollum avrà molto di più del solo nastro registrato. Holness, insieme al suo staff, decide infatti di rimasterizzare i vecchi nastri e di ripristinare la voce di Oswald per la sola stazione di Embankment. Non è un compito semplice e nemmeno così veloce, ma l’obiettivo viene raggiunto e quando Margaret la sera di Capodanno si ritrova sulla banchina e dagli altoparlanti sente quella nota voce calda e avvolgente, sa che suo marito è tornato.
Quando vi capiterà, dunque, di scendere le scale della stazione di Embankment e di sentire l’annuncio del signor Oswald Laurence, “Please, mind the gap between the train and the platform”, provate a guardarvi intorno: potreste scorgere Margaret seduta intenta ad ascoltare la voce dell’uomo che, nonostante non sia più fisicamente accanto a lei, la tiene ancora per mano come solo il compagno di una vita sa fare.
CESARO CHLOE E CRESTANA LIA
I pianeti del nostro Sistema Solare orbitano (girano) attorno al nostro Sole, più o meno su un piano piatto. Questo piano Terra-Sole è chiamato eclittica, e fa sì che nel nostro cielo, i pianeti appaiano sempre da qualche parte lungo una linea.
Questa linea che attraversa il nostro cielo, e che descrive il percorso del sole e della luna, è solo una rappresentazione bidimensionale del piano tridimensionale del nostro Sistema Solare.
Ebbene, il prossimo 25 gennaio Marte, Giove, Venere e Saturno saranno visibili ad occhio nudo, mentre Urano e Nettuno no. E Mercurio? Evidentemente chi ha diffuso la notizia non lo ha considerato.
Quindi possiamo affermare che, sì, i pianeti nel cielo serale sono disposti in fila nel nostro cielo SEMPRE lungo il piano dell’eclittica. Ma questo non significa che sono in fila, uno dietro l’altro, a partire dal sole, nello spazio tridimensionale.
Quindi la grande idea dell’allineamento planetario del 25 gennaio 2025 ha un fondo di verità? No, perché i pianeti non saranno allineati, ma gennaio resta un gran bel mese per l’osservazione planetaria.
DI TOMMASO PAPPALARDO E GIACOMO SANTELMO
Le isole di Ieri e di Domani, dove vivere due volte lo stesso giorno
Le due isole Diomede, nello stretto di Bering, sono separate da uno stretto di mare (tre chilometri) al centro del quale passa il confine fra Stati Uniti e Russia e anche la linea del cambiamento di data. Questo fa sì che gli abitanti delle due isole vivano contemporaneamente in due giorni diversi.
Per la precisione sono 21 le ore di fuso orario tra Grande Diomede (in Russia) e Piccola Diomede (negli Stati Uniti).
Viaggiando da Grande Diomede a Piccola Diomede, si viaggia così indietro nel tempo, spostandosi di un’intera giornata all’indietro. Così potremmo rivivere il Natale, il Capodanno, ma anche il giorno del nostro compleanno per ben due volte.
Certo, bisognerebbe avere il coraggio di raggiungerle però. Le isole anche dette di Ieri e di Domani, infatti, rappresentano due piccoli avamposti in uno dei contesti più estremi del pianeta. Sono caratterizzate da un clima polare con temperature che possono precipitare ben al di sotto dello zero, e mari che si congelano durante l’inverno, rendendoli talvolta percorribili a piedi. Anche se oggi, i cambiamenti climatici stanno riducendo l’estensione dei ghiacci, alterando questi storici percorsi di passaggio.
Tra l'altro solo Piccola Diomede ha un insediamento permanente e mantiene per questo un legame vitale con l’Alaska, per soddisfare le necessità quotidiane: i residenti vivono principalmente di caccia, pesca e raccolta, e la comunità è accessibile solo tramite elicottero o, in rari casi, tramite barche o attraversando il ghiaccio. Al contrario, invece, Grande Diomede è quasi completamente disabitata, ospitando solo postazioni di monitoraggio russe.
Insomma non proprio il massimo per trascorrerci le Feste, figurarsi due volte!
TOMMASO PAPPALRDO E GIACOMO SANTELMO
Secondo la Oxford University questo è stato l'anno del "marciume cerebrale"
"Brain rot” è la parola dell’anno 2024 secondo l’Oxford Dictionary: ecco cosa significa
I linguisti di Oxford non hanno dubbi: la parola che più di tutte descrive il 2024 è “brain rot“, ossia “marciume cerebrale”. Il neologismo descrive come ci sentiamo quando il cervello è sovraccarico di contenuti “vuoti” che non danno stimoli autentici.
In realtà, la parola dell'anno 2024 è più che altro un'espressione, composta da due parole, ed è brain (cervello) e rot, (“marciume" o “putrefazione"). Il neologismo descrive «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona come conseguenza di un consumo eccessivo di materiale – in particolare di contenuti online – considerato banale o poco stimolante».
Ad annunciare la parola dell'anno nelle scorse ore è stata l'Oxford University Press, casa editrice del famosissimo vocabolario di lingua inglese Oxford English Dictionary, che ogni anno da vent'anni sceglie la parola (o il neologismo) che riassume più di tutte le altre l’anno che sta per giungere al termine.
Ma com'è che il brain rot è diventato così famoso? Per uno strano scherzo del destino proprio grazie ai social: infatti il neologismo è stato condiviso sotto forma di hashtag su TikTok sin dai primissimi mesi dell'anno, diventando ben presto un trend anche su altre piattaforme social e che descrive perfettamente la situazione in cui moltissime persone si trovano a causa dello scrolling selvaggio.
Perché brain rot è la parola dell'anno 2024?
Sommersi da miriadi di contenuti di bassa qualità che avvelenano il cervello, già all'inizio dell'anno, sempre più utenti hanno sentito il bisogno di esprimere un malessere a parole, e così sulla piattaforma TikTok erano spuntati alcuni reels di giovanissimi che utilizzavano il termine "brain rot" per descrivere il momento in cui hanno capito che il loro cervello era andato in confusione, a causa dell'eccessivo utilizzo di contenuti vuoti e senza senso visti sui social. In questi reels c'è chi raccontava di comportamenti anomali, come aver preso in mano il telecomando della tv pensando che fosse il telefono, o di aver utilizzato un altro oggetto come lo schermo touch del proprio dispositivo.
Sulla piattaforma cinese l'utilizzo di questo neologismo è cresciuto sempre di più nei mesi, e la frequenza con cui è comparsa è aumentata sempre di più, fino al 250%. Proprio per questo motivo brain rot è emerso più di tutti gli altri nella rosa di termini candidati a “parola dell'anno” (demure, dynamic pricing, lore, romantasy e slop).
Un neologismo non proprio nuovo: risale al 1854
Secondo l’Oxford University Press, il neologismo brain rot è apparso per la prima volta, però addirittura nel 1854, nel libro "Walden" del filosofo statunitense Henry David Thoreau, in cui l'autore riflette riguardo alla connessione con il mondo naturale.
Tra le pagine del libro c'è spazio anche per una critica a coloro che preferiscono le spiegazioni semplici rispetto a quelle complesse, viste dall'autore come un'indicazione di declino degli sforzi mentali, simbolo di pigrizia comune che non accennava a diminuire.
In particolare, citò la "putrefazione dei cervelli" in un passaggio:
L’Inghilterra si sforza per curare la putrefazione della patate, ma nessuno si sforza di curare la putrefazione dei cervelli, che prevale in modo più vasto e fatale.
Rassicuriamo i lettori dicendo che non c’è alcuna prova del fatto che la “putrefazione cerebrale” sia un vero disturbo medico e che va preso semplicemente come un termine che descrive come ci sentiamo quando il cervello è sovraccarico di contenuti che non danno stimoli autentici.
LEONARDO MONETA
Dal suo uso come contenitore all'epoca dei Romani ai detti popolari di oggi
"Metti un po' di sale in zucca" oppure "Hai proprio la zucca vuota". Sono due tra i più famosi modi di dire che riguardano la regina di Halloween, anche se con questa festa non hanno nulla a che vedere.
Non per questo, però, le origini di tali detti hanno origini meno antiche. Dobbiamo risalire, infatti, fino all’antica Roma, dovei il sale era un elemento importantissimo per la conservazione degli alimenti, ed era considerato come una vera e propria moneta corrente. Ad esempio, sapevi che la parola “salario” deriva proprio dalla paga che ricevevano i gladiatori e i soldati, composta prevalentemente dal sale? Anche la via salaria di Roma, altro esempio dell’antichità, prende il nome da questo elemento, infatti questa era la via che dal mare all’entroterra veniva percorsa per portare il sale alla città.
Anche la zucca veniva comunemente utilizzata in quel periodo. Infatti, oltre a mangiarla, la zucca era perfetta da usare come contenitore per l’acqua o per le spezie perché, la sua buccia, specialmente se essiccata, è quasi del tutto impermeabile (non fa passare i liquidi). Per questo motivo la zucca era utilizzata come ottimo contenitore anti umidità per il sale. Ma se il sale serviva per conservare i cibi, ad esempio le carni, voleva anche dire che chi ne aveva parecchio nella zucca di casa, era piuttosto ricco o almeno benestante.
Da questi usi domestici, una volta che la zucca ha terminato la sua funzione ci recipiente, si è poi passati al modo di dire odierno. Così come le persone che conservavano pochissimo sale in una zucca erano definite economicamente povere, la frase “niente sale in zucca” metaforicamente oggi significa che qualcuno è “povero” di materia grigia ” e non sa come usare la sua intelligenza. Al contrario, “avere sale nella zucca” significa essere molto intelligente.
La stessa forma sferica delle zucche più comuni, che ricorda la testa di una persona, ha contribuito a radicare questo modo di dire così popolare al giorno d’oggi.
E voi, la vostra zucca è vuota o col sale?
CATERINA ZHAO