La TRADIZIONE DEL TESTO di Platone ha visto diverse fasi:
IL ROTOLO (fino al III sec. d. C.)
gli scritti di Platone circolarono all’interno della cerchia dei socratici: ne abbiamo conferma dalle riprese, dalle polemiche tra i diversi autori, che si rintracciano nei testi conservati. È quasi certo per esempio che Senofonte conoscesse il Simposio di Platone quando scrisse la sua opera omonima; ma anche oltre: sappiamo da Diogene Laerzio (III 26-28), di una serie di commedie in cui Platone era oggetto di derisione:
Un momento decisivo fu la fondazione dell’Accademia dove la forma del dialogo divenne presto uno strumento funzionale alla didattica: Platone era – secondo le fonti - sensibile ai progressi della ricerca e pronto a ritornare sulle proprie pagine. L’Accademia, poi, ebbe un ruolo centrale nella sistemazione, nella custodia e nell’esegesi dell’eredità letteraria lasciata da Platone dopo la sua morte: (vd. Commento al Fedone) e mise a disposizione una copia ufficiale dei dialoghi, fornita di segni critici, che ciascuno poteva consultare dopo aver versato una somma, come sappiamo da Diogene Laerzio (III 66, rr. 730-732).
I dialoghi furono poi raccolti e studiati dai filologi alessandrini: Aristofane di Bisanzio, che sistemò l’opera in trilogie, e Aristarco di Samotracia
In età imperiale si colloca la sistemazione dei dialoghi in nove tetralogie descritta da Trasillo, filosofo e astronomo attivo alla corte dell’imperatore Tiberio (è probabile che Trasillo non abbia inventato l’ordinamento tetralogico, ma lo abbia ereditato da una tradizione più antica). Le tetralogie dovettero continuare a esistere per tutta l’antichità, garantendo la preservazione e la sistemazione del corpus; proprio questo ordinamento è alla base della nostra tradizione medievale
IL CODICE
Per Platone non c’è una continuità piena di tradizione diretta tra antichità (o tardo-antichità) e Medioevo (c’è invece per il testo biblico e il testo virgiliano); dopo la tarda antichità, abbiamo i codici medievali in minuscola - copiati da quelli piú antichi in maiuscola – a partire dal IX secolo.. Si forma allora la “collezione filosofica”, un folto numero di manoscritti che comprende in maggioranza scritti di Platone e Aristotele, ma anche dei loro commentatori tardo antichi
Non si può parlare per Platone di archetipo in senso lachmanniano, ma di un tipo di ‘testo comune’ con una sua unitarietà, cioè risalente ad modello comune di età tardo-antica (le singole famiglie hanno varianti comuni spiegabili solo come errori di lettura e traslitterazione da maiuscola).
IL LIBRO
L’editio princeps (greca) risale al 1513 a cura di Marco Musuro
Nel 1578 a Parigi, per la casa editrice di Henri Estienne (Henricus Stephanus) si dà alle stampe una edizione di tutte le opere di Platone, la quale d’ora innanzi farà testo: la paginatura Stephanus è infatti diventata uno standard per tutte le edizioni e traduzioni successive (un rimando Stephanus - ad es. ‘Euphr. 5B6’ indica la sesta riga della parte B della pagina 5 del volume che contiene il dialogo Eutifrone).
L’edizione oxoniense di John Burnet (1901 ss.), piú volte ristampata è stata per molti decenni l’edizione platonica di riferimento, fino almeno alla nuova edizione oxoniense (1995), frutto del lavoro di una équipe di filologi sotto la direzione di William S.M. Nicoll.
Platone è stato editato in VERSIONE ELETTRONICA, all’interno del Perseus Project
UN SANDALO PLATONICO? (da A. Carlini)
Notevole è l’apporto dei papiri alla tradizione del testo di Platone. «Analizziamo un esempio di tradizione indiretta su papiro: dall’esame della scrittura e del contenuto. – forse un commento al Fedone - si ricava che due papiri che appartengano a due collezioni diverse (Monaco e Heidelberg) devono essere ricongiunti, come frammenti provenienti da uno stesso rotolo. I due frammenti hanno la stessa scrittura, stessa impostazione delle colonne, stesso modo di dividere, citare, usare le paragraphoi etc. Si tratta di un cartonnage di mummia che poi è stato riutilizzato per la copia di questo testo. Il P. Graec. Monac. 21 ha la forma di un piede: forse stato impiegato per rinforzare una suola di sandalo. Le condizioni del ritrovamento dei due frammenti sono oscure».
STORIA DEL MANOSCRITTO PARISINUS GRAECUS 1807 (da Carlini)
«è un manoscritto che occupa un posto eminente all’interno della cosiddetta “Collezione filosofica” (un gruppo di codici di argomento filosofico, copiati da modelli in maiuscola provenienti probabilmente da Alessandria, che vede la luce in un ambiente dotto, legato forse alla nuova Università di Costantinopoli riorganizzata da Bardas con il concorso di Leone il filosofo): presto emigrato da Costantinopoli in Armenia dove serve da modello per la traduzione (che ancora si conserva) di alcuni dialoghi (tra cui le Leggi) in armeno, viene poi precocemente (XIII secolo) trasferito in Occidente e finisce nelle mani di Francesco Petrarca che poteva solo abbracciare il suo Platone greco, ma non leggerlo direttamente per la sua ben scarsa conoscenza della lingua greca(…). L’identificazione è stata possibile grazie alla descrizione sommaria del contenuto che il Petrarca nel 1367 fa di questo manoscritto nel De sui ipsius et multorum ignorantia (165-167); in una lettera di alcuni anni prima a Nicola Sygeros che stava in Grecia il Petrarca aveva detto che il manoscritto di Platone era venuto nelle sue mani dall’Occidente (ex occasu), a differenza, evidentemente, del codice di Omero che il suo corrispondente era riuscito a procurargli dalla Grecia. Sappiamo che alla morte del Petrarca, i libri della sua biblioteca, dopo varie vicende, finirono nelle mani dei Visconti Sforza a Pavia nel corso del ’400: il Paris. gr. 1807 è menzionato in due inventari della Biblioteca Visconti-Sforza; l’approdo finale del nostro manoscritto già nel ’500, fu nella Bibliothèque du Roi di Fontainebleau (poi Bibliothèque Nationale de France)»
TUTTO PLATONE
Fra le centinaia di manoscritti medievali che contengono il testo di Platone, solo due codici del XIV secolo e uno del XV raccolgono «tutto Platone», mentre gli altri sono divisi in due tomi (uno per le tratralogie I – VII; uno per VIII e IX, le più voluminose perché contengono Repubblica e Leggi). Fra questi, due manoscritti laurenziani: il Laur. 59, 1 e Laur. 85, 9. Quest’ultimo è un’edizione di grande pregio che si apre con l’indice completo dei dialoghi contenuti ma anche di alcuni scritti antichi preparatori allo studio di Platone (Albino, Alcinoo, Diogene Laerzio, Teone). I testi sono dettagliatamente descritti con titolo, numero d’ordine, sottotitolo e incipit e numero dei fogli che ogni dialogo occupa nel codice.
Questo manoscritto fu portato a Firenze dal seguito dell’Imperatore bizantino Giovanni VII Paleologo venuto per partecipare a un Concilio e destò lo stupore e l’ammirazione dei dotti fiorentini. Fu poi acquistato da Cosimo il Vecchio che lo mise a disposizione di Marsilio Ficino perché lo traducesse in latino