L'abitazione fu donata al Poeta nel 1369 dal Signore di Padova Francesco il Vecchio da Carrara. Petrarca la fece restaurare seguendo personalmente i lavori e dedicando la parte sinistra dell’abitazione a sé e alla sua famiglia e quella destra alla servitù. Qui trascorse in pace gli ultimi anni di vita, circondato dagli amici e dai familiari: la figlia Francesca, il genero e la nipotina. Continuò ad attendere ai suoi studi e infine morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374.
L'edificio, che risale al Duecento, mantiene ancora oggi gran parte delle sue originarie strutture trecentesche, nel rispetto del ricordo del poeta, nonostante i numerosi restauri e rimaneggiamenti e la cinquecentesca aggiunta della loggia. Sempre nel XVI secolo furono affrescate le stanze con un ciclo ispirato alle opere più famose del Petrarca, il Canzoniere e l'Africa. L'ultimo proprietario privato, il cardinale Pietro Silvestri, nel 1875 lasciò la casa in eredità al Comune di Padova, che ne entrò ufficialmente in possesso il 6 febbraio 1876. I restauri, iniziati nel 1906 e conclusisi nel 1985, hanno eliminato dall'edificio le inutili aggiunte.
Attualmente l’edificio è visitabile ed è ancora possibile ammirare la libreria, lo studiolo arredato con scrivania e sedia del Poeta, oltre ad alcuni suoi scritti ed alla sua leggendaria gatta imbalsamata. All’interno non è possibile scattare fotografie.
La Casa del Petrarca si trova in Via Valleselle, 4.
Chiuso tutti i lunedì non festivi, nei fine settimana e nelle festività di Natale, S.Stefano, Capodanno, I maggio.
Gli orari di apertura sono, da marzo a ottobre, 9.00-12.30 e 15.00-19.00, mentre da novembre a febbraio 9.00-12.30 e 14.30-17.30. L'ingresso è consentito fino a mezz'ora prima della chiusura.
Il prezzo del biglietto intero è 5 euro e ridotto 3 euro (2 euro per le scuole e gratuito per docenti accompagnatori).
Per gruppi e scolaresche è necessaria la prenotazione: tel. +39 0429 718294 oppure scrivere all’indirizzo info.casadelpetrarca@gmail.com.
Per informazioni tel. +39 0429 71829 e clicca qui.
Si trova in Piazza Francesco Petrarca e contiene tutt’ora le spoglie del Poeta. Questa imponente arca sepolcrale realizzata in marmo rosso di Verona è stata fatta costruire dal genero del Petrarca sei anni dopo la sua morte.
Si trova alle spalle della Tomba del Petrarca: qui si tennero i funerali del Poeta. Di questo edificio si hanno notizie sin dal 1026 ed ha subito varie modifiche nel corso dei secoli: l’aspetto che vediamo noi oggi risale al 1926. L’ingresso è libero.
La Chiesa di Santa Maria Assunta si trova in Piazza Francesco Petrarca, 5. Per maggiori informazioni clicca qui.
Questo luogo era molto caro al Petrarca, che si recava qui per pregare. Nel 1181 l’Oratorio della Santissima Trinità era già esistente ed è stato modificato più volte nel corso dei secoli. All’interno dell’Oratorio non è possibile scattare fotografie.
La Loggia dei Vicari, invece, è attigua all’Oratorio: risale al XII secolo ed è stata, durante il Medioevo e l’età veneziana, la sede dell’amministrazione locale, dove si svolgevano le assemblee alle quali partecipavano i capifamiglia del luogo. Nel 1823 il monumento rimase senza la sua copertura e nel 2003 è stato dotato di un nuovo tetto per garantirne la conservazione.
L’Oratorio della Santissima Trinità e la Loggia dei Vicari si trovano in Via Castello.
Sul retro dell’Oratorio si trova una stradina che conduce ad un bellissimo punto panoramico, dove si trova anche un parco ombreggiato.
La Fontana esisteva già quando il Poeta si trasferì ad Arquà Petrarca, ma ha preso questo nome perché si dice che egli venisse qui ad attingere l’acqua. Oggi ci sono alcuni pesciolini che nuotano all’interno della fonte.
La Fontana del Petrarca si trova in Via Fontana.
Dopo tre anni trascorsi in Garfagnana con l’incarico di Governatore affidatogli dal duca Alfonso d’Este, Ariosto nutre il desiderio di ritirarsi a una vita tranquilla per dedicarsi alla sua salute e prendersi cura della famiglia. Voleva godere di un luogo domestico più tranquillo dove abbandonarsi alla quotidianità con la sua amata Alessandra Benucci dopo aver sofferto il lungo distacco degli anni in Garfagnana. Acquista, con rogito del 30 giugno del 1526 del notaio Ercole Pistoia, la dimora in Contrada del Mirasole vendutagli da Bartolomeo Cavalieri; il caseggiato si ergeva in un’area immersa nel verde al tempo nota come “Aeranuova” racchiusa all’interno della cinta muraria del 1492.
Ariosto si occupò personalmente di apportare alcune modifiche all’abitazione per renderla più vicina alla sua idea di ritiro familiare e si affidò, per i lavori, ai disegni di Girolamo da Carpi (1528). Acquistò del terreno adiacente all’abitazione, esteso fino alla chiesa di San Benedetto, da adibire ad orto e giardino di cui si prese cura fino alla fine dei suoi giorni. In questa dimora Ariosto, assistito dalle amorevoli cure del figlio Virginio e confortato dall’affetto della Benucci, si dedicò alla terza e ultima versione ampliata dell’Orlando furioso (1532) e qui si spense il 6 luglio del 1533.
La palazzina appare come una costruzione semplice del primo Cinquecento. Presenta un’equilibrata distribuzione degli elementi architettonici e, senza alcun ornato, testimonia una predilezione verso quello stile, caratterizzato da una proporzionata distribuzione degli spazi esterni ed interni, e da una pulizia degli elementi ornamentali, affermatosi alla morte di Biagio Rossetti (1516).
"PARVA DOMUS"
Sulla facciata è apposta la celebre iscrizione che era già presente sull’edificio prima che Ariosto l’acquistasse e che egli decise di mantenere:“Parva sed apta mihi, sed nulli obnoxia sed non sordida, parta meo sed tamen aere domus” (“piccola ma adatta a me, soggetta a nessuno e costruita col mio denaro”); la modestia della casetta si adattava bene al carattere del poeta.
Una seconda lapide in cotto, questa apposta dal figlio Virginio, presenta l'iscrizione: “Sic domus haec Areosta propizio, deos habeat ut pindarica” (“Questa casa degli Ariosti abbia gli dei propizi come già quella di Pindaro”). Le due iscrizioni riassumono alcuni degli elementi fondamentali nell’esistenza di Ludovico Ariosto: il profondo desiderio di quiete, l’affetto per i propri cari, il bisogno di sicurezza e di equilibrio; a questi sentimenti si accompagna la fede nella libertà dell’immaginazione, creatrice e poetica.
Interno
Al primo piano della Casa dell’Ariosto è stato allestito un piccolo museo dedicato al grande poeta in cui sono conservati il calco in bronzo del suo calamaio, alcune edizioni delle sue opere e molte medaglie di pregio che lo rappresentano. In alcuni registri dei visitatori sono evidenziate le firme del re Vittorio Emanuele III, di Giuseppe Verdi, Alberto Moravia, Elsa Morante e Giorgio Bassani. Nel piccolo corridoio centrale è conservata in una vetrina la preziosa edizione dell’Orlando Furioso illustrata da Gustave Doré (1881), mentre l’ultima stanza a sinistra verso il giardino viene individuata in alcuni documenti come lo studio del grande poeta: qui si trova la “sedia di Ludovico Ariosto” risalente al XVI secolo, che tra i cimeli ariosteschi è forse quello di maggiore impatto emotivo. Sul retro della casa si trova un bel giardino creato all’epoca del poeta, dove ancora oggi si respira un’atmosfera d’altri tempi.
La Casa di Ariosto si trova in via Ludovico Ariosto 67
Aperto dal lunedi' al venerdi' dalle 10.00-12.30/16.00-18.00
L'ingresso e' libero ma e' consentito ad un massimo di 8 persone per 20 minuti (prenotazione fortemente consigliata)
Giorni di chiusura annuali: 1 e 6 gennaio, Pasqua, 1 novembre, 25 e 26 dicembre
Il castello venne costruito nel 1385 per la difesa della famiglia estense e fu commissionato all'architetto Bartolino da Novara dal marchese Niccolò II d'Este.
Presso la corte estense, in particolare dal XIII al XVI secolo, furono ospitati numerosi poeti, artisti e studiosi, per portare prestigio alla corte stessa, in particolare Matteo Maria Boiardo con l'Orlando Innamorato, Ludovico Ariosto con l'Orlando Furioso e Torquato Tasso con la Gerusalemme liberata, tutti grandi poeti, che con le loro opere encomiastiche, portarono grande prestigio e notorietà alla casata estense.
Il castello tuttora visitabile presenta la struttura massiccia di un castello medievale difensivo, ma anche l'armonia di una villa cittadina nobile, inoltre all'interno presenta numerose sale riccamente decorate, che ci mostrano la grandezza e la potenza di Ferrara.
La biblioteca ariostea si trova all'interno del palazzo Paradiso. Il palazzo venne fatto costruire nel 1391 da Alberto V d'Este e presenta ricche decorazioni raffiguranti scene della vita di corte e tratte dai romanzi cavallereschi.
L'impianto originario del palazzo è costituito da quattro corpi di fabbrica intorno ad una corte rettangolare su cui si affacciavano tre logge, di cui oggi ne rimane una sola.
Nel 1567 divenne poi sede di varie facoltà universitarie e la struttura fu in seguito rivista da Giovan Battista Aleotti che spostò la facciata su via delle Scienze e aggiunse la torretta con l'orologio e il grande portale in pietra bianca.
Nel 1731 l'anatomista Giacinto Agnelli e l'architetto Francesco Mazzarelli vi costruirono il teatro anatomico che tuttora esiste al piano terra del Palazzo. La pianta del teatro anatomico è ottagonale e la sala è ben illuminata da quattro grandi finestre.
La biblioteca Ariostea possiede un patrimonio di circa 400.000 unità bibliografiche, in parte collocate a scaffale aperto e in parte conservate in magazzini, non tutti i volumi sono consultabili dal pubblico, in particolare quelli più antichi.
Ad essa compete per legge il deposito obbligatorio di tutti i manoscritti stampati a livello provinciale e ha il ruolo di tutela e conservazione degli stessi; inoltre uno dei suoi principali compiti consiste nel documentare la cultura del territorio sia attraverso la raccolta sistematica di manoscritti e pubblicazioni relative ai principali poeti, scrittori e studiosi locali sia antichi che moderni.
Così denominato grazie alla particolarissima forma degli oltre 8.500 blocchi di marmo che compongono il suo bugnato, il Palazzo dei Diamanti è uno degli edifici rinascimentali più celebri al mondo. Progettato da Biagio Rossetti, il palazzo fu costruito per conto di Sigismondo d'Este, fratello del duca Ercole I d'Este, a partire dal 1493, e costituisce il centro ideale della cosiddetta "Addizione Erculea", vero e proprio raddoppio della città che Rossetti concepì per il duca.
Il palazzo fu abitato in maniera discontinua da componenti della casa d'Este fino alla devoluzione di Ferrara alla Santa Sede avvenuta nel 1598. In particolare dal 1586 fu la residenza di Cesare d'Este, cugino del duca Alfonso II d'Este, e di sua moglie Virginia de' Medici figlia di Cosimo I e Camilla Martelli. In questo periodo furono decorati i tre ambienti che si affacciano su corso Biagio Rossetti (l'antica via di san Benedetto o dei Prioni) e che costituivano l'appartamento di Virginia de' Medici. I soffitti a cassettoni e i fregi della «stanza matrimoniale» (1589 - 1590) e della «stanza del parto» (1591) furono realizzati prevalentemente da Giulio Belloni e da suoi aiuti e sono in parte visibili in loco. Altri dipinti su tela realizzati dai Carracci e da Gaspare Venturini per la «stanza del poggiolo» (1592) sono conservati presso la Galleria Estense di Modena. Nel 1641 il palazzo fu ceduto da Francesco I d'Este, nipote e successore di Cesare d'Este, al marchese Guido I Villa. I nuovi proprietari modificarono il portale d'ingresso facendo eseguire le modanature e i due candelabri laterali. Diversi ritratti dei componenti la famiglia Villa sono visibili nella sala d'ingresso della pinacoteca. Nel 1842 il palazzo fu acquistato dal Comune di Ferrara al fine di ospitarvi la pinacoteca e l'Ateneo Civico.
Durante i bombardamenti del 1944 che colpirono la città l'edificio fu danneggiato e andarono perdute molte delle opere conservate nei depositi, in seguito dopo il terremoto dell'Emilia del 2012 è stato oggetto di restauro.
La sua caratteristica principale è il bugnato esterno a forma di punte di diamante, che danno il nome al palazzo. I circa 8.500 blocchi di marmo bianco venato di rosa creano pregevoli effetti prospettici grazie alla diversa conformazione delle punte, orientate diversamente a seconda della collocazione in modo da catturare al meglio la luce (ora verso terra, ora centralmente e verso l'alto nel risalire dalla parte inferiore del monumento). Celebri anche i candelabri e le decorazioni fitomorfe d'angolo tradizionalmente attribuite a Gabriele Frisoni, un tagliapietre originario di Mantova, mentre il pilastro d'angolo sopra al balconcino venne rifatta dallo scultore ferrarese Gaetano Davia.
Ludovico Ariosto morì dopo lunga malattia nella sua casa di Ferrara nel pomeriggio del 6 giugno 1533 all'età di cinquantotto anni. Nella notte il corpo fu trasportato alla chiesa vecchia di San Benedetto e sotterrato semplicemente, come da volontà dell'Ariosto, in una piccola stanza del monastero che portava al cimitero. Le spoglie del poeta rimasero in quel luogo per alcuni anni, poi il fratello del poeta, Gabriele, e il figlio Virginio chiesero di traslarne i resti in luoghi più adatti alla fama del poeta, ma non furono accontentati. La tomba rimase quindi nella posizione originaria per quarant'anni, spesso visitata da poeti italiani e stranieri.
Da alcuni testi si ricava che anche il cardinale Ippolito d'Este avrebbe desiderato erigere una tomba più decorosa per l'Ariosto, ma anche quell'intento non ebbe seguito. Alla morte del cardinale il gentiluomo ferrarese Agostino Mosti, in gioventù studente dell'Ariosto, si accollò interamente le spese per l'erezione di un monumento che fu completato nel 1573 e posto nella nuova chiesa di San Benedetto, nella cappella dedicata alla Natività di Gesù Cristo, a destra dell'altare maggiore. Il monumento sepolcrale era in marmo e ornato da una statua di Ariosto di grandi dimensioni. Il trasporto dei resti del poeta venne effettuato il 6 giugno 1573, in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte, con una cerimonia solenne. Nel 1612, passati altri quarant'anni circa, Lodovico Ariosto, pronipote del poeta, volle innalzare un monumento ancora più ricco. Il disegno fu affidato all'architetto ferrarese Giovanni Battista Aleotti ed eseguito in marmo dallo scultore mantovano Alessandro Nani. Il nuovo monumento, che costò oltre 500 scudi, utilizzò alcune parti del precedente e i resti del poeta vennero qui traslati quando la struttura fu posta a sinistra dell'altare maggiore, fuori dalla cappella del Santissimo Sacramento sempre nella chiesa di San Benedetto.
La Rocca dei Boiardo, risalente al XII secolo, domina il centro storico di Scandiano. Fatta costruire dalla nobile famiglia dei Da Fogliano, oggi prende il nome dalla famiglia Boiardo che l’abitò dal 1423 per 137 anni. Costruita inizialmente come luogo di difesa, dotata di cinta muraria, fossato con annesso ponte levatoio e torri di vedetta, divenne in seguito dimora rinascimentale. Dopo i Boiardo vi abitarono i Thiene dal 1565 per 58 anni; questi apportarono modifiche molto significative all’edificio e lo portarono alle forme attuali. Nei secoli XVII e XVIII i Bentivoglio prima e i marchesi d’Este poi, introdussero a loro volta decorazioni di gusto barocco.
Le numerose modifiche che il castello ha subito nel corso dei secoli rendono difficile la comprensione e la lettura della struttura; in essa convivono diversi stili: medievale (torre dell'ingresso nord e archetti pensili del cortile), rinascimentale (portico del cortile) e barocco (scalone, bifore, architravate del cortile, decorazioni a stucco dell'appartamento estense).
Tutta la storia di Scandiano e della sua gente si è svolta all'interno del castello: in una stanza del primo piano dell'edificio nacque il poeta Matteo Maria Boiardo; nei sotterranei era solito compiere i suoi esperimenti il grande scienziato Lazzaro Spallanzani, alloggiarono al castello il poeta Francesco Petrarca, il riformatore Giovanni Calvino e Papa Paolo III.
Qui, il 10 ottobre 1796, si inneggiò alla libertà e a Napoleone e si aderì alla Repubblica Reggiana. Sempre all'interno di questo castello, l'11 marzo 1800 si svolse il plebiscito che sancì l'annessione di Scandiano al Regno di Sardegna.
Il Mauriziano è il principale monumento architettonico del parco del Rodano, costituito dalla zona racchiusa tra il torrente Rodano e il cavo Ariolo, situato nella prima periferia cittadina in zona Via Emilia Ospizio. Si tratta di una villa quattrocentesca dove si ritiene abbia soggiornato nei periodi estivi e composto opere poetiche Ludovico Ariosto. Si accede al complesso monumentale attraverso il cinquecentesco arco trionfale eretto, secondo la tradizione, da Orazio Malaguzzi, al quale si attribuiscono anche il restauro e l'arricchimento dell'intero complesso.
(Il palazzo è accessibile e visitabile internamente solo in occasione di eventi. Il parco è sempre liberamente accessibile.)
Nel cuore del centro storico, all’Angolo fra Via Palazzolo e Via delle Rose e a due passi dalla Piazza del Duomo, vi sono due case della storica famiglia reggiana dei Malaguzzi (Daria Malaguzzi era la madre di Ludovico Ariosto, come ricorda una targa sulla facciata). Dell’epoca del poeta si è conservato solo l’angelo con lo scudo, che era l’insegna del casato.
Nel 1472, infatti, Nicolò Ariosto venne a Reggio come Capitano della Cittadella e qui incontrò Daria Malaguzzi; due anni dopo la città diede i natali al famoso poeta Ludovico Ariosto. A ricordo, nel luogo in cui era situata l'abitazione della madre, ora si trova, appunto, una stele commemorativa.
(Questo luogo non è visitabile all'interno)
I giardini pubblici di Reggio Emilia (conosciuti anche come Parco del Popolo) sono situati nel centro storico cittadino nell'area in cui un tempo sorgeva l'antica Cittadella gonzaghesca, sorta nel 1338-1339, sede e simbolo del potere signorile sulla città. Essa serviva come struttura difensiva contro possibili rivolte popolari, infatti la scelta di realizzare questa costruzione a ridosso della cinta muraria e di orientarla verso Mantova forniva ai Gonzaga la sicurezza di ottenere rinforzi dall'esterno in breva tempo. Lungo il perimetro della Cittadella, verso la città, furono costruite mura, fossi e torricelle. Il suo assetto rimase immutato nei secoli successivi durante i quali il governo della città venne assunto definitivamente dalla famiglia Estense, dalla quale venne occupata.
Nel 1848, a seguito di una rivolta popolare contro il governo degli Estensi, iniziarono i lavori di demolizione delle mura e dei terrapieni della Cittadella. Degli edifici presenti al suo interno, solo la scuderia e una parte del Palazzo si salvarono. Il grande spazio vuoto lasciato dalla demolizione dell'ampio complesso spinse il governo alla progettazione di un nuovo grande Teatro, Il Municipale Romolo Valli (1851/57), a seguito dell'incendio che nel 1851 distrusse il più antico Teatro Ariosto.
Con la restaurazione del ducato Estense, riemersero i contrasti tra la cittadinanza e il governo, per l'utilizzazione dell'area dell'ex cittadella: il Duca, appoggiato da alcuni nobili, si opponeva al suo utilizzo pubblico. Solo nel 1861, con l'annessione al Regno d'Italia dell'ex Ducato Estense, finalmente la cittadinanza riuscì ad ottenere l'uso pubblico dell'area e si procedette alla costruzione di un ippodromo.
La prima riqualificazione dello spazio precedentemente occupato dalla Cittadella prevedeva la costruzione di una pista per gare ippiche, costituita da un percorso circolare delimitato da un viale per il passeggio. Le prime gare con i cavalli furono accolte con entusiasmo dai reggiani e richiamavano a Reggio migliaia di persone. Nel 1876 la Giunta approvò il progetto di risistemazione dell'area con un impianto di tipo neoclassico, con cinque grandi aiuole ad arco ed un disegno stellare al centro. Nel 1929 l'ippodromo venne definitivamente dismesso (nei primi del '900 era stato adattato anche a pista per velocipedi) e il Parco venne riammodernato ed arricchito.
Nel parco è possibile osservare numerosi monumenti, tra cui spiccano la fontana monumentale e il Monumento ai Caduti per la patria.
La fontana fu realizzata nel 1885 e inaugurata in occasione della conclusione dei lavori di realizzazione dell'acquedotto cittadino. Tanto la fontana quanto l'acquedotto vennero eseguiti su commissione di Ulderico Levi, illustre uomo politico reggiano, protagonista di ripetute iniziative a favore della città. L'opera è costituita da un'ampia vasca circolare del diametro di 10 metri, con un isola centrale rocciosa da cui si innalza un piedistallo decorato da motivi vegetali, sormontato da tre putti che rappresentano allegoricamente la Fama, la Storia e la Riconoscenza. Sui lati del basamento sono presenti anche tre medaglioni: in uno si intravede un bassorilievo del volto dell'abate Ferrari Bonini, a cui è dedicata la fontana, mentre gli altri due, ormai scomparsi, erano targhe celebrative in metallo. Sopra al basamento è appoggiata una seconda vasca, più piccola, in cui è presente una serie di sculture rappresentanti animali marini e piante, da cui zampilla l'acqua.
Nel periodo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, in tutta Europa nasceva l'esigenza di commemorare i caduti per la patria, attraverso la costruzione di monumenti celebrativi. Anche a Reggio, nel 1922, venne bandito un concorso per la realizzazione di un monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Il vincitore risultò essere il parmense Alberto Buzzoni e il suo monumento fu inaugurato il 30 ottobre del 1927. L'opera ha una base in granito, che misura sedici metri, per un'altezza di quindici metri. Sui lati maggiori vi sono due grandi statue in bronzo, raffiguranti un Fante e la Vittoria alata. Nella parte superiore è ornata da bassorilievi in bronzo, raffiguranti le tre Parche, un soldato morente sorretto da una figura femminile, una scena di lavoro nei campi e altre figure di soldati.
In una piazzola dei Giardini sono collocate anche le statue dei poeti reggiani Ariosto e Boiardo.